Veronica Raimo: “Non scrivere di me” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Ognuno si salva da soloLa scomposizione di un falso mito nella letteratura di Veronica Raimo

S. non vuole essere salvata da sé stessa, da quell’identità ridotta a un’iniziale puntata, a una negazione, Non scrivere di me. S. è quella negazione, o forse ci è diventata. Non vuole sentirsi sbagliata per questo, non vuole vedere negli occhi degli altri, delle sue amiche più strette, del suo ex fidanzato, di quello ancora prima, preoccupazione. Ma preoccupazione, per cosa? A trentacinque anni compiuti, un lavoro da cameriera, l’interruzione volontaria della scrittura, delle sue poesie, della tesi, di tutto, S. riavvolge il nastro. Quello che potrebbe sembrare a tutti, anche a loro, ai suoi cari, un autosabotaggio risulta più che altro un diritto invocato, non troppo lontano all’eutanasia. S. vuole smettere di soffrire, ma non può smettere di dimenticare ciò che l’ha portata a tale sofferenza, o, meglio, ciò che l’ha incarnata. Dennis May è un regista in erba, talentuoso, carismatico, ombroso, indubbiamente calamitante. S. non se ne invaghisce, se ne ossessiona. E come si può interrompere non più un piacere superficiale, nemmeno sottocutaneo, ma quel qualcosa che diventa totalizzante, che fagocita, ingurgita, avido, ogni parte di sé? Tutto sembra precipitare in un pozzo senza fondo, scale infinite che percorriamo insieme alla protagonista. Il primo incontro, il primo invito, le prime lusinghe, i primi sospetti. Più la situazione le sfugge di mano, più Dennis si rende impalpabile, inafferrabile, più S. vede solo e soltanto lui. Non più il fidanzato premuroso, Gionata, non più l’amica, Chiara, solo Dennis, e ciò che lui potrebbe essere, e con ogni probabilità non sarà mai. Ma fin dove si può spingere l’atrocità? Fin dove quella rivolta a sé? Fino a che punto ci si può annullare per essere assorbiti da un’altra presenza, da un’altra luce? Fino a che punto ci si può spegnere? Scendiamo quelle scale, un gradino alla volta, e speriamo, lo speriamo davvero, che sia l’ultimo, che il suo passo ora si arresterà, e il nostro con il suo. Tutti sembrano volerla riportare alla realtà: l’amica che le vede sempre più deperita, persa, il fidanzato che accetta un ruolo subalterno e ci continua a porre, proprio in virtù di questo ruolo, l’ancor più scomoda domanda, Fin dove siamo disposti ad amare? Perfino il relatore di S. si mostra scettico quando la studentessa paragona il cinema di Dennis a colossi inarrivabili. Più ci inabissiamo più capiamo che ci sarà un buio ancora più buio, e che anche i nostri di occhi impareranno ad adeguarsi all’oscurità.

Impariamo anche a comprendere che quando ci si innamora della propria ossessione più di qualsiasi altro elemento vivente e non vivente, finanche più dell’oggetto stesso del proprio amore distorto, non esiste via di fuga, scappatoia, strada parallela. Esiste un unico centro, e da quel centro, da quella casella non si avanza, non si indietreggia. S. lascia Gionata, volta le spalle all’amica per un eccesso di premura che non le vuole più vedere dipinto addosso, non torna più nel paese da cui proviene. Allora pensiamo, Ora annegherà, si farà trascinare dalle correnti degli abissi. Ma è proprio in quel momento, nell’esatto istante in cui si decide di processare, di attraversarle quelle correnti, è in quel momento che la testa torna a guardare il cielo, a uscire dall’acqua più nera. S. lo fa attraverso la letteratura, la scrittura. Sembra quasi una metafora, e forse lo è. O forse è semplicemente il punto in cui si è persa, quello in cui si deve andare a riprendere. 

Veronica Raimo non ci fornisce risposte a tutte le domande che sorgono nel corso della lettura. Come ogni scrittore degno di essere davvero chiamato tale, non facilita il percorso al lettore, glielo complica. E se è vero che la letteratura è come la vita, nulla ci assomiglia di più di quella della Raimo. Niente lo è più di quella fetta di cheesecake, che non è nemmeno proustiana, non ha proprio niente di proustiano, è solo una deliziosa fetta di cheesecake attorno a cui ci si confessa, ci si lascia, ci si innamora, e a volte tutte queste cose messe insieme. E noi, proprio come S., siamo in quel bar, serviamo caffè e piatti freddi, ascoltiamo le esistenze degli altri, le osserviamo, le registriamo, senza filtri. Le rubiamo, indubbiamente. Ma anche questo, si sa, non è mica niente di nuovo. King diceva, Fiction is the truth inside the lie. E, per quanto detesti qualsiasi forma di citazionismo, trovo non solo che non ci sia nulla di più veritiero, ma anche niente di più calzante: la fiction è la verità dentro la bugia.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

