Klaus Mann: “Fuga al Nord” (Castelvecchi, curatore Massimo Ferraris), di Lavinia Capogna

Klaus Mann e Johanna, tra amore e lotta politica

“Si era avventurata con Ragnar in una regione dove non c’era nulla, solo lei e lui; ora dipendeva completamente da lui. Ma poteva contare su di lui, su di lui e sul suo incomprensibile cuore?”

Klaus Mann (1906 – 1949) è stato uno dei più bravi scrittori tedeschi della prima metà del Novecento. Non gli fu di aiuto il fatto di essere figlio di Thomas Mann, celebre scrittore e Premio Nobel. Per quanto insensato sembrava inevitabile per i critici un ricorrente confronto con il padre a cui egli non aveva mai chiesto aiuto. In realtà erano/sono due scrittori molto diversi nei temi e nello stile: il tema principale che attraversa l’opera di Thomas Mann è il dissidio tra vita d’artista e vita borghese e quello di Klaus Mann è il tentativo di vivere, riuscito o meno, in una società alienata. 

Anche lui tentò di resistere e assai coraggiosamente per poi smarrirsi nell’oppio e nel suicidio, a soli 42 anni nel 1949 (*). 

Gay dichiarato quando non lo era nessuno, protagonista della vita culturale e mondana nella Repubblica di Weimar (1919 – 1932), Klaus Mann fu uno dei più impegnati antinazisti tedeschi. Nel marzo del 1933 scelse l’esilio a Parigi, poi ad Amsterdam ed infine negli Stati Uniti dove divenne cittadino americano e partecipò, non combattendo, alla Seconda guerra mondiale arrivando anche a Roma dove scrisse parte della sceneggiatura del film “Paisà” di Roberto Rossellini. 

Fondò anche due prestigiose riviste letterarie antifasciste a cui collaborarono parecchi scrittori e filosofi, tra i quali il nostro Benedetto Croce. 

A lungo rimosso anche in Germania, perché troppo scomodo (ancora non mancano articoli di reazionari contro di lui) è stato riscoperto negli anni ’70-’80, gli sono state dedicate alcune biografie e una piazza a Francoforte sul Meno, Klaus Mann Platz. 

Riguardo alla sua ampia opera letteraria c’è stato un grande ritardo da parte delle case editrici italiane. La sua bellissima autobiografia, “La Svolta”, venne pubblicata nel 1962 ma poi si dovette aspettare fino agli anni ’80 per poter leggere qualche altro suo libro tradotto sull’onda del successo del film “Mephisto”, tratto dal suo romanzo omonimo e Premio Oscar. 

“Fuga al nord” (Flucht in den Norden) pubblicato nel 1934 dall’editore Querido di Amsterdam (una stimata casa editrice che fu l’unica ad accettare i testi degli esuli tedeschi) è stato finalmento edito per la prima volta in Italia nel 2024 dall’editore Castelvecchi che sta portando avanti l’encomiabile iniziativa di pubblicare l’opera omnia dello scrittore (io lo avevo letto, tempo fa, in originale e l’ho riletto in questi giorni in questa edizione assai curata). 

Fu il primo libro di quella che viene denominata Exilliteratur (letteratura dell’esilio, 1933/1945). 

La maggioranza degli scrittori aveva infatti lasciato la Germania quando Hitler era andato al potere: Thomas Mann, Heinrich Mann, Bertolt Brecht, Erich Maria Remarque, Anna Seghers, Ernst Toller, Ludwig Renn, Oskar Maria Graf, Jacob Wassermann, i filosofi Theodor Adorno, Hannah Arendt, Walter Benjamin, il bulgaro Elias Canetti, gli austriaci Stefan Zweig, Joseph Roth e altri. 

Erich Mühsam venne invece ucciso in un campo di concentramento nel 1934.

La protagonista del romanzo è Johanna una ragazza tedesca ventenne, comunista, intelligente e vulnerabile, che ha appena lasciato la Germania grazie ad un passaporto falso. 

Ella raggiunge nella bianca e quieta Helsinki in Finlandia una sua amica e compagna di studi, Karen. 

Karen è una ragazza molto graziosa, dolce e ragionevole. 

Johanna pensa di fermarsi solo qualche giorno e poi di raggiungere i compagni a Parigi. 

