Intervista a Marina Pierri per “Gotico salentino” (Einaudi, 2025), di Gabriele Torchetti

“Gotico salentino” è un romanzo che unisce la tradizione del gotico con l’attualità di tematiche come il transfemminismo, l’intersezionalità e il queer, raccontando la storia di Filomena, una “medium di provincia” che eredita una casa infestata nel Salento.
Marina Pierri, laureata in semiotica, studiosa di narratologia e cofondatrice del Festival delle Serie Tv, utilizza in questo suo primo romanzo una struttura epistolare e una scrittura che mescola l’italiano al dialetto di un Salento, aspro e cupo, dove gli spettri sono parte della vita quotidiana. Nell’intervista del nostro Gabriele Torchetti, la Pierri parla anche d’altro, dei suoi lavori precedenti, della Lila della Ferrante, della Serao e della Ortese, di Poe e delle sue autrici preferite del genere gotico e horror: Mary Shelley e Shirley Jackson. Su tutto questo la Puglia e la memoria di palazzi e campi assolati del Salento.

Ciao Marina e benvenuta a il Randagio, prima di tuffarci nel gotico salentino facciamo un passo indietro e torniamo a Lila (Giulio Perrone Editore), hai scritto “questo libro è il mio esorcismo”. Perché hai scelto di scrivere un saggio su una delle due protagoniste della tetralogia de L’amica geniale di Elena Ferrante? Il sottotitolo del libro è Attraverso lo specchio, qual è il riflesso finale che hai voluto lasciare ai tuoi lettori?

Potrà sembrare paradossale considerato il genere e la fama de L’amica geniale, ma io credo sia stata proprio Lila a condurmi per mano verso il mio primo romanzo. Lila è gotica: è lo spettro – erede del decadente e del misterioso di Matilde Serao, nonché del fantastico di Anna Maria Ortese – che si aggira su Napoli all’inizio e alla fine della tetralogia che, assecondando il movimento tipico della epopee, disegna e segue una spirale. Come la dea Ecate, dopo la sparizione di Tina Lila riceve doni oscuri dalla comunità del paese, al limite del sacrificio, e come fosse una medium ascolta le fondamenta della città, il passato impenetrabile e inconoscibile che tuttavia è in grado di interrogare tramite l’inquietudine che fa parte del suo corredo archetipico di personaggio. Del resto, ho maturato l’idea che vi sia un significato metanarrativo negli episodi di smarginatura di Lila: nel mio breve saggio la descrivo come glitch, come improvvisa percezione di precarietà del sistema-Rione che è in sé un teatro, una scenografia. Ho voluto scrivere di tutto questo perché sono laureata in semiotica, e pochi romanzi mi sono apparsi semioticamente più densi de L’amica geniale

Sei studiosa di narratologia, cofondatrice di FeST – Il Festival delle Serie TV che ora «rinasce» nel Milano Film Fest, insomma sei una vera e proprio esperta del linguaggio seriale e della sua continua evoluzione, a questo proposito mi vengono in mente le tue pubblicazioni per TlonEROINE – come le protagoniste delle serie TV possono aiutarci a fiorire, è un titolo eloquente che non richiede molte spiegazioni, la domanda è: come si sono evoluti i personaggi femminili seriali negli anni? E hanno contribuito in qualche modo alla causa femminista?

Certo, hanno contribuito enormemente, ma non c’è unidirezionalità: i movimenti femministi hanno informato e informano la scrittura di molte serie ed eroine, così come i movimenti femministi sono informati dalle serie e dalle loro eroine. Le storie per qualsiasi mezzo (romanzi, serie, film, videogiochi) non fanno altro che mostrare la strada verso la trasformazione e il cambiamento, ed è per questo che non solo le amiamo, ma ne abbiamo bisogno. La trasformazione è un lavoro sporco, non sempre ci accorgiamo di quanto leggere, guardare o giocare ci dia una mano a mettere in atto delle strategie utili a diventare chi desideriamo essere. In questo momento specifico, tuttavia, credo che il cinema e i videogiochi abbiano potenzialmente una marcia in più rispetto alle serie, che vivono un momento complicato dettato da una costellazione di fattori, primo tra tutti il test dei modelli di business dei vari broadcaster (mi riferisco a Netflix, Prime Video, AppleTv+, eccetera). Eroine, del resto, è un saggio di cinque anni fa, e credo oggi sarebbe possibile scriverlo, ma il vento di freschezza che lo ha ispirato ha cessato di spirare, ahinoi. Per il momento. Sì, credo sia una fase. Passerà. 

Gotico salentino (Giulio Einaudi Editore) segna un passo avanti nel tuo percorso di scrittrice. Com’è arrivata questa storia, quanto c’è di te in Filomena Quarta protagonista del romanzo e perché hai scelto di ambientare questa avventura in Puglia, nel Salento?

Una parte della mia famiglia è salentina; come racconto spesso, il mio trisavolo Giovanni Pasca è stato il primo concessionario delle terme di Santa Cesarea e ha fatto erigere uno straordinario palazzo eclettico nel quale non ho mai avuto il privilegio di entrare, perché è stato venduto all’asta dal mio bisnonno. Credo ci siano poche circostanze più inerentemente gotiche dell’aver perduto un gigantesco maniero ben prima che nascessi, lì dove la memoria degli antenati appare sigillata, o quasi sigillata. Peraltro, sono cresciuta in Salento e continuo a crescere in Salento. Forse per questo Gotico salentino è anche un romanzo generazionale, che spera di rappresentare i turbamenti di chi ha quarant’anni al di fuori delle retoriche un po’ usuali circa la «risoluzione» della propria vita. Le campagne assolate del Salento sono mutanti: nella notte si tramutano in un coacervo di rumori e ombre di complesso discernimento, ma soprattutto di indubbio fascino.

