Ambientato agli albori della rivoluzione francese la figura di Giuseppe Balsamo viene magistralmente introdotta da Alexandre Dumas quale abile stregone e schietto illusionista, in grado di forgiare la trama di uno dei più grandi capolavori storici della letteratura.
Attraverso le inestimabili pagine, impregnate di politica, intrighi di corte e desiderio di riscatto lo scrittore e drammaturgo francese invita i suoi ignari lettori a perdersi tra i vicoli e i palazzi di un’epoca lontana ma al contempo adornata di sfumature e imprevedibili colpi di scena.
Sin dalle prime pagine, il padre di Edmond Dantès traccia un impervio sentiero che porterà il conte di Cagliostro all’interno di un nascondiglio dove le sorti del mondo dovranno obbedire solo ed esclusivamente a un’unica legge: abolire la monarchia vigente in Francia e presente al contempo nelle restanti parti d’Europa.
Il tutto costituendo le prime logge massoniche attraverso le quali ridisegnare un nuovo ordine mondiale dove sia la fratellanza sia l’uguaglianza difficilmente potranno vedere la luce del sole.
La scienza dell’illusione
Il personaggio di Giuseppe Balsamo, in arte Conte di Cagliostro, in arte Conte di Fènix si introduce abilmente tra i salotti damascati della monarchica vigente ordendo complotti e manovrando le vite dei principali reggenti della corona.
La stregoneria è infatti uno degli strumenti maggiormente impiegati dal negromante capace peraltro di sedurre tanto il fascino della nobiltà parigina quanto la curiosità di chiunque desideri perdersi tra le pagine di questo splendido romanzo.
Scienza e illusione si mescolano vicendevolmente creando un’alchimia pronta a vacillare al minimo schiocco di dita, rimettendo in discussione un equilibrio dove la ragione cede sovente il posto alla pura follia e alla perdizione del proprio senno.
L’arte dell’inganno e dell’illusione creano quella miscela di ingredienti che dalla penna di Dumas si tramuta celermente in una pozione dal retrogusto amaro, in grado finanche di avvelenare il palato più fine e di obnubilare l’ultimo residuo della propria coscienza.
Tuttavia attraverso questo viaggio ricco di colpi di scena conosciamo non solo la figura di Cagliostro bensì quella di tanti altri indimenticabili personaggi come quella di Althotas, maestro e precettore del protagonista e detentore di una antica verità che cercherà in tutti i modi di raggiungere: anche a costo della morte.
Storia e alchimia si fondono in un susseguirsi di fuochi d’artificio svelando in chiave simbolica quei numerosi materiali grezzi e atavici, di cui è connotata la psiche umana ma che all’unisono devono sottoporsi al travaglio di un’intima maturazione che spesso e volentieri rischia puntualmente di dissolversi.
La nigredo alchemica
L’aspetto nondimeno affascinante risiede proprio nella visione, nonché nella descrizione dell’animo umano adombrato da una corruttibile nigredo alchemica, la quale in maniera perpetua si riflette esclusivamente su una ubris sempre più inafferrabile.
Secondo la visione proposta dallo studioso junghiano James Hillman la corruttibilità dell’anima umana risiede proprio in un ripiegamento della propria immagine al di fuori della propria psiche a discapito di quanto già si custodisce ma non si conosce ancora.
In base a quanto proposto dallo psicoanalista americano e in relazione alle vicende storiche prerivoluzionarie proposte in questo romanzo, l’opera di Dumas non solo offre uno spaccato socio culturale tra la nobiltà e il popolo francese bensì quella cupidigia che da ambo le parti altro non desidera se non la propria affermazione a discapito dei propri simili.
Ed è proprio tra le strade di Parigi e la reggia di Versailles che spiccano le figure di Luigi XV, di Madame Dubarry (la favorita del re) del conte di Richelieu e di Gilbert, le quali sembrano illusoriamente manovrate dalla voce magistrale di Acharat: negromante per natura, alchimista per eccellenza e illusionista per diletto.