John Fante: “Chiedi alla polvere” (Einaudi), di Maddalena Crepet

Se amore e letteratura sono la stessa cosaLa furia poetica di Arturo Bandini

L’etimo della parola “passione” è il termine del latino tardo passio, ovvero “sofferenza”, “patimento”. Dunque, chiunque abbia una passione soffre. Arturo Bandini ne ha due, e quindi soffre il doppio. La prima, quella che apparentemente lo fa muovere, smaniare, lo rende inquieto, agitato, appassionato, è la scrittura. Arturo vuole fare lo scrittore, di più, vuole diventare uno dei più grandi scrittori americani. Ma il suo cognome, come il suo nome, è innegabilmente italiano. Qui si insinua la prima crepa, e, noi lettori, siamo abbagliati dal primo spiraglio di luce. Lungo il suo andirivieni fra le varie città statunitensi, il protagonista conosce una cameriera del bar che ha preso a frequentare. È giovane, impassibile, quasi dura, e, soprattutto, è messicana. Si chiama Camilla Lopez, e con lei lo scrittore instaura da subito una chiara dinamica di amore-odio. Nec tecum nec sine te vivere possum, per rifarci sempre al caro, vecchio latino. Né con te, né senza di te posso vivere. Ed è proprio questo lo schema emotivo di Arturo. La odia in quanto messicana, la ama in quanto messicana, la odia per la sua durezza inscalfibile, la ama per la sua durezza inscalfibile, la odia perché innamorata di un altro, la ama perché innamorata di un altro.

Questo “altro” è Sammy, un giovane, sedicente scrittore, malato terminale. Inizia un duello rusticano a suon di racconti, raccontini, fogli scritti, buttati, rimandati al mittente. Arturo è spietato, nel suo cinismo ci riconosciamo perché ne riconosciamo la passione, appunto. E per ciò che fa, il mestiere che ha deciso di intraprendere, e per l’agonia languida per Camilla. Sembra che il protagonista non possa rinunciare a nessuno dei due poli, semplicemente perché ha bisogno di entrambi. Ma in questo bisogno, si perde. Si avvicina a uno, pare raggiungerlo nello struggimento delle sudate carte, vede i primi racconti pubblicati, scrive lettere accorate al suo editore, e perde terreno con l’altro, l’amata, odiata Camilla Lopez. Raggiunge Camilla, passa una nottata con lei, eppure smania all’idea di dover tornare a lavorare. L’esistenza di Arturo ci appare così, in un’estrema semplificazione, “porta blu, porta rossa”. Non entrambe, ma un aut aut. Ed è proprio in questo aut aut, in questa decisione, che ritroviamo e ci identifichiamo in tutta la sua sofferenza. Sappiamo già dal primo terzo del romanzo che Arturo dovrà scegliere chi essere, e che, in questo arco di trasformazione, dovrà necessariamente escludere qualcosa, o qualcuno. Arturo non è fatto per poter distribuire il proprio patimento, ma per incanalarlo, per esserne travolto. Eppure, Arturo è pur sempre uno scrittore, un grande scrittore. E, si sa, gli scrittori per vivere, per lavorare, devono cacciarsi nei guai. È parte del mestiere. Così, fino all’ultimo, crediamo che, avendo scelto una strada e scartato un’altra, l’abbia fatto fino in fondo. Ma Arturo è uno scrittore, un grande scrittore, e, si sa, la scrittura è un po’ come il maiale, non si butta via niente. 

Fante intaglia il personaggio di Arturo Bandini nelle sue nevrosi, nella sua solitudine, nei suoi turbamenti, e, nel farlo, lo rende così umano da essere quasi inquietante. Nei suoi moti, nelle sue oscillazioni, nelle sue invettive, ognuno si può riconoscere, può trovare una parte di sé, in quel tentativo disperato che si chiama vita. 

Capiamo, questa volta senza la minima incertezza, che non solo Arturo Bandini è un grande scrittore, ma che John Fante lo è, e che l’uno non si distingue dall’altro, come sempre accade per i grandi scrittori.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Elvira Seminara per “Lunario dei giorni insonni” (Einaudi, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Elvira Seminara, “Lunario dei giorni insonni” (Einaudi, 2026).

Quanti di noi, durante una fase della propria vita, hanno vissuto la notte fino all’alba, per godere del silenzio, del tempo lento, delle prime luci di un giorno qualunque che nasce?
Questo è il mondo di Iris, alla soglia dei cinquanta, divorziata, disillusa, ironica e malinconica, che soffre di acufene e insegna ai dirigenti delle aziende a parlare e scrivere in modo “empatico”. 

