Intervista a Antonella Orefice per “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editrice) , di Lavinia Capogna

Eleonora de Fonseca Pimentel, un ritratto veritierorecensione e intervista di Lavinia Capogna

“Abbiamo dichiarato che su questa terra il più umile tra gli uomini è uguale al più illustre. La libertà che noi abbiamo conquistato, l’abbiamo data a chi era schiavo e la lasciamo al mondo in eredità affinché moltiplichi e alimenti le speranze che abbiamo generato” disse Georges Jacques Danton nel 1794 a Parigi nel suo discorso pronunciato nel severo Tribunale che, nella lotta furibonda tra le fazioni, lo aveva condannato a morte. 

La rivoluzione francese fu l’evento storico durato dieci anni (1789/1799) che cambiò la storia d’Europa e portò il mondo occidentale nella modernità. 

Era stata preceduta da un’altra rivoluzione e una guerra avvenuta nel lontano continente americano. 

Sulla Dichiarazione di Indipendenza del 1776, redatta da quegli inglesi americani che si erano ribellati alla monarchia di Londra, aveva avuto una notevole influenza, grazie ad un contatto epistolare con Benjamin Franklin, un giovane ed intelligente filosofo e legislatore partenopeo Gaetano Filangieri (nato a San Sebastiano al Vesuvio nel 1752), autore de “La Scienza della Legislazione”, un testo fondamentale del 1700. 

Nello stesso anno era nata a Roma Eleonora De Fonseca Pimentel. Entrambi avrebbero avuto un grande peso nella terza rivoluzione del secolo che sarebbe scoppiata a Napoli nel 1799 e che, si può dire con ragionevolezza, se non fosse durata solo cinque mesi avrebbe cambiato la storia del sud e dell’Italia intera. 

Filangieri la influenzò solo con il suo pensiero perché purtroppo era deceduto prima, appena trentacinquenne nel 1788 e Pimentel con la redazione dei 35 numeri de “Il Monitore Napoletano”, preziosa rivista in cui commentò gli eventi della rivoluzione con accorate e vibranti parole. 

Di Eleonora (come la chiameremo da qui in poi) si sono occupati nel tempo Benedetto Croce, vari cronisti, Maria Antonietta Macciocchi, partigiana, scrittrice, giornalista, cineasti e Enzo Striano, autore de “Il resto di niente”, un bel romanzo ma in cui la sua figura è più una creazione letteraria che un ritratto storico. 

Antonella Orefice, storica napoletana, autrice di varie opere, esperta del Settecento partenopeo (nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli), ha pubblicato nel 2019 un saggio intitolato: “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editore) anch’esso vincitore di alcuni premi letterari. 

È un testo importante perché finalmente riesce, attraverso una meticolosa e rigorosa ricerca storica, a restituirci Eleonora al di là del mito e delle licenze poetiche di alcuni predecessori. 

Ne esce un ritratto commovente, intenso ma mai retorico. Eleonora fu una persona poliedrica. Nata in una nobile famiglia portoghese nell’elegante via di Ripetta come abbiamo detto a Roma (dove una targa la ricorda) si era poi trasferita a Napoli, che divenne di fatto la sua città. C’è anche una targa a Napoli nella Piazza Mercato, all’ingresso della Chiesa del Carmine Maggiore, dove venne impiccata il 20 agosto 1799 a 47 anni.

Antonella Orefice ricostruisce con passione la storia e l’atmosfera della capitale del Regno delle Due Sicilie dandoci un quadro assai vivido e dettagliato di una città pittoresca piena di contrasti. Napoli era allora la città più importante e popolata d’Europa dopo Parigi. 

Era meta di viaggiatori illustri come Johann Wolfgang Goethe fuggito sotto falso nome da Weimar, appassionati d’arte, poeti, avventurieri. C’erano stridenti differenze sociali: dalla ultra lussuosa corte del re Ferdinando, chiamato “il re lazzarone” e della sua dispotica moglie, Maria Carolina (che aveva la stessa età di Eleonora) al potentissimo clero, dalla nascente “borghesia” fino al sottoproletariato, il popolo dei vicoli e dei bassi. 

La descrizione e la storia di Napoli risulta essenziale nel libro per comprendere le dinamiche della rivoluzione. 

C’era infatti a Napoli un gruppo di intellettuali Illuministi che vennero chiamati poi giacobini dalla reazione che si riunivano attorno a Domenico Cirillo, Mario Pagano, Vincenzo Cuoco ed altri, avvocati, studiosi, letterati, appassionati di scienza, alcuni religiosi e giovani di idee libertarie che provenivano da tutto il meridione. 

Orefice ricostruisce queste personalità facendo il ritratto di una gioventù emancipata e, a mio avviso, di maggior spessore morale dei capi rivoluzionari francesi. 

La madre di Eleonora aveva fatto impartire alla figlia un’educazione avanzata rispetto a quella delle altre ragazze della sua classe sociale che aveva sviluppato il suo talento naturale per la letteratura. La sua era una famiglia relativamente benestante: Eleonora poté studiare con dei precettori il latino, il francese e l’inglese (cosa assai rara allora). Divenne una poetessa ammirata, ebbe anche una corrispondenza epistolare con l’anziano Voltaire che le avrebbe dedicato un sonetto e con Metastasio, il grande autore di libretti d’opera e riformatore letterario. 

