Pablo Echaurren: “Il mio Baruchello” (Mauvais livres, 2025), di Edoardo Pisani

Vita da Echaurren

La biografia di un artista può anche essere la storia dei suoi maestri. Infatti si diventa artisti pure per tentativi falliti, per errori, per imitazioni ostinate ma sempre attente e rispettose, per frequentazioni e per ammirazioni. La biografia di Pablo Echaurren, uno degli artisti italiani più originali e eclettici, di un eclettismo che sa anche essere rivoluzionario, è intitolata al suo primo maestro, Gianfranco Baruchello (Il mio Baruchello, Mauvais livres, 2025). 

Tuttavia il Baruchello di Echaurren non può appartenere a tutti. Lo dice lui stesso: “Il mio Baruchello non sarà mai il vostro Baruchello. Questa è una certezza, una ricchezza.” E poco dopo aggiunge: “Non mi sono mai messo a fare ‘il pittore’. Non ho elaborato uno stile immutabile, un codice di riconoscimento immediato, una cifra da ripetere e replicare, da registrare come marchio di fabbrica. Non ho mai voluto essere inscatolato o imbarattolato per finire sullo scaffale del super-mercato estrogenato.” Sono parole forti, in un mondo nel quale gli artisti sogliono inchiodarsi alle croci delle loro supposte cifre stilistiche per essere accettati da un mercato spesso sordo e cieco ma sempre imperante.

Pablo Echaurren non è mai sceso a patti con i mercanti. La sua arte fugge da un capo all’altro di quell’immensa tela che è il suo estro: è libera e viva e perciò indomabile e mutabile. Il suo stile è sempre stato in rivolta (perfino contro se stesso) e non si è mai lasciato etichettare – e dunque abbindolare – da chicchessia. L’arte di Pablo Echaurren non può essere racchiusa in un barattolo, davvero: non è un passatempo per nababbi bramosi di innocue stravaganze da esporre nei loro salotti come fedeli cani tenuti al guinzaglio. 

Pablo Echaurren è anche uno scrittore di talento. I suoi libri sono pieni di giochi di parole, di calembour, di pernacchie al potere costituito, di prese per i fondelli di un certo modo di fare arte fin troppo ingessato e innocuo. Ciononostante finora – fino a questo libro: Il mio Baruchello – non aveva mai raccontato di come è diventato l’artista che è. Per la prima volta quindi abbandona il tono guascone e scanzonato dei libri precedenti e fa un omaggio al suo maestro, Gianfranco Baruchello, scrivendo anche un sentito memoir sulla propria gioventù artistica. 

In Il mio Baruchello Echaurren ci racconta degli anni Settanta, dei suoi capelloni, di Duchamp, delle sue letture caotiche e appassionate, di un padre che non è mai stato tale, del suo padre sostitutivo (Baruchello), degli indiani metropolitani, dei tanti fumetti che ha disegnato (strepitosi!), in definitiva del suo essere un artista emarginato e inclassificabile in un mondo culturale che tenta invece di etichettare e classificare ogni cosa al fine di addomesticare – peggio: di corrompere – l’arte e gli artisti. Ecco, la sua arte non si addomestica né si disinnesca: quelle di Pablo Echaurren sono bombe punk che non possono fare a meno di esplodere in faccia all’osservatore. Forse per questo i critici non amano parlarne.

Gianfranco Baruchello aveva uno studio nel quartiere di Monte Sacro, a Roma, che è stato anche il quartiere di Ennio Flaiano, “padre” di quel marziano che atterra a Roma con grandi clamori ma viene poi ignorato o deriso da tutti. Echaurren scrive: “Per non essere scambiato con un pittore consacrato, tutto basco e tavolozza, per sentirmi un marziano flaianeo rispetto a quei colleghi sempre preoccupati di non apparire abbastanza ispirati, per uscire dal recinto e non cadere nella trappola dello stile e della ripetizione, a un certo punto mi sono dato all’illustrazione e al fumetto. Quasi fosse uno sfregio all’onorabilità della casta.” E a pensarci è sempre in questa guisa, fuori dagli schemi e dalle caste, fugando la vacuità della ripetizione e l’ampollosità di ogni riconoscenza “critica”, che Pablo Echaurren è stato e rimane ciò che è: un ribelle, un punk, talora un irregolare arrabbiato, comunque un vero artista non da catturare ma da salvaguardare. Lasciamolo libero, quindi, pur tenendocelo stretto. Nell’arte i veri ribelli sono rari. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Gianni Denaro: “Armadio di famiglia” (Minimum Fax, 2026), di Loredana Cefalo

