Fabrizio Coscia: “Suicidi imperfetti” (Editoriale Scientifica), di Rita Mele

Ammettere l’imperfezione già nel titolo della propria opera fa pensare immediatamente di star incontrando un autore capace di stare in equilibrio tra la perfezione e l’imperfezione, che, come Sally di Vasco Rossi, sa bene che ‘la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia’. Nella sua raccolta di racconti di suicidi famosi, prima che imperfetti, Fabrizio Coscia, napoletano, scrittore e critico letterario e teatrale, accoglie e porge al lettore, con ammirazione e rispetto, le vite interrotte di diciannove artisti amati per motivi diversi, come ci anticipa nell’introduzione. Per non rompere l’incantesimo – che sta tutto nell’idea e nell’architettura del libro – con la rivelazione dei loro nomi, più o meno noti al grande pubblico dei lettori, vi anticipiamo solo che l’imperfezione cui allude l’autore sta tutt’una con il dubbio che sarebbe bastato un nonnulla a evitarli, con l’incertezza che si incunea tra la scelta di morire e la casualità, tra la determinazione e la distrazione di chi si è suicidato.

A dire di più, l’imperfezione messa in copertina è stata per noi de Il Randagio il pungolo a leggere questo nuovo libro di Coscia, e il sospetto che si trattasse di uno dei suoi lavori più vicini alla sua fenomenologia dell’esistenza ha trovato conferma in ognuno degli affreschi di vita e di morte di Suicidi imperfetti. Ma anche in quegli altri di cui avrebbe voluto scrivere, come si capisce dalla dedica amichevole a dodici nomi, attraverso i quali, in filigrana, ci sembra di scorgere, i cognomi e le vite interrotte di Vitaliano Trevisan, Sergej Esenin, Luigi Tenco, Sylvia Plath, Lucio Magri, Walter Benjamin, Kurt Cobain, Violeta Parra, Guido Morselli, Stig Dagerman, Primo Levi, Amelia Rosselli. Dunque, suicidi compiuti, falliti, pensati, immaginati, vagheggiati e mai perfezionati, rappresentano comunque per noi che leggiamo e riflettiamo sulle parole di Coscia, storie che ci parlano e che ci fanno pensare a come la vita ma anche la morte succedano e che entrambe siano degli esperimenti di provvisorietà o esperimenti, in quanto tali, provvisori, di felicità e di infelicità.

Di Suicidi imperfetti ci è piaciuta proprio la cura con cui Fabrizio Coscia affresca il suo polittico letterario di profili esistenziali nei quali raffigura minuziosamente dettagli esistenziali che concorrono a comporre l’immagine finale in cui ci fa vedere quando e come quegli artisti divengono autori della propria morte.

Quella di Fabrizio Coscia è una narrazione a pezzi di storie di vita spezzate, è una narrazione per storie in cui l’autore prova emozioni e condivide il suo sentire. Ci fa stare con lui quando, leggendo, avvertiamo che insieme a lui stiamo provando a sperimentare di reggere il peso di quei suicidi narrati. Il modo in cui lo fa e ce lo fa vivere è quello dell’artigiano che tornisce ogni singola vita esitata poi nell’imperfezione suicidaria.

Più volte e in più riprese nel corso della lettura di Suicidi imperfetti ci è tornato alla mente il monito poetico di Pablo Neruda ‘E ricorda. Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.’, quasi possa funzionare come fattore di protezione per dirottare verso la trasformazione vitale davanti al bivio vita-morte.

Gli artisti che si sono dati la morte e che vivono per noi lettori nel libro di Coscia ci interrogano su quale avrebbe potuto essere l’elemento cruciale, accidentale, casuale, apparentemente insignificante che avrebbe potuto dare scacco alla morte, come nel classico del cinema mondiale, Il settimo sigillo di Ingmar Bergman del 1957, dove è proprio la Morte che acconsente alla sfida a scacchi lanciatagli da Antonius Block, il cavaliere crociato che chiede e ottiene di poter avere ancora del tempo da vivere, foss’anche che per continuare la sua angosciosa ricerca di Dio.

Nei suicidi imperfetti, scolpiti dalle parole di Fabrizio Coscia nei minimi dettagli della vita quotidiana dei diciannove protagonisti, la domanda che riecheggia in noi lettori è ‘che cosa non li ha salvati?’ e non solo ‘perché si sono dati la morte?’. Senza anticiparne la loro nota identità, lasciandola scoprire tra le pagine del libro, quello che abbiamo trovato capitolo dopo capitolo è un catalogo di motivi per suicidarsi: banali coincidenze, assenze, malinconie, morte intesa come unica verità sperimentabile, ombra incombente del fallimento sul gioco della vita, bellezza ineffabile dell’Amore e il coraggio di uccidersi, istinto di autodistruzione e avidità di non essere, dilemma libertà-infelicità, morti eroiche di coppia, amori incombenti e mimetici, futuri senza speranza, suicidio senza voglia di morire, suicidio come ultimo viaggio, vita come ultimo atto di fiducia prima del buio della morte, mute grida d’aiuto che guardano la morte dritta negli occhi, poetici naufragi e amori spodestati, disvelamenti apocalittici, sopravvivenza all’amaro assenzio e voglia di non essere.

