Nel periodo fra le due guerre la storia culturale appare fortemente caratterizzata dalla vicenda di alcune riviste, che discutono le scelte della letteratura e ne lanciano i programmi. Prima di tutte “La Ronda”, che inizia le pubblicazioni nel 1919 per concluderle nel 1922 (ma un numero straordinario uscirà ancora nel 1923). Sorta a Roma, fu retta inizialmente da un comitato di redazione composto da Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini, Bruno Barilli, Vincenzo Cardarelli, Emilio Cecchi, Lorenzo Montano e Aurelio E Salfi; in seguito la direzione venne assunta dai soli Salfi e Cardarelli, che della rivista era stato il principale promotore e sostenitore.
Ricollegandosi alla lezione della “Voce” cosiddetta “bianca”, diretta da Giuseppe De Robertis, La Ronda sostenne con estremo rigore l’autonomia della letteratura e l’assoluta preminenza dello stile sui contenuti. Il suo programma respinge il coinvolgimento dello scrittore sul piano politico-sociale, tipico delle scelte culturali di inizio secolo, ma soprattutto rifiuta lo sperimentalismo delle avanguardie. Al loro “disordine”, come forma di contestazione di un intero sistema sociale e delle sue coordinate linguistico-ideologiche, viene opposto un ordine che si ispira ai valori della tradizione, con l’intenzione di riprendere il discorso letterario là dove i maggiori scrittori dell’Ottocento l’avevano condotto (i modelli proposti dai rondisti sono Manzoni per la prosa e Leopardi per la poesia). Da un lato La Ronda rifiuta l’irrazionalismo e le sue spericolate avventure, richiamandosi ai criteri della chiarezza razionale; dall’altro il ritorno all’ordine, proposto per la letteratura, finiva per coincidere con il ritorno all’ordine che il fascismo stava imponendo alla società italiana. Non si vuole certo stabilire una dipendenza diretta fra questi due fenomeni. Resta il fatto che la figura di intellettuale propugnata da La Ronda, era tale da non preoccupare assolutamente il regime, per il totale disinteresse nei confronti della realtà socio-politica. La risoluzione della scrittura in un prevalente esercizio di stile, oltre a mettere in secondo piano un genere aperto e problematico come il romanzo, dava vita alla cosiddetta prosa d’arte, estendendo l’influenza della rivista ben oltre la sua effettiva durata.
In diretto rapporto con la politica, legato all’affermazione stessa del fascismo, viene rivendicato invece da “Il Selvaggio”, la rivista fondata nel 1924 a Colle Val d’Elsa da Mino Maccari e trasferita poi nel 1927 a Firenze, che verrà stampata fino al 1943. Il suo fondatore, importante soprattutto come caricaturista, le impresse un taglio polemico e satirico, basato non solo sulla scrittura, ma sul disegno e sulla grafica, che fu particolarmente curata. Il Selvaggio intese ispirarsi alla tradizione nazionale, o meglio a quella di una presunta italianità, che veniva fatta coincidere con i valori della provincia e del mondo contadino, ritenuti i soli autentici o vitali, capaci di contrastare la corruzione dell’età presente e di promuovere il suo rinnovamento. L’avere identificato questi valori con lo spirito del nascente fascismo indusse ad aderire entusiasticamente al regime, salvo poi a dissentire sulle scelte diverse che il governo veniva compiendo. Di qui una fedeltà che non impedirà atteggiamenti di fronda e di dissenso, contro particolari settori dell’apparato statale, accusati di involuzione ideologica e burocratica, di culto delle apparenze.

Dopo aver partecipato all’esperienza iniziale del Selvaggio, lo scrittore e pittore Leo Longanesi darà vita a Bologna, nel 1926, a “L’Italiano”, trasferendolo poi a Roma, che ha come sottotitolo “Foglio mensile della rivoluzione fascista”. Anch’egli sostenitore convinto di Mussolini, accorderà tuttavia ampio spazio a posizioni di sottile e tagliente ironia, tanto da far scrivere a Montale che la rivista pubblicò “quanto di meglio e di più audace la fronda fascista poté esprimere in quegli anni”. Nel 1937 Longanesi fonderà “Omnibus”, che si può considerare il primo rotocalco italiano di attualità, sarà soppresso due anni dopo dalla censura, costituendo poi, nel secondo dopoguerra, la casa editrice che porta il suo nome. Non stupisce quindi che a queste riviste abbiano collaborato anche intellettuali e artisti estranei o avversi al regime fascista.
