A Teheran con Vita Sackville-West, di Francesca Chiesa

Tracce del suo passaggio[1][2]                                            

Mancavano pochi giorni al 25 aprile del 1926 quando Vita Sackville West, di ritorno da un viaggio a Isfahan, si trovò ad attraversare una città che sembrava colpita dal tornado. Teheran era in preda a una disordinata follia.

Non c’era dubbio: si erano finalmente resi conto che l’incoronazione era prossima, e si stavano dando da fare, colti dall’improvviso panico dell’ultimo minuto.

L’incoronazione era, naturalmente, quella dello Shah Reza Pahlavi, fondatore della dinastia e padre dell’ultimo Shah, Mohammad Reza.

Di aspetto, Reza era un uomo che incuteva timore: alto quasi un metro e novanta, i modi arcigni, un enorme naso, i capelli brizzolati e la mascella molto pronunciata, aveva in effetti l’aspetto di quello che era, un soldato di cavalleria cosacco, anche se non si poteva negare che avesse un’aria regale.

Anni dopo, ringraziai il cielo per avere letto “Passaggio a Teheran” prima di assumere servizio, appunto, a Teheran. Se non l’avessi fatto, sarei stata travolta dal panico ogni volta che dovevo organizzare un evento a scuola. Perché? Ma perché ogni volta, a due giorni dalla data fissata, nulla era pronto. Che si trattasse di una incoronazione o di una recita scolastica, per gli iraniani non  cambiava nulla. Perché affrettarsi? Fortunatamente ero preparata a dire a me stessa:”Beh, che c’è, pensavate di essere in Svizzera?”. 

Lungo la strada, qua e là, vennero disposti tavoli a cavalletto sui quali venne raccolto di tutto: orologi, vasi, teiere, fotografie, ninnoli di porcellana…ogni famiglia, anche la più piccola portò fuori i propri lumi a petrolio, i lumini da notte, i candelieri…sui muri delle case vennero appesi dei tappeti che quasi si toccavano tra loro, di modo che i miseri edifici scomparvero dietro gli arabeschi di Kirman e i velluti rosso sangue di Bukhara. Teheran non era più una città in mattoni e intonaco, ma si era trasformata in una città in tessitura, come una grande e sontuosa tenda dispiegata verso il cielo…

Ovvero: all’ultimo minuto, dalla più grande confusione, inaspettati arrivano risultati eccezionali. D’altra parte, noi che abbiamo visto Napoli… A proposito, avevo un’amica, a Teheran, una napoletana che parlava un ottimo inglese ma al bazar dialogava in napoletano. I persiani in persiano, naturalmente, e si capivano alla perfezione.

Teheran 1926 – 2026. Dal cammello all’aereo.

Passando per la bici, l’auto e la metropolitana. Ma attenzione, l’aereo è arrivato prima

È un Paese pieno di contraddizioni, dove niente colma l’abisso tra Medioevo e ventesimo secolo…Se per trasportare le tue carabattole da Teheran a Mashad ci vogliono trenta giorni di cammello, tu stessa puoi percorrere quella distanza in sei ore di volo…”È bloccato nella fanghiglia in pieno deserto”, sentirete dire, “gli hanno spedito un aereo ma è rimasto anch’esso bloccato”. 

Non si può entrare o uscire da Teheran se non attraverso una porta…Porta Mashad, Porta Qazvin, Porta Isfahan e così via. Sono costruzioni colorate e pittoresche, rivestite di piastrelle blu o gialle, ma ovviamente in rovina, come tutto il resto. Se vi sedete accanto a una porta, vedrete file di cammelli, branchi di asini, pedoni, donne velate, poche automobili, e molti ciclisti. In Persia, infatti, tutti vanno in bicicletta e si lasciano cadere a terra appena vedono un altro veicolo in arrivo. È molto istruttivo sedersi accanto a una porta per un paio d’ore. Avrete un’ottima impressione della vita di cortile nei Paesi orientali…È quasi altrettanto difficile, in Persia, credere nell’esistenza dell’Inghilterra, quanto in Inghilterra credere nell’esistenza della Persia.