Come in tutti i gotici che si rispettano le ambientazioni sono molto importanti: un paesino nei pressi di  una palude, una vecchia casa decadente, una piccola comunità rurale sospesa tra presente e antiche credenze folkloristiche e superstizioni. Hai “studiato” o sono luoghi che in qualche modo ti appartengono?

Sono, da sempre, molto appassionata di genere. Il gotico è stato il mio ingresso nel genere quando ero davvero una bambina, proprio nella casa dei miei nonni dove ho letto per la prima volta La caduta della casa degli Usher di Edgar Allan Poe. Adoro anche la fantascienza, il fantasy, il giallo, il romance. Mi interessa la codifica del genere, di tutti i generi che sono costituiti da qualcosa di simile a mattoncini di Lego da combinare e ricombinare a proprio piacimento, sovvertendo i cosiddetti «luoghi comuni» propri di certe narrazioni, oppure rispettandoli. In Gotico salentino appaiono di proposito una pletora di elementi tipicamente gotici, alcuni dei quali da te menzionati. Aggiungerei un’enfasi su chi lavora alla e nella casa infestata, il gargantuesco tema della memoria famigliare degli avi, ovviamente gli spettri. Dopo Gotico, sempre per Einaudi, ho scritto una sorta di manuale di istruzioni del romanzo, che si intitola proprio Spettri. È un Quanto, dunque una pubblicazione unicamente digitale, ma lì ho provato a passare in rassegna i tipici tratti del gotico, specialmente di quello ottocentesco cui la mia storia si ispira più di tutto. 

A proposito di gotico e horror, Filo è una “medium di provincia” evoca fantasmi a sua insaputa: alcune presenze sono inquietanti altre invece decisamente confortanti. Vuoi dirci un po’ chi sono le co-protagoniste (vive e morte) di questa storia?

In Gotico ho evocato (in modo audace, suppongo!) le regine del genere, Mary Shelley e Shirley Jackson. Sono tra le mie scrittrici preferite, e ho condotto un lungo lavoro di documentazione biografica cercando di restituire loro una presenza attuale, sebbene nel romanzo appaiano nella forma di fantasmi (o fantasime, per meglio dire). Shelley e Jackson condividono, faccenda curiosa, alcune circostanze biografiche come la presenza di mariti difficili, ingombranti, spesso tirannici eppure amati, difficili da lasciare andare. E un atteggiamento verso la maternità che si è concretizzato in maniera diversa per l’una e per l’altra. Tra le co-protagoniste vive c’è Alba, la migliore amica di Filomena, su cui torna tra poco. 

I fantasmi del tuo romanzo non sono soltanto presenze dall’aldilà ma anche segreti e verità che portiamo dentro.

È sempre vero, nel gotico, o quasi sempre vero. In Spettri ho delineato la mia teoria della casa infestata come archivio, mutuando a mia volta una celebre teoria del filosofo Jacques Derrida – il cosiddetto mal d’archivio. In brevissimo, secondo Derrida ogni archivio è abitato da una pulsione di morte che si traduce in una resistenza all’ordine generato attraverso un criterio e interpretabile secondo una legenda. Per consultarlo, si chiede all’archivista. Ma nella casa infestata l’archivista esiste senza esistere, è lo spettro; nella casa infestata la memoria è ribelle e ambivalente, desidera e non desidera essere conosciuta e interpretata. Per questo la casa spaventa, si fa sentire, si rifiuta di scomparire così come chi non dovrebbe abitarla più da un pezzo, eppure la abita. La casa infestata è narcisista. Naturalmente, lo stesso Gotico salentino è fondato sul mal d’archivio. 

Il tuo è anche un romanzo epistolare, ogni capitolo si apre con una lettera destinata a una Dottoressa…

Sì, nella tradizione del gotico classico e del romanzo d’appendice. È una maniera per restituire l’immediatezza quasi diaristica dell’esperienza di Filomena nella Dimora Quarta, ma c’è anche un’altra ragione. Gotico richiede una notevole sospensione dell’incredulità, come tipico del genere, ma è radicato nell’archivio stesso, nella necessità di mettere ordine razionale nella propria vita; nel proprio passato, presente, e futuro. In questo senso, Filomena poteva essere una classica narratrice inaffidabile – ma non lo è. E non lo è perché è seguita, sebbene a distanza. Nelle prime bozze del romanzo la psicologa rispondeva, più tardi abbiamo optato per l’attuale silenzio oracolare (come lo descrive Filomena stessa) che lasciava maggiore spazio all’immaginazione. Ci sono anche altre ragioni per la presenza di una psicologa in Gotico, ma non voglio guastare l’eventuale piacere di leggere i ringraziamenti 

Veniamo a questioni che ci stanno a cuore, femminismo intersezionale e queer, sono presenti questi temi nella tua narrazione?

Parto dall’idea che non esista gesto non politico, e dunque non possa esistere un’arte non politica o separabile dall’artista. Gotico è un romanzo transfemminista e intersezionale perché il mio orientamento è transfemminista e intersezionale. Il gotico è un genere molto elitario: racconta di persone ricche e sospettose, vittime di invidia e rabbia sociale, in molti casi. Intersezionalmente, un lavoro sul privilegio nel gotico era inevitabile ed è un aspetto su cui mi sono concentrata molto, tra gli altri; l’ho fatto anche grazie all’aiuto della sensitivity reader Biancamaria Furci. C’è poi l’orientamento di genere: Filomena è bisessuale, il Santo è un uomo apertamente gay, Alba è una persona lesbica non binaria, Antonio contraddice i diktat del macho mediterraneo. Mary Shelley era probabilmente bisessuale e da qui origina il giro di vite fondamentale della trama del romanzo. Shirley Jackson aveva un rapporto oscuro e complicato con l’omosessualità, che tuttavia credo informi profondamente la sua scrittura. Insomma, sì, assolutamente sì: non sarei capace di scrivere nulla che non sia transfemminista, intersezionale e queer perché tutto quello che ho fatto e faccio si fonda sui medesimi pilastri. 

