Intervista a Fabio Stassi per “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati” (Sellerio), di Rita Mele

Scrittore apprezzato dalla critica e dal pubblico, legato da dodici anni a Sellerio; bibliotecario di professione come Borges o Alberto Manguel, Fabio Stassi, classe 1962, una vita letteralmente vissuta tra i libri, con “Bebelplatz” non solo racconta uno dei momenti più bui della Storia del Novecento (il titolo fa riferimento alla piazza di Berlino in cui il 10 maggio 1933 vennero dati alle fiamme migliaia di libri), ma anche il dolore personale per il rogo di migliaia di volumi di autori cari, considerati “degenerati” dai nazisti. Bebelplatz è un libro composito e stimolante che si interroga sul senso della Letteratura, dei Libri e della Cultura; un libro necessario che è piaciuto tantissimo a noi del Randagio e alla nostra Rita Mele che ha avuto la fortuna di poter fare qualche domanda all’autore.

‘Bebelplatz’ è un romanzo che ci riporta a un capitolo oscuro della storia, la notte in cui i nazisti bruciarono i libri. Cosa l’ha spinta a rievocare questo evento, e perché proprio ora?

Grazie per questa domanda e grazie anche per l’uso della parola “romanzo”. Io credo che sia anche questo Bebelplatz. E’ un romanzo ed è anche altre cose per me. È un “libro ornitorinco”, fatto di parti diverse. È un libro di viaggio, un reportage, è un saggio storico, è una resa dei conti, è un romanzo, appunto, è un memoir. Per scriverlo ho usato tutto quello che potevo e che negli anni ho cercato di imparare a fare. Nasce da una crisi di identità. Durante la pandemia, come molti, come forse tutti noi, ero caduto in uno stato di smarrimento. Per la prima volta mi sono sentito, forse più che mai, ho capito di essere un orfano del ‘900, di un altro secolo, di altri valori anche, di un’altra letteratura. La pandemia aveva squarciato il fondale, aveva squarciato il teatro. La realtà era tornata con tutta la sua drammatica pressione. E le conseguenze le vediamo ancora oggi: il ritorno della guerra in Europa, l’instabilità politica, il ritorno dei populismi, certe parole d’ordine, i fantasmi del passato. Ecco, per uscire da questa crisi d’identità, mi sono chiesto: “A quale letteratura appartengo? A quale letteratura marchiata da un marchio d’infamia come dicevano i nazisti? A quale idea di mondo?” E così ho cominciato questo che è stato un vero e proprio viaggio reale in molte città della Germania, ma anche un viaggio interiore.

Quali differenze ha trovato tra le città italiane e quelle tedesche? E come si inserisce il tema della memoria in questo contesto?

Io vivo in una città, Viterbo, a cento chilometri da Roma, che durante la guerra è stata in gran parte bombardata. Le città italiane hanno memoria di quello che è successo anche nel loro tessuto urbano, nei monumenti, nella ricomposizione di certi quartieri. Ma sono state soprattutto le città tedesche che ho visitato a impressionarmi. Conoscevo un po’ la Germania, ma in questo viaggio l’ho guardata con occhi diversi e mi sono reso conto che sono città vicarie, sostituite ad altre città. A Colonia ho visitato un museo che nelle fondamenta riporta la distruzione che quel luogo aveva subito e ti danno delle foto su come era quel quartiere. Poi esci per strada e provi a fare un confronto e non c’è più niente, è impossibile orientarsi. C’è un sito in cui alcune persone sono andate a fotografare le piazze in cui sono stati bruciati i libri e, se confronti le vecchie foto con quelle di adesso, i luoghi sono irriconoscibili, sono stati completamente ricostruiti. La domanda è forse sulla memoria, anche sulla memoria urbana. Viviamo un momento delicato perché la memoria umana, ossia la memoria diretta dei testimoni, è praticamente sparita. Qualche anno fa uscì un libro di storia, si intitolava “L’era del testimone” ed era un libro importante. Noi viviamo nell’epoca in cui sono ormai scomparsi i testimoni diretti della guerra e di tutte le tragedie di quel periodo storico, ma ne resta memoria nei luoghi. Ed è una memoria che va interrogata, che va indagata. E anche per questo ho intrapreso il mio viaggio.

Nel romanzo, lei dà voce a scrittori e intellettuali che hanno subito la censura e la persecuzione. Qual è il ruolo della letteratura in tempi di crisi, e come può aiutarci a preservare la memoria?