Al Selvaggio, in particolare, fece capo il cosiddetto movimento di “Strapaese”, che divise in quegli anni parte della cultura italiana. A esso si oppose infatti il movimento di “Stracittà”, che ebbe il suo organo nella rivista “900”, fondata a Roma nel 1926 da Massimo Bontempelli e da Curzio Malaparte. Quest’ultimo, giornalista e scrittore dagli umori vivacemente polemici, noto soprattutto per i romanzi “Kaputt” e “La pelle”, se ne staccò tuttavia l’anno successivo, per passare allo schieramento opposto. La rivista uscì inizialmente in lingua francese, con il sottotitolo “Cahiers d’Italie et d’Europe”, avvalendosi di un comitato di redazione in cui comparivano nomi prestigiosi della letteratura straniera, da James Joyce al russo Erenburg. Facendosi espressione soprattutto del pensiero di Bontempelli e della sua poetica del Realismo magico, “900” si batté per una cultura modernamente europea, rifiutando il provincialismo ottocentesco ed entrando così inevitabilmente in polemica con il Selvaggio. Le sue aperture non furono senza efficacia su scrittori come Corrado Alvaro, che fu uno dei redattori, e Alberto Moravia, ma non riuscirono a elevare veramente il dibattito culturale, che si perdeva in sterili polemiche, nel 1932 Cesare Pavese definiva Strapaese e Stracittà come “una caricatura letteraria”.
Se Bontempelli si era sforzato, con risultati piuttosto effimeri, di aprire la cultura dell’Italia fascista all’Europa, profondamente diverso era stato lo spirito del programma europeista avanzato da Piero Gobetti, nell’ultima delle riviste da lui fondate. “Il Baretti” nasce a Torino nel 1924, cesserà la pubblicazione nel 1928, sopravvivendo alla morte prematura del suo fondatore, con un preciso intento costruttivo e polemico: quello di trasferire il discorso politico, divenuto oramai impossibile, sul piano letterario, affidando a esso le residue possibilità di condurre un’azione di resistenza nei confronti del regime e di rieducazione a quei valori delle libertà democratiche che venivano così brutalmente calpestati. Proprio il significato etico-politico e pedagogico attribuito alla cultura giustifica le scelte della rivista, che propone in primo luogo un ritorno alla serietà e alla ragione. Si spiegano così alcuni punti di contatto con Benedetto Croce e con il programma della “Ronda”, anche se Gobetti rifiuta di risolvere la letteratura in un puro problema di stile, richiedendo una particolare attenzione per i contenuti delle tematiche affrontate. La ragione alla quale si richiama è quella che ha le sue radici nella volontà di riforme propria dell’Illuminismo e nello spirito critico rappresentato da questo movimento di idee, contro ogni forma di chiusura e di dogmatismo. Ne consegue l’ampiezza delle coordinate europee entro cui si colloca l’azione della rivista, da opporre al nazionalismo fascista e al provincialismo in cui rischiava di arenarsi la cultura italiana (non a caso il titolo deriva dallo scrittore Giuseppe Baretti, nato a Torino e morto a Londra, viaggiatore cosmopolita e illuminista dalla sferzante vena satirica). Ma la forza dell’iniziativa è anche nella personalità che Gobetti, in una fase di grandi difficoltà, seppe ancora una volta raccogliere intorno alle sue proposte: ricordiamo Guglielmo Alberti, Arrigo Cajumi, Santino Caramella (che fu poi il direttore), Giacomo Debenedetti, Mario Fubini, Aldo Garosci, Leone Ginzburg, Mario Gromo, Carlo Levi, Massimo Mila, Eugenio Montale, Augusto Monti, Natalino Sapegno, Sergio Solmi, Lionello Vincenti.