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Fotografare fotografie. Italo Calvino e la nevrosi dell’uomo fotografico, di Dino Montanino

Il protagonista del racconto L’avventura di un fotografo, scritto da Italo Calvino nel 1955 e poi inserito nel volume Gli amori difficili del 1958, è Antonino Paraggi, un impiegato che esplica “mansioni esecutive nei servizi distributivi d’un’impresa produttiva”. A ridosso dei trent’anni, Antonino avverte un forte senso di isolamento perché tutti i suoi amici, uno dopo l’altro, si sono sposati e hanno cominciato a fare figli mentre lui è ancora scapolo e non sembra intenzionato a trovare una moglie. Ma c’è dell’altro. Gli amici sposati, come molti a quel tempo, sono stati contagiati da un morbo inguaribile: la sindrome della fotografia. Fanno parte di un vero e proprio esercito di dilettanti dell’obiettivo che condividono la passione fotografica, si scambiano opinioni sulle foto realizzate e non perdono occasione di vantarsi dei progressi raggiunti da attribuire soprattutto alle loro abilità tecniche e artistiche o, in qualche caso, alla bontà dell’apparecchio che hanno acquistato. Dopo aver fotografato tutto quello che c’è da fotografare, attendono con ansia di vedere le loro foto sviluppate e solo quando le hanno davanti prendono possesso della realtà fotografata e, ai loro occhi, le immagini catturate acquistano “l’irrevocabilità di ciò che è stato e non può più essere messo in dubbio. Il resto anneghi pure nell’ombra insicura del ricordo”. 

Antonino Paraggi ha la vocazione del filosofo. Vuole capire, sdipanare “il filo delle ragioni generali dai garbugli particolari” e si interroga continuamente sull’essenza dell’uomo fotografico. Molto presto si convince che l’ossessione per la fotografia è un “fisiologico effetto secondario della paternità”. Come già detto, i suoi amici sono genitori novelli e uno dei primi istinti dei genitori, dopo aver messo al mondo un figlio, è quello di fotografarlo. Ma c’è un problema: i bambini crescono in fretta e, di conseguenza, bisogna fotografarli continuamente, non ci si può fermare perché “nulla è più labile e irricordabile d’un infante di sei mesi, presto cancellato e sostituito da quello di otto mesi e poi d’un anno” e poi…  Seguire la crescita dei propri figli continuando a scattare fotografie diventa, per i genitori, un’ossessione pericolosa che, sostiene Antonino, li porterà inevitabilmente e inesorabilmente, alla follia. Riflessioni profetiche quelle di Paraggi: il “filosofo”, mentre si diverte con le sue elucubrazioni, non può immaginare che, come vedremo presto, chi corre il pericolo maggiore è proprio lui, lo scapolo”.

Nonostante le sue perplessità sui suoi amici fotografi, Antonino continua a frequentarli e partecipa alle gite fuori porta che vengono organizzate nei fine settimana. È un modo per vincere il senso di isolamento che lo pervade ma anche per continuare a esercitare il ruolo di osservatore critico che il protagonista del racconto si è attribuito. Nel corso di quelle escursioni, come possiamo facilmente immaginare, si scattano fotografie. Vengono immortalati i paesaggi naturali, montani o marini, ma, presto o tardi, arriva il momento della foto di gruppo, familiare o interfamiliare che sia. Chi viene chiamato a scattare queste foto? Antonino Paraggi, naturalmente, che, suo malgrado, si trova a svolgere il ruolo di fotografo. Come è facile immaginare, uno come Antonino non può essere un fotografo come tutti gli altri. Quando si trova tra le mani l’apparecchio fotografico, quasi istintivamente, invece di eseguire il compito assegnato, punta l’obiettivo per “catturare alberature d’imbarcazioni o guglie di campanili, o decapitare nonni e zii”. Gli amici, infastiditi, lo accusano di farlo apposta, di volere essere a tutti i costi originale. Ma non è così. Antonino si difende dalle accuse che gli vengono rivolte dicendo che lui vuole soltanto “servirsi della sua momentanea posizione di privilegio per ammonire fotografi e fotografati sul significato dei loro atti” perché, da quando ha cominciato a utilizzare la macchina fotografica, le sue acute riflessioni si arricchiscono di nuovi elementi e di nuove domande. Decidiamo di fotografare qualcosa perché ci sembra bello o la realtà ci appare bella perché è stata fotografata? E, rivolto ai suoi amici sempre più perplessi, afferma: “Basta che cominciate a dire di qualcosa: «Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!» e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografatile ogni momento della propria via. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia”. Anche quando gli amici non lo ascoltano più e lo considerano solo un rompiscatole, Antonino non demorde e continua con i suoi sermoni. Arriva a sostenere che chi decide di fotografare non può e non deve esercitare nessuna scelta. Dice che se lui si mettesse a fare fotografie, catturerebbe tutto, ogni attimo del soggetto fotografato, che il vero fotografo è colui che scatta almeno una foto al minuto. In caso contrario si cade inevitabilmente nella mediocrità perché la vera arte fotografica non può escludere i contrasti drammatici. Se si sceglie l’idillio, la consolazione, l’assenza di drammaticità, come fanno la maggior parte dei fotografi dilettanti, si evita la follia ma si piomba nell’ebetudine.