Venne quindi ammessa nella prestigiosa Arcadia, la nota accademia di artisti e poeti che usavano bizzarri pseudonimi e che era aperta anche alle donne; e, nello stesso periodo, fu accolta a corte e stimata dalla regina austriaca che la nominò sua bibliotecaria. 

Tuttavia la sua vita cambiò drasticamente quando venne a mancare la madre e venne combinato un matrimonio con un militare. Un pessimo marito, violento, prepotente, mendace. Eleonora perdette anche un figlio di pochi mesi, a cui avrebbe dedicato toccanti poesie, a causa del vaiolo che nel secolo aveva procurato gravissime epidemie. 

Orefice ci accompagna nel ritratto veritiero di questa donna che divenne una delle figure di spicco della rivoluzione e anche la prima giornalista italiana. Eleonora credeva nell’uguaglianza, nella libertà, nella giustizia sociale. Manterrà una fede cristiana interiore e non di apparenza. 

La Rivoluzione Napoletana del 1799 è considerata l’unico esempio di rivoluzione pre-socialista riuscita nel secolo in Italia. 

La cosa affascinante è che un gruppo relativamente piccolo di rivoluzionari riuscì a tener testa ad una potentissima monarchia. 

Sostenuta abbastanza ma non troppo dai francesi, riuscì ad approvare alcune riforme ma venne spietatamente repressa da un’armata di briganti e contadini capitanata da un potente vescovo, dall’ammiraglio Nelson, partner della bellissima Emma Lyon che aveva fatto innamorare non solo lui ma, sembra, anche la regina. La tragica repressione non riguarderà solo Napoli ma anche molti paesi del sud e del centro che avevano aderito ai moti. Orefice ci racconta le efferatezze di questa armata che ebbe la spudoratezza di chiamarsi della Santa Fede al servizio dei reali fuggiti in Sicilia e che distrusse il sogno umanitario di una generazione. Non riuscì però a distruggere i loro ideali. 

Il libro ha il grande pregio di essere scritto in modo scorrevole, avvincente, e quindi non è solo un’opera per gli addetti ai lavori ma risulta assai gradevole e comprensibile anche per quei lettori meno ferrati in storia. Fa anche parte di quella ricerca incominciata negli anni ’70 che riguarda le donne per troppo tempo assenti o escluse dai manuali. 

Chiediamo a Antonella Orefice di raccontarci qualcosa di questo lavoro:

Che cosa ti ha spinta a scrivere su Eleonora?  

Eleonora è entrata nella mia vita da quando ne scoprii il nome per la prima volta in un libro del liceo e da allora non l’ho più dimenticata. Sono quelle cose che appartengono ai misteri della vita e di cui col tempo ne divengono parte. Una volta acquisiti gli strumenti dello storico ho iniziato a fare ricerche su di lei, prima quelle bibliografiche poi quelle archivistiche. Col tempo mi è divenuta cara come un’antica persona di famiglia che mi veniva in soccorso soprattutto nei momenti difficili. Il suo esempio di donna mi ha dato la forza di superare tante avversità. Cercarla e scrivere per lei è divenuta una missione da compiere.

Quando Eleonora chiese la separazione dal marito portando però la sua vita privata in tribunale fece un’azione che, mi sembra, ha qualcosa da insegnare anche alle donne di oggi. Che cosa ne pensi? 

Fu un atto di forte coraggio, il prezzo della libertà. Allora il divorzio per una donna appariva un’azione vergognosa, ma lei riuscì a superare quei malevoli giudizi e le conseguenze con una fermezza di spirito che le era propria. È un atto di coraggio che tutte le donne sopraffatte dagli uomini dovrebbero emulare per rompere le catene e non finire vittime di uomini violenti. La forza non è una prerogativa maschile. Il mondo è pieno di uomini narcisisti che trascinano le donne in legami tossici. Cercano di sminuirle, indebolirle, disarmarle, e che di fronte all’abbandono reagiscono con violenza, fino ad ucciderle. Il più delle volte è l’autonomia economica che manca alle donne per riscattarsi, ma non è solo questo. Il continuo logorio fisico e mentale attecchisce nella mente e nell’anima delle vittime caratterialmente più deboli e recuperare l’autostima non è facile. Ma non è impossibile. La forza va cercata innanzitutto in se stesse e soprattutto al di fuori di certi contesti che non lasciano vedere vie d’uscita. Eleonora lo fece allora e cercò di offrire la sua riconquistata libertà a tutto un popolo. Ma allora i tempi non erano ancora pronti. Ora si. Ora si deve.

Anche se ci sono pochi elementi storici cosa pensi del rapporto umano tra Eleonora e la regina Maria Carolina che sembrano due personaggi opposti? 

Credo non ci sia mai stato un rapporto umano tra loro. Eleonora fu la sua bibliotecaria, sperò di vedere attuate delle riforme sociali, sperò tanto, ma invano perché la sua idea di libertà e democrazia richiedeva dei presupposti completamente diversi. Un monarca crede di essere un dio in terra e mai potrebbe accettare una sovranità popolare.