Cristi Marcì*
* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»
Una stanza nel crepuscolo del mondo. Nessuno ascolta o annota. Non è un processo, non è una scena ufficiale. È l’ultimo incontro, forse mai avvenuto, tra due donne che sono state regine, madri mancate o manchevoli, guerriere costrette, pedine e sovrane. E ora, ci sono solo loro. Al centro una tavola lunga e stretta. L’atmosfera è sospesa e irreale. Le luci sembrano venire da candele che non si vedono. Una porta si apre a sinistra ed entra Elisabetta Tudor, regina regnante d’Inghilterra, sola, avvolta in una veste regale semplice ma austera. Dopo qualche istante da destra entra Maria Stuart, la cui nonna paterna era sorella di Enrico VIII, padre di Elisabetta, fatto che le permette di entrare nella linea di successione al trono inglese. La regina di Scozia è vestita in abiti più morbidi ma consunti dal lungo periodo di prigionia. Le due si osservano in silenzio. Si studiano. Poi si parlano.
ELISABETTA
(la voce tagliente, ma con incrinature)
«Siamo qui finalmente. Tu la martire, io la vergine di ferro. Così ci dipingono e lo faranno in seguito ma tali immagini non rendono giustizia a ciò che siamo state davvero. Ora siamo una di fronte all’altra. E tu non in effigie, non in lettere colme di suppliche o sfide. Ma così, in carne e occhi. Con quello sguardo. Ma è tardi – come tutto ciò che conta.»
MARIA
(tranquilla, non umile)
«Avresti potuto vedermi prima. E parlare unendo il mio lessico al tuo. Ma forse questa è l’unica stanza in cui potevamo incontrarci: quando ormai nulla può essere cambiato.»
ELISABETTA
«O tutto può essere detto. Ho scelto di governare con la ragione, tu con il cuore. Di essere più uomo degli uomini e ogni sentimento era un rischio. Ogni lacrima una debolezza che il mondo avrebbe usato contro di me. Perché sono una preda che molti vorrebbero stanare e immolare, io l’eretica. Anche tra il mio stesso popolo. Tra quei cattolici che vorrebbero mettermi in croce. Ma ormai il sangue è versato. Anche se ancora ti scorre nelle vene»
MARIA
(sorride con tristezza)
«Il tuo mi condanna. Ma il tuo stesso sangue, in fondo, mi riconosce. Eravamo nate per incontrarci o per distruggerci? Guarda che macerie abbiamo lasciato intorno a noi»
ELISABETTA
«Entrambe. Perché ci hanno costruite così. Una figlia della fede papista, l’altra di un matrimonio che mezza Europa considera blasfemo. Ci hanno cucito addosso le colpe dei nostri genitori e chiesto di governare mondi spaccati. Se volgo lo sguardo indietro mi chiedo se la Guerra delle Due Rose non è bastata a placare la fame di rivalsa.»
MARIA
«Ma io non volevo il tuo trono, Elisabetta. Solo un rifugio. Una promessa che il sangue reale valesse qualcosa più del sospetto che i tuoi fedeli consiglieri ti hanno instillato in quella corazza che mostri a tutta l’Inghilterra ma di cui io, ora che ti ho di fronte, vedo le crepe. Una regina non dovrebbe implorare di vivere. Ma io l’ho fatto. Tu non hai risposto.»
ELISABETTA
(si siede lentamente, come se ogni gesto fosse un peso)
«Perché mi sei sempre stata più simile di quanto volessi ammettere. La mia paura non era che tu fossi colpevole. Ma che tu fossi… giusta. Una donna come me, ma più audace, più desiderata. Più umana. Te lo dico chiaramente: ho sempre desiderato non essere me»
MARIA
«Io non sono migliore. Sono solo diversa. Non ho saputo scegliere bene gli uomini, ma ho amato e ho sperato. Tu invece hai rinunciato a ogni legame e il mondo ti ha lodata per questo. Ma chi ti ha tenuta la mano, Elisabetta, quando la notte della coscienza era buia?»
ELISABETTA
(pausa. Lo sguardo fisso altrove)
«Nessuno. Perché ho voluto che nessuno osasse. Avevo troppi occhi addosso per cedere alla debolezza. Per essere donna. Avevo il mio regno cucito sulla pelle. Ma sai, a volte ho invidiato le tue catene. Almeno quelle erano visibili. Le mie erano più sottili. Più feroci.»
MARIA
(la osserva con un’intensità nuova)
«E allora perché farmi uccidere? Perché lasciarmi cadere, se sai quanto ci hanno stretto allo stesso modo? Hai sempre cercato di fare passare l’idea che il tuo valore dipendesse dalla tua rinuncia. Io sono stata madre, sposa, amante, ciò che tu non sei mai potuta essere e che il popolo inglese avrebbe gradito. Dimmelo, perché mi mandi dal boia?»