La stessa sera del suo arrivo conosce Jens, uno dei fratelli di Karen, uno snervante, spudorato fascista che l’importuna mentre ballano insieme. 

Finalmente tornate a casa, Johanna racconta a Karen qualcosa della devastante realtà tedesca. Poi, inaspettatamente, le due ragazze fanno l’amore – che qui assume valore di un atto di conforto e di empatia piuttosto che sentimentale. Sarà l’unica volta – Karen, che è innamorata di Johanna e che già nella sua famiglia è sacrificata, le celerà abilmente la sua delusione. 

Ma c’è anche un segreto nella vita di Karen, qualcosa che lei non ha raccontato neppure a Johanna. 

Nella vasta tenuta di campagna della famiglia, Johanna incontrerà gli altri familiari e Ragnar, l’altro fratello di Karen, indolente, mutevole, affascinante, antifascista, che le presterà un libro di Rimbaud. Sarà l’inizio di un percorso emotivo, di un amore senza domani, di un oscillare tra il dovere etico dell’impegno e un desiderio di fuga e di oblio in sintonia con il viaggio, quasi iniziatico, che i due amanti faranno agli estremi confini del paese, tra splendidi boschi e laghi ma anche desolati villaggi lapponi.

Il Leitmotiv del libro è lo straniamento di Johanna di fronte al mondo che è andato in frantumi (le persone di una certa età che non riescono più a ritrovarsi, i suoi confusi e dignitosi genitori, la madre di Karen che vive del lontano passato quando la Finlandia faceva parte dell’Impero russo e si andava in vacanza sulla Costa Azzurra francese), la brutalità inaudita del nazismo, un mondo in cui tutti i valori si stanno disintegrando, in cui il suo amico Bruno è a rischio della vita, in cui si perde la patria (bellissimo il dettaglio dell’emozione che lei prova nel vedere casualmente dei libri tedeschi nella locanda). In cui, infine, l’amore stesso può essere conforto, come con Karen, ma anche annullamento, come con Ragnar. 

Ciò che ha attratto di più del libro nel tempo è stata la storia d’amore, piuttosto osé, tra Johanna e Ragnar ma in realtà esso descrive perfettamente la situazione politica senza essere mai didascalico. 

Lo stile è scorrevole, assai coinvolgente, intenso come un crescendo musicale, a tratti struggente, in qualcosa chiaroveggente (la lucidissima previsione della guerra che scoppierà cinque anni dopo). 

La trama si ispira ad una storia vera: Ragnar è un ritratto dell’avvenente Hans Aminoff con cui Klaus Mann aveva avuto una breve ma importante relazione sentimentale. Poco dopo Aminoff si era sposato. Egli era rimasto in contatto con Klaus Mann che aveva provato sentimenti di rimpianto, come si legge nei suoi “Diari”. 

Aminoff aveva anche acquistato tutte le copie di “Fuga al nord” nelle librerie di Helsinki temendo di essere riconosciuto (apparteneva ad una famiglia nobile assai nota nel paese). 

A Johanna invece aveva dato i tratti della sua amica Annemarie Schwarzenbach, bionda e delicata scrittrice svizzera.

(*) Per chi volesse approfondire le opere e la vita di Klaus Mann suggerirei il mio articolo “Klaus Mann e l’integrità intellettuale”, che si trova nel mio libro “Pagine Sparse – Studi letterari”. 

Nota: da “Fuga al nord” è stato tratto nel 1986 un film discontinuo diretto dalla regista finlandese Ingemo Engström.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Valerio Aiolli per “Portofino blues” (Voland, 2025) – Capitolo Zero: Ep.4 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.4 Valerio Aiolli, autore di “Portofino blues” (Voland, 2025).

La lettura di “Portofino Blues” di Valerio Aiolli è un’immersione profonda e inquietante nel mondo dorato e marcio delle élite italiane tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni 2000.

Il libro, che fonde cronaca e finzione, si serve del mistero della scomparsa della contessa Francesca Vacca Agusta per tracciare un ritratto impietoso di una società in disfacimento.

​L’autore sceglie una struttura narrativa complessa e non lineare, un mosaico di voci, testimonianze, articoli di giornale, frammenti e dettagli delle giornate della contessa e di chi le ruotava attorno e pensieri intimi dei personaggi che sfociano nella fiction.

