Erode nel regno del male – su “Erode amore”, di Valerio Ragazzini

“Quando si accorgono di quante delusioni porta loro l’amore, si buttano anima e corpo nell’odio.”

La frase è fulminante, e la pensa Nicola di Damasco a proposito di chi congiura contro il Re dei Giudei ormai prossimo alla morte, Erode il Grande, di cui è il consigliere. Ogni cosa intorno al Re è odio e attesa di una morte che però non è la fine del male, dello spavento in cui ormai rovina il mondo. Il vecchio Erode ha visioni, sente voci, tenta il suicidio, sa di essere spacciato. La gente che gli sta accanto assiste famelica al maestoso crollo del male che ha rappresentato. E tuttavia la fine del male, laddove il male regna, nei meandri non solo delle nostre paure ma anche dei nostri cuori, non porta né salvezza né giustizia ma soltanto altro male. Non c’è redenzione né compassione negli ultimi giorni di vita di Erode.  

Eppure Erode Amore, il primo romanzo di Valerio Ragazzini, pubblicato l’anno scorso dall’editore Tracce e Ombre, non è specificatamente un libro sul male; non indulge cioè negli stilemi della rappresentazione di un male truculento per colpire o épater il lettore con delle tinte forti ma in fondo innocue e fasulle. No, Erode Amore è un libro sul potere e sul rimorso e la fragilità di chi ha dovuto detenerlo con la violenza. È quindi un romanzo a tratti filosofico e certo storico, che rappresenta al meglio la Giudea di Erode e le congiure che precedettero la sua morte; un antenato di questo libro – in uno specchio convesso – potrebbe essere Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar. 

Il Re è un uomo solo, lo è sempre stato. Ha fatto il vuoto intorno a sé, arrivando a uccidere anche chi avrebbe dovuto amare. Parla ormai la lingua dei morti, come pensa Uri, il suo servo, colui che “deve accompagnarlo per questo lungo trascinarsi verso la morte”, tra follie e spaventi, perché pur nella solitudine la mente del Re e i luoghi in cui giace sono infestati di fantasmi. L’Erode di Valerio Ragazzini è un Re Lear che non sa abdicare alla propria ferocia. Anche quando è in punto di morte fa uccidere il figlio, Antipatro, reo di aver congiurato contro di lui. 

“Morirai comunque, Erode” lo avverte lo spettro di Mariamne, la moglie che pure ha mandato a morte. “Sta a te scegliere se uscire o no dalla grotta in cui ti nascondi da più di trent’anni.” La grotta è il male, ma anche il potere. È il male come unica forma di potere possibile, che non può dunque sopravvivere a se stesso. 

Il Re della Giudea morirà. Tutto è già scritto e in qualche modo già compiuto, come nelle tragedie greche. La scrittura di Ragazzini è stilisticamente impeccabile e, vale la pena ripeterlo, non indulge mai nell’orrore per impressionare chi legge. Il male di Erode è malinconico; la morte del potere è malinconica oltre che spaventosa. È la fine non solo di un uomo ma anche di un regno e quindi del mondo che ha rappresentato, fra vermi e ratti e galere della mente. Tutto volge alla derelizione. Il Re sta impazzendo e pertanto morirà. Sceglierà di morire, roso dal suo male. 

C’è un libriccino di Anatole France amato e tradotto da Leonardo Sciascia che racconta dell’ormai anziano Ponzio Pilato, Il procuratore della Giudea (Sellerio, 1980); anche il Pilato di Anatole France si interroga su se stesso e sulla propria fine, solo che lui non ricorda di aver fatto crocifiggere Gesù il Nazareno, cioè il male che ha compiuto, e pensa invece che passerà alla storia per altro. Lucio Elio Lamia gli dice: “Che ci importa di quello che gli uomini penseranno di noi? Non abbiamo altri giudici e testimoni che noi stessi.” Ma Ponzio Pilato continua a tormentarsi. 

Anche l’Erode di Erode amore si tormenta, tuttavia lui sa che nel suo caso non c’è alcun riscatto né alcuna pietà possibili; non li merita, non li avrà. “Un conto è quando ti condanna il popolo, un conto è quando ti condanna Dio. Ma il peggio è venire condannati da se stessi” dice Nicola di Damasco, guardando il sovrano. Uri, il servo, sentendo queste parole vorrebbe urlare: “Ma cosa hai fatto tu, cosa hai fatto per evitare al tuo Re un simile sfacelo?” Invece tace. 

Tutto è silenzio intorno al Re tranne le voci che lo terrorizzano e lo riconducono al male che ha fatto nel corso della sua esistenza, voci che sono a un tempo follia e verità e che in effetti più che portarlo alla morte lo strappano a una vita demoniaca. In questo senso – come evidenzia il finale, un incubo che procura quel frisson di emozione mista a spavento che soltanto la vera letteratura sa procurare – Erode amore è innanzitutto una storia di fantasmi. Di come si convive con essi. Di come alla fine a causa dei fantasmi si può morire. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.