ELISABETTA
(con voce quasi infantile)
«Perché se ti avessi salvata, non sarei più stata regina. E io sono stata educata per sopravvivere, non per amare. Ti ho temuta, Maria. Non per il potere. Ma per tutto ciò che io non potevo permettermi di essere, per tutto ciò per il quale sei maledettamente diversa da me. Ammetto tuttavia che sai leggermi come nessuno mai. Altro che mangiauomini!»
MARIA
(con tono improvvisamente dolce)
«Un po’ di carne non hai mai fatto male a nessuno, Elisabetta. Certo che è proprio vero che la genetica ogni tanto si sbaglia. Hai preso poco da tuo padre, Enrico VIII. Ma torniamo al nocciolo. Non sai quante volte ho desiderato scriverti una lettera che non fosse una supplica. Una lettera da donna a donna. Ma tu eri sempre distante. Sempre incoronata. E io sempre in ginocchio e sorvegliata a vista in quella finta casa come una criminale.»
ELISABETTA
(si alza, quasi stanca)
«Non potevo permettere che la spina nel fianco girasse indisturbata per la corte. I lord scozzesi ti davano la caccia e sei venuta a rifugiarti da me. Lo ammetto, avrei potuto agire altrimenti. Ma eri un pericolo vivente per me. E per il potere che ho ricevuto dalle mani insanguinate della mia sorellastra, un’altra papista che getta ombre sulla nostra storia. Diciamocelo, anche se non mi sottraggo alle responsabilità del tuo esilio qui, soprattutto nei modi in cui è stato attuato. Siamo state scolpite come nemiche. Una cattolica, una protestante. Una santa, una strega. Ma nessuno ha raccontato davvero il dolore che ci ha attraversate. Nessuno ci ha ascoltate. Solo giudicate e usate per partigianeria.»
MARIA
«E allora lasciamo che almeno qui, in questa stanza senza testimoni, resti la verità. Non ci siamo amate, no. Ho anche complottato contro di te. Ma ci siamo riconosciute. In segreto. Nella stessa solitudine, nello stesso orgoglio, nella stessa tragedia. E questo, forse, è più onesto di ogni perdono. E aggiungo una cosa che non dici apertamente: siamo due facce dello stesso destino, quello di nascere in un tempo in cui essere donna era già una colpa.
ELISABETTA
«Questa stanza, con le nostre verità, è più intima di qualsiasi carezza…»
(Un lungo silenzio. Elisabetta si avvicina al tavolo. Si sfila l’anello, lo posa. Lo lascia lì, tra loro.)
ELISABETTA
(guardandola negli occhi)
«Che la Storia dica pure che ti ho condannata. Ma tu sappi, e solo tu, che una parte di me morirà con te domani. Quella che nessuno ha mai conosciuto. Quella che forse, in un altro tempo, sarebbe fuggita con te, lanciando questa corona di spine nel Tamigi.»
MARIA
(si alza, dritta, fiera)
«E io morirò senza odio. Perché ho visto nei tuoi occhi ciò che nessun altro ha visto: la donna, non la regina. E questo basta. Per essere meno sola. Almeno per un istante. Ed eccoci qui insieme ancora per qualche minuto. Spogliate della leggenda. Tu sovrana d’Inghilterra, io prigioniera d’Europa. Regine sole sul crinale della Storia. Sorelle nel peso»
(Si guardano. Nessun abbraccio. Ma uno specchio. Due figure che si riflettono. Il sipario cala su un gesto che non si compie.)
EPILOGO
Due donne separate dalla fede, dalla Storia, dalla politica. Ma unite da una stessa ferita. Non riconciliazione, ma rivelazione. Questa scena non è mai avvenuta. Eppure, in qualche luogo della verità, forse sì. Sono parole rubate a due donne sempre sul ciglio del baratro che non si trovano nei romanzi ma forse in qualche angolo del silenzio.
SIPARIO
Claudio Musso
Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.
Nell’ultimo canto dell’Odissea assistiamo a uno dei momenti più intensi e toccanti della letteratura universale. Ulisse, dopo un decennio di peregrinazioni, torna a Itaca in incognito e, travestito da mendicante, si reca al podere dove lavora il padre Laerte, ormai anziano e in abiti trasandati. Non riconosciuto, Ulisse lo elogia per la cura delle piante e, solo dopo qualche tentennamento, si rivela, ma Laerte scettico gli chiede una prova. Ulisse gliene fornisce due: mostra la cicatrice di una vecchia ferita lasciata da un cinghiale e elenca con precisione gli alberi da frutta (peri, meli, fichi, viti) che il padre gli aveva donato da bambino. La commozione è tale che Laerte sviene tra le braccia del figlio.