Nel 2011 hai fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui sei direttrice. Quali sono gli intenti della rivista? 

La finalità è essenzialmente quella di diffondere cultura, l’unica arma capace di rendere le persone libere.

Antonella Orefice, storica, nata a Napoli. Laureatasi in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, si occupa di ricerche storiche relative al 1700 e 1800 napoletano. Tali studi hanno ricevuto il premio per la ricerca storica con la pubblicazione del lavoro da parte dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, conferito per le opere “La Penna e la Spada” del 2009 ed “Il Pantheon dei Martiri del 1799” del 2012. Nel 2011 ha fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui è direttrice. Per i suoi studi nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli. Ha pubblicato molti studi ed articoli importanti che non possiamo citare tutti per ragioni di spazio ma tra i quali segnaliamo: Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799, Roma, Salerno Editrice, 2019; Le Austriache. Maria Antonietta e Maria Carolina, sorelle regine tra Napoli e Parigi, Roma, Salerno Editrice, 2022; Tra le mani del boia. Tre secoli di pena capitale a Napoli dai Vicerè ai Savoia (1536-1862), Napoli, Editoriale Scientifica, 2023; Le regole dell’Accademia degli Oziosi e il Fondo Libri proibiti dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», CXLIII, 2025. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Storie parallele: ancora sull’Iran, di Francesca Chiesa

Ultimamente stiamo assistendo a un crescendo di tensione tra Stati Uniti e Iran. Atmosfera che mi fa ricordare una affermazione di Giles Deleuze, uno tra i padri dello strutturalismo francese: “Compie atto meritorio, chi individua una struttura”.

In questi mesi di sovvertimento di tutti i consolanti luoghi comuni in cui il mondo occidentale si è crogiolato dalla seconda guerra mondiale in poi, forse non è senza significato sforzarsi di capire quanto ci sia di antico nella storia contemporanea.

I fatti che seguono possono contribuire a chiarirci le idee sulla supposta rusticità dei nostri cugini d’oltre oceano. Partiamo da un modello di riferimento, astratto, come si conviene.

Lo Stato X vuole colpire lo Stato Y e per farlo distrugge il suo edificio più rappresentativo; a distanza di qualche anno Y organizza una spedizione punitiva nei confronti di X; il capo di Y, insieme ai suoi strateghi più abili e affidabili, cura l’aspetto organizzativo e poi sparisce dalla scena, sostituito dal figlio che porterà a termine l’impresa. 

E ora lo applichiamo.

Filippo e Alessandro

Atene, 480 a.C., settembre. Serse, ha invaso la Grecia in aprile e in agosto ha subito lo scacco delle Termopili. In settembre prende Atene e si vendica, o forse scarica la sua rabbia, dando fuoco all’Acropoli. Il luogo più sacro, dove verrà successivamente costruito il Partenone.

Trascorrono 154 anni. Nel 336 a.C. Filippo di Macedonia, che si è ormai assicurato il controllo della Grecia, proclama di voler vendicare l’insulto di Serse ad Atene e annuncia che guiderà una spedizione punitiva in Persia. Filippo lavora insieme ai suoi uomini più fidati: Attalo, suo cognato, Parmenione e Filota figlio di Parmenione. Quando è tutto pronto, Filippo viene assassinato. Da un sicario? Da un rivale? A guidare la spedizione. – vittoriosa come ben sappiamo – fu il figlio Alessandro accompagnato e assistito da Attalo, Parmenione e Filota.

Bush, padre e figlio

New York, 2001, 11 settembre. Storia più che nota. Aerei di linea americani vengono dirottati e portati a schiantarsi contro le cosiddette “Torri Gemelle”, sede del Word Trade Center, e il Pentagono ad Arlington, in Virginia. Simboli del potere statunitense: controllo dei commerci e delle guerre. È il primo anno di presidenza di George W. Bush, il Figlio.

Della vendetta si occupa George H.W.Bush, il Vecchio. Nel suo periodo di presidenza (1989-1993) ha vagliato e testato a uno a uno gli uomini di cui c’è bisogno: i generali Norman Schwarzkopf e Colin Powell, al suo fianco durante la Prima Guerra del Golfo del 1991. Gli stessi uomini saranno a fianco del figlio nel 2003, in occasione della Seconda Guerra del Golfo. Accanto a loro Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa, che nel 1997 aveva creato il Centro di Ricerca “Project for the New American Century”, per la messa a punto di un progetto di guerra lampo in Iraq. Insieme a lui Dick Cheney, già Segretario della Difesa di Bush Sr., vicepresidente con Bush Jr.

Tutti gli uomini del primo Presidente Bush, per far vincere la guerra al secondo Presidente Bush. La quale guerra inizia il 20 marzo 2003 e termina il 18 dicembre 2011, con l’insediamento di autorità irachene gradite al Governo statunitense. 

Padri e figli, un successo di accoppiamenti a specchio, tra Pella e Washington. Storie complesse, allora come ora. A noi conviene rimanere tra XX e XXI secolo, per dare conto di  pochi altri fatti. 