Questa tradizione verrà ripresa qualche anno dopo dai giovani che, fra il 1933 e il 1935, si riuniranno presso la redazione della “Cultura”, la rivista con cui Giulio Einaudi iniziò la sua attività editoriale. Ma non vanno dimenticate altre riviste meno note, alle quali va riconosciuto il merito di avere introdotto elementi di rilievo nel dibattito letterario: “Primo tempo” (1922), fondata a Torino da Giacomo Debenedetti e Sergio Solmi, che vi esordirono come critici e ottennero importanti collaborazioni, oltre a pubblicare testi di Saba e Montale; “La Libra” (1928- 30), che vide la luce a Novara per merito del francesista Mario Bonfantini, di Enrico Emanuelli e di Mario Soldati, occupandosi in particolare dei problemi legati alla ripresa del romanzo.
Un ruolo centrale, nella letteratura del ventennio, viene svolto dalla rivista fiorentina “Solaria”, che sin dal titolo (la congiunzione di elementi che simboleggiano la vastità degli orizzonti naturali) si propone come una ideale “repubblica delle lettere”, del tutto indipendente rispetto ai condizionamenti del potere politico. Fondata nel 1926 da Alberto Carocci, affiancato poi da Giansiro Ferrata e temporaneamente sostituito da Alessandro Bonsanti, uscì fino al 1936, ma gli ultimi numeri per i ritardi e le interruzioni, portano la data del 1934. Nella presentazione dell’iniziativa, emerge un ecclettismo destinato ad assumere un carattere fortemente propulsivo e innovativo, dal momento che Solaria riuscì a riunire le forze più vive della letteratura del tempo, avviando un discorso ricco di molteplici prospettive. L’interesse per lo stile, che si richiama al rigore formale della Ronda, non è disgiunto da una forte esigenza di moralità, di ascendenza per così dire gobettiana. La rivista prestò particolare attenzione alla specificità dei linguaggi letterari, considerati come uno spazio separato, da esplorare attraverso strumenti tecnici specialistici e particolarmente affinati; ma anche, soprattutto negli anni Trenta, rilanciò il problema della responsabilità storica dello scrittore, attirando su di sé l’attenzione sospettosa del regime, che ne mise sotto sequestro alcuni fascicoli.
L’ospitalità accordata negli ultimi anni agli scrittori più giovani (Vittorini, Gadda, Moravia, Montale, ecc.) è quasi la conseguenza dell’interesse per altri autori italiani che, per lo più ignorati o trascurati dalla critica ufficiale, Solaria ebbe il merito di valorizzare, sollecitando una considerazione più meditata e approfondita. Vere e proprie operazioni di scoperta e di rilancio si possono considerare i numeri unici dedicati a Umberto Saba (n.5,1928), Italo Svevo (nn.3-4, 1929) e Federico Tozzi (nn.5-6, 1930). L’interesse per lo stile era quindi parallelo a quello per le problematiche delle opere. Non a caso i tre scrittori indicati possono essere accomunati per l’importanza che assume, nelle loro opere, la tematica psicanalitica; si ricordi che a Solaria collaborarono scrittori che si mostreranno particolarmente attenti a questo aspetto, come Gadda e Moravia, oltre a un critico come Giacomo Debenedetti, che si può a pieno titolo ritenere il padre della critica psicanalitica italiana. Se si considera che la psicanalisi era completamente ignorata dalla cultura di regime, e che ancora nel secondo dopoguerra verrà misconosciuta e avversata, si può avere un’idea delle aperture promosse dalla rivista, che riguardano non un generico modernismo, ma una più intima coscienza, e desiderio di conoscenza, della modernità. Una stessa convinzione guida gli interessi nei confronti delle letterature straniere, che perdono ogni carattere di occasionalità e di settorialità, sforzandosi di cogliere lo spirito più autenticamente innovatore della ricerca letteraria contemporanea. Era, anche in questo caso, il rifiuto delle superficiali improvvisazioni e dei dilettantismi autarchici, a favore di un più libero aprirsi degli orizzonti intellettuali. Oltre a recensire con grande tempestività opere di Valéry, Gide, Malraux, Hemingway, ecc., la rivista pubblicò traduzioni di Rilke, Eliot e Joyce, approfondendo la conoscenza di Proust e Kafka. Attraverso l’incontro con autori e testi decisivi della cultura novecentesca, si ponevano così le basi per un effettivo rinnovamento della cultura italiana. L’ecclettismo di Solaria coincise con lo sperimentalismo di una ricerca che diventa anche laboratorio di idee, volto a saggiare diverse forme e possibilità espressive: dall’Ermetismo alla prosa lirica, fino a porre le premesse per una ripresa decisiva del romanzo.
