«Non un movimento era possibile. Una volta attaccati a quella catena, non si è più che una particella di quel tutto odioso che si chiama il cordone e che si muove come un solo uomo. L’intelligenza deve abdicare, il collare del bagno la condanna a morte e l’animale stesso non deve più avere bisogno o desideri a ore fisse»
In queste pagine la morte non si presenta alla fine, è già arrivata. È questo il paradosso del romanzo di Victor Hugo: il protagonista è giovane, sano, fisicamente integro; il sangue circola, le membra gli obbediscono, tutto nel suo corpo sembra predisposto alla durata. Eppure una morte deliberata e protocollata dagli uomini ha già occupato interamente il suo presente. L’autore non ne racconta dunque l’esecuzione ma ciò che la certezza di tale esecuzione fa alla coscienza e il futuro, da spazio possibile sull’esistenza, si contrae in una data e ogni istante comincia ad essere vissuto sotto il segno della sua sottrazione.
Il pensiero della morte diventa per il carcerato uno «spettro di piombo» che lo segue ovunque, si insinua nelle parole degli altri, vigila sulla veglia e sul sonno. Non è semplicemente paura, è l’impossibilità di dimenticare. L’uomo libero sa di essere mortale ma può vivere come se non lo sapesse; il condannato ha perduto invece proprio questa facoltà di oblio, indispensabile alla vita quotidiana. La morte diventa così il pensiero che colonizza tutti gli altri. Per questo, quando il protagonista si sveglia da un incubo ed esclama «Ah, non era un sogno!», Hugo rovescia una delle esperienze più elementari della coscienza. Normalmente ci si risveglia per tornare alla realtà e liberarsi dal sogno, qui è il sogno a essere l’ultimo rifugio mentre la realtà è l’orrore dal quale non si può più uscire.

Il paradosso si inscrive persino nel corpo. Il protagonista si sente «fatto per una lunga vita», e tuttavia parla di «una malattia mortale, una malattia fatta dalle mani degli uomini» che sta già dilagando per il suo corpo e dragando i suoi pensieri. L’intuizione di Hugo è dunque decisiva: la morte non è nel corpo ma nella sentenza. Il corpo continua a dire vita mentre la legge ha già stabilito che dovrà cessare. La pena capitale crea così una frattura fra l’esperienza biologica dell’esistenza e il destino imposto dall’esterno. Di più: l’autore rende questa frattura ancora più radicale rifiutando di offrirci un innocente. Il condannato ammette di essere stato giustamente punito, benché non conosciamo né il nome né il delitto. Non è dunque la sua innocenza a dover suscitare la nostra pietà. Hugo ci sottrae deliberatamente questa consolazione e ci pone davanti a una domanda arrotata: la colpa di un uomo autorizza la società a disporre della sua vita? La giustizia deve giudicare un atto ma in pochi interrogano il punto in cui quel giudizio diventa un potere sulla persona.
È in questo spazio che nasce la scrittura, brogliacci di fogli consegnati al condannato dai secondini. «Il solo mezzo per soffrire meno è proprio osservare le proprie angosce»: il protagonista scopre che nominare il dolore significa sottrargli, almeno per un istante, la sua assolutezza. Scrivere è per lui una forma minima di distanza e, al contempo, l’ultima forma di libertà possibile. Non può modificare la sentenza ma può ancora osservare sé stesso mentre la delibera lo sta trasformando. Il suo diario procede «ora per ora, minuto per minuto, supplizio per supplizio» con parole prensili, immediate, afone e diafane ma sempre tattili perché, se il futuro è stato cancellato, il tempo non è più apertura ma durata misurata e ogni minuto è, allo stesso tempo, vita piena e avvicinamento alla morte.
Edito per la prima volta nel 1829, in forma anonima, nella Francia della Restaurazione borbonica, Le Dernier Jour d’un condamné è un manifesto contro la pena di morte: un pamphlet di alto impegno civile scritto da un Hugo non ancora trentenne ma già capace di mettere la letteratura al servizio di una battaglia politica e morale. Ispirato da Cesare Beccaria e dalle idee umanitarie dell’Illuminismo francese, Hugo ne denuncia con logica rigorosa ed eloquenza commossa l’inutilità e la disumanità, contrapponendosi ai poteri politici e religiosi che ancora ne difendono il valore esemplare, affidando al terrore delle pene il mantenimento dell’obbedienza. Lontani ormai i tempi in cui il patibolo poteva essere «une frontière du ciel» («Autrefois… l’échafaud n’était qu’une frontière du ciel»), anche il giudice è ricondotto da Hugo al limite che separa la giustizia dall’omicidio. Nella traduzione dal francese di Gilbert Montaine per Santelli Editore, questa tensione passa attraverso un’asperità sintattica che asseconda l’ossessione, la ripetizione che la rende tangibile, immagini corporee non attenuate e una lingua concreta e ravvicinata.