Un amore, un film, un modello di insurrezione popolare

Chiediamoci, per cominciare, perché le due Guerre del Golfo non hanno interessato in alcun modo l’Iran, paese in cui dall’undici febbraio 1979 è al potere un regime che ha come parola d’ordine Morg bar Amrikā/Morte all’America. 

Dunque. Pochi mesi dopo l’instaurazione del regime islamico, il 4 novembre 1979 gli studenti islamici incitati da Khomeini assaltano l’ambasciata statunitense e prendono in ostaggio 52 persone. Il momento sembra scelto con la massima accuratezza. Un anno esatto dopo, le elezioni presidenziali negli  Stati Uniti registrano un risultato non comune: il presidente democratico uscente, Jimmy Carter, non ottiene la riconferma. Vince il repubblicano Ronald Reagan, ex attore. Il giorno del suo insediamento, 20 gennaio 1981, Khomeini rilascia i prigionieri americani che l’amministrazione Carter ha cercato invano di liberare.

È amore. Che si consolida tra il 1985 e il 1986 con l’affair Iran-Contra. In sintesi: sette ostaggi statunitensi sono nella mani di Hezbollah che, come ben sappiamo, è legato all’Iran; gli USA vendono armi all’Iran, su cui vige un embargo; il ricavato della vendita finanzia l’opposizione violenta dei Contras in Nicaragua.

Detto questo, il film.

Nel 2004 esce nelle sale Alexander di Oliver Stone. Il film narra la campagna di Alessandro, dalla Grecia all’Asia, e il suo culmine con la sconfitta di Dario III a Gaugamela, oggi Gomel nel Kurdistan iracheno. Dopodiché Alessandro torna a Babilonia e muore. In tutto il film l’Eroe non ha mai messo piede nella Persia vera e propria. 

Ovvero: l’Iran non si tocca, è un Paese amico. A questa fa seguito una storia che potremmo chiamare Il Bazar e le sue rivoluzioni.

Il Bazar, in Iran, rappresenta storicamente il cuore dell’economia, della società e quindi anche della politica. È il bastione, la garanzia, la radice da cui trae linfa il Paese.

Detto in soldoni: ogni volta che nella storia moderna dell’Iran la situazione politica ed economica è apparsa senza via d’uscita, i Signori del Bazar si alleano con le fazioni più determinate del clero, e cambiano il regime. Con un aiuto esterno.

È accaduto nel 1953, quando fu necessario far cessare il governo Mossadeq. Ricordate, quello che aveva nazionalizzato il petrolio, con l’unico appoggio dell’ENI di Mattei. Fu rovesciato dai bazarì, con l’aiuto del clero e degli USA. Inviato speciale per la cosiddetta Operazione Aiax fu Kermit Roosvelt Jr., nipote di Theodore Roosvelt.

La scintilla che ha fatto divampare la rivoluzione di Khomeini fu probabilmente la decisione dello Shah di prendere il controllo del commercio, favorendo tra l’altro l’apertura di supermercati e centri commerciali. Il Bazar, manco a dirlo, si ribellò e l’Ayatollah dovette lasciare il suo confortevole rifugio in Francia. Arrivato all’aeroporto Mehrabad, alla domanda “Cosa provi tornando in Iran?”, rispose “Ic-ci/Niente”.

Le manifestazioni sempre più violente e insanguinate che sono ora in corso in Iran, hanno avuto origine nel Bazar di Teheran, come c’informano i nostri notiziari.

Letture consigliate: Vite parallele di Plutarco e Mossadeq di Stefano Beltrame

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

“Ricette Letterarie”: Crema gialla e savoiardi di Gustave Flaubert, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la ricetta della crema gialla coi savoiardi, citata in Madame Bovary, il capolavoro di Gustave Flaubert, pubblicato a puntate sul giornale «La Revue de Paris» nel 1856. Il pranzo nuziale di Emma e Charles con piatti rustici e banali delude le aspettative di Emma che sognava raffinatezze aristocratiche, prefigurando già il fallimento del matrimonio.

*** Crema gialla e savoiardi di Gustave Flaubert ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Testo estratto da Madame Bovary, edizione Classici Bompiani. Traduzione di Marco Cavalli.

“Grandi piatti di crema gialla che ondeggiavano al minimo scossone della tavola presentavano, disegnate sulla loro superficie liscia con arabeschi di confetti, le iniziali dei novelli sposi. Per le torte e i torroni era stato mandato a chiamare un pasticcere di Yvetot. Poiché era la sua prima volta in paese, aveva fatto un gran lavoro; fu lui in persona a servire, a fine pranzo, un piccolo capolavoro che suscitò grandi esclamazioni di meraviglia. La base era un quadrato di cartone turchino raffigurante un tempio con tanto di portici, colonnato e statuette di stucco tutt’intorno […]; al secondo piano, poi, si ergeva un torrione di savoiardi […]; infine, sulla piattaforma superiore […] un amorino si dondolava su un’altalena di cioccolato”.  