La sensazione di essere diretti verso un mondo irrimediabilmente altro rispetto al nostro, rimane ancora. Io l’ho percepita, non tanto in me stessa perché all’epoca nulla per me era abbastanza altro, quanto nel comportamento di molti Italiani che si trasferivano in Iran per lavoro e ingombravano i container con chili di carta igienica, ad esempio. 

Non sono più una viaggiatrice, ma un’abitante

Ho la mia casa, i miei cani, i domestici. La ghiacciaia è in cucina, il grammofono sul tavolo e i miei libri negli scaffali. È primavera; lunghe file di Alberi di Giuda sono fioriti lungo le strade.

Detto in due righe, l’idea di civiltà come bellezza unita a comodità che ha fatto degli Inglesi il popolo più ammirato, invidiato, copiato. Dopo i Romani, naturalmente, da cui i Britannici hanno imparato una grande verità: se hai un Impero puoi avere anche le Terme.

Il bello è che a Teheran, quando ci sono vissuta io e cioè dal 1991 al 1996, ho verificato il compiersi di una curiosa metamorfosi: tutto il corpo diplomatico accreditato in quella città, di qualsiasi nazionalità, sembrava avere acquisito la nazionalità  inglese. Complice la profonda crisi economica di un Iran appena uscito dalla guerra con l’Iraq, e il conseguente calo dei costi di affitti e personale, anche l’ultimo Sottosegretario in prova di non-so-quale Paese si sentiva libero di/oppure obbligato ad avere domestici, argenteria e almeno una piscina. Senza pensare a quanto poco sarebbe durato. 

Per “fare come gli Inglesi” bisogna esserlo. Oppure essere Persiani: non ho conosciuto un popolo più britannico dei britannici, di quanto lo siano i persiani. 

La loro ansia di impressionare gli europei faceva tenerezza…I domestici del palazzo dovevano assolutamente avere le livree dello stesso tessuto rosso indossate dai domestici della legazione inglese. I ministri dovevano assolutamente avere una copia della procedura adottata alla Westminster Abbey in occasione dell’incoronazione di Sua Maestà Giorgio V.

Ricordo d’altra parte che nelle mie prime settimane di servizio presso il nostro Ministero degli Esteri, non riuscivo a capacitarmi della enorme quantità di Inglese /Americano che usavano i nostri diplomatici, soprattutto se giovani e in carriera. “Ma non dobbiamo rappresentare l’Italia, con tutte le sue bellezze, lingua compresa?”, mi chiedevo.

Vita, le donne di Persia, il chador e noi

La storia dell’Iran ha un andamento ciclico e ciclica è la loro concezione del tempo. Questa loro circolarità credo abbia una base storica: la posizione e la struttura dell’altopiano, ha fatto sì che nei secoli l’Iran sia stato un comodo corridoio per popolazioni in movimento da Est, dirette forse verso Ovest. Dico forse perché nella maggior parte dei casi questi popoli si sono fermati, hanno esautorato il sovrano regnante, hanno costruito una loro capitale in un punto diverso del Paese e vi si sono insediati. La lingua è sempre rimasta Farsī, dalla regione del Fars dove è sorto il primo impero iranico degli Achemenidi. Alcuni sono scomparsi, altri hanno proseguito il cammino verso Ovest. Vi siete mai chiesti perché la cucina turca assomigli tanto a quella persiana?

Sempre a proposito di ciclicità, immaginate che un giorno un sovrano shi’ita (Isma’il I safavide, probabilmente) ordini che tutte le donne debbano coprirsi la testa. E che dopo un certo numero di secoli, un altro Shah stabilisca che è proibito alle donne velarsi la testa, e siamo agli inizi del XX secolo con Shah Rezā Pahlavi, alla cui incoronazione assistette Vita: da un palco privato, in quanto consorte di diplomatico. Lo stesso Reza Shah che, trovandosi a fronteggiare una insurrezione di Mullah, non trovò di meglio che radunarli nel cortile interno della Moschea di Mashad, dopo avere disposto un congruo numero di mitragliatrici sui tetti.

Suo figlio Mohammad Rezā, invece, fu detronizzato da una rivolta di mullah. I quali, per convincere le donne a portare il velo che era tornato a essere obbligatorio, mandavano in giro delle squadracce che le spruzzavano con acido.