Nonostante la sua ostilità nei confronti della fotografia, Antonino Paraggi ha acquisito una certa dimestichezza con mirini ed esposimetri e, nel corso di una gita al mare, Bice e Lydia, due ragazze aggregate alla comitiva, gli chiedono di scattare delle istantanee che le ritraggano mentre giocano a palla sulla riva del mare. Accetta di fare le foto ma non può rinunciare alla sua vocazione di filosofo. Spiega alle ragazze la sua teoria sulle istantanee affermando che la foto spontanea, contrariamente a quello che tutti pensano, allontana il presente e assume subito un carattere nostalgico, “di gioia fuggita sull’ala del tempo”. Quando le foto verranno sviluppate, le ragazze restano colpite dal risultato. Antonino Paraggi, che gli piaccia o no, è diventato un bravo fotografo e, quando Bice gli chiede se ha voglia di scattare altre foto per loro due, accetta a una condizione: non devono essere istantanee ma foto in posa, come si facevano una volta quando le fotografie ufficiali, matrimoniali, scolastiche davano “il senso di quanto ogni ruolo o istituzione aveva in sé di serio e d’importante ma anche di falso e di forzato, d’autoritario, di gerarchico”. Insomma, secondo Antonino, ogni fotografia deve rendere espliciti i rapporti sociali invece di rimuoverli come avviene molto spesso nella pratica fotografica comune. Il “filosofo” scettico e critico sulla fotografia, accettando la sollecitazione di Bice, ha preso una decisione importante: la sua polemica antifotografica può “essere condotta solo dall’interno della scatola nera, contrapponendo fotografia a fotografia”. In Antonino è avvenuto un cambiamento irreversibile di cui egli stesso non è consapevole fino in fondo. Per adesso ha una sola certezza: per scattare foto in posa alla vecchia maniera, le uniche che lo interessano, è necessario dotarsi degli strumenti adeguati. Dopo lunghe ricerche tra i rigattieri della città, accompagnato da Bice e Lydia sempre più incuriosite, riesce a procurarsi una vecchia macchina a cassetta con scatto a pera completa di lastre. In una stanza del suo appartamento allestisce il suo laboratorio fotografico e invita le due ragazze a posare per lui, per fare delle foto coerenti con la sua “filosofia”. Lydia è diffidente e declina l’invito. Bice, al contrario, aderisce con entusiasmo. Si presenta il giorno dopo a casa di Antonino e diventa la sua modella. Con una docilità inattesa, si presta a tutte le richieste del fotografo che, dopo i primi scatti, non è convinto. Prima ancora di sviluppare le lastre sente che non potrà essere soddisfatto del risultato e presto capisce il motivo della sua frustrazione. “C’erano molte fotografie di Bice possibili e molte Bice impossibili a fotografare, ma quello che lui cercava era la fotografia unica che contenesse le une e le altre”. La invita ad assumere le pose più st, la obbliga a travestirsi, a indossare i costumi più strani ma, nonostante Bice assecondi gli ordini di Antonino, lui continua a ripetere: “Non ti prendo, non riesco a prenderti”. L’atteggiamento autoritario del fotografo filosofo, gli ordini perentori che impartisce alla ragazza, mi fanno pensare quello che Susan Sontag, molti anni dopo la scrittura del racconto di Calvino, dirà a proposito del carattere predatorio dell’atto fotografico. “Fotografare significa appropiarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere. […] L’atto di fare fotografia ha qualcosa di predatorio. Fotografare una persona equivale a violarla, vedendola come essa non può mai vedersi, avendone una conoscenza che essa non può mai avere: equivale a trasformarla in oggetto che può essere simbolicamente posseduto” (Susan Sontag, Sulla fotografia). Antonino Paraggi vuole “prendere” Bice, desidera possederla attraverso l’apparecchio fotografico. Il suo desiderio di possesso è un’evidente sublimazione del desiderio sessuale. Riesce a possedere la ragazza solo attraverso il filtro della macchina evidenziando, con il suo comportamento pateticamente autoritario, il carattere patologico della relazione instaurata con la donna. Riuscirà a farla sua, a prenderla solo quando lei, stanca di travestirsi e di eseguire gli ordini di Antonino, si mostrerà nuda davanti all’obiettivo. “Ecco, ora sì, così va bene, ecco, ancora, così ti prendo bene, ancora” dice lui. Poi, finalmente pago, esce dal drappo nero che guarnisce il vecchio apparecchio e, quando si trova Bice senza abiti che aspetta, le ordina di rivestirsi. Lei è delusa e piange. Lui è euforico, ha fatto l’amore con lei fermando la sua immagine dopo aver schiacciato la piccola pera che apre l’otturatore e non ha nessun bisogno che il suo corpo si unisca a quello della ragazza. La macchina fotografica gli permette di vincere la paura che prova per il sesso, di amare Bice rimuovendo definitivamente il timore del contatto fisico. Scopre di essere innamorato di lei e, ora che “l’ha presa” una volta, il suo amore non può avere limiti. Il suo diventa un desiderio sfrenato, incontrollabile, deve “prenderla” a ogni ora del giorno e con il vecchio apparecchio fotografico non è possibile. Compra macchine più moderne, dispositivi per poterla fotografare anche di notte mentre dorme. Lei lo ama e si ostina a scambiare come atti d’amore le violenze fotografiche di Antonino. Nel suo laboratorio “pavesato di pellicole e provini Bice s’affacciava da tutti i fotogrammi, in tutti gli atteggiamenti gli scorci le fogge, messa in posa o colta a sua insaputa”. Antonino ha messo in discussione la sua teoria secondo la quale solo le foto in posa hanno un senso. È ritornato all’idea che solo fotografando ogni attimo della vita di Bice, solo esaurendo tutte le immagini possibili di lei, sarà possibile possederla completamente. E allora la segue di nascosto, la fotografa per strada, vuole “prenderla” quando lei non sa che c’è lui a fotografarla. Vuole immortalare l’inconsapevolezza di essere fotografata.