La sua raccomandazione non mi è affatto chiara, ma nell’immaginarmi sbraitante e instabile come mamma, un moto di terrore mi spinge a chiederle: – E quindi che devo fare? Vedo i suoi occhi dirigersi verso la copia de «Il mestiere di scrivere» che avevo, in precedenza, appoggiato per terra. Lo fa vistosamente, come se volesse accompagnare il mio sguardo – suggerirmi dove guardare. Quando anche io poso gli occhi sul libro, lei conclude: – Ne scriva.” 

Nella sua opera d’esordio, Armadio di famiglia (Minimum Fax), Gianni Denaro – designer di moda siciliano – compie un’operazione di delicata archeologia domestica. Non è solo un memoir, ma un ricalcato disegno stilistico che descrive gli interni di una famiglia cristallizzata, dove il destino dei personaggi non si legge nelle azioni, ma nelle pieghe dei vestiti, nella trama delle stoffe e nelle fotografie che fissano un’appartenenza a una vera e propria tribù.

Per Denaro, l’abbigliamento è l’unità di misura di tutte le cose. Significativo è l’episodio delle scarpe infantili, “copia sputata” di quelle del padre: un marchio di fabbrica, un’estensione del concetto meridionale di famiglia come possesso e identificazione.

Il romanzo adotta il tono di una cronaca storica che resta sugli oggetti, scoprendo che proprio lì, sulla superficie delle cose, si è depositata la verità. Denaro scrive come se scattasse una polaroid, sollevando quel sottile “velo di polvere” che protegge e nasconde il non detto. 

​Il linguaggio gioca un ruolo fondamentale. Il siciliano stretto, da cui il protagonista tenta di affrancarsi durante gli anni universitari a Roma, emerge nelle battute fulminanti della nonna o della madre. Termini come “reclamata”, per descrivere una donna troppo appariscente, diventano neologismi di un’educazione discriminante, capace di definire l’altro in una sola parola.

Il protagonista si muove in un perenne stato di inadeguatezza, una voce narrante che osserva ma non aggredisce, che soffre senza mai urlare. 

Il legame con la madre è un filo di seta, sottile e malinconico, che unisce due solitudini inscindibili. Proprio questo filo sottile è il cuore del racconto, un rapporto che descrive la depressione, non per diagnosi, ma per immagini: i pomeriggi passati a dormire su una poltrona davanti alla porta del negozio, esposta allo sguardo imbarazzato dei passanti, o il peso soffocante di una cascata di abiti che scivolano dall’armadio. La riflessione su come questa “inabilità alla vita” sia diventata un’eredità genetica è molto chiara, portando il protagonista a rintanarsi nello stesso perimetro domestico, tra il desiderio di proteggere la madre e la vergogna per la sua fragilità.

​Anche quando riesce fisicamente a staccarsi per andare a Roma, studiare e cambiare vita non serve a sciogliere questi nodi. Denaro ci ricorda che la distanza è un’illusione se non si risolvono le dipendenze affettive. 

La sua scrittura, riflessiva e discorsiva, agisce come una seduta psicologica o una didascalia a margine di un album di famiglia: cerca di capire se sia possibile, attraverso la parola, ricostruire un ricordo o, finalmente, se stessi.