Vita, a Teheran

Ricordate la storia Di Alessandro? Conquistato l’Impero Achemenide, cosa fa? I Romani, dopo avere conquistato una terra, si affrettavano a ricoprirla di terme e altre piacevolezze romane, per trasmettere l’idea che essere romani fosse la cosa più bella del mondo. Ci sono tutt’oggi imperiali che adottano la stessa procedura. Alessandro no, lui si fa persiano. Io trovo in queste parole di Vita una possibile spiegazione.

Il cuore è rinnovato e i venti hanno soffiato via le ragnatele. Non considero una perdita di tempo starmene in ozio ad assorbire l’austero splendore di questo luogo; sono anche convinta che i suoi colori mi stiano penetrando completamente nell’animo. Per dirla con parole banali, la pianura è marrone, le montagne azzurre o bianche, le colline dolci e porpora….Qui la luce è una cosa viva, altrettanto varia del temperamento umano e altrettanto difficile da afferrare…Qui, sgombrata la mente da ogni preconcetto europeo, si è liberi di girovagare e di accostarsi a una struttura sociale…Personalmente, preferisco i bazar ai salotti.


[1] Testi di VSW in corsivo

[2] Vita Sackville-West, Passaggio a Teheran, 2007

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Antonio Corvino: “La solitudine del cormorano” (‘round midnight, 2025), di Valeria Jacobacci

Ben trovato fior di Camomilla / Memoria antica / Segno dell’infanzia amica

Un  tuffo nell’infanzia, questo scritto di Antonio Corvino, non solo del poeta e dell’uomo ma di un’epoca, di un secolo, di un periodo storico, il nostro, in cui il passato si scioglie come neve al sole, il più antico come il più recente, e l’illusione di un eterno presente sbiadisce perché neanche l’attimo si lascia individuare e svanisce come un’immagine insostenibile. Uno Zibaldone ricchissimo di suggestioni, bucoliche e georgiche insieme, nel disperato salvataggio di una cultura che nessuno vuole. Nessuno? I tratturi erano percorsi tracciati dai pastori per portare le mandrie al pascolo, probabilmente le stesse mandrie contribuivano a scavare il percorso calpestandolo con gli zoccoli, in autunno il percorso era dalle montagne verso la pianura e in primavera il contrario. Antonio Corvino descrive il suo peregrinare attraverso pascoli e terre solitarie, un mitico pastore, Titiro o Melibeo, fuori tempo e dentro il tempo poetico. Chi abbia fra le mani l’ultimo libro di Ken Follet, “Il cerchio dei giorni”, per Mondadori, in bella vista sui banchi delle librerie durante il periodo natalizio, avrà letto una storia di pastori, coltivatori e abitanti dei boschi, intenti, in una mitica Valle, sprofondata in una lontana preistoria, a trasportare enormi pietre guidati da una sacerdotessa, al fine di costruire un tempio di pietra all’ombra del quale sviluppare il commercio e crescere come umanità. Si tratta evidentemente di un mito antico,  da Stone Age, suggerito dall’imponente e misterioso Stonehenge o dalle Piramidi egiziane, indubbiamente la storia stessa dell’umanità alla quale manca però la dimensione poetica. Dietro questa storia infatti non c’è Teocrito, l’inventore della poesia bucolica, manca evidentemente Virgilio, perché l’antico non è stato rivisitato nei secoli dei secoli, lo sguardo del narratore è obiettivo, pragmatico e smanioso di omologazione. Che farci? Abbiamo perso alcune prospettive per favorirne altre.  Il “cormorano”, uccello acquatico e solitario a rischio di estinzione, nel quale l’autore si individua, segue invece un altro percorso, almeno metaforicamente, ama  la solitudine e la contemplazione, il panteismo dei poeti. La letteratura latina si rifaceva a quella greca, il taglio filosofico pervadeva lo studio del mito, in breve, era già cultura, oggetto di studio.  La modernità di Greci e Romani era  matura quando nasceva la poesia bucolica e pastorale.  E’ ancora questa la matrice culturale del “cormorano”. 