La varietà dei motivi ci spiazza, ci fa sospettare che in ognuno dei protagonisti si celasse un assassino interiore che non aspettava altro che il momento buono per il delitto perfetto, premeditato. Cosa voleva l’assassino interiore da ciascuno di loro: da tutti la stessa cosa o per tutti una cosa diversa?

Perché si commette il suicidio e perché no? Perché non l’hanno fatto gli altri personaggi delle storie familiari dei suicidi descritti da Coscia? È dunque il suicidio un problema che riguarda la vita e la morte insieme. A noi sembra che l’autore, da una parte faccia luce sugli aspetti ombra dei diciannove suicidi e allo stesso tempo ci fa fare delle ipotesi e ci fa dubitare, intravedere, immaginare, intuire, interrogarci.

In più momenti della lettura ci è sembrato di vedere l’autore che, nell’atto di scrivere, si disponeva nella posizione di apertura alle ragionevoli spiegazioni del gesto finale, come se fosse quello il vertice di osservazione perfetto senza peraltro mai giungere a liquidarlo, etichettandolo con la follia.

L’autore, nei racconti, sembra muoversi verso la morte con i suicidi quando ne mette in chiaro l’ombra per tentare di restituirceli audacemente perfetti per sempre, apertamente e senza angoscia.

Lo abbiamo sentito partecipe a un mistero, in modo particolare a quello della mente e del cuore dei personaggi che ci presenta. Racconta senza giudicare e senza giustificare il suicidio.

La preoccupazione che si avverte seguendolo negli specchi delle vite descritte ci appare essere ciò che di vivo o di morto c’era già nell’esistenza di quelle persone e di quelli a loro vicini. Sembra piuttosto invitarci a indagare su cosa abbia ammalato l’anima di quelle persone, ad ascoltare piuttosto la voce, più volte inascoltata nel corso delle vite, di ciò che in esse si stava ammalando ancor prima che la morte prendesse la forma del suicidio. 

La riscrittura di quelle vite a cui si è dedicato Fabrizio Coscia, a noi lettori de Il Randagio arriva come il tentativo umano postumo, seppure imperfetto, di innescare la relazione, forse quella mancante e mancata in vita, mediante l’adesione profonda della sua personalità e delle nostre a quella dei personaggi che fa rivivere in Suicidi imperfetti. Senza ansia di redenzione, o di fallimento nell’aiuto e nella prevenzione del gesto suicidario. Piuttosto ricordandoci o lasciandoci scoprire altro non è se non quell’esperimento nel corso del quale, procedendo per prove ed errori, ci è solo dato di tendere alla perfezione. E che il corpo che ci fa compagnia e che sta nella relazione con l’altro può essere distrutto da una mera fantasia, da una mancata elaborazione dell’esperienza, anche la più banale, la più approssimativa, la più imperfetta.

Coscia, con la sua scrittura lieve e appassionata, ci coinvolge guidandoci in un viaggio letterario attraverso vite affascinanti e complesse, cattura la nostra attenzione e ci accompagna in una caleidoscopica riflessione sulla condizione umana.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

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IL CASO DI ALESSANDRA

Alessandra è una donna sposata sulla quarantina, vive a Milano con suo marito e suo figlio di 12 anni. Da quando si è laureata in lettere, lavora come segretaria in una casa editrice. Alessandra racconta che da tre anni non sta bene. Dice di “non sentirsi comoda nella sua vita”, che non trova il suo posto, come se, sedendo su una poltrona, continuasse a cambiare continuamente posizione, prima accavallando le gambe, poi adagiandosi a un bracciolo, poi drizzando la schiena e torturando le mani appoggiate sulle cosce. Quello che dice di sé, fa pensare che dietro le quinte ci sia altro che non sarà facile tirar fuori, tanto più che è la prima volta in assoluto che starebbe provando a farlo.

“Sarà una situazione comune a molte donne”, dice Alessandra. “Sono andata avanti, ho sopportato di tutto in questi anni, prima la laurea fuori corso, poi la ricerca del lavoro e la gravidanza, ma non avrei mai immaginato che con mio marito le cose potessero diventare così fredde.”

Il tutto è condito da un senso di vuoto, che a macchia d’olio, arriva a mettere in crisi oltre che la coppia, anche il rapporto con il figlio quasi adolescente.

Alessandra descrive la sensazione ricorrente di non essere più sé stessa. Rimpiange i primi anni della relazione con suo marito, quando passione e complicità la facevano sentire al suo posto e profondamente compresa.

Il rapporto con suo figlio è diventato un’altra fonte di preoccupazione. È un ragazzino introverso e ribelle, che Alessandra sente allontanarsi sempre di più da lei. E questo comportamento la colpevolizza, rimproverandosi di aver commesso degli errori nell’educazione che stanno causando la loro distanza emotiva.