Se si volesse immaginare una serie televisiva, l’ultimo libro di Georgi Gospodinov, “Il giardiniere e la morte”, tradotto da Giuseppe Dall’Agata e pubblicato da Voland, rappresenterebbe probabilmente il “sequel” dell’episodio omerico.
Con un incipit che trasforma il lutto in poesia – “Mio padre era un giardiniere. Ora è giardino.” -, Gospodinov elabora un commosso addio al padre; un testo intimo che rappresenta con estrema delicatezza la tenerezza e il dolore imparagonabili che si provano dinanzi al tramonto e alla perdita di un genitore.
Scritto su un taccuino con la stessa mano che ha stretto quella del padre malato di cancro, il libro è una raccolta di frammenti, di ricordi che attraversano le diverse stagioni della vita di entrambi, di riflessioni sull’invecchiamento e la malattia, di aneddoti che trasudano malinconia ma anche un lieve umorismo (“le storie divertenti per ogni evenienza”). Emerge così il ritratto di un uomo forte, temprato da una vita dura, riservato, spesso assente, incapace di dimostrare l’affetto con abbracci o baci, eppure generoso nell’affrontare le difficoltà con un “niente di grave”, una formula per non essere di peso ai figli, per rassicurarli, equivalente ad un “non preoccupatevi, va tutto bene”.
A chi è chiuso e introverso spesso accade di dedicarsi a un’attività solitaria e il padre, infatti, riserva tutte le sue attenzioni e la sua gentilezza ad un giardino. Gli si dedica con ostinazione – arando, seminando, innaffiando – anche e soprattutto quando la diagnosi è chiara, le forze cominciano a mancare e la malattia inizia a prendere il sopravvento. È la sua lotta contro l’inevitabile. È evidente la metafora che interessa Gospodinov come figlio e scrittore: le piante e gli alberi per il giardiniere sono come per il narratore i ricordi e le storie, gli sopravvivono. Il giardino come la pagina scritta, mantiene viva la memoria di chi se ne prende cura; continua a crescere, a fiorire e a produrre frutti anche quando chi lo ha piantato non c’è più. Il giardino come la scrittura, come ogni atto di creatività e di cura, è un presidio di vita contro la morte.
Già in “Fisica della malinconia” Gospodinov aveva fatto ricorso al mito di Sherazade, la narratrice delle “Mille e una notte”. Come Sherazade guadagna un giorno di vita dispensando ogni notte una storia nuova, così ne “Il giardiniere e la morte” le storie che l’autore raccoglie nel taccuino e la cura del giardino da parte del padre sono un modo per ritardare la fine, per resistere al dolore e mantenere vivo ciò che è prossimo a sparire.
Scrive Gospodinov: “Questo non è un libro sulla morte ma sulla malinconia per la vita che se ne va”. O ancora: “Mio padre è morto e mio padre sta morendo – sono due frasi del tutto diverse. La prima è un fatto, una conclusione, l’altra è un romanzo”. In tal senso, “Il giardiniere” più che un libro sulla fine – che in quanto fine non ha più nulla da raccontare – è paradossalmente un libro sulla vita (“La morte è un ciliegio che matura senza di te”).
Infatti, benché l’opera descriva l’esperienza dolorosa di accompagnare il padre fino all’ultima soglia, Gospodinov riesce a trasmettere una sensazione primaverile di rinascita, una “luce morbida” e un calore consolatori. Il libro ci dona un sillabario della tenerezza, una grammatica delle emozioni familiare a chiunque abbia affrontato un’esperienza simile. Più che un romanzo, il libro sembra nascere come un percorso di scrittura terapeutica teso a elaborare il lutto, che l’autore ha solo successivamente deciso di condividere con i lettori.
“Dei padri si scrive con maggiore difficoltà. Forse perché nell’infanzia continua a esistere un invisibile cordone ombelicale con la mamma, lei è ovunque intorno a te, lei ti prepara il pranzo, lei si prende cura di te quando sei malato, ti mette la mano sulla fronte, lei è l’aria in cui tu nuoti. Il padre è una cosa più opaca, incerta e oscura, talvolta minaccioso, spesso assente, aggrappato al bocchino della sigaretta, lui nuota in altre acque e altre nuvole”.