Armadio di famiglia è  un libro che parla a chiunque si sia sentito un “figghij compl’cat”, a chi ha cercato nella cultura una via di fuga. Con uno stile che mostra le immagini, ma sempre molto misurato, Denaro trasforma l’armadio di casa in un confessionale, dimostrando che la letteratura può forse “costruire una madre dal niente”, ma soprattutto può insegnare a riconoscerci nelle ombre di chi ci ha preceduto e ad affrancarci da esse.

Sabato 7 marzo alle 18.30 Gianni Denaro è a Roma alla libreria Spazio Sette. Intervengono Ilaria Camilletti, Barbara Ruiz e Giulia Angeli. Di seguito il link della presentazione:

https://www.minimumfax.com/event/gianni-denaro-a-roma-2026-03-07-2013/register

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Veronica Raimo: “Non scrivere di me” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Ognuno si salva da soloLa scomposizione di un falso mito nella letteratura di Veronica Raimo

S. non vuole essere salvata da sé stessa, da quell’identità ridotta a un’iniziale puntata, a una negazione, Non scrivere di me. S. è quella negazione, o forse ci è diventata. Non vuole sentirsi sbagliata per questo, non vuole vedere negli occhi degli altri, delle sue amiche più strette, del suo ex fidanzato, di quello ancora prima, preoccupazione. Ma preoccupazione, per cosa? A trentacinque anni compiuti, un lavoro da cameriera, l’interruzione volontaria della scrittura, delle sue poesie, della tesi, di tutto, S. riavvolge il nastro. Quello che potrebbe sembrare a tutti, anche a loro, ai suoi cari, un autosabotaggio risulta più che altro un diritto invocato, non troppo lontano all’eutanasia. S. vuole smettere di soffrire, ma non può smettere di dimenticare ciò che l’ha portata a tale sofferenza, o, meglio, ciò che l’ha incarnata. Dennis May è un regista in erba, talentuoso, carismatico, ombroso, indubbiamente calamitante. S. non se ne invaghisce, se ne ossessiona. E come si può interrompere non più un piacere superficiale, nemmeno sottocutaneo, ma quel qualcosa che diventa totalizzante, che fagocita, ingurgita, avido, ogni parte di sé? Tutto sembra precipitare in un pozzo senza fondo, scale infinite che percorriamo insieme alla protagonista. Il primo incontro, il primo invito, le prime lusinghe, i primi sospetti. Più la situazione le sfugge di mano, più Dennis si rende impalpabile, inafferrabile, più S. vede solo e soltanto lui. Non più il fidanzato premuroso, Gionata, non più l’amica, Chiara, solo Dennis, e ciò che lui potrebbe essere, e con ogni probabilità non sarà mai. Ma fin dove si può spingere l’atrocità? Fin dove quella rivolta a sé? Fino a che punto ci si può annullare per essere assorbiti da un’altra presenza, da un’altra luce? Fino a che punto ci si può spegnere? Scendiamo quelle scale, un gradino alla volta, e speriamo, lo speriamo davvero, che sia l’ultimo, che il suo passo ora si arresterà, e il nostro con il suo. Tutti sembrano volerla riportare alla realtà: l’amica che le vede sempre più deperita, persa, il fidanzato che accetta un ruolo subalterno e ci continua a porre, proprio in virtù di questo ruolo, l’ancor più scomoda domanda, Fin dove siamo disposti ad amare? Perfino il relatore di S. si mostra scettico quando la studentessa paragona il cinema di Dennis a colossi inarrivabili. Più ci inabissiamo più capiamo che ci sarà un buio ancora più buio, e che anche i nostri di occhi impareranno ad adeguarsi all’oscurità.