Alessandra fa un cenno alla sua storia personale quando racconta di essere cresciuta in una famiglia tradizionalista, dove il ruolo della donna era principalmente quello di moglie e madre. Ha sempre dato priorità alle esigenze degli altri, sacrificando spesso i propri desideri e bisogni.

È forse qui il nòcciolo del suo problema? Cosa potrebbe trovare Alessandra in un libro? Una chiave per sbloccare la situazione, per scaldare nuovamente la relazione con suo marito? Uno specchio in cui riflettere e riflettersi, per riuscire a rompere il gioco in cui si sente sempre la causa di tutti i mali, suoi e degli altri? Una guida fatta di semplici indicazioni per comunicare con leggerezza i propri sentimenti e il bisogno di sostegno e di attenzione? Un segnale che un’inversione di rotta è possibile?

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Abbiamo scelto quattro libri per rispondere al disagio di Alessandra, romanzi che ci auguriamo forniscano alla nostra amica il giusto grado di leggerezza ma anche elementi di riflessione. I romanzi sono:

1 ”Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo

2 ”Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano 

3 ”La donna gelata” di Annie Ernaux 

4 ”Chesil Beach” di Ian McEwan

La sequenza suggerita per queste letture non è casuale. 

1 ”Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo

Iniziare con Francesco Piccolo torna utile per provare a mettere in pausa la spietata autocritica di Alessandra, consentendole di apprezzare quei piccoli momenti di benessere e di piacere che si annidano anche nelle quotidianità più buie. La leggerezza di questa lettura, favorita dallo sguardo ironico dell’autore, è un invito a riconoscere che la vita, nella sua – apparente? – insensatezza, può offrire sprazzi di gioia inattesa, che aiutano a riempire “il senso di vuoto” lamentato.

Visto che “La felicità è un istante che si ripete, ma solo se sappiamo riconoscerlo”, se impariamo a cogliere anche i più piccoli attimi di gioia, contrastiamo il senso di insoddisfazione che a volte ci pervade. “Ci sono piccoli gesti che facciamo senza pensarci, e lì si nasconde una felicità invisibile.” Il libro è uno stimolo a cercare gioie semplici, trascurate nella routine, che aiutano a riscoprire una serenità e una bellezza che danno sollievo ed energia. Scrive Piccolo: “A volte penso che la vita sia tutta qui, nel saper aspettare quei brevi istanti di felicità che arrivano all’improvviso.” 

2 ”Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano

C’è poi la preoccupazione di Alessandra per il figlio. “Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano, romanzo autobiografico vincitore nel ’69 del Premio Strega, offre una panoramica illuminante sul rapporto tra una madre e il figlio che “sembrano parlare lingue diverse”. La Romano riesce a mostrare come i sensi di colpa materni, spesso, siano più una conseguenza delle aspettative che di reali mancanze: “Le madri conoscono solo una parte dei loro figli, e forse non la più vera, quella che solo loro vedono in sogno.” In un altro passaggio del romanzo scrive: “L’amore per un figlio non basta sempre a spiegare i silenzi che ci separano.” La distanza emotiva e l’introversione del ragazzo non sono frutto di colpe specifiche. L’amore può coesistere con l’incomprensione perchè: “Ogni rapporto, anche il più puro, ha in sé qualcosa di insoddisfatto e irrisolto”. La lettura di questo libro può alleviare le preoccupazioni di Alessandra e aiutarla a considerare la “ribellione” del figlio e il suo “allontanarsi da lei” come tappe di un percorso naturale e complesso di crescita.

3 ”La donna gelata” di Annie Ernaux

“La donna gelata” di Annie Ernaux rappresenta forse il momento più profondo – e spietato – di questa selezione. Con una lucidità inesorabile, l’autrice analizza il processo attraverso cui una donna può perdere gradualmente se stessa nel matrimonio, nella maternità e nella vita familiare. La Ernaux sembra parlare direttamente ad Alessandra quando racconta la cronaca claustrofobica della sua vita matrimoniale in contrasto con l’idillio del fidanzamento. La protagonista, proprio come Alessandra, giorno dopo giorno nel ruolo di moglie e madre, attraverso piccole rinunce quotidiane, finisce per dare priorità alle esigenze degli altri, sacrificando sempre più spesso i propri desideri e bisogni. Ernaux scrive: “Diventavo il riflesso degli altri e, in questo riflesso, la mia immagine sbiadiva.” O ancora: “Accettavo la mia parte, una donna che si spegne poco a poco, un’esistenza gelata dentro l’illusione di servire gli altri.” Il matrimonio, ci dice la scrittrice francese premio Nobel nel 2022, è l’istituzione sociale responsabile dell’oppressione della donna e averne consapevolezza può rappresentare il primo passo verso il cambiamento. Per Alessandra, infatti,“La donna gelata” può rappresentare proprio questa potente presa di coscienza, di essere diventata una “versione frammentata” di sé stessa, persa nel compiacere gli altri, da cui gran parte del suo malessere  (“La mia vita si frantuma in tante vite che non riconosco più”).