La commozione davanti a una pianta di oleandro, la suggestione di un profumo di basilico o l’emozione davanti alle distese di ginestre e alle terre ricoperte di arbusti selvatici coprenti centri distrutti dai Saraceni o templi greci di pietra una volta policroma sono gli elementi costitutivi del libro di Corvino. I personaggi di Follet non possono commuoversi e non commuovono nessuno perché sono veri, ragionevoli e molto consapevoli di una loro metastoricità.  La cultura classica era smaliziata e modernissima quando Tibullo tesseva l’elogio della vita campestre e Virgilio rimpiangeva il campicello perduto. Chi ha ancora una vecchia casa in campagna può capire. I poeti romantici  e preromantici scombussolarono l’idillio classico, anche all’orrido il mondo antico era abituato e lo contrapponeva nel dualismo apollineo-dionisiaco del teatro greco, l’horror batte ancora cassa al cinema, l’apollineo è più difficile e lo è perché la pace sospirata dopo gli orrori della guerra non è più legata alla primavera profumata e alle messi estive immerse nella canicola. Essere poeti è un lusso e un caso, dipende da dove si nasce e dall’animo in grado di cogliere certi sussurri. La poesia vive un momento critico, è troppo dolce o troppo salata, troppo facile e troppo difficile, troppo semplice e troppo complicata. Inoltre, la solitudine non piace, in solitudine prevale la noia perché non c’è bellezza da contemplare.

Torniamo al poeta di “La solitudine del cormorano”: ha avuto la fortuna di nascere nel Sud, in un luogo di rara bellezza, in lui si incontrano il passato e il presente, in questo scritto fatto di versi e pagine in prosa, il diario di Corvino mette insieme una placida quiete e un grande dolore di partecipazione ai mali dell’umanità: “I dittatori parlano di libertà, gli aggressori di pazienza, i violenti di bontà, i ricchi di povertà, gli ignoranti di sapienza, i guerrafondai di pace, i blasfemi di perdono e Dio stesso era diventato ateo, tanto Cristo taceva.” L’autore sintetizza così le contemporanee assurdità, l’elemento cristiano si sovrappone al mondo classico, il “cormorano” contempla le attuali incongruenze in attesa di possibili spiegazioni. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Agustina Bazterrica: “Le indegne” (Eris, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Con la sua nuova prova letteraria Augustina Bazterrica si conferma una grande scrittrice. Con il suo nuovo romanzo, l’argentina continua ad esplorare l’animo umano con una profondità ed una finezza incredibili.
“Le indegne”, che ci porta in un mondo post-apocalittico, segue la storia di una giovane donna senza nome affiliata alla Casa della Sacra Sorellanza, una sorta di oasi rispetto al mondo esterno, distrutto da molteplici catastrofi e inquinato da miasmi pestilenziali.
Ma questo rifugio si rivela essere una prigione dove una Madre Superiora comanda con piglio dittatoriale creando paura e sospetto tra le sue sottoposte – una paura strisciante, che si autoalimenta di invidie in un’atmosfera allucinante e allucinata che, a tratti, ricorda la Atwood, Dickens, e il Miller di “Un canto per Leibowitz”, oltre a Golding.
Le sorelle sono messe una contro l’altra in ossequio al detto “divide et impera”: comportamenti gretti, malelingue, piccole vendette e meschinerie sono all’ordine del giorno e aiutano la Superiora e un misterioso Lui, che officia strani rituali al cospetto del suo piccolo gregge, nella chiesa, ormai casa di un altro dio (molto diverso dal “Dio ignobile, il Figlio mendace e la Madre negativa” una volta adorati nell’edificio) a mantenere una disciplina solo in apparenza imperturbabile.
Ed è proprio questo che ci racconta la protagonista: ne lascia nota, infatti, in un diario segreto che spesso si porta addosso come una seconda pelle o nasconde in pertugi segreti: sa bene a quali dolorosissimi castighi si dovrebbe sottomettere se fosse scoperta. Per scrivere fabbrica l’inchiostro, proibitissimo, prezioso e quasi introvabile, con ogni ingrediente possibile: noci di galla, carbone e addirittura sangue – forse per i posteri, forse per nessuno.
E questo suo scritto oscilla tra presente e passato (che pian piano e dolosamente, inizia ad emergere) – tra il santuario e il mondo di fuori. Ed è proprio la scrittura che autorizza la protagonista a riscoprire le sue radici dimenticate e soffocate. 
E sarà poi l’incontro con una ragazza “di fuori” che lei salva da una morte quasi certa e e che sarà cooptata nella sorellanza, a far scoprire alla narratrice l’amore e la passione, l’abnegazione e l’altruismo, fino a rischiare la propria vita per salvare la novizia.
Questa in buona sostanza la trama del romanzo che si pone come un viaggio allucinato, ma allo stesso tempo di un’estrema lucidità, nell’intimo dell’animo umano, con le sue grandezze che a volte sembrano solo tali e piccoli gesti che valgono un’intera vita. 
Raccontare il finale sarebbe inutile e dannoso: meglio godersi pagina dopo pagina questo racconto assolutamente unico, ispirato e scritto con una maestria a cui la Bazterrica aveva attinto anche per “Cadavere squisito” la sua formidabile opera prima.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