Questa tecnica frammentaria non solo tiene alta la tensione, ma serve anche a svelare, strato dopo strato, un mondo fatto di apparenze, dove il lusso ostentato nasconde un vuoto interiore e una profonda solitudine.

Il tono a volte distaccato e a volte immersivo, ci porta dentro ad ogni capitolo, con un gioco di luci sui fatti di cronaca narrati e sui risvolti delle indagini, alternati alle ombre della vita e dei ricordi degli attori principali della vicenda.

“Fuori” e “Dentro” sono i distinguo che accompagnano il lettore facendogli comprendere dove inizia la fiction e finisce la realtà. Una efficace espediente narrativo in cui si succedono stile da reportage e flusso di coscienza.

Il variare temporale tra il “prima” e il “dopo” la tragica scomparsa della contessa crea un’atmosfera sospesa,  in cui Portofino stessa diventa un personaggio, un luogo “blues”, di sofferenza, di lamento e solitudine che riflette l’ambiguità dei suoi abitanti.

​Al centro del romanzo non c’è solo il “caso” Vacca Agusta, ma una critica sociale tagliente. Aiolli lega la vicenda personale della contessa a eventi storici come Tangentopoli, puntando il faro sul legame indissolubile tra potere, denaro e corruzione. Il libro svela come il mondo del “jet set” sia spesso un’illusione, un circolo vizioso di arrivismo e dipendenze, dove la ricchezza non è quasi mai genuina, ma una contaminazione dovuta alla vicinanza a “supernova altolocate.”

​Le figure femminili sono descritte in modo particolare: non sono semplici vittime, ma “tigri servili a comando,” donne che usano la loro bellezza e il loro fascino come armi per sopravvivere e scalare posizioni sociali.  Un tipo di femminilità che suscita negli uomini paura, spingendoli a comportamenti violenti per mantenere una imposta immagine “maschia.”

​Oltre al ritratto sociale, il romanzo si spinge nella quotidianità dei personaggi. La ricostruzione degli ultimi momenti e pensieri della contessa, nei capitoli finali, è particolarmente toccante.

Emergono i temi della paura di invecchiare, come sintomo della non accettazione della morte. L’autore ci invita anche ad una analisi profonda su quanto la ricerca disperata dell’eterna giovinezza e di un’immagine perfetta sia un’altra metafora del vuoto di un’epoca che ha fatto della superficialità il suo credo.

​Come va a finire la vicenda? Il libro lascia al lettore la scelta fra il credere all’ipotesi del suicidio della protagonista o alla congiura di interessi omicida. Ci si schiera per l’una o l’altra possibilità durante il percorso di lettura, ma il mistero non è svelato.
Resta a voi, accomodarvi sul divano e immaginare, attraverso le pagine, com’è andata davvero. Come in una docu-fiction letteraria, dove è la nostra personale sensibilità rispetto ai fatti narrati a fare da guida.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Jean-Baptiste de Panafieu e Camille Renversade: “Il libro delle metamorfosi” (Moscabianca Edizioni), di Silvia Lanzi

Una presentazione grafica un po’ retrò.
Una gioia per gli occhi. Un libro decisamente particolare – alcuni lo definirebbero weird – ma elegante, ricco di immagini meravigliose: anzi, è decisamente uno di quei libri in cui testi e illustrazioni sono funzionali, direi indispensabili, gli uni alle altre.
Il titolo “Il libro delle metamorfosi”, è quanto mai esplicativo: infatti il volume parla delle trasformazioni – reali o presunte – di uomini e animali, attingendo a credenze popolari, racconti edificanti e letteratura. Il tutto diviso in brevi e agili capitoletti, inframmezzati da tavole illustrate in modo impeccabile.


Il merito è dei due autori Jean-Baptiste de Panafieu e Camille Renversade – il primo direttore dell’istituto Deyrolle, fondato nel 1931 a scopo scientifico e didattico, e il secondo un artista visivo cui piace definirsi dandy chimaerologicus.
Il risultato è una wunderkammer cartacea, piena di curiosità e rimandi eruditi e popolari, che racconta in maniera mirabile cose impossibili.
Un’opera incredibile, direi poco meno che spettacolare, da tenere vicino e continuare a sfogliare – decisamente non un libro che, dopo averlo letto, si ripone su uno scaffale a prendere polvere.
L’unico neo, ma non se ne può fare una colpa a chi l’ha scritto è, che la precisa e abbondante bibliografia è, ahimè, quasi tutta in francese.
Una piccola e preziosa chicca.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Enrico Macioci: “Il grande buio” (Neo Edizioni, 2025), di Valeria Jacobacci