Pur potendo apparire confinato nell’ampia gamma di scritti spesso tutti uguali sulla perdita dei genitori, inclini a cadere in cliché sdolcinati e in lacrimevoli luoghi comuni (romanzi un po’ furbi che sfruttano il fatto che il lettore non fatica ad identificarsi e a commuoversi); “Il giardiniere e la morte” si distingue per il rigore di una prosa essenziale, misurata e lontana da qualsiasi enfasi. Gospodinov offre una narrazione priva di artifici melodrammatici, ricca di autentica intensità emotiva e profondità di pensiero, che si inserisce in modo coerente e significativo nel suo straordinario percorso narrativo.
“Mio padre se n’è andato. Non so cosa fare.”
Come tutta la produzione pregressa (“Romanzo naturale”, “Fisica della malinconia”, “Cronorifugio”), anche “Il giardiniere” si confronta con i temi e le riflessioni cari all’autore bulgaro: il tempo, la memoria, la perdita, la malinconia. E come spesso accade nei suoi libri, una vicenda intima diventa l’occasione per raccontare una storia collettiva: la morte del padre coincide simbolicamente con la fine di un mondo e di una generazione cresciuta a cavallo della caduta del regime.
Quello che in quest’opera forse un po’ manca – parliamo di un libro scritto, per ammissione stessa dell’autore, in soli quattro mesi – è lo slancio di originalità, la ricchezza di sfaccettature, di riflessioni, di digressioni bizzarre, di spunti geniali che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti. Se Gospodinov dovesse un giorno – magari anche quest’anno – aggiudicarsi un meritatissimo Nobel, probabilmente non sarà per quest’opera; tuttavia “Il giardiniere e la morte”, per il suo carattere delicato e commovente, potrebbe rappresentare un ottimo primo approccio alla narrativa dell’autore di “Cronorifugio” e di “Fisica della malinconia“, che comunque conferma il suo immenso talento e la statura di una delle voci più importanti della letteratura contemporanea.
Gigi Agnano
Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.
Oggi il Randagio incontra Barbara Baraldi che, con il suo ultimo lavoro, “Gli omicidi dei tarocchi” edito da Giunti, si conferma una delle regine indiscusse del thriller italiano. Ambientato in una Trieste magica e minacciosa, il romanzo segue la commissaria Emma Bellini alle prese con un misterioso serial killer che lascia sulle scene del crimine tarocchi creati a mano da Maia, sorella di Emma, artista ed esperta di esoterismo. La trama, che oscilla tra l’indagine razionale condotta da Emma e quella basata sull’occulto e sui tarocchi portata avanti da Maia, obbligherà le due sorelle, che non si frequentavano da anni, a confrontarsi con un passato doloroso pur di fermare l’assassino. Con una scrittura tagliente Baraldi, che peraltro è curatrice editoriale di Dylan Dog, ci regala un noir psicologico che fonde magistralmente suspense e introspezione, un thriller che ha “catturato” il nostro libraio di fiducia Gabriele Torchetti, che l’ha intervistata per noi.
Ciao Barbara, benvenuta al Randagio. Da appassionato di arcani e thriller, il tuo ultimo romanzo pubblicato da Giunti, Gli omicidi dei tarocchi, mi ha letteralmente catturato: non riuscivo a staccarmi dalle pagine. Ci racconti com’è nata questa storia e da dove ti è venuta l’ispirazione?
L’idea è sbocciata durante una conversazione con i miei editor Giunti, Nicoletta Verna e Antonio Franchini. Ci siamo incontrati al bar sotto la redazione milanese della casa editrice per una chiacchierata informale, durante la quale è uscita la mia passione per i tarocchi, che mi hanno sempre affascinato sia come strumento di conoscenza che dal punto di vista artistico. E poi… da un po’ di tempo c’era un libro seduto sulla mia libreria “esoterica”, che aspettava solo di essere letto. Un regalo di una cara amica: La via dei Tarocchi di Jodorowsky-Costa. Mi sono buttata a capofitto nella lettura e fin dalle prime pagine ha ribaltato la concezione che avevo dei Tarocchi: da strumento di divinazione a mezzo per conoscere se stessi, in una sorta di auto-analisi.
Emma e Maia Bellini sono protagoniste assolute, due sorelle agli antipodi: Emma è un’investigatrice lucida e metodica, Maia un’artista fragile ed emotiva. Qual è il loro rapporto? Come hai costruito il dualismo tra questi due personaggi così apparentemente distanti fra loro?