James Joyce (2 febbraio 1882 – 13 gennaio 1941) – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

Vincerei facilmente se scommettessi che James Joyce è fondamentalmente conosciuto come  l’uomo che ha convinto generazioni di studenti che non usare la punteggiatura sia, in realtà, un geniale scavalcamento delle regole, oltre che uno stratagemma narrativo. Con l’andare del tempo, infatti, pare che gli sia stato appiccicato addosso il crisma dello scrittore che “non usa le virgole e i punti”,  definizione diventata endemica per la diffusa comodità di etichettare generi e stili letterari usando schemi alla “bignamini”; certo, è una definizione a dir poco riduttiva. Joyce era un visionario che ha deciso che la realtà non andava solo descritta, ma sentita, masticata e poi riscritta da zero.

 In effetti, il ribelle occhialuto J.J., nato a Dublino nel 1882, era il classico “studente brillante ma problematico”. Amava le lingue, cantava benissimo (tenore, niente meno!) e poi odiava profondamente l’atmosfera soffocante della sua città natale. Infatti, passò gran parte della vita in esilio volontario tra Trieste, Parigi e Zurigo. Ma nonostante se ne fosse andato, non scrisse mai di nient’altro se non di Dublino. 

Joyce non si accontentava di scrivere storie: giocò, per esempio, allo smembramento della lingua inglese, smontandola pezzo a pezzo e ricostruendola  senza scrupoli e timori reverenziali. 

In Gente di Dublino (Dubliners), Joyce chiama “Epifania” quel momento improvviso in cui un oggetto banale, una frase sentita per strada o un gesto ripetitivo rivelano ad un personaggio, improvvisamente,  il significato profondo della vita. Ad esempio nel racconto I Morti (l’ultimo di Gente di Dublino), il protagonista Gabriel vede la moglie assorta ad ascoltare una vecchia canzone sulle scale. In quel momento, grazie a un gioco di luci e al suono della musica, capisce improvvisamente che lei ha amato qualcuno profondamente prima di lui e che la sua intera vita è stata, in fondo, superficiale.

Prima di Joyce, nei libri succedevano grandi eventi (duelli, matrimoni, eredità). Joyce dice: “No, la verità sta nel modo in cui guardi la polvere che balla in un raggio di sole”…

Nel Ritratto dell’artista da giovane, romanzo semi-autobiografico, seguiamo la crescita di Stephen Dedalus, crescita direttamente proporzionale allo stile di Joyce che diventa via via più complesso. Ed il suo Finnegans Wake è  scritto in una lingua inventata, che mescola decine di idiomi diversi. 