Io credo che il lettore sia il vero detective. In fondo il romanzo moderno nasce raccontando le avventure di un lettore che è Don Chisciotte. Tra l’altro questo è il primo libro in cui uso la prima persona, non avevo mai detto “io”. Per questo, forse, è anche un romanzo. Io sono un lettore che segue le tracce, che segue la pista, che va alla ricerca dei segni che hanno lasciato questi scrittori perseguitati dal fascismo. E cerco di riassumere e di unire i fili che li legano. E c’è una coerenza, c’è un comune discorso sulla libertà, da Pietro Aretino a Maria Volpi; c’è in Giuseppe Antonio Borgese un discorso sull’utopia, sul fatto che l’umanità è a un bivio: o si dà una Costituzione mondiale o non sopravvive; c’è un discorso sull’antimperialismo, sull’anticolonialismo portato avanti soprattutto da Salgari; c’è un antifascismo radicale in Ignazio Silone; e c’è una denuncia del patriarcato, un’affermazione della libertà della donna in Maria Volpi. Ecco, questi cinque scrittori hanno composto per me un’idea di mondo che è quella a cui appartengo. Oggi vedo che, come dicevo prima, le stesse parole d’ordine risuonano, con i medesimi vocaboli tali e quali. Quando Goebbels diceva degli intellettuali che sono infestanti parassiti che occupano le strade della città, sembra di risentire certe interviste. Il ruolo della letteratura è di preservare la memoria e di usare la memoria per criticare il presente. Un Cancelliere cinese di 2000 anni fa aveva detto: “chiunque usi la memoria per criticare il presente sarà giustiziato insieme alla sua famiglia”. Ecco, la letteratura usa la memoria, l’immaginazione, la fantasia, la ragione, soprattutto per criticare il presente e per impedire, come diceva Elsa Morante, la disintegrazione della coscienza umana.

‘Bebelplatz’ è un romanzo storico, ma anche una riflessione sul potere delle parole e sulla loro capacità di sopravvivere al tempo. Qual è il messaggio che vuole trasmettere ai lettori di oggi, in un’epoca in cui la disinformazione e la manipolazione sono all’ordine del giorno?

C’è un proverbio spagnolo che dice: “la ribellione si impara leggendo”. Ecco, io penso che leggere è sempre un atto d’amore ed è anche sempre un atto di disagio e d’imbarazzo per il presente, per il mondo in cui viviamo e per le tante ingiustizie a cui spesso in maniera impotente assistiamo. Credo che sia un modo per ragionare con la propria testa, per cercare di essere liberi e di educare, magari anche sbagliando, il proprio spirito critico di fronte a questa invasione di informazioni spesso manipolate. Di fronte a questa imposizione da parte di un potere di un pensiero unico, la letteratura sarà sempre dalla parte del pensiero divergente e impura. Ed è dal lato della devianza.

Nei prossimi giorni lei sarà a Bolzano, la città in cui vivo, che, come tutto il Sudtirolo, ha vissuto periodi storici complessi, segnati da cambiamenti politici e culturali. Che cosa rappresenta questa terra per lei e quali legami ha con la sua cultura e la sua storia?

Sono venuto diverse volte a Bolzano, sempre per incontri letterari. Attraverso mia moglie ho conosciuto la montagna. E ricordo ancora la prima volta che andai in Trentino-Alto Adige, la grande, stupefacente impressione che ne ricavai. E da allora cerco di ritornarci quasi ogni estate. E ogni volta che vengo da quelle parti mi sento bene. Il paesaggio, la vicinanza delle montagne, le montagne mi hanno sempre comunicato un enorme senso di dignità. E un’idea di relazione tra le persone corretta, misurata, rispettosa. Ecco, pur essendo siciliano (ma venendo da un sud… ma anche il Sud Tirolo porta questa piccola parola nel nome, che per me più che un’indicazione geografica, è un’idea di mondo)… pur essendo siciliano, dicevo, preferisco la montagna al mare. E quindi ogni volta torno molto volentieri dalle vostre parti, che oltretutto sono luoghi carichi di storia che mi piace indagare.

Qual è secondo lei, oggi, l’obiettivo politico culturale delle biblioteche? E quale il mandato professionale del bibliotecario?

A stilare le liste nere durante il nazionalsocialismo dei libri che sarebbero dovuti andare al rogo fu proprio un bibliotecario. E questa cosa naturalmente mi ha colpito e mi ha coinvolto perché questo è il mio mestiere. E il Bibliotecario nazista aveva tradito il mandato del nostro mestiere, che è appunto quello di difendere la memoria, di esserne custodi e, in qualche modo, ambasciatori. Ricordo un racconto di Gesualdo Bufalino che si intitola “Le visioni di Basilio ovvero la battaglia dei tarli e degli eroi” in cui si racconta la storia di un bibliotecario messo a salvaguardia degli ultimi libri sopravvissuti al cataclisma atomico dell’umanità in cima al Monte Athos. I libri vengono attaccati da una specie di tarli che si erano sviluppati dopo le ultime guerre. E direi che, in ogni epoca dell’umanità, c’è sempre un re dei tarli che vuole incenerire le biblioteche. I bibliotecari sono, appunto, i soldati semplici che cercano di difendere il patrimonio della nostra memoria. In questo caso Basilio è un monaco e quando i tarli arrivano sino in cima al Monte Athos, attaccano i libri e lui si rende conto che non avrebbe potuto più difenderli in alcun modo. Studiando però aveva scoperto che questi tarli sono golosi di miele. Allora si denuda, si cosparge il corpo di miele, aspetta che tutti i tarli entrati nella fortezza si depositino sul suo corpo e si getta da una rupe sul mare Egeo. Ecco, non dico che i bibliotecari devono arrivare a questi estremi, ma sicuramente la loro funzione è fondamentale. In più devono cercare di favorire la creazione di una comunità intorno alle biblioteche, che, per me, sono luoghi vivi come dei porti, luoghi pieni di voci, che sono anche le voci dei libri, le voci dei lettori, le voci dei bibliotecari.