Il diario ha inoltre un secondo destinatario: noi. Il condannato spera che quelle pagine disingannino coloro che davanti all’esecuzione vedono soltanto «la caduta a piombo di una lama a mezza luna» e immaginano che dietro quel gesto non vi sia nulla. Qui Hugo compie il movimento essenziale del libro: la società vede la lama, la letteratura deve restituire ciò che la lama nasconde. La società osserva il criminale, la scrittura rivela una coscienza che, mentre scrive, attua contemporaneamente una forma di sopravvivenza e di testimonianza perché Hugo sa bene che gli uomini accettano più facilmente una violenza quando la si priva della sua dimensione umana. Se infatti davanti agli occhi c’è soltanto una lama che cade, l’uomo condannato scompare perché quel che resta impresso è solo il procedimento. Anche la prigione diventa, in questa prospettiva, una forma di coscienza materializzata. «La prigione è una specie di essere orribile, completo, indivisibile mezzo edificio e mezzo uomo; e io sono sua preda». Non è più un semplice luogo di reclusione, è un organismo che «cova», «rinserra», «incatena», «sorveglia». L’architettura si anima e il prigioniero diventa ostaggio. Persino il cielo gli viene sottratto nella sua dimensione più elementare, perché non dispone di una vera finestra all’altezza dell’uomo attraverso cui guardarlo. E sui muri della cella rimangono i nomi e le date dei morti che lo hanno preceduto: per un istante quelle tracce sembrano animarsi in una processione di spettri. Ma sono apparizioni singolari: tornano dal passato non per perseguitarlo ma per mostrargli il proprio futuro. La cella è «un posto caldo» dove gli internati sono intercambiabili unendo le loro impronte mentre la morte non è solo davanti a lui ma è già vergata sui muri che lo circondano.
La stessa cancellazione dell’individuo avviene nella catena dei forzati. Una volta incatenati, essi non sono più che «una particella» di quel tutto che si muove «come un solo uomo». E «l’intelligenza deve abdicare». Non viene quindi disciplinato soltanto il corpo, si sottrae all’individuo il movimento, il tempo, i bisogni, i desideri perché la pena produce un uomo che non è più soggetto della propria vita ma materia amministrata dal sistema. È qui che la folla, il popolo che sta fuori, ha un ruolo decisivo. Processi, trasferimenti, esecuzioni diventano spettacoli da tutto esaurito; il delitto «sghignazzava» davanti alla società e il castigo si trasformava in una «festa di famiglia». Hugo qui coglie qualcosa che va oltre la denuncia della crudeltà: la violenza diventa più facilmente accettabile quando viene ritualizzata, istituzionalizzata e sottratta alla percezione della vittima. La folla può guardare la morte senza sentirsi responsabile di essa. Vede un procedimento, non un uomo e quando la società trasforma la morte di un uomo in festa, per allontanarsi dal torpore, non si limita a punire un crimine ma è parte giubilante di un’abitudine collettiva alla violenza.
Da questo punto di vista, il pensiero corre a Myškin de L’idiota. Anche Dostoevskij, attraverso il racconto di un’esecuzione a cui il principe ha assistito — esperienza che peraltro, aveva vissuto anche sulla propria pelle da condannato e lo stesso giovane Hugo da osservatore —, si concentra sul tempo dilatato dell’attesa, sull’istante che precede la morte e sulla trasformazione della coscienza di fronte all’irreversibile. Il rapporto fra i due testi è stato rilevato dalla critica: il racconto di Myškin riprende infatti motivi riconducibili a Hugo, a cominciare dalla sua ossessione per il tempo. Ma è proprio la diversa prospettiva a rendere interessante il dialogo fra i due autori: Hugo ci colloca dentro la coscienza del condannato, Dostoevskij ce la fa intravedere attraverso lo sguardo di un altro uomo. In entrambi tuttavia la morte cessa di essere un istante e diventa una durata mentale.
Perché questo testo di Hugo non consiste soltanto nell’essere una requisitoria contro la pena capitale. L’autore comprende che, per mettere realmente in discussione una pena, occorre restituire alla vittima ciò che la procedura tende a cancellare: la sua esperienza interiore sulla vertigine dell’abisso. La lama è soltanto l’ultimo atto. Prima di essa vengono la sottrazione del futuro, l’alterazione del tempo, la prigionia dello spazio, la progressiva abdicazione dell’intelligenza, lo sguardo bulimico della folla, l’impossibilità di dimenticare. E la scrittura compie allora il gesto contrario alla sentenza. Mentre la legge ha già pronunciato la parola definitiva, la voce del condannato moltiplica le parole restituendo un’individualità che nessuna sentenza potrà mai cancellare. Ed è lì che Hugo ci aspetta.
Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