 4 ”Chesil Beach” di Ian McEwan

“Chesil Beach” di Ian McEwan è la rappresentazione malinconica delle dinamiche di coppia che Alessandra sta suo malgrado imparando a conoscere. Il romanzo, attraverso la storia di due giovani sposi nella loro prima notte di nozze, tratta il tema dell’incomunicabilità e del non detto: “Non era mai stato detto, neanche immaginato: si erano trovati immersi in un silenzio che nessuno dei due sapeva come rompere”. La scrittura di McEwan permette di osservare come “la freddezza” di cui parla Alessandra si costruisca gradualmente, attraverso frasi inespresse che, col tempo, creano distanze apparentemente incolmabili. “C’era una vergogna reciproca nel riconoscere i propri desideri, come se volessero nascondere le loro anime l’uno all’altro.” Il modo in cui McEwan descrive il disagio fisico dei due personaggi si riflette in quel senso di “scomodità” di cui parla Alessandra, in quel non trovare mai la posizione giusta, metafora di un disagio esistenziale. McEwan pare voler rappresentare il senso di estraneità che Alessandra prova nella sua relazione: “Erano come due esploratori che, sbattuti dalla tempesta, finiscono per approdare su una terra sconosciuta”, Chesil Beach può aiutare Alessandra a esprimere desideri, speranze e aspirazioni, a comprendere l’importanza di aprirsi al partner prima che i silenzi si cristallizzino in una barriera rigida e tagliente. 

Ci auguriamo che attraverso questa selezione di romanzi con stili narrativi e punti di vista diversi, Alessandra possa comprendere i nodi del suo disagio, aiutandola a riflettere su quanto la comunicazione, la comprensione del figlio, la riconquista di sé e la scoperta della gioia siano alla sua portata, pagina dopo pagina.

Avete altri libri da consigliare alla nostra amica Alessandra?

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Gigi Agnano: napoletano, è l’ideatore e uno dei fondatori de Il Randagio

“Bibliofarmacopea Randagia”, la nuova rubrica

Benvenuti nel “setting biblioterapeutico randagio”, nel nostro spazio “Bibliofarmacopeico” dove la medicina si chiama lettura!

È un luogo dove ogni vita merita il suo romanzo, dove ciascuno può imbattersi nello specchio letterario attraverso cui passare per incontrarsi. Al di là di quello specchio potremo vedere le parti di noi a disagio, o quelle che attendono solo di essere liberate e portate alla luce per ritrovare il benessere.

In questo spazio, con il giusto mix di serietà e di gioco, proveremo a fare qualcosa di speciale: a partire dai casi che ci verranno sottoposti dalla nostra psicologa Rita Mele, o dalle mail che giungeranno in redazione, Rita stessa insieme a Gigi Agnano, l’ideatore de Il Randagio, suggeriranno uno o più libri che potrebbero rivelarsi preziosi per chi ci scrive. Non chiamiamola prescrizione – sarebbe troppo serioso – ma piuttosto un gioco letterario di corrispondenze, dove la sensibilità professionale di una psicologa si intreccia con la passione bibliofila di chi ha fatto dei libri la propria casa. Un divertissement letterario – a metà tra una posta del cuore e i consigli del libraio – aperto a chiunque voglia partecipare e contribuire.

Ma i libri, a che servono davvero? Ci fanno compagnia nelle solitudini, ci consolano nei momenti bui. Diventano scudi silenziosi contro i vicini troppo loquaci in treno o in aereo. Nutrono le nostre riflessioni, cullano il sonno meglio di cento pecore, o ci tengono svegli per le ragioni più belle. Si trasformano all’occorrenza in comodini improvvisati, in scale d’emergenza. Sanno riaccendere fantasie sopite, creare atmosfere intime quando letti ad alta voce in famiglia, tra amici, nella coppia.

Tutto questo e molto di più, come molti di voi già sanno e sperimentano con un libro – anzi, il libro – a portata di mano. Il-libro-che-cura sa donare un tocco accogliente alle relazioni, quelle con gli altri e quelle con noi stessi. Impressi nella memoria, i libri possono persino “salvare la cultura dai roghi” quando chi li legge si trasforma in persona-libro, riscoprendo la preziosità della voce nella trasmissione orale delle storie umane. Il libro che “ci sceglie” custodisce un “apriti sesamo” che attende solo di essere scoperto. È la chiave per accedere alle nostre fantasie più segrete, alle nostre paure, alle cripte emotive che aspettano di disvelarsi. Ci accompagna nei sentieri della vita verso quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce salute: “una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non la semplice assenza di malattia o infermità”.

Ma può davvero un libro valere una cura? E possiamo attribuire questo potere a qualsiasi volume? Come scegliamo con attenzione il terapeuta adatto al nostro disagio, così dovremmo selezionare il libro curativo per noi.