Lunario dei giorni insonni (Einaudi, 2026) è il disegno di una raffinata cartografia della solitudine contemporanea. Attraverso la voce di Iris, la protagonista, Elvira Seminara trasforma l’asocialità in una forma di resistenza poetica, consegnandoci un’opera strutturata come un mosaico di schegge notturne. 

​Iris è un personaggio di rara complessità: una donna che abita una realtà “aumentata” da un’intelligenza che non smette mai di processare dati: combatte contro quello che definisce un cervello bicomponente, un generatore incessante di rimpianti e ossessioni. Il ronzio dovuto alla malattia non è solo un disturbo fisico, ma il rumore bianco del mondo che lei tenta di addomesticare attraverso liste minuziose e la ricerca ossessiva del vuoto assoluto, proiettando i suoi desideri verso Alert, il punto abitato più a nord del pianeta.

seconda parte


​Seminara esplora le relazioni umane non come legami idilliaci, ma come pura materia d’attrito. Che si tratti della convivenza con il coinquilino Jacopo o del legame doloroso con la vicina Aida, come anche dei ricordi delle relazioni familiari, la narrazione rifugge ogni pietismo. Il tema della solitudine si intreccia con quello di una natura “elettrica” e malata, suggerendo un parallelismo inquietante tra il disastro climatico, le piante estranee che crescono spontanee, l’inaridimento della terra  e quello dei sentimenti. 

​Lo stile dell’autrice si conferma “malincomico”: un impasto sapiente di ironia e cinismo che induce al sorriso e, un istante dopo, alla commozione. Iris non concede indulgenza a nessuno, men che meno a se stessa: il suo sguardo osserva il mondo attraverso la “Teoria del Ragno” di Henry James: una tela flessibile e trasparente che, se spezzata, distrugge la capacità stessa di percepire il reale. 

​Il vertice emotivo del romanzo coincide con la morte di Aida. In questo passaggio, Iris — che vive di distanze e rifugge il contatto — riscopre il potere del tatto. Citando Lucrezio e l’Odissea, la protagonista comprende che è l’essere accarezzati a sancire lo stato di vita. In un estremo atto di pietà, accompagnato dalle note di Volare, il confine tra i vivi e i morti si fa poroso e paradossalmente rassicurante. 

​Con questo romanzo, Elvira Seminara ci sfida ad affrontare una domanda cruciale: perché abbiamo tutti orrore del vuoto? Iris ci insegna che nel silenzio e nel bianco non c’è solo assenza, ma una forma di ascesi necessaria per sopravvivere al rumore del mondo.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Uketsu: “Strani disegni” (Einaudi, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Pezzi di un puzzle apparentemente impossibilitati a formare un tutto unico; storie a tutta prima slegate tra loro, quasi si svolgessero su piani paralleli, destinate a non incrociarsi mai; indizi sparsi che, anziché contribuire a risolvere il mistero, non fanno altro che infittirlo e un lettore dapprima frastornato dalle varie vicende e poi intrigato, man mano che tutto sembra acquistare significato – ma quanti significati ci sono? Quanti modi per diradare la nebbia che avvolge il racconto (i racconti) ma che, inesorabile, si infittisce fino all’agnizione finale?
Questo e molto altro è “Strani disegni” – un best seller dell’anno appena trascorso: un fenomeno editoriale che, solamente nel Giappone, ha venduto più di un milione e mezzo di copie.
Anche l’autore è un mistero: uno youtuber con una maschera bianca perennemente calata sul viso (che ricorda il Kaonashi di Hayao Miyazaki), un distorsore di voce per non farsi riconoscere e un nome che in italiano suona come “buco” e “pioggia”, parole che evocano una mancanza profonda e una malinconia, direi, esistenziale.


Per quanto riguarda il romanzo, si tratta di un libro formato da un breve prologo e quattro capitoli, ciascuno incentrato sulle vicende di  protagonisti differenti, talmente intricate e apparentemente slegate tra loro che ci si chiede che senso abbiano. A collegare il tutto sono, appunto, diversi disegni che raccontano, ma nello stesso tempo, occultano vicende anomale, inquietanti e drammatiche, intorno a cui il protagonista indaga fino alla scoperta finale, e di cui ci fa seguire tutte scoperte, le battute d’arresto, i vicoli ciechi in cui si arenano le sue ricerche e i suoi progressi.
Ad attorniarlo e a vivere queste segmentate e iperboliche vicende, altri personaggi dall’interiorità complessa e talvolta ferita in modo quasi irreparabile, splendidi comprimari che l’anonimo autore ha disegnato, è proprio il caso di dirlo, in maniera superba.
Una lettura incredibile, coinvolgente e frustrante, magistralmente condotta. Una delle storie più enigmatiche e angoscianti che abbia mai avuto tra le mani – e credetemi, vi parlo da book addicted.
Incredibile.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Paolo Cognetti: “La felicità del lupo” (Einaudi, 2021), di Maddalena Crepet