Quale sarà il suo prossimo viaggio letterario?

Il mio prossimo viaggio letterario sarà un altro viaggio nella memoria, ma questa volta nella memoria personale. Avevo detto prima che in Bebelplatz ho usato per la prima volta nei miei libri l’ “io” ed è stato un processo di avvicinamento alla realtà e un togliersi le maschere, e un provare a dire le cose in prima persona, a chiamarle col loro nome. Ecco, mantengo molto pudore, ma il mio prossimo viaggio letterario sarà un viaggio nella mia infanzia, nei miei primi dieci anni, nella memoria di una famiglia di migranti da cui provengo, nelle sue lingue, nel suo destino ramingo per il mondo. E non sarà in prima, ma in seconda persona, in quanto penso che forse solo alla fine riuscirò a tornare alla prima persona, perché davvero credo che ci voglia tutta una vita prima di poter dire, di poter balbettare sottovoce un “io”.

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Fabio Stassi sarà a Bolzano martedì 15 aprile ospite della Biblioteca Provinciale Italiana.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Fabio Stassi: “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati” (Sellerio), di Rita Mele

Sto riordinando le idee e le emozioni, preparandomi a trasformarle in parole capaci di trasmettere ai lettori de Il Randagio quello che si prova a leggere Bebelplatz. La notte dei libri bruciati di Fabio Stassi.

È proprio in questo momento che fa breccia in me la notizia della cerimonia di apertura della festa per la capitale europea della Cultura che, per il 2025, premia i comuni gemelli di Gorizia e Nova Gorica come esperienza senza precedenti di cultura transfrontaliera, nata nonostante i conflitti e i confini. Assaporando l’eccezionalità della scelta che mi parla di coraggio e di fiducia nella cultura nonostante le ombre, le incertezze e le paure che, in questi tempi, si addensano vicine e lontane da noi, comincio a scrivere. Ma ecco che – a voler cogliere una risonanza positiva – una news dal fronte di guerra di Gaza mi informa che le truppe dell’esercito israeliano si stanno ritirando dal corridoio militarizzato di Netzarim che ha diviso in due la Striscia di Gaza e che da oggi i palestinesi potranno tornare ad attraversare senza essere fermati dai militari israeliani. In rapido susseguirsi, e come se questi segni, già forti, non bastassero a incorniciare il mood in cui scrivo questa recensione, con una sincronicità perturbante con il nuovo libro di Stassi, scopro che la polizia israeliana ha sequestrato le tre librerie arabe a Gerusalemme est con l’accusa che vendevano volumi sovversivi. Proprio quelle Educational Bookshop, su Salah ed-Din, la via principale della Gerusalemme araba, che da anni sono conosciute come un’oasi di tolleranza e discussione.

Cornice tanto unica quanto reale questa, offerta dall’attualità, che si presta inaspettatamente a ripercorrere con voi lettori randagi, l’itinerario del viaggio spaziotemporale di Fabio Stassi, attraverso libri e autori, bruciati e esiliati, verbrannte und verbannte.

Il taccuino di viaggio che lo scrittore-lettore-bibliotecario Stassi annota pazientemente con andirivieni stilistici da un anno all’altro, da un autore all’altro, da un confine e una geografia all’altra, ci fa seguire una pista che sa di fuochi e di cenere, di ingiustizie abusi e sopraffazioni accesi da ideali e atti forti e simbolici da cui “nascano uomini di carattere, non più fatti di libri… L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere” (sic Joseph Goebbels, Berlino, 10 maggio 1933).

Bebelplatz, il titolo dell’opera pubblicata da Sellerio a ottobre 2024, è una dedica a ‘La notte dei libri bruciati’ la cui matrice, in una variabilità diacronica, si ripete dal rogo della biblioteca di Tebe del 1358 a.C. al più recente rogo con cui nel 2015, l’Isis, devastata la biblioteca di Mosul, dà fuoco a migliaia di libri ‘non conformi alla dottrina islamica’. A corollario del suo catalogo di fuochi librari, Stassi ci informa anche dei libri censurati e condannati alla distruzione o alla damnatio memoriae, da quelli di Lucrezio, Seneca e Tacito, passando per i fantasiosi Alice di Lewis Carroll, Winnie Puh di A.A. Milne e Il Mago di Oz, sino ad arrivare ‘in casa nostra’, a Venezia, dove, ancora nel 2015, il sindaco ordina il ritiro dalle scuole di 49 libri per l’infanzia perché lasciavano trasparire un’idea di famiglia non tradizionale.

La storia letteraria dei roghi dei libri giunge sino a noi con il titolo del prolifico autore Fabio Stassi. Romano, di origine siciliana, bibliotecario presso la Biblioteca di Studi Orientali della Sapienza, è un emblematico scrittore randagio on the railroad che predilige il setting ferroviario per raccogliere le idee e scrivere i suoi libri. La musica delle parole è la cosa più importante in letteratura, ha più volte detto nelle interviste: immaginiamo che per Stassi quella musica venga anche dal ritmo del viaggio e del camminare e in Bebelplatz ci concede di rinforzare questa idea. È infatti un libro con cui l’autore ci fa viaggiare nel tempo e nello spazio, sfogliando con noi libri della cui esistenza spesso non sapevamo o non possiamo più rinvenirne le tracce ridotte in cenere dal fuoco o occultate intenzionalmente dal potere di turno con il proposito di ‘costruire’ l’uomo, e perché no, la donna, nuovi.