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Ricette Letterarie: Crema gialla e savoiardi di Gustave Flaubert

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Due strati di gustosa Crema Pasticciera al Mascarpone, separati da biscotti Savoiardi intinti nel caffè della Moka. Un dolce dal gusto di Tiramisù, dove il problema della pastorizzazione dei tuorli è risolto dalla Crema Pasticciera.

Nota: per preparare i Savoiardi serve una planetaria dotata di frusta o un frullino elettrico.

Ingredienti

per una pirofila di medie dimensioni (dosi per 6 persone)

Per la Crema Pasticciera

  • 5 tuorli d’uovo da uova di taglia M
  • 125 g zucchero bianco semolato
  • 50 g amido di mais (Maizena)
  • 500 g latte fresco
  • Un tappino di estratto di vaniglia

Per i Savoiardi (20 circa)

  • 3 uova
  • 75 g zucchero semolato
  • 50 g farina per dolci
  • 30 g fecola di patate (per un biscotto leggero e non elastico)
  • Un tappino di estratto di vaniglia
  • Zucchero semolato e zucchero a velo q.b. per spolverare

Per la finitura

  • 400g Mascarpone fresco
  • Il caffè di una moka da 8 persone
  • Cacao amaro per spolverare o 50g di cioccolato fondente grattugiato 

Procedimento 

Come prima cosa preparate la Crema Pasticciera. Poi cuocete i Savoiardi e preparate la Moka.

Per la Crema Pasticciera 

Mettete in congelatore una ciotola dove mescolerete la crema dopo la cottura. Poi sgusciate le uova e separate i tuorli dagli albumi. Gli albumi non servono, riponeteli in frigorifero per un’altra preparazione.

  1. In una ciotola capiente sbattete i tuorli con lo zucchero e l’estratto di vaniglia. Utilizzate una frusta.
  2. Aggiungete poco per volta l’amido di mais, sempre sbattendo con la frusta, fino a ottenere una pastella liscia.
  3. Versate con attenzione il latte sulla pastella e mescolate fino che il composto diventa molto liquido e uniforme.
  4. Versate il liquido così ottenuto dentro una casseruola dal fondo spesso e cuocete la crema sul fuoco medio sbattendola continuamente con la frusta.
  5. Appena sentite che la crema si addensa (ve ne accorgete perché il composto inizia a diventare giallo) prendete la ciotola che avevate riposto in freezer e versateci dentro la crema calda. Ora mescolate la crema con vigore.
  6. Chiudete la crema con la pellicola trasparente a contatto con la sua superficie (per evitare che si formi una pellicina e che assorba odori indesiderati) e fatela raffreddare in frigorifero mentre preparate i Savoiardi.

Per i Savoiardi

Prima di iniziare preparatevi due teglie da forno coperte con carta forno ben aderente al fondo (inumiditelo).

In una ciotola setacciate farina e fecola. Poi sgusciate le uova e separate i tuorli dagli albumi.

Preparatevi un sac à poche dotato di bocchetta liscia da 12 millimetri.

Infine preriscaldate il forno a 180ºC.

  1. Iniziate a montare gli albumi in planetaria con la frusta oppure utilizzando il frustino elettrico. Dopo le prime girate aggiungete circa il 10% dello zucchero. Continuate a montare. Quando la schiuma inizia a formarsi, unite il restante zucchero e continuate a montare.
  2. Nel frattempo mescolate i tuorli con l’estratto di vaniglia. 
  3. Quando la schiuma di albume è diventata bianca e spumosa aggiungete i tuorli a filo, continuando a montare a media velocità fino a ottenere una schiuma consistente.
  4. Ora aggiungete metà farina e fecola setacciate insieme. Poco per volta, mescolando sempre a media velocità.
  5. Quando il composto forma solchi profondi versatelo subito nel sac à poche e formate bastoncini lunghi 8/9 centimetri, distanziati fra loro.  Cospargeteli di zucchero semolato e zucchero a velo.
  6. Cuocete i Savoiardi in forno caldo a 180ºC per 10 minuti.

Assemblaggio

  1. Disponete i biscotti su un piatto e versate in una ciotola il caffè della Moka.
  2. Mescolate la Crema Pasticciera ormai fredda con il Mascarpone, utilizzando una frusta.
  3. Preparatevi una bella pirofila da portare in tavola. Non troppo grande.
  4. Assemblate il dolce immergendo i Savoiardi nel caffè e ricoprendoli di crema. Fate due strati. Io ho utilizzato il sac à poche dotato di bocchetta liscia da 8 millimetri per fare degli spuntoni di crema, ma potete semplicemente spalmarla sui biscotti.
  5. Come tocco finale cospargete la superficie del dolce con cacao amaro o cioccolato fondente grattugiato (che non viene assorbito e resta intatto più a lungo).

Buon appetito!