Impariamo anche a comprendere che quando ci si innamora della propria ossessione più di qualsiasi altro elemento vivente e non vivente, finanche più dell’oggetto stesso del proprio amore distorto, non esiste via di fuga, scappatoia, strada parallela. Esiste un unico centro, e da quel centro, da quella casella non si avanza, non si indietreggia. S. lascia Gionata, volta le spalle all’amica per un eccesso di premura che non le vuole più vedere dipinto addosso, non torna più nel paese da cui proviene. Allora pensiamo, Ora annegherà, si farà trascinare dalle correnti degli abissi. Ma è proprio in quel momento, nell’esatto istante in cui si decide di processare, di attraversarle quelle correnti, è in quel momento che la testa torna a guardare il cielo, a uscire dall’acqua più nera. S. lo fa attraverso la letteratura, la scrittura. Sembra quasi una metafora, e forse lo è. O forse è semplicemente il punto in cui si è persa, quello in cui si deve andare a riprendere. 

Veronica Raimo non ci fornisce risposte a tutte le domande che sorgono nel corso della lettura. Come ogni scrittore degno di essere davvero chiamato tale, non facilita il percorso al lettore, glielo complica. E se è vero che la letteratura è come la vita, nulla ci assomiglia di più di quella della Raimo. Niente lo è più di quella fetta di cheesecake, che non è nemmeno proustiana, non ha proprio niente di proustiano, è solo una deliziosa fetta di cheesecake attorno a cui ci si confessa, ci si lascia, ci si innamora, e a volte tutte queste cose messe insieme. E noi, proprio come S., siamo in quel bar, serviamo caffè e piatti freddi, ascoltiamo le esistenze degli altri, le osserviamo, le registriamo, senza filtri. Le rubiamo, indubbiamente. Ma anche questo, si sa, non è mica niente di nuovo. King diceva, Fiction is the truth inside the lie. E, per quanto detesti qualsiasi forma di citazionismo, trovo non solo che non ci sia nulla di più veritiero, ma anche niente di più calzante: la fiction è la verità dentro la bugia.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Elle Nash: “Frutto del tuo ventre” (Pidgin, 2026, trad. Stefano Pirone), di Valeria Jacobacci

Se il romanzo body horror (penso a Palahniuk o a Clive Barker) aveva bisogno di un’altra voce, certamente la giovane autrice angloamericana Elle Nash può fornirgliene una abbastanza convincente con i suoi scritti, dei quali l’ultimo, “Frutto del tuo ventre”, è in uscita per i tipi di Pidgin, tradotto da Stefano Pirone.  In linea con il genere, tutte le note dello spartito risultano adeguatamente disturbanti.  Ben decisa a ribadire l’indicazione, la Nash non lascia nulla all’immaginazione e calca la mano il più possibile con un coerente finale a sorpresa. Un’attenzione specifica per le problematiche femminili campeggia sullo sfondo della già disfunzionale società americana, in una piccola città di provincia, la narrazione ossessiva si sviluppa nella coscienza dolorante della protagonista, con qualche flashback rivelatore, ove mai ce ne fosse bisogno, della progressiva paranoia di una creatura schiacciata dall’ambiente circostante.  I due temi, della precaria condizione femminile e della misera condizione culturale della provincia, sono ben conosciuti dalla scrittrice, che ha vissuto in Colorado e in Arkansas, per poi trasferirsi a Glasgow, in Inghilterra, dove vive col marito e la figlia. La denuncia sociale è quindi alla base della sua ispirazione, il proposito è quello di una condanna aspra, carica di ribellione, troppo sofferente per non essere esplicita. Nella vicenda, che procede con la scansione dei ritmi di una gravidanza, la critica alla Chiesa locale, il massimo dell’ipocrisia e del degrado, è tutta nella stupefatta constatazione di come l’amore, che dovrebbe animarla costituendone la forza, sia invece esaltazione malata, suggestione malsana, scaramantica grettezza, assenza totale di solidarietà. 