La storia della letteratura ci offre un esempio luminoso: Shahrazād si salvò la vita, e a sua volta salvò quella del giovane sultano di Samarcanda, grazie ai racconti giunti fino a noi come “Le mille e una notte”. Era un caso disperato, questione di vita o di morte. Come disse Shahrazād a suo padre: “O rimarrò in vita, o sarò il riscatto delle vergini musulmane e la causa della loro liberazione dalle mani del re e dalle tue”. Per non essere messa a morte dal vendicativo sultano Shahriyār, offeso dal tradimento della sua sposa, escogitò uno stratagemma: ogni sera gli narrava una storia, rimandandone il finale al giorno seguente. Proseguì così per mille e una notte, mantenendo viva la curiosità del sovrano con racconti straordinari, intrecciati notte dopo notte come perle di una stessa collana. Quando Shahrazād cessò di narrare, il sultano si era ormai innamorato di lei e le risparmiò la vita. Risvegliatosi all’amore, liberatosi dalla prigione del proprio odio vendicativo verso le donne, poté finalmente godere della vita e aprirsi al nuovo. Il tempo trascorso e la fantasia intessuta nei racconti lo riconciliarono con sé stesso e con la sua storia. Mille e una novella riconciliarono il maschile e il femminile, permettendo a entrambi di regnare grazie al potere guaritore del metaracconto.

 La narrazione diviene così un gesto d’amore, un tocco risanatore che, giungendo a noi attraverso le pagine di un libro, genera un perpetuo inizio di esperienze nuove e ancora inimmaginabili. Questo rappresenta il primo caso della nostra Bibliofarmacopea Randagia, nella nostra storia di libri-che-curano. Un classico della letteratura che da oggi, per noi de “Il Randagio”, diventa il caso emblematico della cura attraverso i libri – uno dei mille e uno volumi che abiteranno il nostro setting bibliofarmacopeico.

‘Vieni scegli nella mia biblioteca,

se ciò ti giovi a ingannare il dolore,

fino a quando ci scopriranno i cieli

il dannato che ha fatto questo scempio

… sul tuo corpo … ‘

Tito Andronico a Lavinia atto IV scena I

William Shakespeare

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Gigi Agnano: napoletano, è l’ideatore e uno dei fondatori de Il Randagio

Tsitsi Dangarembga: “Nevrosi” (trad. Stefano Pirone – Pidgin Edizioni), di Rita Mele

La soluzione è annullare il modo di pensare razzializzato e altri modi gerarchici basati su dati demografici come genere, sesso, religione, nazionalità e classe. E qualsiasi altra cosa che è stata e continua a essere gli elementi costitutivi dell’impero nel corso della storia e in tutto il mondo“.

Con il tuo lavoro, hai lottato contro ogni previsione, l’abbiamo visto, sei stata fermata, con ogni mezzo possibile, scrivendo, facendo film, facendo rumore per chi non ha voce e per la libertà di espressione nel tuo paese, lo Zimbabwe. Per favore, leggete la letteratura africana! Guardate oltre il vostro orizzonte. Siamo qui, siamo forti. Leggete cosa viene scritto nel continente. Non lasciate che questo rimanga un incidente isolato. Leggete libri africani”.

Ottobre 2021. Fiera del Libro di Francoforte. Consegna del Premio per la Pace. Scambio di battute ufficiali tra la scrittrice Tsitsi Dangarembga e la sua amica sociologa e scrittrice Auma Obama (sì, la sorellastra di Barack), che le ha consegnato il premio.

Scrittrice, regista, politica, Tsitsi Dangarembga è un personaggio straordinario. Dopo aver abbandonato gli studi di medicina a Cambridge, nel 1983 si sperimenta con successo in gruppi teatrali universitari e nel 1985, subito dopo la laurea in psicologia ad Harare, intraprende la sua carriera di scrittrice con la prima pubblicazione di una raccolta di racconti, per poi andare a studiare cinema a Berlino.

Ritornata in Zimbabwe ad Harare nel 2000, pochi anni dopo, entra in politica. Da allora ha continuato a denunciare la situazione nel suo Paese, nel 2020 è stata arrestata nel corso di una protesta antigovernativa perché ‘armata’ di un cartello We want better reform our Institutions, condannata e dopo sei mesi assolta in appello. 

Seguendo Tsitsi nei suoi andirivieni biografici, tipici degli stati nevrotici, scopriamo che quando taglia il nastro dei suoi 28 anni, compie quel passo sensazionale, dissidente, trasgressivo che, oggi, la riporta sino a noi nella traduzione di Stefano Pirone: debutta nel mondo come autrice di “Nervous Conditions, il primo romanzo scritto in inglese da una donna nera dello Zimbabwe, che ancora dopo 30 anni dalla prima edizione, nel 2018, la BBC, nomina come uno dei 100 migliori libri che hanno plasmato il mondo. 