Jon Fosse: “Vaim” (trad. Margherita Podestà Heir, La nave di Teseo, 2025), di Gigi Agnano

Jon Fosse e la poetica del silenzio

Ci sono lettori che, finché non incontrano le pagine di un determinato autore, avvertono come una mancanza sottile ma insistente. Nonostante il Nobel del 2023, ero tra quelli che non avevano avuto il coraggio di affrontare il norvegese Jon Fosse, intimorito dalla sua fama di scrittore metafisico, “sacrale”, criptico e dalla mole piuttosto impegnativa del suo capolavoro, “Settologia”, articolato in sette parti e uscito in tre volumi. Negli ultimi tempi sto recuperando il ritardo e l’esperienza diretta della pagina mi conferma quanto sia elettrizzante la letteratura quando non ha neanche più bisogno delle parole e arriva alla sua essenza silenziosa. Così sono approdato a “Vaim”. Pubblicato ad ottobre scorso in Italia da La nave di Teseo e concepito per essere la prima tessera di una trilogia ambientata in un paese immaginario della Norvegia, “Vaim” è un romanzo breve, perfetto per un primo approccio alla poetica fossiana. 

Come scrive Fosse? Proviamo a farcene un’idea dall’incipit:

“E così, ho detto, eccoci qua, ho detto accarezzandomi la barba, questa barba ormai ingrigita, giovane non lo ero più da un pezzo ma neppure anziano, in là con gli anni si sarebbe potuto dire, sì, un uomo in là con gli anni, né più né meno, e tra non molto sarebbero finiti anche questi viaggetti a far baldoria a Bjørgvin, tanto che senso aveva andarci, restare ormeggiati alla banchina del Molo di Bjørgvin, passare il tempo seduto nei bar e nei caffè, sì, soprattutto al Pennuto, come chiamavano il locale, ma anche al Mercato Coperto e all’Ultima Barca, e alla Caffetteria – senza mai fare nient’altro se non bazzicare posti come quelli o restarmene chiuso nella cabina della barca, […]”

Inizia così il primo di tre monologhi interiori, che si dilatano su poco più di cento pagine prive della macchia di un punto. Sono tre modulazioni diverse di un solo brano di musica iterativa che si diffonde rarefatto ipnotizzando l’ascoltatore. Le ripetizioni, le pause, i silenzi, ereditati dal Fosse drammaturgo e poeta, sono l’anima del testo, hanno uno spazio narrativo immenso e più efficacia delle parole stesse. Il lettore si abbandona al fluire della frase come i protagonisti si consegnano al destino delle loro coscienze flebili. Se in Settologia c’è un’unica voce narrante, qui i narratori sono tre, uno per ciascuna delle parti di cui si compone il romanzo; tre esistenze alterate, ferite e scosse dal passaggio di una donna, Eline, imprevedibile e determinata, vero fulcro dei loro racconti.

Nella prima parte parla Jatgeir, un pescatore solitario che da quand’era ragazzo non ha mai smesso di amare Eline senza mai trovare il coraggio di dichiararsi. Ha chiamato “Eline” anche la barca dove passa gran parte della sua vita. Lo seguiamo mentre attracca nel porto della città di Bjørgvin (Bergen) per comprare, a un prezzo che si rivelerà esorbitante, un ago e una spoletta di filo nero. Decide quindi di spostarsi verso il porticciolo di Sund, dove, dopo essere stato fregato una seconda volta, pensa di passare la notte a bordo. E, mentre sta per addormentarsi, nel buio, si sente chiamare dalla banchina proprio da Eline, l’amore mai dimenticato della sua vita che non vede da anni. Ha con sé una valigia e vuole andarsene subito via con lui per allontanarsi definitivamente dal marito. I due salpano la sera stessa e andranno a vivere insieme a Vaim. Potrebbe sembrare una storia d’amore a lieto fine e invece l’uomo è confuso da mille dubbi…

Il secondo capitolo tocca a Elias, l’unico amico di Jatgeir. È passato molto tempo dall’arrivo di Eline a Vaim e, dall’inizio della convivenza con il pescatore, i due amici non riescono più a incontrarsi. Elias può solo limitarsi ad osservare da lontano i cambiamenti nella vita di Jatgeir a causa della presenza della donna. Un giorno Elias sente bussare alla porta. Apre, gli sembra che non ci sia nessuno, finché ad un tratto gli appare Jatgeir, cosa che in seguito si rivelerà impossibile perché l’uomo è stato trovato annegato ben prima della sua apparizione. C’è un che di spettrale e di inquietante come in un racconto di Poe, un’eco delle storie di fantasmi – M. R. James o Edith Wharton – che sarebbe piaciuta a Borges…

Elias saluta l’amico morto:

“e alzo il braccio e lo saluto con un cenno della mano e lui alza a sua volta il braccio e ricambia il saluto e quasi con gioia mi dice che adesso sta bene e io, mentre cammino lungo la strada di Vaim, alzo la mano e faccio un saluto rivolto al cielo, verso il punto dove sento che si trova Jatgeir, e tutto mi sembra così giusto, chissà cosa penserà chi mi vede compiere quel gesto, ma tanto non c’è nessuno che sta guardando, be’, sì, a parte Jatgeir

Allora addio, Jatgeir, dico

E grazie per tutti i momenti che abbiamo trascorso insieme, dico

e vedo Jatgeir, vedo la sua mano e il suo braccio dissolversi nel cielo scuro”