Quando Bice, esasperata da questa passione ossessiva, lo lascia, Antonino cade in una crisi depressiva. Ma non smette di fare fotografie. “Con la macchina appesa al collo, chiuso in casa, sprofondato in una poltrona, scattava compulsivamente con lo sguardo nel vuoto. Fotografava l’assenza di Bice: […] portaceneri pieni di mozziconi, un letto sfatto, una macchia d’umidità sul muro”. Decide di comporre un catalogo di tutto ciò che, normalmente, è refrattario alla fotografia. Poi osserva i giornali vecchi disseminati sul pavimento del suo appartamento che ormai è in uno stato di abbandono. Si mette a fotografare anche quelli e osserva le immagini di “cariche della polizia, auto carbonizzate, atleti in corsa, ministri, imputati”. Prova invidia per i fotoreporter impegnati a seguire quello che accade nel mondo e si chiede se sia il fotoreporter il vero antagonista del fotografo domenicale. Prigioniero della sua ossessione, comincia fare a pezzi tutte le foto presenti nella sua casa, con Bice o senza Bice, “a tagliuzzare la celluloide delle negative, a sfondare le diapositive”. Ammassa tutti i frammenti ricavati sui giornali stesi a terra. “La vera fotografia totale è un mucchio di frammenti d’immagini private, sullo sfondo sgualcito delle stragi e delle incoronazioni”. Questo è quello che pensa. Piega i lembi dei giornali e crea un enorme involto da buttare nella pattumiera. Ma, prima di farlo, decide di fotografarlo. Lascia il pacco un po’ aperto in modo che nella foto che avrebbe scattato sarebbero state riconoscibili “le immagini mezzo appallottolate e stracciate e nello stesso tempo si sentisse la loro irrealtà d’ombre di inchiostro casuali”. Mentre prepara il riflettore capisce che “fotografare fotografie” è l’unica via che gli resta, “la vera via che lui aveva oscuramente cercato fino allora”. Non c’è più antagonismo tra fotografo dilettante e fotografo professionista, tra la quotidianità delle foto di Bice e l’eccezionalità dei grandi eventi politici, tra ciò che è fotografabile e le immagini dell’assenza. Il fotografo dilettante e quello professionista producono entrambi materiali destinati a fondersi in un patchwork pronto a finire nell’immondizia. 

Quando le immagini catturate dall’occhio fotografico si moltiplicano a dismisura, invadono la nostra esistenza, si mescolano e si sovrappongono come succede a ognuno di noi nella nostra vita quotidiana, ricordiamoci di Antonino Paraggi e della sua nevrosi paranoica perché, anche noi che viviamo nell’era della foto digitale, quando non avremo più nulla da fotografare, potremmo ridurci a “fotografare fotografie”. 

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali.

“Bibliofarmacopea Randagia”: Alessandra, di Rita Mele e Gigi Agnano

“Bibliofarmacopea”: la nuova rubrica del Randagio

IL CASO DI ALESSANDRA

Alessandra è una donna sposata sulla quarantina, vive a Milano con suo marito e suo figlio di 12 anni. Da quando si è laureata in lettere, lavora come segretaria in una casa editrice. Alessandra racconta che da tre anni non sta bene. Dice di “non sentirsi comoda nella sua vita”, che non trova il suo posto, come se, sedendo su una poltrona, continuasse a cambiare continuamente posizione, prima accavallando le gambe, poi adagiandosi a un bracciolo, poi drizzando la schiena e torturando le mani appoggiate sulle cosce. Quello che dice di sé, fa pensare che dietro le quinte ci sia altro che non sarà facile tirar fuori, tanto più che è la prima volta in assoluto che starebbe provando a farlo.

“Sarà una situazione comune a molte donne”, dice Alessandra. “Sono andata avanti, ho sopportato di tutto in questi anni, prima la laurea fuori corso, poi la ricerca del lavoro e la gravidanza, ma non avrei mai immaginato che con mio marito le cose potessero diventare così fredde.”

Il tutto è condito da un senso di vuoto, che a macchia d’olio, arriva a mettere in crisi oltre che la coppia, anche il rapporto con il figlio quasi adolescente.

Alessandra descrive la sensazione ricorrente di non essere più sé stessa. Rimpiange i primi anni della relazione con suo marito, quando passione e complicità la facevano sentire al suo posto e profondamente compresa.

Il rapporto con suo figlio è diventato un’altra fonte di preoccupazione. È un ragazzino introverso e ribelle, che Alessandra sente allontanarsi sempre di più da lei. E questo comportamento la colpevolizza, rimproverandosi di aver commesso degli errori nell’educazione che stanno causando la loro distanza emotiva.

Alessandra fa un cenno alla sua storia personale quando racconta di essere cresciuta in una famiglia tradizionalista, dove il ruolo della donna era principalmente quello di moglie e madre. Ha sempre dato priorità alle esigenze degli altri, sacrificando spesso i propri desideri e bisogni.

È forse qui il nòcciolo del suo problema? Cosa potrebbe trovare Alessandra in un libro? Una chiave per sbloccare la situazione, per scaldare nuovamente la relazione con suo marito? Uno specchio in cui riflettere e riflettersi, per riuscire a rompere il gioco in cui si sente sempre la causa di tutti i mali, suoi e degli altri? Una guida fatta di semplici indicazioni per comunicare con leggerezza i propri sentimenti e il bisogno di sostegno e di attenzione? Un segnale che un’inversione di rotta è possibile?

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Abbiamo scelto quattro libri per rispondere al disagio di Alessandra, romanzi che ci auguriamo forniscano alla nostra amica il giusto grado di leggerezza ma anche elementi di riflessione. I romanzi sono:

1 ”Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo

2 ”Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano 

3 ”La donna gelata” di Annie Ernaux 

4 ”Chesil Beach” di Ian McEwan

La sequenza suggerita per queste letture non è casuale. 

1 ”Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo

Iniziare con Francesco Piccolo torna utile per provare a mettere in pausa la spietata autocritica di Alessandra, consentendole di apprezzare quei piccoli momenti di benessere e di piacere che si annidano anche nelle quotidianità più buie. La leggerezza di questa lettura, favorita dallo sguardo ironico dell’autore, è un invito a riconoscere che la vita, nella sua – apparente? – insensatezza, può offrire sprazzi di gioia inattesa, che aiutano a riempire “il senso di vuoto” lamentato.