Che cosa fa accadere Tsitsi, narrando in “Io”, in quel suo primo libro di una altrettanto appassionata e prismatica trilogia a cui, per il momento, ha messo un punto nel 2020 con “This Mournable Body“?

Due decenni prima che lo Zimbabwe ottenesse l’indipendenza dalla Gran Bretagna, il 18 aprile 1980, e mettesse fine al governo della minoranza bianca, quando ancora quello Stato dell’Africa orientale, senza mare, era Rhodesia meridionale, semplicemente Rhodesia, la tredicenne Tambudzai Sigauke inizia le scuole superiori. Sulle sue spalle riposano le speranze economiche dei suoi genitori, fratelli e sorelle e della famiglia allargata, e dentro di lei arde il desiderio di indipendenza. Una cronistoria di formazione con andate e ritorni nel tempo, in una terra oramai fuori dal tempo politico, eppure, con le radici culturali mai eradicate dal colonialismo e dall’imperialismo culturale. 

Nervous conditions“, oggi “Nevrosi“, traccia il viaggio di Tambu verso la sua individuazione femminile e la crescita della sua personalità in una nazione che si ritrova anch’essa ad individuarsi socialmente e politicamente, nello sforzo di cambiare ed emergere sulla scena internazionale. Tambu si presta, nel divenire della storia, a rispecchiare i tormenti intimi e familiari originati e accentuati dalla colonizzazione. Fin da piccola, Tambu è fatta sentire diversa dalla sua famiglia, tanto che la discriminazione razzista e sessista innestata dai colonizzatori con i loro modi da bianchi ha plasmato, corrotto, il modo in cui vede il mondo e sé stessa, e il modo in cui la sua gente (famiglia, amici, colleghi) la vede. I temi dell’alterità, della perdita del senso di sé, della sofferenza da migrazione di ritorno, della cesura culturale e sociale ancorché spaziale e temporale e del razzismo radicato formano la costellazione che prende forma nel racconto scandito, minuzioso e potente di Tsitsi Dangarembga, alias Tambu.

Le figure femminili che popolano le scene e i ritratti di famiglia che percorrono il racconto sono numerose e dai densi profili che lasciamo scoprire ai lettori di Nevrosi. Due le protagoniste, forse l’una l’altra faccia dell’altra: Tambu, appunto, che incarna il desiderio di migliorare la propria condizione di ragazza del villaggio e di donna, attraverso l’istruzione ‘bianca’ che tutto consente solo se vuole, di cui presto ne vedrà le crepe che le daranno una sensazione crescente di soffocamento, sino a pensare con sospetto che, forse c’è qualcosa che non va in quella dinamica colonizzatori-colonizzati. 

Nyasha, la cugina ‘bianchizzata’ di Tambu, è la ragazza che soffre per la migrazione di ritorno. Ha difficoltà a reintegrarsi in quella società rhodesiana così diversa da quella che aveva sperimentato in Inghilterra dove i genitori si sono trasferiti per molti anni. La terra africana delle radici ritrovata da Nyasha diventa traumatica a tal punto da scontrarsi duramente con il padre e porre in essere strategie di evitamento, estraneamento e allontanamento sino a trovare rifugio fatale nell’anoressia.

Qui il mal d’Africa è tutt’altro che quello degli esotici viaggiatori. Corrisponde piuttosto al senso del titolo Nervous Conditions preso in prestito dall’introduzione di Jean-Paul Sartre a I dannati della terra di Frantz Fanon: 

La ‘condizione nervosa’ del nativo è una funzione di atteggiamenti che si rafforzano a vicenda tra colonizzatori e colonizzati che condannano i colonizzati a ciò che equivale a un disturbo psicologico.

Nevrosi, che torna in Italia grazie all’editore napoletano PIDGIN, è un libro semibiografico che descrive e anticipa i moti psichici che accompagneranno l’autrice lungo il corso della sua vita, in un caleidoscopio di affetti, nostalgia, isolamento, desiderio, bisogno di riscatto e tensione verso la libertà, non già solo liberazione.

Il talento di Dangarembga è proprio quello di aver preso la sua autobiografia e averla trasformata in un romanzo tanto poliedrico quanto altamente realistico, popolato di personaggi e di altrettanti profili psicologici, maschili e femminili, ognuno a proprio modo ‘danneggiati’ dall’interferenza straniera e dal sessismo. Sebbene le sue donne non sfidino apertamente e non rovescino i sistemi repressivi, non incidano una volta per tutte sui modi di pensare prevalenti, la loro forza e il loro successo sembrano essere radicati nel desiderio incrollabile di avere successo dove altri hanno fallito.

Al punto che neanche la morte di una persona cara può fermarle, anzi apre per loro passaggi nuovi seppur contraddittori…ma questo lo lasciamo scoprire ai lettori e alle lettrici di Nevrosi.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Intervista a Valentina Calderone e Marica Fantauzzi per “Il carcere è un mondo di carta” (illustrazioni Ginevra Vacalepre, Momo edizioni), di Rita Mele

…ma in carcere esiste la felicità?