Daisy, che la religiosissima madre chiama Dee Dee, è incinta, lavora in un posto dove si macellano e insacchettano polli, il coltello è nelle sue mani e con quello fa a pezzi gli animali ai quali ha spezzato abilmente il collo. Dopo ore trascorse in questa operazione, Daisy torna a casa dal marito David, che chiama Papy, ex detenuto, brutale e stolido, amante di insetti rari che commercia clandestinamente. L’orrore del quale Dee Dee è circondata, lotta con una subdola apparenza di normalità, da lei sospirata, desiderata, immaginata, della quale si sente però indegna ed estranea. E’ questo il punto in cui il capello del suo precario equilibrio si spezza in due, l’inizio di una scissione senza ritorno, l’essere e il voler essere. Il dramma shakespeariano non è abbellito né dalla poesia né dall’espressione letteraria, visto che ci troviamo in un romanzo che rappresenta visceralmente il corpo, e che la contrapposizione riguarda l’essere e l’apparire. Daisy infatti non resta incinta a lungo, molte gravidanze infatti si susseguono, però tutte non superano i primi mesi, lasciando il senso di vita e di morte che si alternano nel suo ventre. Non le resta che la finzione: ordinare su Amazon un ventre finto da indossare sotto i vestiti. Le altre donne della vicenda, la madre disamorata e fanatica, l’amica, modello irraggiungibile di fertilità, che resta gravida varie volte, e, al tempo stesso, oggetto di ammirazione e attrazione lesbica, fanno da corollario a un finale alla Edgar Allan Poe. Ora come ora, siamo molto lontani dall’eleganza descrittiva di Poe, come dalla sfacciata presunzione del marchese De Sade o dall’ironia di Orwell, ai quali ci viene ogni tanto di pensare leggendo queste pagine. Potremmo scegliere la “banalità del male” come chiave d’interpretazione: tutto il peggio accade in scenari scialbi, supermercati, case modeste e così via.  Come una cagnetta isterica Daisy è sempre incinta e il parto sarà ben più di un aborto. La sua immaturità mentale la costringe in una prigione, un limbo freudiano, dove si trastulla con cacca e pipì, tamponi sporchi di sangue mestruale, poveri resti di animali da lei torturati e uccisi. Pensare che voleva solo essere buona, o semplicemente amata da sua madre! 

Specchio della realtà oppressiva, il romanzo, ambientato nel Missouri operaio, è l’espressione di un disagio profondo, dalla realtà lavorativa alienante al trauma anche religioso degli aborti e della mancata gravidanza. L’orrore di cui parlavamo in premessa è interiore e psicologico, direi esistenziale perché correlato all’esistenza stessa del corpo umano. Per esprimerlo la Nash non ha bisogno di esplorare altri mondi o dimensioni alternative come in Barker, non c’è estasi nel dolore, e non deve far ricorso alla satira punk alla Palahniuk per ricordarci che il disagio fisico è nella normalità dei nostri corpi e della nostra società malati. L’orrore è qui, tra di noi e dentro di noi. Nella letteratura come nella vita.   

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Danza e Letteratura: “Lettera a D. – Storia di un amore” di Andrè Gorz, di Serena Cirillo

“Stai per compiere ottantadue anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Recentemente mi sono innamorato di te un’altra volta e porto di nuovo in me un vuoto che solo il tuo corpo stretto contro il mio riempie. Ho bisogno di ridirti queste cose semplici prima di affrontare le domande che da un po’ mi tormentano. Perché sei così poco presente in quello che ho scritto mentre la nostra unione è stata ciò che vi è di più importante nella mia vita?”

Questo è il brano che apre il romanzo “Lettera a D.” di Andrè Gorz, racconto autobiografico scritto sotto forma di lettera d’amore indirizzata a sua moglie Dorine. L’ispirazione nasce dall’urgenza scaturita nell’animo dello scrittore quando si accorge che il destino crudele sta per portargli via la donna amata, la cui importanza riconosce, forse, troppo tardi. L’ha amata in modo totalizzante, incondizionato e, infine, disperato, ma non ha saputo dirglielo per i cinquantotto anni che hanno condiviso, quindi le scrive una lettera lunga, dettagliata, in cui ripercorre a ritroso la loro vita insieme.  Vita interessante, brillante e culturalmente attiva. Nella Parigi del dopoguerra lo scrittore squattrinato, ebreo austriaco, e la ballerina inglese si incontrano per caso, si innamorano e uniscono i loro destini diventando parte attiva del movimento culturale europeo dell’epoca. Sodalizio professionale, oltre che relazione sentimentale, che vede l’ascesa di Gorz come scrittore e influente giornalista, vivace intellettuale della corrente esistenzialista, con Dorine sempre al suo fianco a supportarlo, collaborando materialmente anche alla sua produzione letteraria. La prosa è semplice, diretta, come si conviene ad una conversazione intima, ma il potere evocativo è enorme. L’autore scandaglia la relazione in tutte le sue sfaccettature alternando momenti aulici a quelli banali, letture filosofiche del sentimento e quotidianità, complicità a incomunicabilità. 