Sono da sempre interessata al tema della dualità, del doppio, sia in arte sia in letteratura. Le due protagoniste si sono affacciate alla mia mente fin da subito e ho lavorato alle loro caratteristiche per contrapposizione. Maia ha un temperamento artistico, è intuitiva, bravissima a prendersi cura degli altri, ma mette se stessa sempre in fondo alla lista delle priorità. Emma è una commissaria dal pensiero pragmatico, apparentemente tutta d’un pezzo, ma tende a reprimere le proprie emozioni, e questo si rivela una debolezza nel modo che ha di rapportarsi con gli altri. Da qui ho sviluppato la trama investigativa seguendo due metodi differenti, proprio a seconda della personalità della protagonista che si trova a indagare: l’una attraverso il metodo deduttivo tipico del mystery all’inglese e l’altra attraverso il metodo intuitivo, legato ai tarocchi e all’inconscio. Non è un caso se Narciso e Boccadoro – incentrato sul tema del dualismo dell’animo umano – è uno dei romanzi che più ho riletto durante l’adolescenza.
Nel romanzo i tarocchi non sono semplicemente uno strumento divinatorio, diventano una chiave per esplorare l’inconscio, per leggere il presente piuttosto che il futuro. Come sei arrivata a questa idea e in che modo hai integrato questo approccio nel percorso dei tuoi personaggi?
È un’interpretazione che segue il metodo Jodorowsky, che associa gli arcani agli archetipi junghiani. I riferimenti del romanzo sono dunque più legati alla psicanalisi che alla divinazione. Del resto, sono convinta che viviamo in un costante presente e il futuro lo costruiamo un passo alla volta tramite le nostre scelte. Come dice uno dei personaggi, “tutto ciò che è dentro i tarocchi è già dentro di te”. È una frase in cui mi ritrovo, anche perché per natura tendo a far caso ai simboli che mi circondano, e quando capita una coincidenza il mio pensiero va subito a Jung e alla sincronicità. A guidarmi, talvolta, sono state proprio le letture che ho fatto ai personaggi, adoperando i tarocchi di Marsiglia.
Trieste ha un’atmosfera particolare, a cavallo tra culture diverse. Perché hai scelto proprio questa città come ambientazione?
Svevo la chiamava la “città del vento”. Per Umberto Saba: “Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore”. È una città letteraria, misteriosa, che mi ha affascinato sin dalla prima volta che l’ho visitata.
Sei la curatrice editoriale di Dylan Dog, personaggio iconico del fumetto e della cultura pop italiana (creatura di Tiziano Sclavi). Senti una responsabilità nel portare avanti un progetto così importante? E come immagini il suo futuro?
Credo che se mi fermassi troppo a pensare alla responsabilità di portare avanti un personaggio iconico come Dylan Dog, che del fumetto ha fatto la storia, mi tremerebbero i polsi. Per fortuna sono una persona pragmatica, quindi tendo a concentrarmi sul lavoro, a testa bassa, cercando di fare ogni giorno del mio meglio. Il focus è di proporre ogni mese storie imprevedibili, scritte con la voglia di entusiasmarsi (e di entusiasmare i lettori), all’insegna della varietà, sperimentando sia a livello di narrazione che di resa grafica, abbracciando tutte le sfumature dell’orrore, che rimane a oggi il genere che più di ogni altro ci permette di relazionarci con il nostro inconscio e con le nostre paure più profonde. Il futuro prossimo su Dylan lo stiamo letteralmente scrivendo (e disegnando): si avvicinano le celebrazioni del quarantennale. Quello che posso dirvi è “aspettatevi l’inaspettato”.
Gabriele Torchetti
Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.
Friedrich Engels, rivoluzionario tedesco e amico e collaboratore di Karl Marx, scrisse che aveva imparato di più sulla società leggendo le opere del legittimista Honoré de Balzac che quelle di tutti gli altri (1).
I legittimisti erano coloro che sostenevano la monarchia borbonica in Francia. Balzac era nato in una famiglia di modesta condizione sociale ed era ammaliato dall’aristocrazia, cosa che probabilmente faceva benevolmente sorridere i suoi amici socialisti come Victor Hugo, Théophile Gautier, George Sand (di cui egli lasciò un significativo ritratto nel romanzo “Beatrix”). Egli aveva anche aggiunto un De, particella nobiliare al suo cognome.
Dotato di grande volontà e inesauribile fantasia dopo essere stato un ghostwriter fino a 30 anni divenne, negli ultimi vent’anni della sua vita, uno degli autori più importanti della letteratura francese e internazionale.