Il richiamo del vuoto La geografia sentimentale di Paolo Cognetti

Fausto ha quarant’anni, il sogno nella testa di diventare uno scrittore, e la voglia sempre sottopelle di perdersi nella natura vergine. Il Monte Rosa gli appare perfetto: incontaminato, poco abitato da esseri umani, ancora moltissimo da altri esseri viventi, conciliante, forse perfino capace di distendere le sue innumerevoli nevrosi. È qui, fra la baita-ristorante di Babette, la seggiovia, i montanari, l’ex forestale in pensione Santorso, che conosce Silvia, potremmo dire, nomen omen, la donna dei boschi, che viene però dalla città. Silvia ha ventisei anni, è giovane, energica, ha voglia anche lei di scappare da qualcosa. Inizia a lavorare come cameriera stagionale, un lavoro che sa non poterla sostenere a lungo, ma quel che le basta per evadere un po’. Nel mentre, Fausto si adopera come cuoco nella cucina della baita-ristorante. La vita sembra scorrere senza troppi intoppi, fra passeggiate, escursioni, albe incantevoli, e tramonti mozzafiato. Sembra tutto tornato al Grado Zero. Silvia e Fausto azzerano tutto, i loro passati, quel padre che aspetta, malandato, fra i palazzoni, quella ex moglie, forse perfino gli amici. Non ne sentono il richiamo. Sono come lupi, solitari, e al contempo mossi costantemente da qualcosa di imperscrutabile, che può solo rispondere al nome di irrequietezza. È così che, poco dopo un incidente che vede coinvolto Santorso, poco dopo le sue mani maciullate dalla neve impetuosa e impietosa, Silvia sente di nuovo proprio quel richiamo, non più silvestre, ma urbano. Torna nella sua città, nel suo quartiere, ad annusare il fritto delle cucine nei cortili interni, il vociare dei vicini, lo stridore dei freni delle automobili. Fausto è convinto si tratti solo di un periodo, troppo impegnato a capire come aiutare Santorso a vivere senza più le mani. Ne è convinto finché Silvia, tornata in alta quota, non gli fa capire il contrario. Non è più la stagione dell’amore, e nemmeno quella del lavoro in alpeggio, in cucina, in sala, anche perché perfino Babette ha appeso il cappello al chiodo. Improvvisamente niente appare più come prima, non la scrittura che Fausto teneva nascosta fra i loro cuscini, coperta dai capelli infiniti di Silvia, asciugati dalla stufa a legna, non i campi, i pascoli, il freddo che mozza il fiato, l’estate senza surriscaldamento, non gli improperi dei montanari, non il loro amore consumato sul ghiacciaio, fra le balle di fieno, in una cucina di una baita ormai venduta. È tempo di muoversi, di trovare altro cibo, di rispondere agli ululati di altri lupi spersi chissà dove. 

Cognetti con La felicità del lupo ci restituisce un’altra fotografia della montagna. E, come nel romanzo che l’ha reso celebre ai più, Le otto montagne, lo fa tratteggiando un quadro nitido, e al contempo metaforico. Possiamo quasi dire, leggendo le pagine di entrambi, di sentire l’odore di quell’erba cresciuta dopo il gelo, di percepirne la morbidezza, il profumo del latte appena munto, lo scampanare del gregge, della mandria, il freddo pungente, il calore piacevole, il liquore che scalda le gole, che le brucia. Possiamo però anche seguire l’andirivieni dei personaggi, da una parte i due amici fraterni Bruno e Pietro, dall’altra i due innamorati, Fausto e Silvia. Il richiamo insistente delle sirene cittadine che si alterna al silenzio ovattato delle notti in alta quota. I legami che vanno ben al di là di quelli di sangue, che li superano, sono più forti, e quindi anche più dannati. L’abbandono. Pietro che se ne torna in città, Silvia pure. Bruno e Fausto che decidono di rimanere. Lo scrittore che decide di girare il mondo con la sua penna, Pietro, e quello che sceglie il sentiero di montagna, Fausto. Sono due amori impossibili, i loro. L’uno verso l’amico d’infanzia, l’altro verso la giovane ragazza di quartiere. La sostanza non cambia, ciò che resta è il rumore sordo della separazione, della possibile accettazione dell’impossibile, che ognuno sceglie per sé, e che ognuno si salva da solo. O, semplicemente, decide di non farlo. Nel finale aperto ci immergiamo, al what if ci aggrappiamo come l’unico, reale senso esistente: lasciar andare. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.