Yiyun Li: Le cose in natura semplicemente crescono (NN Editore, 2026)
Quanto pesa l’abisso profondo di un genitore sulla salute mentale dei propri figli? Ed è possibile, attraversando quell’abisso e conoscendone le venature da vicino, riuscire a non esserne del tutto inghiottiti?
Le cose in natura semplicemente crescono (NN Editore) nasce con la dichiarata intenzione di essere un manuale di auto aiuto. L’autrice, Yiyun Li, lo annota fin dalle prime pagine, ricordando una conversazione con l’amica Elizabeth all’indomani del suicidio di James, il suo secondogenito. Il libro parla d’istinto a quei genitori che scrutano l’esistenza quotidiana dei figli adolescenti sul filo teso delle sensazioni, del non detto, delle intuizioni indecifrabili, di quell’«aura» impalpabile che i ragazzi portano addosso.
Nata a Pechino nel 1972 e trasferitasi negli Stati Uniti negli anni Novanta per studiare immunologia prima di passare alla scrittura in lingua inglese, Li si è affermata con un intenso esordio: i racconti di Mille anni di buone preghiere (Frank O’Connor International Short Story Award). Passata poi alla narrativa con romanzi come I vagabondi e Più nobile delle cose terrene, solo successivamente, con il memoir Caro amico, dalla mia vita scrivo a te nella tua vita (2017) affronta la propria depressione, il crollo emotivo, il conseguente ricovero psichiatrico a New York nel 2012 e il tentato suicidio. Poi, nel 2017, la morte del primogenito sedicenne, Vincent, da cui era scaturito Dove le ragioni finiscono (2019), dialogo immaginario tra una madre e il figlio scomparso. Quando nel 2024 anche James si toglie la vita a diciannove anni, lasciando dietro di sé il vuoto di un ragazzo neurodivergente per il quale il fratello maggiore costituiva il solo scudo contro il mondo, Li si addentra in un territorio estremo come la vita che racconta di vivere.
Le cose in natura semplicemente crescono, vincitore del Premio Pulitzer 2026, è una testimonianza lieve, scarna, definitiva.
Nel testo non c’è spazio per la ricostruzione a posteriori dei perché. Le domande e le ipotesi alternative sui motivi scivolano nell’irrilevanza: porsi tali questioni davanti alla morte di James suonerebbe quasi come un affronto alla sua essenza, una deviazione surreale.
Restano i fatti. La perdita, l’infanzia a Pechino segnata da una madre crudele che inventava una gemella buona per rinfacciarle egoismo e ingratitudine, il ricovero psichiatrico, il giudizio sociale che considera la depressione suicidaria una colpa anziché una malattia letale pari a un tumore. E la solitudine del lutto: l’imbarazzo dei vicini, la goffaggine di chi scambia la fuga per rispetto, l’insofferenza verso chi distribuisce consolazioni a buon mercato o spiegazioni religiose concepite soltanto per rassicurare chi le pronuncia.
Il nucleo più lacerante del libro riguarda però il nodo della genitorialità: il compito impossibile di educare i figli a stare al mondo. Di fronte all’adolescenza e alle sue fragilità, la sfida di un genitore non è forgiare individui invulnerabili o costringerli dentro binari di efficienza, ma insegnare loro a essere, a sviluppare quella flessibilità interiore che consente di piegarsi sotto il peso dell’esistenza senza spezzarsi. Un equilibrio precario, esposto costantemente all’incomunicabilità tra generazioni: una madre può allestire il bozzolo più accogliente e protettivo, eppure non riuscirà mai a colmare la distanza che separa un figlio dalla durezza del mondo esterno, né a rendergli tollerabile un’angoscia che ha radici proprie.
Davanti a questa constatazione, Li applica al dolore il principio orientale dell’accettazione radicale: la sofferenza nasce dall’ostinazione a rifiutare la realtà, e combattere contro la vita o contro la morte logora senza offrire nulla in cambio.
“I figli muoiono, e i genitori continuano a vivere. Continuano a farlo perché è l’unico modo rimasto per amarli, impedendo che svaniscano prima in notizia di cronaca, poi in pettegolezzo e infine in una riga statistica.”
In quel punto limite dove ogni giorno risuona la domanda su come sia potuto accadere, resta il compito di segnare il tempo presente attraverso gesti minimi: cucinare, suonare il pianoforte, camminare, allineare parole esatte sulla pagina.
Cosa resta dunque dopo una perdita così
assurda, inaspettata, devastante?
Resta la consapevolezza che nessun genitore può trattenere chi non trova posto nella vita, e che le cose in natura semplicemente crescono, finché non giunge per loro il momento di morire.
Loredana Cefalo*

* Loredana Cefalo, è stata imprenditrice e organizzatrice di eventi, per poi approdare in radio e TV come produttrice e redattrice. Per Il Randagio si occupa dell’ufficio stampa, legge, scrive e crea contenuti social di cui è molto appassionata.