Nella terza e ultima parte è Olav, il marito abbandonato nel primo capitolo, che ricorda l’incontro anni prima in una taverna con Eline (che in realtà si chiama Josefine e che comincerà a chiamarlo Frank… tutti i nomi in Fosse sono incerti come riflesso di personalità labili). Quell’incontro gli ha cambiato la vita perché la donna prima lo ha convinto a sposarla, poi lo ha lasciato per andare a vivere a Vaim con Jatgeir, salvo ritornare infine a casa da lui alla morte dell’uomo con cui era fuggita. Nel repertorio dei ricordi di Olav/Frank, l’immagine del peschereccio che si stacca dolcemente dalla terraferma e comincia a navigare nel mare calmo – “come se una pace si posasse su tutto” – è pura poesia. Prima di morire Josefine/Eline gli ha lasciato l’impegno di seppellirla accanto a Jatgeir ed Elias…

Fosse maneggia la realtà – la realtà che “galleggia su un mare di sogni” – con una delicatezza singolare. Non la aggredisce, non la seziona, non si arma di forchetta e coltello per nutrirsene. È un ascoltatore discreto che si fa da parte per liberarsi dei suoi personaggi, indietreggia e aspetta che emergano attraverso la scrittura. Scrittura che è come l’amore raccontato in queste pagine: funziona meglio con la distanza (una forma dell’impersonalità teorizzata da T. S. Eliot?). Siamo agli antipodi dell’autofiction, tendenza imperante della narrativa contemporanea e terreno di coltura di un’altra colonna della letteratura norvegese, quel Karl Ove Knausgård dall’io invadente, che peraltro è stato suo allievo.

Sono piccole storie evanescenti, intrise di quotidianità e di solitudine, scritte in una lingua, il nynorsk, parlato da poco più di mezzo milione di norvegesi. Racconti ambientati in microcosmi sperduti nella natura, come in una sorta di wilderness norvegese alla Faulkner: “Quel suono, quel ritmo della natura lo incarno in qualche modo in tutto ciò che scrivo. La musica della mia prosa e delle mie poesie è collegata a quel paesaggio”, ha detto in un’intervista. Narrazioni abitate da uomini sfocati e silenziosi, vittime impotenti del destino; personaggi avvolti nelle brume di un fiordo dove sotto la superficie di un mare apparentemente calmo si agitano correnti insidiose e imprevedibili. Storie narrate con una prosa bisbigliata, minimalista, decisamente beckettiana, con un timbro da dormiveglia, capace di incantare e travolgere il lettore con la sua vena misteriosa e melanconica. Se “assurdo” è l’attributo dell’opera di Beckett, nell’universo di Fosse la  parola ricorrente è “strano”: “tutto era strano, sì, e sulla mia lapide, se dovessi riassumere la mia vita, potrebbe essere inciso proprio questo, sì, tutto era strano”. Tutto pare insolito anche al lettore al termine di “Vaim”; quella “strana” bellezza dà un brivido alla schiena, ti resta sul groppone ed è solo uno degli aspetti della rara grandezza di Fosse.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Rade Jarak: “Deserti – Fiction autobiografica” (Ed. Carthago, trad. Suzana Glavaš), di Rita Felerico

Rade Jarak: lo scrittore croato che è allo stesso tempo tutti e nessuno

“Di tutto ciò forse la cosa più importante è ricordare che il tempo ha un suo mistero, sebbene esso per un attimo possa sfuggirci di mano. Un giorno sicuro ce ne ricorderemo”, scrive Rade, perché siamo fatti anche di passato, ovvero di tutto ciò che è accaduto nonostante noi. Le pagine del libro attraversano l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza del nostro autore, i percorsi di formazione, i dubbi, le emozioni, le sensibili fragilità, con uno stile e una modulazione tutta di Rade; entra nei ricordi, nelle immagini di fotografie ingiallite che ancora sprigionano luce di esistenze, nel legno dei mobili delle case, negli oggetti con i quali convive, nell’odore dei cibi, nei panorami che si stagliano dalle finestre.

Raccontandoci di un secolo senza definirlo, Rade narra la verità sulla nostra dimensione, in opposizione a quella euclidea, la verità che la scienza non aveva ancora raccontato, quella che scopre osservando le mappe dello zio, immaginando di viaggiare in Paesi sconosciuti e tutti da scoprire ma legati da una unica, sola atmosfera. “ Avevo la sensazione di uscire da una mera astrazione della mappa e di poter materializzare in un vorticoso attimo, tutte quelle astratte lontananze in ogni metro, in ogni centimetro, in ogni granello di sabbia del deserto……E poi là dentro c’era di tutto, c’erano immagini di mille città..”.

Ad unire città e Paesi, uomini di  ogni razza c’è il mare, il Mediterraneo, il suo colore blu non riproducibile neppure se si prova  a mischiare ogni sfumatura o tono di azzurro, quel mare di onde nel quale la fanciulla ‘nuotatrice’ di Rade va ad immergersi, un moto che con movimenti, gesti semplici la ragazza scalfisce. “Non vogliamo fare il bagno con te, perché schizzi”, dice a Rade . Ma Rade è un cittadino del Mediterraneo.