Ho bisogno di ricostituire la storia del nostro amore per coglierne tutto il senso. E’ lei che ci ha permesso di diventare quello che siamo, l’uno attraverso l’altra e l’una per l’altro. Ti scrivo per capire quel che ho vissuto, quel che abbiamo vissuto insieme”. I tre livelli, la vita personale, la vita sentimentale e la vita sociale si rispecchiano l’uno nell’altro, nel racconto, in un gioco continuo di rimandi.

La trasposizione scenica di “Lettera a D.”, realizzata al teatro Mercadante di Napoli, è l’omaggio che il regista Giovanni Mazzara ha voluto tributare allo scrittore, o, forse, all’amore. Con la collaborazione di Giovanna Proto e l’eccellente traduzione di Maruzza Loria, dà voce alle parole commosse di Gorz con l’interpretazione struggente di Andrea Tidona, nei panni di Gorz, che racconta la storia dal primo incontro ripercorrendone le tappe più importanti. Dorine è la danzatrice Yuriko Nishihara, co-protagonista in un dialogo muto che si esprime attraverso il linguaggio della danza. La sua interpretazione coreutica rende ancora più leggiadro il personaggio di donna perdutamente innamorata, fragile nel suo amore incondizionato ma al tempo stesso forte nella sua dedizione e determinazione. Dorine risponde alle domande e provocazioni di André con una coreografia (a cura della stessa Nishihara) apparentemente spontanea, ma sapientemente studiata, di una danzatrice di matrice classica che coniuga in modo impeccabile rigore tecnico e grande capacità espressiva. Il racconto è intenso, appassionato, senza pause o tempi morti; lo spettatore viene “risucchiato” dai protagonisti come se stesse vivendo la loro stessa storia in prima persona. I musicisti Mauro Schiavone al pianoforte e Giuseppe Milici all’armonica, entrambi in scena e in un dialogo sottinteso con la donna, aggiungono realismo alla performance eseguendo canzoni dell’epoca e brani inediti composti per lo spettacolo. La pièce non è solo un’opera teatrale e uno dei migliori esempi di teatro-danza, ma un’esperienza immersiva in cui prosa, danza e musica si fondono nell’armonia di un racconto poetico e delicato. Nel finale Tidona riprende le parole del libro, anzi della lettera, che finisce com’era cominciata, con l’unica differenza di qualche dettaglio in più e l’uso del passato al posto del futuro progressivo. “Hai appena compiuto ottantadue anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai…la notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un carro funebre. Quest’uomo sono io. Sei tu che il carro funebre porta. Non voglio assistere alla tua cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri… Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. Ciascuno di noi vorrebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”.

Parole che, scopriremo, non siglano una conclusione ma una premessa, un antefatto alla tragica notizia appresa circa un anno dopo la pubblicazione del romanzo: il suicidio contemporaneo dei coniugi con un’iniezione letale

Serena Cirillo

Serena Cirillo: Laureata in Lingue e Letterature Straniere, già docente di comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli, specializzata in didattica dell’Italiano agli stranieri. Giornalista e critico di danza per il ROMA, Corriere dello Spettacolo e Cityweek. Redattrice della rubrica Danza e Letteratura sulla rivista letteraria “Il Randagio”.  Responsabile Stampa del Festival di danza Anima Flegrea. Senza aver mai smesso di studiarla, scrive, anzi narra di danza in tutte le sue forme.