Bebelplatz è uno di quei libri larghi, come piace dire a Stassi citando Manganelli che di Pinocchio, tanto caro al nostro autore, ha scritto ‘Nessun libro finisce. I libri non sono lunghi, sono larghi. La pagina non è che una porta ad altra porta, che porta ad altra. Finire un libro significa aprire l’ultima porta, affinché nessuna porta si chiuda piú.’ Beh, è proprio questa l’esperienza letteraria e sensoriale che ci fa vivere Bebelplatz, quella per cui, attraversando i cerchi di fuoco che hanno bruciato millenni di libri, si siano aperte e si apriranno ancora porte che non saranno mai le ultime e che non si chiuderanno per sempre, ma sempre, come un libro, si apriranno ad abbracciare i lettori del mondo, oltre ogni geografia, al di là di ogni muro, nonostante nemici e sicari.

La damnatio memoriae, a cui sono stati condannati autori e libri bruciati e occultati e di cui Stassi rende un ricco e documentato catalogo, sta persino nel titolo di questo libro. Bebelplatz, infatti, è il luogo ma non il nome della piazza di Berlino teatro inglorioso dove, il 10 maggio del 1933, quarantamila persone ‘si scaldarono’ gli animi al monito e all’incitazione di Joseph Goebbels, obbedendo al suo ordine di compiere l’atto ‘forte e simbolico’ di bruciare i libri ‘decadenti e antitedeschi’ perché dalle loro ceneri rinascesse, come araba fenice, ‘l’uomo di carattere’ del nazionalsocialismo. Il nome della piazza di quella notte delle ceneri era originariamente Platz am Opernhaus, poi Kaiser-Franz-Joseph-Platz e solo nel 1947 le autorità della DDR la intitolarono all’operaio, politico e anch’egli scrittore, August Ferdinand Bebel, cofondatore del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori tedesco. Una sorta di rimozione storica, di capogiro o un timido tentativo di restitutio ad integrum, o entrambe le cose considerato l’imbarazzante drammatico evento? Sta di fatto che Bebelplatz, la piazza e il libro di Fabio Stassi e noi che lo leggiamo non dimentichiamo, anzi. Leggendo questo libro avremo una buona possibilità in più di affinare il nostro fiuto di lettori, oltre ogni odore di benzina e di cenere, per continuare a ‘farci di libri’, a raccontarci e a ri-raccontarci, a scrivere, leggere e ricordare oltre ogni porta, ogni muro, vegliando e alimentando il fuoco sacro della letteratura a cui sta a cuore tutto quanto accade.

E per non togliere il gusto della scoperta ai nostri lettori, ma per attrarli a navigare attraverso la mappa poliedrica, inedita e stupefacente, tracciata da Stassi nel suo libro-taccuino di viaggio, anticipo solo che ci dice molto di cinque scrittori italiani i cui libri furono praticamente o idealmente arsi durante il nazismo.

L’itinerario nello spazio letterario di casa nostra parte da Pietro Aretino, passa da Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Salgari, Ignazio Silone e arriva a Maria Assunta Giulia Volpi. 

Parola di Randagia: nessuna anticipazione su ciascuno di loro per lasciarvi tutto il gusto della scoperta dell’elogio della libertà che Stassi ci offre restituendoci il suo racconto della ‘letteratura dannosa e indesiderata’ che forma e non solo in-forma. 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Fabrizio Coscia: “Suicidi imperfetti” (Editoriale Scientifica), di Rita Mele

Ammettere l’imperfezione già nel titolo della propria opera fa pensare immediatamente di star incontrando un autore capace di stare in equilibrio tra la perfezione e l’imperfezione, che, come Sally di Vasco Rossi, sa bene che ‘la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia’. Nella sua raccolta di racconti di suicidi famosi, prima che imperfetti, Fabrizio Coscia, napoletano, scrittore e critico letterario e teatrale, accoglie e porge al lettore, con ammirazione e rispetto, le vite interrotte di diciannove artisti amati per motivi diversi, come ci anticipa nell’introduzione. Per non rompere l’incantesimo – che sta tutto nell’idea e nell’architettura del libro – con la rivelazione dei loro nomi, più o meno noti al grande pubblico dei lettori, vi anticipiamo solo che l’imperfezione cui allude l’autore sta tutt’una con il dubbio che sarebbe bastato un nonnulla a evitarli, con l’incertezza che si incunea tra la scelta di morire e la casualità, tra la determinazione e la distrazione di chi si è suicidato.