Visto che “La felicità è un istante che si ripete, ma solo se sappiamo riconoscerlo”, se impariamo a cogliere anche i più piccoli attimi di gioia, contrastiamo il senso di insoddisfazione che a volte ci pervade. “Ci sono piccoli gesti che facciamo senza pensarci, e lì si nasconde una felicità invisibile.” Il libro è uno stimolo a cercare gioie semplici, trascurate nella routine, che aiutano a riscoprire una serenità e una bellezza che danno sollievo ed energia. Scrive Piccolo: “A volte penso che la vita sia tutta qui, nel saper aspettare quei brevi istanti di felicità che arrivano all’improvviso.” 

2 ”Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano

C’è poi la preoccupazione di Alessandra per il figlio. “Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano, romanzo autobiografico vincitore nel ’69 del Premio Strega, offre una panoramica illuminante sul rapporto tra una madre e il figlio che “sembrano parlare lingue diverse”. La Romano riesce a mostrare come i sensi di colpa materni, spesso, siano più una conseguenza delle aspettative che di reali mancanze: “Le madri conoscono solo una parte dei loro figli, e forse non la più vera, quella che solo loro vedono in sogno.” In un altro passaggio del romanzo scrive: “L’amore per un figlio non basta sempre a spiegare i silenzi che ci separano.” La distanza emotiva e l’introversione del ragazzo non sono frutto di colpe specifiche. L’amore può coesistere con l’incomprensione perchè: “Ogni rapporto, anche il più puro, ha in sé qualcosa di insoddisfatto e irrisolto”. La lettura di questo libro può alleviare le preoccupazioni di Alessandra e aiutarla a considerare la “ribellione” del figlio e il suo “allontanarsi da lei” come tappe di un percorso naturale e complesso di crescita.

3 ”La donna gelata” di Annie Ernaux

“La donna gelata” di Annie Ernaux rappresenta forse il momento più profondo – e spietato – di questa selezione. Con una lucidità inesorabile, l’autrice analizza il processo attraverso cui una donna può perdere gradualmente se stessa nel matrimonio, nella maternità e nella vita familiare. La Ernaux sembra parlare direttamente ad Alessandra quando racconta la cronaca claustrofobica della sua vita matrimoniale in contrasto con l’idillio del fidanzamento. La protagonista, proprio come Alessandra, giorno dopo giorno nel ruolo di moglie e madre, attraverso piccole rinunce quotidiane, finisce per dare priorità alle esigenze degli altri, sacrificando sempre più spesso i propri desideri e bisogni. Ernaux scrive: “Diventavo il riflesso degli altri e, in questo riflesso, la mia immagine sbiadiva.” O ancora: “Accettavo la mia parte, una donna che si spegne poco a poco, un’esistenza gelata dentro l’illusione di servire gli altri.” Il matrimonio, ci dice la scrittrice francese premio Nobel nel 2022, è l’istituzione sociale responsabile dell’oppressione della donna e averne consapevolezza può rappresentare il primo passo verso il cambiamento. Per Alessandra, infatti,“La donna gelata” può rappresentare proprio questa potente presa di coscienza, di essere diventata una “versione frammentata” di sé stessa, persa nel compiacere gli altri, da cui gran parte del suo malessere  (“La mia vita si frantuma in tante vite che non riconosco più”).

 4 ”Chesil Beach” di Ian McEwan

“Chesil Beach” di Ian McEwan è la rappresentazione malinconica delle dinamiche di coppia che Alessandra sta suo malgrado imparando a conoscere. Il romanzo, attraverso la storia di due giovani sposi nella loro prima notte di nozze, tratta il tema dell’incomunicabilità e del non detto: “Non era mai stato detto, neanche immaginato: si erano trovati immersi in un silenzio che nessuno dei due sapeva come rompere”. La scrittura di McEwan permette di osservare come “la freddezza” di cui parla Alessandra si costruisca gradualmente, attraverso frasi inespresse che, col tempo, creano distanze apparentemente incolmabili. “C’era una vergogna reciproca nel riconoscere i propri desideri, come se volessero nascondere le loro anime l’uno all’altro.” Il modo in cui McEwan descrive il disagio fisico dei due personaggi si riflette in quel senso di “scomodità” di cui parla Alessandra, in quel non trovare mai la posizione giusta, metafora di un disagio esistenziale. McEwan pare voler rappresentare il senso di estraneità che Alessandra prova nella sua relazione: “Erano come due esploratori che, sbattuti dalla tempesta, finiscono per approdare su una terra sconosciuta”, Chesil Beach può aiutare Alessandra a esprimere desideri, speranze e aspirazioni, a comprendere l’importanza di aprirsi al partner prima che i silenzi si cristallizzino in una barriera rigida e tagliente. 

Ci auguriamo che attraverso questa selezione di romanzi con stili narrativi e punti di vista diversi, Alessandra possa comprendere i nodi del suo disagio, aiutandola a riflettere su quanto la comunicazione, la comprensione del figlio, la riconquista di sé e la scoperta della gioia siano alla sua portata, pagina dopo pagina.

Avete altri libri da consigliare alla nostra amica Alessandra?

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Gigi Agnano: napoletano, è l’ideatore e uno dei fondatori de Il Randagio

“Ricette Letterarie”: la pagnotta al formaggio da “Le correzioni” di Jonathan Franzen, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana, la nostra Anne ci propone la ricetta della pagnotta al formaggio, ispirata a quello che con ogni probabilità è il romanzo più famoso di Jonathan Franzen: “Le correzioni”. La pagnotta al formaggio nel romanzo la sta preparando Denise, chef rinomata dalla vita privata piuttosto tribolata, che cerca di affermare in cucina il proprio valore. “Le correzioni” è un romanzo “formidabile” (Don De Lillo), spietato e divertente nel raccontare le dinamiche disastrose, i conflitti, le distanze all’interno di una famiglia americana.