Il “Ted Ed” su “l’Ulisse”, che qui presentiamo, cerca di riassumerne il contenuto che, in sintesi estrema, consiste nel seguire le 18 ore della giornata di Leopold Bloom (un uomo comune, gentile e un po’ sfigato) attraverso Dublino, il 16 giugno 1904.  Oltre che nel titolo del romanzo, il parallelo epico è  scritto nei  titoli di ogni capitolo che corrispondono a personaggi ed episodi dell’Odissea di Omero. Solo che al posto di mostri marini e dei, ci sono panini al formaggio e bagni pubblici. Con il “Flusso di Coscienza”, Joyce entra letteralmente nella testa dei personaggi, consentendoci di leggere i loro pensieri così come arrivano: caotici, senza filtri e spesso senza virgole. È il primo “Live Blog” della storia, ma scritto divinamente. Il tutto si conclude con il celebre monologo di Molly Bloom, un fiume inarrestabile di pensieri che è una delle vette di sensualità e umanità di tutta la letteratura. Ma bisogna ammettere anche un altro aspetto riguardante la lettura di “Ulisse”, in particolare. Il video-essay di TED ED si fa interprete dello stato d’animo di molti lettori alle prese con il primo approccio alla lettura del romanzo: difficile, infatti, è resistere dopo un po’ all’impulso di rinunciare, riponendo il libro sullo scaffale più lontano. Leggere l’Ulisse non è come leggere un giallo; è più simile a fare un’immersione subacquea: all’inizio manca il fiato, ma poi inizi a goderti il panorama. Il trucco potrebbe essere non cercare di capire tutto subito: Joyce ha inserito riferimenti a tutto (storia, teologia, canzoni popolari). Se ci si fermasse a ogni parola, non si finirebbe mai. Bisogna andare avanti! Lasciarsi cullare dal ritmo delle parole. Tra l’altro Joyce era un musicista. Molti capitoli (come l’ultimo di Molly Bloom o quello ambientato nel pub, le “Sirene”) sono scritti per l’orecchio. Se un passaggio sembra assurdo, provate a leggerlo a voce alta: improvvisamente prenderà senso. Non è strano che molti lettori tengano sottomano un piccolo riassunto dei capitoli che spieghi il parallelo con l’Odissea aiutandoli a non sentirsi sperduti. Ad esempio, sapere che il capitolo in biblioteca corrisponde a Scilla e Cariddi rende tutto più divertente.

Se proprio riesce difficile farsi coinvolgere, infine, seguite il suggerimento di chi usa “il trucco del 16 giugno”: molti iniziano a leggerlo in occasione del Bloomsday (il 16 giugno, appunto). Leggere di Bloom che mangia un rene alla griglia a colazione mentre anche tu sei a colazione potrebbe creare una connessione magica!

Buona visione!


Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.

Monica Florio “Il mondo del vicolo – Identità e rappresentazione” (Guida), di Vincenzo Vacca

Monica Florio con questo interessantissimo libro ha voluto evidenziare, innanzitutto, il fatto che nella nostra città il vicolo non ha rappresentato e non rappresenta uno scenario secondario, ma un vitale territorio dell’ umano. In particolare, costituisce un deposito della memoria di un popolo e delle sue contraddizioni.

Nel vicolo si mettono in atto dei meccanismi sociali specchio dell’ intera società partenopea, realizzando una estetica popolare dominante l’intero contesto.

Con questo libro viene svelata, attraverso una ricognizione toponomastica, una sintesi delle attività lavorative fondamentali svolte nel passato che, pur avendo delle propaggini nel presente, ci ricorda un mondo quasi del tutto scomparso.

Basti pensare che tante strade e/o stradine dei vicoli riprendevano e riprendono i mestieri che lì stesso si svolgevano o per indicare dei fenomeni negativi: via Pulci, via Pidocchi, Vico Marioli etc..

È indubbio che Napoli è fatta di una storia di vicoli e da vicoli. Questi possono essere dritti e storti. I primi nascono mediante una progettazione urbanistica, mentre i secondi si originano spontaneamente. 

L’ autrice ci ricorda che i vicoli sono presenti ovunque, pertanto, sono parte integrante sia delle zone popolari che di quelle agiate.

Il vicolo ha un significato originario di “luogo di vicinanza o dell’ anima”. È stato un microcosmo autosufficiente, fondato su una economia di sussistenza, fatta di antichi mestieri e di attività illecite: contrabbando, lotto, prostituzione e, successivamente, di spaccio di sostanze stupefacenti.

La Florio cita una serie di lavori, quali il vaccaro, l’ erbivendolo, il suonatore di pianino, il caffettiere, ma sottolinea la caratteristica delle voci che impervesavano tra i vicoli e per l’ intera città.

Quando arriva il fascismo, la plebe del centro storico viene fatta spostare nelle periferie, però senza risolvere il degrado.