A dire di più, l’imperfezione messa in copertina è stata per noi de Il Randagio il pungolo a leggere questo nuovo libro di Coscia, e il sospetto che si trattasse di uno dei suoi lavori più vicini alla sua fenomenologia dell’esistenza ha trovato conferma in ognuno degli affreschi di vita e di morte di Suicidi imperfetti. Ma anche in quegli altri di cui avrebbe voluto scrivere, come si capisce dalla dedica amichevole a dodici nomi, attraverso i quali, in filigrana, ci sembra di scorgere, i cognomi e le vite interrotte di Vitaliano Trevisan, Sergej Esenin, Luigi Tenco, Sylvia Plath, Lucio Magri, Walter Benjamin, Kurt Cobain, Violeta Parra, Guido Morselli, Stig Dagerman, Primo Levi, Amelia Rosselli. Dunque, suicidi compiuti, falliti, pensati, immaginati, vagheggiati e mai perfezionati, rappresentano comunque per noi che leggiamo e riflettiamo sulle parole di Coscia, storie che ci parlano e che ci fanno pensare a come la vita ma anche la morte succedano e che entrambe siano degli esperimenti di provvisorietà o esperimenti, in quanto tali, provvisori, di felicità e di infelicità.

Di Suicidi imperfetti ci è piaciuta proprio la cura con cui Fabrizio Coscia affresca il suo polittico letterario di profili esistenziali nei quali raffigura minuziosamente dettagli esistenziali che concorrono a comporre l’immagine finale in cui ci fa vedere quando e come quegli artisti divengono autori della propria morte.

Quella di Fabrizio Coscia è una narrazione a pezzi di storie di vita spezzate, è una narrazione per storie in cui l’autore prova emozioni e condivide il suo sentire. Ci fa stare con lui quando, leggendo, avvertiamo che insieme a lui stiamo provando a sperimentare di reggere il peso di quei suicidi narrati. Il modo in cui lo fa e ce lo fa vivere è quello dell’artigiano che tornisce ogni singola vita esitata poi nell’imperfezione suicidaria.

Più volte e in più riprese nel corso della lettura di Suicidi imperfetti ci è tornato alla mente il monito poetico di Pablo Neruda ‘E ricorda. Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.’, quasi possa funzionare come fattore di protezione per dirottare verso la trasformazione vitale davanti al bivio vita-morte.

Gli artisti che si sono dati la morte e che vivono per noi lettori nel libro di Coscia ci interrogano su quale avrebbe potuto essere l’elemento cruciale, accidentale, casuale, apparentemente insignificante che avrebbe potuto dare scacco alla morte, come nel classico del cinema mondiale, Il settimo sigillo di Ingmar Bergman del 1957, dove è proprio la Morte che acconsente alla sfida a scacchi lanciatagli da Antonius Block, il cavaliere crociato che chiede e ottiene di poter avere ancora del tempo da vivere, foss’anche che per continuare la sua angosciosa ricerca di Dio.

Nei suicidi imperfetti, scolpiti dalle parole di Fabrizio Coscia nei minimi dettagli della vita quotidiana dei diciannove protagonisti, la domanda che riecheggia in noi lettori è ‘che cosa non li ha salvati?’ e non solo ‘perché si sono dati la morte?’. Senza anticiparne la loro nota identità, lasciandola scoprire tra le pagine del libro, quello che abbiamo trovato capitolo dopo capitolo è un catalogo di motivi per suicidarsi: banali coincidenze, assenze, malinconie, morte intesa come unica verità sperimentabile, ombra incombente del fallimento sul gioco della vita, bellezza ineffabile dell’Amore e il coraggio di uccidersi, istinto di autodistruzione e avidità di non essere, dilemma libertà-infelicità, morti eroiche di coppia, amori incombenti e mimetici, futuri senza speranza, suicidio senza voglia di morire, suicidio come ultimo viaggio, vita come ultimo atto di fiducia prima del buio della morte, mute grida d’aiuto che guardano la morte dritta negli occhi, poetici naufragi e amori spodestati, disvelamenti apocalittici, sopravvivenza all’amaro assenzio e voglia di non essere.

La varietà dei motivi ci spiazza, ci fa sospettare che in ognuno dei protagonisti si celasse un assassino interiore che non aspettava altro che il momento buono per il delitto perfetto, premeditato. Cosa voleva l’assassino interiore da ciascuno di loro: da tutti la stessa cosa o per tutti una cosa diversa?

Perché si commette il suicidio e perché no? Perché non l’hanno fatto gli altri personaggi delle storie familiari dei suicidi descritti da Coscia? È dunque il suicidio un problema che riguarda la vita e la morte insieme. A noi sembra che l’autore, da una parte faccia luce sugli aspetti ombra dei diciannove suicidi e allo stesso tempo ci fa fare delle ipotesi e ci fa dubitare, intravedere, immaginare, intuire, interrogarci.

In più momenti della lettura ci è sembrato di vedere l’autore che, nell’atto di scrivere, si disponeva nella posizione di apertura alle ragionevoli spiegazioni del gesto finale, come se fosse quello il vertice di osservazione perfetto senza peraltro mai giungere a liquidarlo, etichettandolo con la follia.

L’autore, nei racconti, sembra muoversi verso la morte con i suicidi quando ne mette in chiaro l’ombra per tentare di restituirceli audacemente perfetti per sempre, apertamente e senza angoscia.

Lo abbiamo sentito partecipe a un mistero, in modo particolare a quello della mente e del cuore dei personaggi che ci presenta. Racconta senza giudicare e senza giustificare il suicidio.