Abitare il Mediterraneo è essere coinvolti e vivere spazi, emozioni, colori, dolori, sapendo di condividerli in un linguaggio, quello del mare e  in immagini che intrecciano umori, profumi, sapori, segni, parte di un sapere collettivo che sopravvive ad ogni tentativo di prepotente violenza tesa a sopprimere e cancellare una realtà che per la sua bellezza, le sue ferite, rende muti e silenziosi. Riconoscerla  è un antidoto alla sparizione, una medicina, una cura a quel costante desiderio di dare senso alle esistenze  e alle loro memorie. Rade Jarak è  un uomo del Mediterraneo.

Deserti – Fiction autobiografica, pubblicato nel 2023 da Carthago-edizioni, dalla indovinata copertina – che riproduce un  quadro di Carmelo Zaffora, il Sigillo del Mare, sintesi delle atmosfere che il libro dona, quel cappello dietro al quale si immagina lo sguardo rivolto verso l’orizzonte sognante del mare –  è un romanzo aperto sulla vita di un ragazzino e poi uomo cresciuto sulle rive del mare Mediterraneo, abitando paesi e villaggi in parte spariti, ma ricchi di antiche tracce di storia incastonate nei borghi antichi, di leggende, di fantasmi che prendono vita dai racconti e dalla memoria degli anziani.

Rade, appassionato protagonista delle storie, comunica con toni semplici ma intensi, con sillabe evocative, contenute in uno stile mai gridato, quasi discorsivo, quasi sommesso, anche quando scrive di paura, di timore, di angosce o quando affronta una varietà di temi, da quello dell’identità a quello dei sentimenti dell’adolescenza, da quello degli  amori rubati e immaginati a quello della famiglia, ai ricordi delle storie familiari, dagli oggetti che popolano i luoghi  misti e incrociati con quelli deformati dalla fantasia, fino a richiamare lo sfaldamento umano della guerra.

La descrizione del parco, del labirinto di verde, è una reale parallela descrizione della vita che appariva ai suoi occhi : “ Ah quel giardino! Era un meraviglioso caos! Per me una vera e autentica foresta magica,un castello incantato dalle mille porte ed altrettante camere, ma senza vie d’uscita”. Descrivere sé stessi e la realtà che ti avvolge  è sempre molto difficile. La via di fuga di Rade è sempre il mare. Viaggia con il suo desiderio su quelle navi che lo solcano, anche se ridotte a vecchi legni marciti dall’acqua, ogni legno è un pezzettino di sogni, dice.

La vita scorre come tante inquadrature di un film, come una somma di deserti che non si riescono mai ad attraversare senza bruciarsi, deserti come simboli dei silenzi che definiscono le solitudini, la distanza dei corpi da ciò che si sente con il cuore che rischia di sparire nei labirinti delle assenze, delle lontananze. Rimangono i deserti e quel che resta delle città sconvolte e delle persone sconvolte dalla storia dei fatti : “ Eravamo due creature impotenti, ognuna nel proprio deserto, appoggiate l’una all’altra nella pena e per questo anche più vulnerabili, poiché oltre al proprio deserto, guardavamo, sentivamo, il deserto e la pena dell’altro”.

Il richiamo finale alla guerra e al dissolvimento di ogni sentimento di umanità percorre le ultime pagine del libro lì dove Rade confessa che dove c’è il mare in tempesta “lì è la mia patria… Grandi , assai grandi, sono i deserti in noi, nei nostri animi. Anche il mondo è un deserto”. E il tempo e gli anni ci sfuggono dalle mani e dal cuore. Ma da questo non dobbiamo farci impaurire.  

Tradotto in italiano dal croato con grande competenza e appassionato desiderio di includere Rade nei nostri cuori e immaginari, Suzana Glavaš   riesce ad essere lettrice attenta e interprete nello stesso tempo del suo linguaggio, con tale intenso sentimento da dar voce anche ai sensi e ai suoni inascoltati che si celano dietro le parole di Rade.     

Al prossimo romanzo.     

Rita Felerico 

Rita Felerico: laureata in Filosofia, giornalista pubblicista, counselor filosofico,  promotrice di manifestazioni e iniziative culturali, vincitrice di vari concorsi di poesia, è vice presidente dell’Associazione Peripli – Culture e Società Euromediterranee. Ha pubblicato sillogi poetiche, con Bibliopolis  DeSiderio con disegni dell’artista Lello Esposito, Invenzioni a due voci, editore Graus, con disegni del Maestro Riccardo Dalisi. Nudarsi, editore Turisa con disegni dell’arch. Aldo Capasso, Nudarsi – incroci di poesia -dialogo tra versi liberi e parole recluse, editore La valle del Tempo, Di impavida poesia, editore La Valle del Tempo e Del Tempo Trovare le Parole, editore La  Valle del Tempo, corredata da opere di artiste/i di vari Paesi. Presente in raccolte e collettanei, con saggi  (alcuni pubblicati da Homo Scrivens e da La Valle del Tempo) racconti, recensioni è docente presso le scuole estive dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Organizza dal 2009 gli incontri del Cafè Philo a Napoli e scrive di teatro su varie testate online.