Nella sua “Commedia umana” composta di ben 137 romanzi “Balzac analizzò una società cinica dove c’era un solo dio: il denaro; una società senza scrupoli, una società di cui descrisse tutti i vizi e tutti i difetti: aristocratici, nuovi borghesi, proletari, contadini, giornalisti commercianti, medici, preti, avvocati, studenti, artisti, ragazze ingenue, cortigiane, tutto un mondo ed una società sfila nei romanzi di Balzac, dalla frenetica Parigi alle cittadine dove non c’era nulla da fare all’ombra dei tigli e delle persiane azzurre delle vecchie case” (2).
César Birotteau dà il nome ad un suo romanzo pubblicato nel 1837 il cui titolo completo suona: “Histoire de la Grandeur et de la Décadence de César Birotteau” (Storia dell’ascesa e della decadenza di C. B. ) in Italia tradotto solo con il nome proprio (3).
Secondo me, Birotteau è uno dei personaggi più interessanti di Balzac.
Se Éugenie Grandet ci conquista con la sua limpidezza in un mondo gretto e meschino come quello del padre e del vanitoso cugino, César non è da meno.
Egli viene dalla campagna (“se mancava di spirito e di istruzione egli aveva un’istintiva rettitudine e dei sentimenti delicati che provenivano da sua madre” scrive Balzac – 4) e a fine Settecento si ritrova da solo a Parigi in cerca di fortuna. Erano gli anni della rivoluzione, delle lotte tra le frazioni ma anche della guerra civile in Vandea.
Dopo ci sarebbe stato l’Impero Napoleonico e la rivoluzione industriale
Fu la fine di molti mestieri che si potevano fare a casa, tessuti, oggetti artigianali, sopraffatti dalle nascenti industrie e l’inizio di una grande migrazione di contadini e piccoli artigiani verso la capitale: tutto un mondo arcaico stava svanendo.
È importante mettere a fuoco il contesto storico in cui il romanzo si svolge perché esso non è solo la storia di un uomo (ispirato in parte ad una storia vera) ma di un ambiente sociale.
A Parigi, Birotteau riesce a trovare un impiego presso un noto profumiere, ex fornitore della regina Maria Antonietta, e pian piano apprende la sua arte. Ragazzo, si trova invischiato in una relazione sentimentale con una cuoca, alcolista e brutale, che lo abbandona senza rimpianti per un coetaneo più avvenente nonché proprietario di un piccolo terreno.
Il 13 Vendemmiaio (5 ottobre 1795) a Parigi, Birotteau viene convinto a partecipare alla rivolta dei monarchici contro la Convenzione. In realtà egli non sa nulla di politica e non capisce nulla degli eventi travolgenti in corso ma la rivolta viene sedata da un giovane artigliere corso, Napoleone Bonaparte
Si sparge così la voce mendace che Napoleone stesso abbia sparato contro Birotteau facendone, suo malgrado, un eroe monarchico.
Il povero Birotteau sembra destinato ad una vita infelice quando entrando casualmente in un negozio di novità (articoli di vario genere, nastri, insegne dipinte, orologi eccentrici, cravatte colorate ed altro) che erano allora in gran voga rimane incantato da una bellissima commessa, Constance.
Si innamora perdutamente di lei.
Lei non fa caso al timido ragazzo di campagna, onesta, di buoni sentimenti, perspicace viene assillata da molti ammiratori ma suo zio, il sagace Pillerault, sostiene Birotteau perché ha compreso che lui è veramente innamorato di lei.
Incoraggiato dalla moglie ed ambizioso egli inizia una grande ascesa sociale diventando lui stesso il primo profumiere di Parigi. Crea oli profumati e creme lenitive. È assai divertente quando Balzac racconta come Birotteau usi la pubblicità riempiendo la città di graziosi ed attraenti manifesti avendo come garanzia della validità dei suoi prodotti la firma di un chimico.
Egli assume un assistente, un personaggio in apparenza grigio ma in realtà machiavellico, senza nessuno scrupolo e gratitudine, Du Tillet.
Egli importuna la moglie del profumiere, le scrive anche delle lettere e lei riesce a farlo licenziare. Per vendicarsi, Du Tillet ruba dalla cassa una cospicua somma.