La preoccupazione che si avverte seguendolo negli specchi delle vite descritte ci appare essere ciò che di vivo o di morto c’era già nell’esistenza di quelle persone e di quelli a loro vicini. Sembra piuttosto invitarci a indagare su cosa abbia ammalato l’anima di quelle persone, ad ascoltare piuttosto la voce, più volte inascoltata nel corso delle vite, di ciò che in esse si stava ammalando ancor prima che la morte prendesse la forma del suicidio. 

La riscrittura di quelle vite a cui si è dedicato Fabrizio Coscia, a noi lettori de Il Randagio arriva come il tentativo umano postumo, seppure imperfetto, di innescare la relazione, forse quella mancante e mancata in vita, mediante l’adesione profonda della sua personalità e delle nostre a quella dei personaggi che fa rivivere in Suicidi imperfetti. Senza ansia di redenzione, o di fallimento nell’aiuto e nella prevenzione del gesto suicidario. Piuttosto ricordandoci o lasciandoci scoprire altro non è se non quell’esperimento nel corso del quale, procedendo per prove ed errori, ci è solo dato di tendere alla perfezione. E che il corpo che ci fa compagnia e che sta nella relazione con l’altro può essere distrutto da una mera fantasia, da una mancata elaborazione dell’esperienza, anche la più banale, la più approssimativa, la più imperfetta.

Coscia, con la sua scrittura lieve e appassionata, ci coinvolge guidandoci in un viaggio letterario attraverso vite affascinanti e complesse, cattura la nostra attenzione e ci accompagna in una caleidoscopica riflessione sulla condizione umana.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

“Bibliofarmacopea Randagia”: Alessandra, di Rita Mele e Gigi Agnano

“Bibliofarmacopea”: la nuova rubrica del Randagio

IL CASO DI ALESSANDRA

Alessandra è una donna sposata sulla quarantina, vive a Milano con suo marito e suo figlio di 12 anni. Da quando si è laureata in lettere, lavora come segretaria in una casa editrice. Alessandra racconta che da tre anni non sta bene. Dice di “non sentirsi comoda nella sua vita”, che non trova il suo posto, come se, sedendo su una poltrona, continuasse a cambiare continuamente posizione, prima accavallando le gambe, poi adagiandosi a un bracciolo, poi drizzando la schiena e torturando le mani appoggiate sulle cosce. Quello che dice di sé, fa pensare che dietro le quinte ci sia altro che non sarà facile tirar fuori, tanto più che è la prima volta in assoluto che starebbe provando a farlo.

“Sarà una situazione comune a molte donne”, dice Alessandra. “Sono andata avanti, ho sopportato di tutto in questi anni, prima la laurea fuori corso, poi la ricerca del lavoro e la gravidanza, ma non avrei mai immaginato che con mio marito le cose potessero diventare così fredde.”

Il tutto è condito da un senso di vuoto, che a macchia d’olio, arriva a mettere in crisi oltre che la coppia, anche il rapporto con il figlio quasi adolescente.

Alessandra descrive la sensazione ricorrente di non essere più sé stessa. Rimpiange i primi anni della relazione con suo marito, quando passione e complicità la facevano sentire al suo posto e profondamente compresa.

Il rapporto con suo figlio è diventato un’altra fonte di preoccupazione. È un ragazzino introverso e ribelle, che Alessandra sente allontanarsi sempre di più da lei. E questo comportamento la colpevolizza, rimproverandosi di aver commesso degli errori nell’educazione che stanno causando la loro distanza emotiva.

Alessandra fa un cenno alla sua storia personale quando racconta di essere cresciuta in una famiglia tradizionalista, dove il ruolo della donna era principalmente quello di moglie e madre. Ha sempre dato priorità alle esigenze degli altri, sacrificando spesso i propri desideri e bisogni.

È forse qui il nòcciolo del suo problema? Cosa potrebbe trovare Alessandra in un libro? Una chiave per sbloccare la situazione, per scaldare nuovamente la relazione con suo marito? Uno specchio in cui riflettere e riflettersi, per riuscire a rompere il gioco in cui si sente sempre la causa di tutti i mali, suoi e degli altri? Una guida fatta di semplici indicazioni per comunicare con leggerezza i propri sentimenti e il bisogno di sostegno e di attenzione? Un segnale che un’inversione di rotta è possibile?

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Abbiamo scelto quattro libri per rispondere al disagio di Alessandra, romanzi che ci auguriamo forniscano alla nostra amica il giusto grado di leggerezza ma anche elementi di riflessione. I romanzi sono:

1 ”Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo

2 ”Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano 

3 ”La donna gelata” di Annie Ernaux 

4 ”Chesil Beach” di Ian McEwan

La sequenza suggerita per queste letture non è casuale. 

1 ”Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo

Iniziare con Francesco Piccolo torna utile per provare a mettere in pausa la spietata autocritica di Alessandra, consentendole di apprezzare quei piccoli momenti di benessere e di piacere che si annidano anche nelle quotidianità più buie. La leggerezza di questa lettura, favorita dallo sguardo ironico dell’autore, è un invito a riconoscere che la vita, nella sua – apparente? – insensatezza, può offrire sprazzi di gioia inattesa, che aiutano a riempire “il senso di vuoto” lamentato.