È la domanda che una bambina di otto anni ha rivolto a Valentina Calderone e Marica Fantauzzi, autrici di Il carcere è un mondo di carta.  Questo volume, illustrato da Ginevra Vacalebre e arricchito dai contributi di Luigi Manconi (leggi la postfazione di Manconi) e Giusi Palomba, affronta domande che spesso anche noi adulti ci poniamo sulla vita in carcere.

Noi de Il Randagio, che ci lasciamo guidare nel nostro percorso dai dubbi e dalle curiosità, abbiamo scoperto che “Il carcere è un mondo di carta”, non solo offre risposte adatte a tutti, “grandi e piccini”, ma, attraverso parole e immagini, ci fornisce una chiave anche per superare eventuali pregiudizi. Il libro suggerisce che l’alternativa al carcere può essere costruita insieme, trasformando la giustizia e promuovendo il cambiamento sociale.

Se il carcere, come recita il titolo del vostro libro, è un mondo di carta, chi sono i carcerati?

Valentina: I carcerati o – come preferiamo dire – le persone detenute sono uomini, donne, minori, che, nella maggior parte dei casi, rispondono a categorie sociali ben definite. L’immaginario collettivo pensa spesso che il carcere raccolga persone che hanno commesso atti di grandissima pericolosità sociale; quella che invece è l’evidenza, andando “dentro”, conoscendo le persone, parlando con loro, è che le persone che vivono in carcere sono, nella maggior parte dei casi, stranieri, persone con problemi di salute mentale o di dipendenze. Sono persone che la nostra società non vuole vedere “fuori”, di cui non sa prendersi cura, per le quali pensa che la soluzione sia rinchiuderle dentro un posto, un po’ per toglierle dal nostro sguardo, un po’ perché non sa bene cosa farne. Non sa bene come affrontare tutta la complessità sociale, che nelle nostre città, nel nostro Paese e nel mondo esiste. Il carcere diventa una soluzione non efficace a problemi molto più complessi e che non riguardano esclusivamente l’idea del male che abbiamo noi.

Cosa pensate si debba conoscere delle donne, degli uomini e dei minori che si ritrovano a vivere per mesi, anni o il resto della loro vita in quel “mondo di carta”?

Marika: credo che la prima cosa da conoscere sia la storia, la vita prima, durante e dopo l’ingresso in un istituto penitenziario. Le biografie personali hanno un peso decisivo per capire le traiettorie che porteranno all’istituzione carceraria. Conoscere queste vite innanzitutto permette di averne per certi versi meno paura, perché avvicinando queste persone si capisce che in molti casi quello che è successo a loro potrebbe effettivamente capitare a persone a noi vicine o a noi stessi. Allo stesso tempo, si mette in discussione una convinzione assoluta per la quale noi società civile, opinione pubblica associamo il carcere alla giustizia, laddove invece molto spesso, conoscendo quelle storie di detenuti si capisce che questa associazione tra giustizia e carcere è piena di falle e inciampa su se stessa più e più volte. La conoscenza delle storie aiuta quantomeno a sviluppare una visione critica del carcere.

A questo punto vorrei chiedervi come siete riuscite a mettere insieme la leggerezza della carta con la pesantezza della reclusione? 

Valentina: Vale la pena di dire due parole sul titolo, che per noi ha un doppio significato. Il significato più immediato è che la vita delle persone detenute passa attraverso dei fogli di carta, che vengono chiamati in gergo, le “domandine” (qui ci sarebbe da aprire una parentesi sul linguaggio penitenziario e su come anche il linguaggio contribuisca a rendere queste persone non uomini, non donne, non minori). Ogni necessità in carcere va autorizzata e ogni richiesta, ogni esigenza viaggia attraverso un foglio di carta. E le carte fanno dei giri tortuosi, devono essere firmate, devono arrivare alla persona giusta, poi tornare indietro con una risposta e possono volerci settimane o mesi. A volte le carte si perdono… La soluzione dei problemi dei detenuti dipende da quella carta. L’altro aspetto però è che la carta è molto fragile, la si può deformare, si può rompere, si può appallottolare oppure – come nella copertina di  Ginevra Vacalebre – si può fare un aeroplanino e lo si può lanciare. Ed è un po’quello che volevamo trasmettere, l’idea che l’istituzione carcere non è un’Istituzione data per sempre, che le istituzioni si possono modificare – forse prima di tutto nelle nostre teste – provando a fare un percorso per renderci conto che probabilmente non abbiamo così tanto bisogno del carcere come è oggi e come lo pensiamo. È un’istituzione come tante altre e come tutte le cose umane si possono cambiare, si può anche pensare che eventualmente possano sparire. Invitiamo a riflettere che questa pesantezza data dall’architettura carceraria, questi muri molto grandi, questi cancelli, queste chiavi, la pesantezza del ferro e del cemento, in realtà nascondano la fragilità di quell’Istituzione. E su questa fragilità si può costruire un percorso che ci porti a idee alternative.