Sempre a Firenze, Alessandro Bonsanti fondava nel 1937 “Letteratura”, che uscì irregolarmente durante la guerra e nel primo dopoguerra. La rivista si può considerare l’erede di Solaria, in particolare la linea che privilegiava la ricerca creativa e i processi di elaborazione della scrittura, proprio per la sua strenua volontà di mantenere il discorso in un ambito rigorosamente letterario, sul piano di una produzione di testi pienamente inserita nella consapevolezza dei valori raggiunti dalla letteratura europea.
Nel 1929 era nato a Firenze “Il Frontespizio”, che durerà fino al 1940; dal 1930 viene stampato da Vallecchi, passando l’anno successivo sotto la direzione di Piero Bargellini. Legata al tradizionalismo cattolico della cultura fiorentina, la rivista ridiede voce alla generazione degli intellettuali primonovecenteschi (in particolare Papini, Soffici e Domenico Giuliotti), fautore di una letteratura cristiana impetuosa e primitiva, che piacque a Gobetti, accogliendo in seguito le più moderne istanze di un cattolicesimo che si andava orientando verso le soluzioni dell’Ermetismo (nel 1936 vi uscì il saggio di Carlo Bo, Letteratura come vita. L’incompatibilità di queste due anime determinò alla fine una crisi interna alla rivista e la nascita di “Campo di Marte” (1938-39), edita anch’essa da Enrico Vallecchi. Dopo essersi posta il problema del ruolo dell’artista, la rivista, redatta da Alfonso Gatto e Vasco Pratolini, ha ospitato le prove dei nuovi narratori e, soprattutto, degli ermetici, sui versanti della produzione poetica e della riflessione critica. Un’interessante appendice di questa vicenda può essere rintracciata nella rivista milanese “Corrente” (1938-40), che accolse i contributi dell’Ermetismo fiorentino all’interno di un più ampio dibattito filosofico-culturale, attento alle trasformazioni del gusto estetico (vi parteciparono filosofi come Antonio Banfi, Enzo Paci e Luciano Anceschi), oltre che polemicamente critico nei confronti del fascismo, che soppresse la rivista allo scoppio della guerra.
L’ultimo e rilevante capitolo del rapporto fra le riviste culturali e la politica del regime è costituito da “Primato” (1940-43), fondata e diretta da Giuseppe Bottai e Giorgio Vecchietti. Gerarca del regime, Bottai si era venuto orientando verso posizioni critiche, che si riflettono sulle pagine della rivista, rivolta soprattutto ai giovani e molto diffusa nelle scuole. Aperta alla collaborazione dei maggiori scrittori e intellettuali italiani, “Primato” finì per rappresentare la crisi della cultura fascista, accogliendo non pochi elementi di rottura e spunti di discussione approfonditi poi nel dopoguerra. Si tornò a parlare di libertà dell’arte, del ruolo degli intellettuali, dell’esigenza di una cultura sopranazionale, in un più autonomo e spregiudicato confronto d’opinioni, che trovò espressione in alcuni vivaci dibattiti: ad esempio quello sull’Ermetismo, sui numeri 7-9 del 1940, o quello sull’esistenzialismo, a partire dal primo numero del 1943.
Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