Visto che “La felicità è un istante che si ripete, ma solo se sappiamo riconoscerlo”, se impariamo a cogliere anche i più piccoli attimi di gioia, contrastiamo il senso di insoddisfazione che a volte ci pervade. “Ci sono piccoli gesti che facciamo senza pensarci, e lì si nasconde una felicità invisibile.” Il libro è uno stimolo a cercare gioie semplici, trascurate nella routine, che aiutano a riscoprire una serenità e una bellezza che danno sollievo ed energia. Scrive Piccolo: “A volte penso che la vita sia tutta qui, nel saper aspettare quei brevi istanti di felicità che arrivano all’improvviso.” 

2 ”Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano

C’è poi la preoccupazione di Alessandra per il figlio. “Le parole tra noi leggere” di Lalla Romano, romanzo autobiografico vincitore nel ’69 del Premio Strega, offre una panoramica illuminante sul rapporto tra una madre e il figlio che “sembrano parlare lingue diverse”. La Romano riesce a mostrare come i sensi di colpa materni, spesso, siano più una conseguenza delle aspettative che di reali mancanze: “Le madri conoscono solo una parte dei loro figli, e forse non la più vera, quella che solo loro vedono in sogno.” In un altro passaggio del romanzo scrive: “L’amore per un figlio non basta sempre a spiegare i silenzi che ci separano.” La distanza emotiva e l’introversione del ragazzo non sono frutto di colpe specifiche. L’amore può coesistere con l’incomprensione perchè: “Ogni rapporto, anche il più puro, ha in sé qualcosa di insoddisfatto e irrisolto”. La lettura di questo libro può alleviare le preoccupazioni di Alessandra e aiutarla a considerare la “ribellione” del figlio e il suo “allontanarsi da lei” come tappe di un percorso naturale e complesso di crescita.

3 ”La donna gelata” di Annie Ernaux

“La donna gelata” di Annie Ernaux rappresenta forse il momento più profondo – e spietato – di questa selezione. Con una lucidità inesorabile, l’autrice analizza il processo attraverso cui una donna può perdere gradualmente se stessa nel matrimonio, nella maternità e nella vita familiare. La Ernaux sembra parlare direttamente ad Alessandra quando racconta la cronaca claustrofobica della sua vita matrimoniale in contrasto con l’idillio del fidanzamento. La protagonista, proprio come Alessandra, giorno dopo giorno nel ruolo di moglie e madre, attraverso piccole rinunce quotidiane, finisce per dare priorità alle esigenze degli altri, sacrificando sempre più spesso i propri desideri e bisogni. Ernaux scrive: “Diventavo il riflesso degli altri e, in questo riflesso, la mia immagine sbiadiva.” O ancora: “Accettavo la mia parte, una donna che si spegne poco a poco, un’esistenza gelata dentro l’illusione di servire gli altri.” Il matrimonio, ci dice la scrittrice francese premio Nobel nel 2022, è l’istituzione sociale responsabile dell’oppressione della donna e averne consapevolezza può rappresentare il primo passo verso il cambiamento. Per Alessandra, infatti,“La donna gelata” può rappresentare proprio questa potente presa di coscienza, di essere diventata una “versione frammentata” di sé stessa, persa nel compiacere gli altri, da cui gran parte del suo malessere  (“La mia vita si frantuma in tante vite che non riconosco più”).

 4 ”Chesil Beach” di Ian McEwan

“Chesil Beach” di Ian McEwan è la rappresentazione malinconica delle dinamiche di coppia che Alessandra sta suo malgrado imparando a conoscere. Il romanzo, attraverso la storia di due giovani sposi nella loro prima notte di nozze, tratta il tema dell’incomunicabilità e del non detto: “Non era mai stato detto, neanche immaginato: si erano trovati immersi in un silenzio che nessuno dei due sapeva come rompere”. La scrittura di McEwan permette di osservare come “la freddezza” di cui parla Alessandra si costruisca gradualmente, attraverso frasi inespresse che, col tempo, creano distanze apparentemente incolmabili. “C’era una vergogna reciproca nel riconoscere i propri desideri, come se volessero nascondere le loro anime l’uno all’altro.” Il modo in cui McEwan descrive il disagio fisico dei due personaggi si riflette in quel senso di “scomodità” di cui parla Alessandra, in quel non trovare mai la posizione giusta, metafora di un disagio esistenziale. McEwan pare voler rappresentare il senso di estraneità che Alessandra prova nella sua relazione: “Erano come due esploratori che, sbattuti dalla tempesta, finiscono per approdare su una terra sconosciuta”, Chesil Beach può aiutare Alessandra a esprimere desideri, speranze e aspirazioni, a comprendere l’importanza di aprirsi al partner prima che i silenzi si cristallizzino in una barriera rigida e tagliente. 

Ci auguriamo che attraverso questa selezione di romanzi con stili narrativi e punti di vista diversi, Alessandra possa comprendere i nodi del suo disagio, aiutandola a riflettere su quanto la comunicazione, la comprensione del figlio, la riconquista di sé e la scoperta della gioia siano alla sua portata, pagina dopo pagina.

Avete altri libri da consigliare alla nostra amica Alessandra?