Una raccolta di racconti noir, thriller fra polizieschi e introspettivi? Senza dubbio questo ed altro ancora rappresenta “Il grande  buio” di Enrico Macioci, edizioni NEO.  Dello stesso autore  avevamo apprezzato “L’estate breve”per  TerraRossa, “Lettera d’amore allo Yeti” con Mondadori, “Terremoto” per Terre di mezzo.  Peculiare di questo nuovo lavoro è un distopico sguardo all’anima nera di un anti mondo, somigliante a un anti Cristo, destinato, tranne forse in un caso o due,  a restare senza riscatto, senza redenzione e, soprattutto, senza spiegazione. Abituati come siamo agli enigmi, continuamente presenti nel mondo attuale, leggiamo spesso senza scomporci di orribili morti, crudeli delitti, malsane fissazioni, ma questa volta sicuramente non è tutto qui: in questo libro un inquisitore ostinato e un osservatore nascosto pongono domande, sembra non si accontentino del mistero. Qui, prima del macabro e prima dell’assurdo, è la semplicità delle vite comuni che non convince, quasi un teorema messo a dimostrare che è proprio l’idea di normalità a risultare assurda, a sollevare i dubbi più disparati. Se il contrario di vita è morte, il contrario di luce è buio, un “grande” buio, recitato nel titolo e teorizzato in alcuni passaggi. Il concetto non è nuovo, era in ogni letteratura ancora prima che le lingue ne lasciassero traccia, nuova è una diversa prospettiva, né distaccata o indifferente, né eroica o patetica, piuttosto presentata da un occhio strabico profondamente dissociato, una spia dentro il cervello umano, una spia disturbante come un pensiero rimosso.   L’orrore condominiale maciullato in piscina esordisce senza equivoci nel primo racconto, apocalittico senza appello come la scena di un film, così come filmico sembra l’ultimo racconto con la sua chiusura ad anello, nel mezzo il tema viene declinato in più modi, tutti riconducibili alla paura del buco nero, più che cosmico e divoratore di universi, luttuoso e disorientato, come appare di notte una stanza da letto senza il chiarore proveniente da abatjour, imposte o finestre.    

Macioci, che è nato nel ’75, sono certa conosca la serie di telefilm di Hitchcock, uscita nel ’55: l’atmosfera è la stessa, la fine di ogni episodio lascia lo stesso ironico stupore, con l’impressione di essere stati garbatamente presi in giro, oppure provocati nei sentimenti e nel buon senso comune, e magari portati a chiederci che cosa sia il buon senso comune. “La puzza” è il secondo racconto, invaso dal pestifero odore di cadavere, a ricordare che il marcio non è solo in Danimarca.  Ormai abbiamo notizia di femminicidi quasi ogni giorno, non c’è bisogno di ricorrere alla fantasia, la realtà supera l’immaginazione, come recita un abusato luogo comune: “Proprio come in Barbablù” osserva nella narrazione uno dei personaggi. L’attenzione si sposta quindi su quanto accade dopo, quando l’assassino incontra un’altra donna, del tutto ignara e affascinata dall’avventura di una notte, per lei l’avventura non si concluderà in orrore,  per sua fortuna non è lei l’oggetto dell’ “amore” e perciò del possesso, la vendetta non è sulle donne in genere ma su “quella” donna, considerata unica. 

In ogni storia il lettore è attratto dalla descrizione minuziosa di ambienti, stati d’animo, sensazioni e particolari , la natura parla ma parlano anche gli oggetti, le strade, i condomini e i marciapiedi, un’osservazione pregnante che ricorda l’oggettivismo denso di significato di Robbe-Grillet. Il tema poliziesco di certi intrecci, caro allo stesso Robbe-Grillet, e ricorrente in questo libro, rafforza l’impressione che in letteratura niente va perso; il filo conduttore entra ed esce dalla realtà come l’ago di un ricamo a tombolo.  Un tema ricorrente è quello del disgusto, una sensazione rivoltante d’insofferenza per la brutale volgarità dell’animale umano, incapace di prescindere da umori, eiezioni, sudiciume, dai quali invece sembra a volte attratto, incapace com’è di osservarli scientificamente per quello che sono, o di sublimarli con la pietà. Ambiguo è lo stupro, ambigua è la vita di coppie o famiglie borghesi, perbene, normali.  Presente, e forse dominante, è la contrapposizione dei ruoli e dei caratteri nelle coppie, all’interno delle quali le posizioni si ribaltano alternativamente, l’uomo è fragile, inconcludente ed esile, la donna a volte una virago, amante in segreto di una preistorica clava, a volte spezzata, esasperata e pericolosa,  il conflitto non ha soluzione, o così sembra. Fra le storie si può intravedere un filo conduttore: il personaggio dell’ispettore e del suo aiuto (tributo a Sherlock Holmes e a Watson, mai dimenticati nell’immaginario, ridimensionati e adattati alla disillusione) può essere il fil rouge, se vediamo in loro, personaggi marginali e forse inessenziali,  una ipotetica coscienza, che osserva e arretra, quasi con rispetto, di fronte all’imperscrutabile buio. Il lettore va avanti fino alla fine , attratto e partecipe, assorbito dalla narrazione, che è poi il principale merito di un buon libro. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Marguerite Duras: “Scrivere, una ragione di vita” (NN editore, trad. Chiara Manfrinato), di Edoardo Pisani

Lacrime di Marguerite Duras – su Scrivere 

L’atto di scrivere comprende pure la sua negazione, cioè l’atto di non poter o non saper più scrivere, perché anche non scrivere è un atto, benché mancato. L’atto di non scrivere ci riconduce quindi alla scrittura stessa, sia pure nel silenzio. Scrivere significa tentare di sapere cosa scriveremmo se scrivessimo, dice Marguerite Duras. 

È seduta su una poltroncina, davanti a un pianoforte e accanto a un termosifone. Indossa una gonna a scacchi grigia e un maglione blu scuro, e ha un cerchietto nero che le incornicia i lisci capelli grigio cenere. L’obiettivo della telecamera è fisso su di lei. 

Marguerite Duras ci parla con una voce leggermente arrochita dall’alcol, scandendo lentamente ogni parola. Il suo tono è malinconico. Stanco. Ma Duras è una donna piena di dignità e saggezza, e ha molto da raccontare. 

Nel 1993 uscirono due documentari-interviste di Benoît Jacquot su di lei, Êcrire La Mort du jeune aviateur anglais, entrambi rintracciabili su YouTube. Quello stesso anno le due interviste confluirono in un libriccino edito da Gallimard, Êcrire, che Laurent Adler, la sua maggiore biografa francese, ha definito il suo testamento letterario e umano. Oltre trent’anni dopo la prima edizione italiana del testo (Feltrinelli, 1994), l’editore Enne Enne lo ripropone in nuova traduzione, a firma di Chiara Manfrinato. 

Scrivere è un libro che mancava da tempo nelle nostre librerie e che ancora ci illumina e ci commuove. Contiene cinque testi brevi, fra i quali le due interviste-monologo tratte dai documentari di Benoît Jacquot, adeguatamente riviste per la pubblicazione. Marguerite Duras fa i conti con se stessa e con la propria opera, sapendo che non le resta molto da vivere. Parla – scrive – della scrittura, del silenzio, dei suoi libri, della morte, di politica, di amore, di alcol, di Roma (un’intera sezione del libro si svolge a Roma), di pittura e di purezza. Lo stile è quello che la accompagna ormai da diversi anni, con delle frasi brevi e coincise, dalla sintassi semplice, con qualche iterazione che dà più forza al suo periodare. È una sequenza di paragrafi o frasi separati da uno o più righi bianchi che può essere letta anche come una partitura. A momenti sembra che Duras procacci una forma inedita non di scrittura ma di espressione, una nuova forma espressiva che comprenda pure gli spazi bianchi, le pause, i lunghi silenzi fra un brano e l’altro – e i suoi silenzi dicono sempre qualcosa. 

A Duras restano tre anni di vita. Tuttavia il suo sguardo verso la morte è lucido, non spaventato, come quello degli stoici greci. A un certo punto osserva l’agonia di una mosca che è sul punto di morire, forse ricordando un racconto di Katherine Mansfield (La mosca, appunto). Scrive: “La morte di una mosca è la morte. È la morte in cammino verso una certa fine del mondo, che estende il campo dell’ultimo sonno. Vediamo morire un cane, vediamo morire un cavallo, e diciamo qualcosa, per esempio: povera bestia… ma se muore una mosca, non diciamo niente, non lo documentiamo.”

Come “la morte di una mosca è la morte”, il silenzio di uno scrittore è il silenzio, verrebbe da dire leggendo Duras, perché l’atto di scrivere contiene anche il suo contrario, cioè l’atto di tacere e di contemplare la possibilità di scrivere. “Uno scrittore è un essere bizzarro” chiosa infatti Duras. “È una contraddizione  e anche un’assurdità. Scrivere è anche non parlare. È tacere. È urlare senza fare rumore.” Scrivere è dunque una parola ossimorica che unisce i due atti, il parlare e il tacere. Marguerite Duras lo sa e ce lo dice. Ha scritto per tutta la vita, come le consigliava di fare Raymond Queneau (“Non faccia altro, scriva”), e lo rivendica. Scrivere è stato il suo destino. 

Poi c’è la morte, alla quale pure la scrittura – come il silenzio – deve raffrontarsi. C’è la morte di sé e c’è la morte degli altri, dove gli altri possono essere le persone che abbiamo più a cuore ma anche degli sconosciuti. Parlando della morte in guerra di un giovane aviatore inglese, per esempio, Marguerite Duras ricorda la morte del fratello nella Guerra del Pacifico, e a lui finisce per rivolgersi, al fratello, perché scrivere è anche un impossibile dialogo con i nostri morti, con i morti che abbiamo amato e amiamo ancora, e perché “la morte di chiunque è la morte intera”, come la morte di una mosca o di un soldato o – da ultimo – di noi stessi. La prossima morte di Marguerite Duras, scrittrice e essere umano. 

“C’è l’amore di mio fratello e c’era il nostro amore” continua Duras, con i suoi mormorii strascicati, “quello tra me e lui, un amore fortissimo, nascosto, colpevole, un amore senza fine. Incantevole, perfino dopo la tua morte. Il giovane inglese morto era chiunque ma era anche soltanto lui. Era chiunque ed era lui. Ma non si piange per chiunque.” 

La scrittrice quindi si raffronta con l’impossibilità di scrivere – e ne scrive – e ricorda la propria esistenza, la solitudine, gli amori, i morti propri e altrui, perfino la politica, immaginando una lista con tutti gli uomini e tutte le donne che hanno trascorso le loro esistenze in una fabbrica della Renault ormai sul punto di chiudere, una lista esaustiva, dice Duras, priva di commenti, che raggiungerebbe il numero di abitanti di una grande capitale: un “muro di proletari”, perfetto e significativo. 

Marguerite Duras era stata iscritta al Partito Comunista Francese e non se ne era mai pentita, sebbene fosse stata espulsa quale dissidente nel 1950. Al riguardo scrive, nella prima parte del libro: “Siamo malati di speranza, noi sessantottini, della speranza che riponiamo nel ruolo del proletariato. Quanto a noi, nessuna legge, niente, nessuno e niente ci guarirà da quella speranza. Vorrei perfino riscrivermi al Partito Comunista. Ma al tempo stesso so che non dovrei.” E ancora: “Non dobbiamo sottometterci a ordini, orari, capi, armi, multe, insulti, sbirri, capi e ancora capi. Né alle chiocce che covano i fascismi di domani.” 

Una scrittrice e un’intellettuale come Marguerite Duras oggi ci manca molto, ma per fortuna possiamo ritrovarla nei suoi libri. Nel suo stile a un tempo semplice e elaborato, che in Scrivere si muove fra lunghi silenzi e assiomi fulminanti. O nel suo sguardo fisso nell’obiettivo, mentre parla piano, seria, di morte e di scrittura e quindi di tutto ciò che conta, facendo del silenzio intorno a lei – intorno a noi – un tutt’uno con la sua voce. “Un libro aperto è anche la notte” mormora. E poi, dopo un rigo bianco: “Non so perché, ma le parole che ho appena detto mi fanno piangere.” In questi tempi di chiasso sfrenato e guerre insensate la voce e l’esempio di Marguerite Duras – le sue lacrime, il suo silenzio – ci fanno credere che per l’essere umano non tutto è ancora perduto. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.