Egli detesta Birotteau, che è ormai diventato ricco e famoso, non solo per la sua agiatezza, la sua fortuna o il fatto che sia sposato con una bellissima donna ma per la sua bontà: “Senza dubbio in quel momento Du Tillet ebbe verso di lui quell’odio inestinguibile che gli angeli delle tenebre hanno verso gli angeli della luce”.
Sarà infatti Du Tillet, in seguito diventato un ricco banchiere grazie a speculazioni e al fatto di essere diventato l’amante della moglie di un uomo di potere, a tramare contro il suo ex datore di lavoro un inganno economico che costituisce il fulcro del romanzo e che Balzac racconta in modo irresistibile.
Chiaramente non si può raccontare nulla di questa vicenda per non sciupare la lettura del romanzo, né la parte finale.
A far da contrappunto a Du Tillet c’è il nuovo apprendista, Armand Popinot, un ragazzo disabile, zoppo.
C’e da dire che fin dai tempi antichi le disabilità erano state insensatamente viste come una forma di espiazione per colpe e manchevolezze. I disabili venivano spesso ricoverati insieme ai pazzi e ai vagabondi in tetri (a dir poco) edifici/prigioni o erano personaggi inquietanti nelle fiabe popolari (5).
Furono proprio Balzac, Victor Hugo (con Quasimodo, il gobbo di Nôtre Dame) e Charles Dickens a dare un’immagine più positiva della disabilità.
Popinot è un giovane bassino, sensibile e timido che inizia una propria attività commerciale associandosi a Birotteau. Egli è innamorato della leggiadra Césarine, figlia del profumiere, che è un ritratto perfetto di una ragazza agiata della borghesia di allora, suona il pianoforte e legge romanzi.
Il padre, colto da manie di grandezza, decide di rimodernare la loro casa e il negozio. Esilarante il personaggio dell’impeccabile architetto che poi presenta una fattura esorbitante.
Birotteau decide anche di dare una sontuosa festa, simbolo di prestigio sociale.
Le vendite vanno a gonfie vele ed egli viene persuaso a partecipare ad una speculazione edilizia. Erano i tempi in cui Parigi incominciava a ingrandirsi, le strade strette e fangose venivano demolite per far spazio a palazzine popolari o borghesi.
Accecato dal miraggio di diventare sempre più ricco e nonostante l’opposizione della moglie, egli non si rende conto che i suoi soci sono in realtà una masnada di farabutti: tra di loro ci sono stimati notai, avvocati, un potente banchiere tedesco e dietro, come uno Jago shakesperiano, Du Tillet.
Un altro personaggio in antitesi con questi truffatori è Pillerault, zio di madame Birotteau, un uomo di idee molto progressiste, ex proprietario di una ferramenta, che vive dignitosamente la terza età e che osserva attentamente la gente (a differenza del profumeriere). Sarà l’unico, insieme a Popinot, personaggio che ha un imprevedibile sviluppo, che tenterà di aiutare il suo avventato parente monarchico.
Il romanzo è scritto in uno stile scorrevole, assai avvincente, per nulla prolisso, evita qualche elemento kitsch o esotico che a volte si ritrova nei romanzi balzacchiani in sintonia con il gusto della sua epoca.
Birotteau è un personaggio commovente di cui Balzac registra accuratamente i moti del cuore, non ha nulla di un eroe, non bello, non audace, non romantico, non è un Dantès o un Julien Sorel, è un uomo comune, ingenuo, preso in giro da tutti (eccetto che da Pillerault e da Popinot) che cerca di barcamenarsi in una società sempre più complessa e corrotta di cui egli neppure immagina i meccanismi.
Ma è anche un self made man che non sa moderare la sua ambizione. La sua debolezza lo rende umano ed egli ci dice molto anche sull’umanità del suo autore.
Note:
1) “(Balzac) dà nella ‘Comédie humaine” (…) una storia completa della società francese dalla quale io, perfino nelle particolarità economiche (… ) ho imparato più che da tutti gli storici, gli economisti, gli statisti di professione di questo periodo messi insieme”
(F. Engels, Il realismo di Balzac, lettera a M. Harkness (primi aprile del 1888), in K. Marx, F. Engels, Scritti sull’arte)
2) “Balzac, una vita piena di opere più che di giorni” di Lavinia Capogna (2022).
3) “César Birotteau” di Honoré de Balzac a cura di Paola Dècina Lombardi, traduzione di Francesca Spinelli – Oscar Mondadori, 2021
4) Le traduzioni dei brani del libro citati sono state fatte da me dal testo originale francese.
5) Michel Foucault Storia della follia nell’età Classica
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.