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Gigi Agnano: napoletano, è l’ideatore e uno dei fondatori de Il Randagio

“Bibliofarmacopea Randagia”, la nuova rubrica

Benvenuti nel “setting biblioterapeutico randagio”, nel nostro spazio “Bibliofarmacopeico” dove la medicina si chiama lettura!

È un luogo dove ogni vita merita il suo romanzo, dove ciascuno può imbattersi nello specchio letterario attraverso cui passare per incontrarsi. Al di là di quello specchio potremo vedere le parti di noi a disagio, o quelle che attendono solo di essere liberate e portate alla luce per ritrovare il benessere.

In questo spazio, con il giusto mix di serietà e di gioco, proveremo a fare qualcosa di speciale: a partire dai casi che ci verranno sottoposti dalla nostra psicologa Rita Mele, o dalle mail che giungeranno in redazione, Rita stessa insieme a Gigi Agnano, l’ideatore de Il Randagio, suggeriranno uno o più libri che potrebbero rivelarsi preziosi per chi ci scrive. Non chiamiamola prescrizione – sarebbe troppo serioso – ma piuttosto un gioco letterario di corrispondenze, dove la sensibilità professionale di una psicologa si intreccia con la passione bibliofila di chi ha fatto dei libri la propria casa. Un divertissement letterario – a metà tra una posta del cuore e i consigli del libraio – aperto a chiunque voglia partecipare e contribuire.

Ma i libri, a che servono davvero? Ci fanno compagnia nelle solitudini, ci consolano nei momenti bui. Diventano scudi silenziosi contro i vicini troppo loquaci in treno o in aereo. Nutrono le nostre riflessioni, cullano il sonno meglio di cento pecore, o ci tengono svegli per le ragioni più belle. Si trasformano all’occorrenza in comodini improvvisati, in scale d’emergenza. Sanno riaccendere fantasie sopite, creare atmosfere intime quando letti ad alta voce in famiglia, tra amici, nella coppia.

Tutto questo e molto di più, come molti di voi già sanno e sperimentano con un libro – anzi, il libro – a portata di mano. Il-libro-che-cura sa donare un tocco accogliente alle relazioni, quelle con gli altri e quelle con noi stessi. Impressi nella memoria, i libri possono persino “salvare la cultura dai roghi” quando chi li legge si trasforma in persona-libro, riscoprendo la preziosità della voce nella trasmissione orale delle storie umane. Il libro che “ci sceglie” custodisce un “apriti sesamo” che attende solo di essere scoperto. È la chiave per accedere alle nostre fantasie più segrete, alle nostre paure, alle cripte emotive che aspettano di disvelarsi. Ci accompagna nei sentieri della vita verso quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce salute: “una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non la semplice assenza di malattia o infermità”.

Ma può davvero un libro valere una cura? E possiamo attribuire questo potere a qualsiasi volume? Come scegliamo con attenzione il terapeuta adatto al nostro disagio, così dovremmo selezionare il libro curativo per noi.

La storia della letteratura ci offre un esempio luminoso: Shahrazād si salvò la vita, e a sua volta salvò quella del giovane sultano di Samarcanda, grazie ai racconti giunti fino a noi come “Le mille e una notte”. Era un caso disperato, questione di vita o di morte. Come disse Shahrazād a suo padre: “O rimarrò in vita, o sarò il riscatto delle vergini musulmane e la causa della loro liberazione dalle mani del re e dalle tue”. Per non essere messa a morte dal vendicativo sultano Shahriyār, offeso dal tradimento della sua sposa, escogitò uno stratagemma: ogni sera gli narrava una storia, rimandandone il finale al giorno seguente. Proseguì così per mille e una notte, mantenendo viva la curiosità del sovrano con racconti straordinari, intrecciati notte dopo notte come perle di una stessa collana. Quando Shahrazād cessò di narrare, il sultano si era ormai innamorato di lei e le risparmiò la vita. Risvegliatosi all’amore, liberatosi dalla prigione del proprio odio vendicativo verso le donne, poté finalmente godere della vita e aprirsi al nuovo. Il tempo trascorso e la fantasia intessuta nei racconti lo riconciliarono con sé stesso e con la sua storia. Mille e una novella riconciliarono il maschile e il femminile, permettendo a entrambi di regnare grazie al potere guaritore del metaracconto.

 La narrazione diviene così un gesto d’amore, un tocco risanatore che, giungendo a noi attraverso le pagine di un libro, genera un perpetuo inizio di esperienze nuove e ancora inimmaginabili. Questo rappresenta il primo caso della nostra Bibliofarmacopea Randagia, nella nostra storia di libri-che-curano. Un classico della letteratura che da oggi, per noi de “Il Randagio”, diventa il caso emblematico della cura attraverso i libri – uno dei mille e uno volumi che abiteranno il nostro setting bibliofarmacopeico.

‘Vieni scegli nella mia biblioteca,

se ciò ti giovi a ingannare il dolore,

fino a quando ci scopriranno i cieli

il dannato che ha fatto questo scempio

… sul tuo corpo … ‘

Tito Andronico a Lavinia atto IV scena I

William Shakespeare

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Gigi Agnano: napoletano, è l’ideatore e uno dei fondatori de Il Randagio