E intanto i diritti di queste persone che fine fanno?

Marika: i diritti di queste persone, a proposito di carta, in realtà sono quelli previsti dalla Carta costituzionale, sanciti dall’articolo 27, per cui una pena non può essere lesiva della dignità dell’essere umano. A cascata ne segue tutta un’altra serie di diritti che fa capo alla persona detenuta, tra cui il diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione. Ma l’istituzione carceraria attuale è evidente che non riesca a tener fede all’articolo 27 e quindi scricchiola tutto l’impianto di diritti immaginato dai padri e dalle madri costituenti.

Qual è il percorso che avete seguito per arrivare a capire che quel mondo di carta possa essere sostituito? 

Valentina: pensiamo all’efficacia delle misure che vengono messe in campo rispetto all’individuazione di un problema. Il carcere è un posto che separa dalla società chi ha commesso un reato, e quindi una delle domande da porsi è: come è possibile insegnare, reinserire, rieducare al reingresso se separiamo nettamente le persone dalla società? Ci sono strumenti, misure alternative al carcere che provano ad avere uno sguardo diverso e a includere l’autore del reato all’interno di una situazione comunitaria, che possono essere per esempio i lavori di pubblica utilità. Ci sono poi i “tentativi” introdotti dalla riforma Cartabia che riguardano per esempio la giustizia riparativa e che provano a costruire un dialogo tra chi ha commesso il reato e chi lo subisce. Avere una prospettiva abolizionista significa provare a capire in che modo interrompere un ciclo di violenza. Noi crediamo che sia molto importante far sapere quanto le carceri siano endemicamente, costituzionalmente violente: non è costruendo il carcere migliore del mondo che questa violenza riusciamo ad eliminarla. Occorre provare ad astrarci un po’ dalla contrapposizione tra perdono e vendetta, che sono sentimenti umani, emozioni. Ma le emozioni non dovrebbero essere prese come spunto per governare questi fenomeni, per costruire politiche. Credo invece che dovremmo provare a ragionare in termini di riparazione, in termini di giustizia trasformativa, che è un concetto a noi molto caro. Dovremmo riconsiderare il reato come a qualcosa che avviene all’interno di una comunità, che la ferisce e di cui però la comunità stessa si deve prendere la responsabilità. E siamo molto grate a Giusy Palomba, che ha scritto un bellissimo libro su questo e che abbia deciso di scrivere anche la nostra prefazione.

Quindi, se capisco bene, guardate a un sistema della giustizia che si possa risanare proprio attraverso la riconciliazione tra vittime e colpevoli. 

Valentina: nel libro che ha la forma di un abbecedario la “V” si sdoppia in “vittime” e “vendetta”. Quando si parla di questi temi il rischio è sempre quello di sentirsi dire “sì, però a voi non ve ne frega niente della vittima”. Io penso che la vittima – sarebbe meglio dire “il sopravvissuto” o il sopravvivente -, chi sopravvive al reato abbia tutto il diritto di sentirsi ferito, di non avere alcuna intenzione di avere un contatto o un confronto, di provare rabbia per tutta la vita. Questa componente è assolutamente delicata e del tutto personale. La possibilità di incontro deve essere totalmente libera. Però io penso anche che ci meritiamo come collettività di poter accedere a degli strumenti che ci aiutino a gestire e a elaborare la rabbia, il dolore, la frustrazione, che peraltro non fanno bene a nessuno. E allora provare collettivamente, a livello sociale, a trovare degli strumenti di elaborazione collettiva, di trasformazione può portare un benessere a tutte le componenti della società. 

Il vostro libro ha la forma di un abecedario e fa pensare che si rivolga soprattutto ai più giovani.  A chi si rivolge esattamente?

Marika: il libro è rivolto a tutte le fasce di età, ma con una attenzione particolare a quelli che abbiamo definito preadolescenti e adolescenti. Noi parliamo di questi temi in occasioni molto “adulte”, in ambienti lavorativi, accademici, universitari e via discorrendo, comunque tra adulti. Detto questo, ci siamo chieste se attraverso un dialogo con chi ancora è immune o comunque non completamente assorbito dalla retorica carcerocentrica; se tramite questo dialogo con delle giovani generazioni sarebbe stato possibile addirittura adottare, immaginare delle parole diverse, dei linguaggi diversi e quindi un immaginario diverso. Quindi abbiamo pensato che potesse avere senso raccontare loro quello che è dal nostro punto di vista l’ambiente carcerario, adottando una sorta di abecedario che è descrittivo delle condizioni e degli spazi detentivi. Però allo stesso tempo volevamo dire loro che la parola utopia esiste e che ci può essere qualcosa di alternativo allo status quo, che bisogna attivare tutte le energie per affrontare in maniera prioritaria il tema delle disuguaglianze. 

Valentina e Marika vi ringrazio anche a nome dei lettori del Randagio per averci parlato di una tematica complicata, di grande interesse e che induce a riflettere.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare