Martín Caparrós, Senzadio (Einaudi, 2026)
Nelle circa cento pagine di “Senzadio” (Einaudi) di Martín Caparrós, una domanda fa da perno all’intera riflessione: a cosa serve Dio? Per “dio” l’autore non intende soltanto la versione cristiana, ma include qualsiasi divinità, concentrandosi sulle dinamiche sociali e di potere legate al passaggio storico dal politeismo al monoteismo.
Perché un ateo convinto si ritrova a farsi questa domanda?
Caparrós ha una malattia terminale. Fin dall’inizio parla apertamente della propria fine: un fatto naturale, certo, ma che quando acquista una data precisa spinge a fare i conti con l’esistenza. Non si tratta di una conversione tardiva per mettersi al sicuro: l’autore resta ateo fino in fondo, ammettendo semmai di invidiare chi crede e trova nei dogmi risposte pronte a tutto.
Con una prosa sferzante e la sua consueta ironia, Caparrós si chiede come sia possibile ritenere che un’entità intelligente abbia ideato un mondo così brutale, imperfetto e spietato. Riconosce anche l’illusione da cui proviene: l’ateismo sereno, facile da coltivare quando si è giovani e in salute, è tipico di una ristretta bolla borghese, urbana e colta, abituata a dare Dio per spacciato. Ma è un abbaglio: fuori da quella cerchia, il resto del pianeta continua a reggersi su miseria, ignoranza e sul bisogno viscerale di proiettare nel divino un sollievo a una vita alienata. Proprio come intuiva Marx, la fede non è un semplice errore intellettuale, ma il riflesso di una sofferenza concreta, un analgesico per sopportare le ingiustizie quotidiane.
Molto arguta la ricostruzione storica: prima il politeismo, utile ad aggregare fedeli assimilando nuovi culti; poi la svolta monoteista, strumento ideale per blindare il potere politico e temporale. La religione agisce qui come classica sovrastruttura: giustifica e sacralizza la gerarchia materiale esistente. Dallo spauracchio della fine dei tempi spostato sul giudizio del singolo individuo fino al controsenso della dottrina: un dio che fissa la retta via ma concede il libero arbitrio a una creatura fallibile, condannandola poi al castigo eterno se sbaglia. Una trappola morale perfetta per instillare rassegnazione e disinnescare ogni ribellione terrena.
Qui Caparrós aggiorna la tesi dell'”oppio dei popoli”: oggi la fede funziona come una gara di consenso, dove chi raccoglie più follower comanda di più. Visto che la promessa letterale della vita eterna convince sempre meno, il credo si è fatto su misura: ognuno sceglie a quali regole aderire e a quali no. Così si fidelizza il pubblico e si alimentano le tifoserie.
Se un tempo il consenso religioso ha legittimato i rapporti di forza ed espanso il capitalismo coloniale travestito da evangelizzazione, oggi le crociate si combattono sul terreno della propaganda politica: ci si schiera per appartenenza a una fazione, sventolando bandiere identitarie come il velo o la triade “Dio, patria e famiglia”.
Il vero nodo provocatorio arriva sul finale. Marx ipotizzava l’estinzione naturale della fede una volta cancellate le cause materiali dello sfruttamento; Caparrós sposta la questione sul piano biologico: se la paura della morte e del castigo è il carburante principale di ogni culto, cosa ne sarà degli dei se la medicina riuscirà a sconfiggerla?
Forse, ipotizza l’autore, l’ecclesìa tornerà a essere ciò che era per i greci: un’assemblea aperta tra pari, dove ci si confronta senza doversi sopraffare e umiliare. Una società senza dei, che accetta il disordine e i dubbi del metodo scientifico nel ridefinire continuamente bene e male; un mondo in cui gli umani del futuro guarderanno a noi con pietà e stupore, domandandosi come abbiamo fatto a vivere così a lungo oppressi da paure immaginarie.
Loredana Cefalo*

* Loredana Cefalo, è stata imprenditrice e organizzatrice di eventi, per poi approdare in radio e TV come produttrice e redattrice. Per Il Randagio si occupa dell’ufficio stampa, legge, scrive e crea contenuti social di cui è molto appassionata.