*** LA PAGNOTTA AL FORMAGGIO ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

✨ Ricette Letterarie: la pagnotta al formaggio di Jonathan Franzen ✨

Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Pagnotta al formaggio 

Tempo totale di preparazione: 1 ora

Tempo totale di lievitazione: 2 ore 

Ingredienti per 8 persone

una teglia da plum-cake di dimensioni medie (30 x 7 x 11.5 cm)

  • 300g farina bianca 00
  • 60g farina di mais
  • 12g lievito fresco o 4g lievito secco 
  • 4g zucchero
  • 6g sale fino
  • 120g acqua
  • 120g latte intero
  • 1 uovo taglia Media
  • 50g Parmigiano Reggiano grattugiato 
  • 100g formaggio Cheddar o Fontina bianco grattugiato
  • 50g formaggio Cheddar o Fontina arancione in scaglie
  • Q.b. Pepe, Olio extravergine di oliva, foglioline di salvia, scorza di lime

Procedura

  • Come prima cosa  mescola lo zucchero con il latte e poi versa il composto in una piccola ciotola contenente il lievito. Mescola con un cucchiaino per sciogliere il lievito e poi versa il tutto in una caraffa contenente l’acqua.
  • In una piccola ciotola mescola l’uovo con il sale. In un’altra ciotola (capiente) mescola la farina bianca con la farina di mais.
  • Ora versa i liquidi sulle farine: prima il latte e poi l’uovo. Otterrai una pastella piuttosto appiccicosa per cui da ora conviene impastare con un guanto in lattice.
  • Amalgama la pastella nella ciotola e poi versarla sul tavolo da lavoro ben infarinato. Impasta fin quando il composto diventa sodo e non serve più il guanto. Ti serviranno circa 50g di farina in più dato, che quella di mais non contiene glutine.
  • Una volta preparato l’impasto forma una palla e mettila a lievitare in una ciotola leggermente unta di olio. Coprila bene con un confaccio umido o con la pellicola trasparente. Ci vuole circa una ora e mezza alla temperatura ambiente.
  • Quando l’impasto raddoppia di volume versalo sul tavolo da lavoro ben infarinato e stendilo con un matterello. Forma un rettangolo, spennellalo leggermente con l’olio extravergine di oliva e grattugiaci sopra il Parmigiano e il Cheddar bianco (o la Fontina). Poi spolvera con il pepe e la scorza di lime.
  • Arrotola l’impasto su se stesso nel verso della lunghezza e piegalo al centro per formare una V rovesciata. Incidi i due gambi utilizzando un coltello affilato e inserisci dentro le scaglie di Cheddar (o Fontina) arancione e la salvia tagliata in listarelle (chiffonade).
  • Intreccia con delicatezza le due gambe della V e adagia la treccia di pane così ottenuta nella tortiera da plum-cak,e ben unta con olio extravergine di oliva.
  • Spennella sempre con l’olio la superficie del pane e lascialo lievitare di nuovo  per una mezz’ora. Infine cuoci il pane in forno caldo a 180°C per circa 35 minuti, fin quando la superficie diventa dorata. Aspetta dieci minuti prima di estrarlo dalla teglia e tagliarlo. 

Il pane al formaggio è perfetto come aperitivo mangiato da solo, con le alici o con gli affettati. 

Gertrude Stein: “Picasso”, (Adelphi, trad. Vivianne Di Maio), di Maria Rosaria Paolella

“Nell’Ottocento i pittori scoprirono il bisogno di avere sempre un modello da guardare;

nel Novecento scoprirono che l’unica cosa da non fare era guardare un modello.”

Gertrude Stein

Nel corso di una ricerca, mi sono imbattuta in un interessante volumetto, pubblicato per la prima volta nel 1938 e proposto, in Italia, da Adelphi nel 1973.

In poche pagine e con una scrittura rapida, ma incisiva, la scrittrice statunitense Gertrude Stein offre un vivacissimo ritratto del pittore spagnolo Pablo Picasso e ne delinea l’evoluzione artistica e umana dalle prime fasi della sua nuova vita parigina fino al 1937, l’anno del celebre dipinto “Guernica”. E lo fa da una speciale prospettiva: quella di chi ha conosciuto e frequentato l’artista, fin dal suo arrivo nella capitale francese, e di chi ha condiviso con lui un’intensa e parallela ricerca stilistica. 

Nel 1903 Gertrude Stein si trasferisce a Parigi, assieme al fratello Leo; dà vita a un celebre salotto, frequentato da artisti e letterati, e si dedica a un’intensa attività di collezionista e mecenate. I due fratelli acquistano opere di Cézanne, di Renoir ma anche quelle di artisti non ancora famosi. Tra gli altri c’è Pablo Picasso, da poco arrivato nella capitale francese. La scrittrice d’avanguardia ne diventa presto amica e sostenitrice; il suo primo acquisto è la Fanciulla con cesto di fiori.

Con rapide pennellate e da diverse angolazioni, la Stein dà conto di tutte le fasi della produzione di Picasso, facendoci seguire i cambiamenti che avvengono nell’animo e che si riflettono nelle opere del geniale pittore. Una profonda e continua lotta interiore alla ricerca del proprio linguaggio si accompagna, secondo la scrittrice, a un particolare meccanismo di assorbimento e di “svuotamento”

È la sua profonda sensibilità che lo porta ad accogliere sempre nuove suggestioni da cui, però, Picasso aspira progressivamente a liberarsi, a “vuotarsi” per tornare all’espressione del proprio sguardo sulla realtà. 

Così, in occasione di una prima, breve permanenza a Parigi, il giovane artista è attratto dalla pittura di Toulouse-Lautrec, dal cui influsso si libera molto presto dando inizio al cosiddetto “periodo blu”. 

Dal 1904, quando si trasferisce definitivamente nella capitale francese, viene travolto dal fascino e dalla “gaiezza” dell’ambiente parigino dove i suoi amici sono “scrittori più che pittori […] Max Jacob, Guillaume Apollinaire, André Salmon, Jean Cocteau, i surrealisti”. È qui che prende vita il “periodo rosa o degli arlecchini”, periodo di immensa attività che termina con il  ritratto della Stein. La letterata americana posa per lui nel corso di un intero anno ma alla fine Picasso, come in altre occasioni, sente il bisogno di dipingere senza modello. Non soddisfatto dal risultato, cancella il viso della scrittrice per ridipingerlo poi, a memoria, al rientro da un nuovo viaggio in Spagna. Rompendo con le convenzioni artistiche del tempo, riesce a cogliere l’essenza della personalità dell’amica, che dichiara di vedersi perfettamente ritratta nel quadro. “Picasso era l’unico, nella pittura, a vedere il Novecento con i suoi occhi, a vedere la sua realtà.”