L’ autrice indica, inoltre, un cambiamento profondo nel senso comune dei napoletani a partire dal secondo dopoguerra. Infatti, prenderà piede un accentuato individualismo che sostituisce progressivamente il senso di solidarietà.

A questo proposito, è il caso di ricordare che il vicolo ha rappresentato anche un elemento di coesione sociale, compensando spesso la mancanza di un vero nucleo famigliare.

Nel libro vengono visti molto da vicino una serie di quartieri di Napoli e, quindi, si sofferma anche sui Quartieri spagnoli; parte integrante della stessa è via Toledo, fatta costruire nel 500 da Pedro de Toledo ed intitolata a lui stesso, ma ideata come via di fuga dalla città in caso di rivolta.

Florio fa una distinzione tra gli abitanti dei vicoli, e precisamente, tra coloro che avvertono un senso di estraneità e quelli che provano un senso di appartenenza. I primi tentano di migliorare il proprio stile di vita, mentre i secondi si fanno completamente plasmare.

Il vicolo viene vissuto anche come una forma di famiglia estesa, creando un clima confidenziale e questo è dimostrato dall’ uso, nel rivolgersi a persone che non sono famigliari o parenti, di appellativi quali “zio”, frà (fratello).

Nel vicolo la distinzione tra pubblico e privato è minimale e, spesso, inesistente. Si cucina e si mangia in strada ed ecco perchè molto frequentemente nelle abitazioni mancano fornelli e cucine.

Tutto questo ha un forte impatto sui bambini che acquisiscono una maggiore spontaneità e indipendenza che non è da confondere con maggiore felicità.

Anzi, sviluppa un atteggiamento individualistico e opportunistico nei confronti degli altri. 

Credo che sia molto interessante, tra l’ altro, la sottolineatura che viene fatta nel libro in ordine alla condizione delle donne all’ interno del vicolo, le quali svolgono quasi esclusivamente delle attività domestiche, ma sono anche accanite giocatrici del lotto e del lotto clandestino, definito dalla Serao “l’ acquavite di Napoli”.

Naturalmente, la povertà favorisce la sottomissione femminile fin dalla nascita, perchè la donna deve sacrificare in pieno le proprie esigenze a quelle della famiglia e, conseguenzialmente, subisce la violenza maschile.

Il libro si sofferma specificamente su alcuni personaggi tipici del vicolo come il “femminiello” e il “guappo” che non deve essere confuso con il camorrista, ma, soprattutto, quest’ ultimo non si deve considerare come una sorta di evoluzione moderna del guappo. I guappi e i camorristi hanno avuto delle traiettorie storiche parallele che l’ autrice indica molto bene.

Come viene ben delineata la figura del “femminiello” che è ben voluto nel vicolo anche perchè considerato foriero di fortuna. Egli è in bilico tra il maschile e il femminile. Si occupava delle faccende domestiche e il fatto che provvedeva ad accudire i figli dei vicini sta a dimostrare la fiducia che si riponeva nel femminiello.

Nella storia di Napoli, il vicolo è stato, ed in parte lo è ancora, il luogo principe della forte presenza della plebe. Una plebe che anche attualmente, a causa della incapacità e della  mancanza di volontà delle classi dirigenti, non ha vissuto una vera integrazione nella vita ordinaria ed ordinata della città. Conseguenzialmente, i “plebei” hanno dovuto letteralmente inventare innumerevoli modalità esistenziali per garantirsi una sopravvivenza.

Nel corso degli ultimi secoli, questo ha sedimentato  nella plebe, che oggi potremmo chiamarlo sottoproletariato urbano, forme di sudditanza nei confronti dei ceti agiati alternati a esplosioni di rabbia.

Pertanto, le diffuse forme di illegalità poste in essere dai ceti disagiati venivano e vengono tollerate a compensazione di un mancato vero sviluppo economico e sociale autopropulsivi.

La lettura del libro di Monica Florio permette di conoscere profondamente la vita che si conduceva nei vicoli e consente al lettore di trarre autonomamente una serie di riflessione in ordine alle cause della povertà economica ed esistenziale della nostra città.

Vincenzo Vacca