Vuotatosi” ancora una volta dell’influsso francese, il pittore si accosta alla scultura africana, grazie a Matisse, e da questa esperienza nascono gli studi che lo porteranno a creare Les Demoiselles d’Avignon

È di questi anni il rapporto con Derain e Braque.

Dopo un breve viaggio in Spagna, nel 1909, il pittore torna a Montmartre con i primi paesaggi cubisti. Ma, essendo interessato principalmente alla figura umana, decide di utilizzare la nuova visione per rappresentare le persone. Ha inizio “l’era felice del Cubismo”. Con il nuovo decennio, arrivano il successo e la fama. 

L’Europa, però, vive anni complessi, di lì a poco scompare la “gaiezza “ che aveva contraddistinto il periodo precedente. Nel 1914 “tutto [è] guerra”: gli amici partono, o perché richiamati o perché volontari, e Picasso si accosta a Erik Satie e a Jean Cocteau. Risultato di tali frequentazioni è l’approdo al teatro: ”il cubismo stava per essere messo in scena”. Per lavorare ai costumi e alle scene di Parade, nel 1917, Picasso si dirige verso Sud. Benché non ami viaggiare, questa volta è contento di visitare l’Italia. 

Nuova terra, nuova seduzione: prende il via un nuovo periodo rosa che ha inizio col ritratto della moglie e termina con il ritratto del figlio in costume di arlecchino. In Francia Picasso dipinge altri quadri e disegna  nuovi Arlecchini, in una fase realista, a cui fa seguito una di soggetti classici e di donne con drappeggi. La pittura naturalista lascia il passo a quella delle “grandi donne”. 

Si susseguono nuove sperimentazioni: lo stile calligrafico, poi un ritorno al colore intenso finché, nel 1935, l’artista non smette di dipingere e di disegnare per ben due anni. 

Liberarsi dall’influsso francese o da quello italiano, una volta accolte le rispettive suggestioni, è relativamente facile per l’artista, molto  più difficile è affrancarsi da quello russo, nato in precedenza e rafforzato dalla  collaborazione con i Ballets Russes di Sergej Diaghilev. La lotta interiore si presenta più dura a causa di un forte contatto tra la sensibilità spagnola e quella russa. Ma poi tutto ha termine. 

Ben diverso è, per tutta la vita, il rapporto con la Spagna: la  vera sensibilità di Picasso è tutta spagnola e così è la sua visione. Della Spagna non potrà mai “liberarsi perché la Spagna è lui, è lui stesso”.

Dopo il 1935 il pittore arriva a smettere di adoperare il linguaggio che gli è proprio, quello del disegno e della pittura, e a dedicarsi ad altre forme espressive, tra cui anche la poesia. È un lungo periodo di riposo.

Ma quando la guerra travolge la Spagna, Picasso si risveglia, sente che la sua terra è viva, che lui stesso è vivo; è allora che  ricomincia “a parlare come ha parlato tutta la vita, parlando con disegno e colori…”. E nel 1937 partecipa alla grande Esposizione internazionale di Parigi, avendo a disposizione un’intera parete del padiglione spagnolo.

 L’artista torna a dipingere e lo fa con una raggiunta consapevolezza, con un uso perfetto dei colori e con una visione tutta personale, libera da qualsiasi influsso: “Picasso, è certo, ha trovato ora il suo colore, il suo vero colore, nel 1937”.

L’agile libretto è corredato di venti illustrazioni in bianco e nero che riproducono opere, menzionate nel libro, e realizzate dall’artista spagnolo tra il 1895 e il 1937. 

L’intenso rapporto di amicizia e di collaborazione tra Gertrude Stein e Pablo Picasso, a lungo indagato da critici e studiosi, è stato recentemente ripreso in un’interessante mostra allestita, tra il 13 settembre 2023 e il 28 gennaio 2024, dal Musée du Luxembourg di Parigi. L’esposizione, intitolata Gertrude Stein et Pablo Picasso – L’invention du langage, si è incentrata sull’influsso che i due artisti hanno avuto sui loro contemporanei e sulle prime avanguardie americane della seconda metà del Novecento. Per chi fosse interessato, le curatrici della mostra  Cécile Debray, Presidente del Musée National Picasso – Paris e Assia Quesnel, specialista di storia dell’arte moderna e contemporanea, hanno pubblicato, per Gallimard, un Carnet d’Expo, disponibile in lingua francese.   

Maria Rosaria Paolella

Maria Rosaria Paolella, napoletana, di formazione classica, ha molte passioni tra cui la letteratura, la danza, il teatro e la storia della sua città. È stata docente di ruolo nei Licei e negli Istituti di istruzione secondaria e poi cultore della materia e docente a contratto presso la cattedra di Letteratura per l’infanzia dell’Unisob. 

È autrice di articoli e recensioni su temi di letteratura latina e di letteratura giovanile, nonché di diversi libri per ragazzi, editi dalle case editrici Loescher, Marco Derva, Emme Erre. 

Tra le sue ultime pubblicazioni, per le Edizioni Apeiron, figurano Una storia: un balletto – L’Uccello di fuoco (2019), primo volume di una collana incentrata su letteratura e danza nel Balletto narrativo del Novecento e Itinerari leggendari partenopei (2023), un libro-guida che, attraverso la narrazione di antiche leggende, conduce il lettore nei luoghi più suggestivi della città. Nello stesso anno ha inoltre collaborato alla realizzazione del volume I fari dell’anima.