Alice Weidel e la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt, di Nives Monda

Il partito Alternative für Deutschland, cioè “Alternativa per la Germania” (AfD) che ha vinto le elezioni ieri nel Land Sachsen, viene indicato come quello di Alice Weidel. E non è un caso. “Alice Weidel è considerata oggi la principale figura pubblica del partito.” (Fonte: chat gpt).

Mi soffermerò sulle parole “figura pubblica”. Perché un partito così porta come front una persona così? E perché chat gpt riprende la locuzione “figura pubblica”? 

Erroneamente, una parte dell’opposizione tedesca sostiene che lei sia un paravento, un modo per mitigare l’accusa di estremismo all’AfD.

Io credo, invece, che lei sia assolutamente parte di quell’estremismo, anzi la sua stessa omosessualità si fonda su esso.

Weidel è sì una persona omosessuale (non uso la parola gay apposta per contrastare la narrazione dominante, al limite dovremmo dire “lesbica”); è sì sposata con una persona “non bianca”; è si parte della comunità lgbtq+. Presenta, tuttavia, tutte le caratteristiche di un tipo di posizionamento bianco conformista: è cresciuta in una famiglia agiata, si è laureata in economia all’università di Bayreuth come migliore del suo anno, è nipote di un giurista che ha svolto un ruolo di magistratura militare negli anni ‘30 nelle SS, è sposata con una regista svizzera (su questo aspetto va, infatti, precisato che la compagna è nata in Sri Lanka ma è vissuta tra Europa e Los Angeles, quindi si deve presumere, date le fonti a disposizione, che la sua formazione non sia radicata in Asia quanto in Occidente).

L’intento di questo articolo non è fare dissing su Weidel nè sulle persone a lei legate: è, però, fondamentale chiarire il contesto in cui questa persona si è formata per capire come e perché oggi sia la rappresentante di un partito di estrema destra che vince le elezioni in un Land tedesco, certo uno dei più piccoli, ma molto significativo per ragioni storiche e geografiche in questa fase.

Weidel non finge: è esattamente ciò che rappresenta. E il suo partito non la usa: la subisce. La sua omosessualità dichiarata e vissuta, con pienezza anche familiare, non è la foglia di fico dell’AfD, ma è l’evidenza di un modo di intendere i diritti civili che introietta il privilegio e lo fa arma di lotta. Una lotta, però, che serve alle persone bianche e a quella parte di deriva ideologica che ha usato le guerre culturali per far strada all’individualismo. Quella categoria di persone che fa dell’oppressione un privilegio. 

Potrebbe sembrare un ossimoro ma non lo è: IO (sottolineo “io”) sono lesbica, sono sposata con una persona omosessuale di origine srilankese, abbiamo due figli, abbiamo lottato per la nostra autodeterminazione, quindi IO posso dire tutto ciò che voglio sulle minoranze oppresse. Il mio stesso status incarna il posizionamento delle persone oppresse.

E in più, piaccio anche ai Russi. Capitolo a parte che meriterebbe un altro approfondimento.

La lotta per i diritti civili, però, non ci ha consegnato questo: ci ha insegnato che non esiste una gara a chi è più oppressa ma una lotta comune contro chi determina tutte le oppressioni. Da qui nasce l’intersezionalità: la lotta per i diritti civili intreccia quella contro lo sfruttamento delle persone e dell’ambiente, giusto per citare due temi grossi. 

Per questo motivo, una persona che si riconosca nelle cultural wars non può essere suprematista nè fascista nè sionista. Caso di attualità a Napoli: il presidente di Arcigay non può essere sionista solo perché in Israele gli fanno fare il Pride. Non può esserlo perché al di là del muro dove lui celebra il SUO Pride, un’intera popolazione viene sterminata.

L’attenzione che dobbiamo porre a queste trasformazioni (involuzioni culturali) è massima. Dobbiamo riportare le battaglie per i diritti civili nel nostro ambito. Quando dico “nostro” intendo quella dell’intersezionalità, dove si intreccia la lotta contro l’oppressione con la lotta allo sfruttamento delle specie che vivono sul pianeta.

Bisogna farlo all’interno di una comune battaglia sul piano collettivo, dove il particolarismo militante (che il più volte da me citato, con grande affetto, Mimmo Cangiano, ha ben definito e descritto) non trovi (più) spazio. 

Non è “colpa” nostra se Weidel va al potere. Weidel vince nella Germania del neoliberismo e della corsa al riarmo e questo è l’humus perfetto dove, con una popolazione che ha sempre meno luoghi dove formarsi uno spirito critico (anche la scuola in Germania arretra sempre di più sul piano formativo), possono crescere questo tipo di proposte culturali. Certamente è però nostra responsabilità se, nei nostri percorsi transfemministi, evitiamo di affrontare una questione: fare i conti con la nostra whiteness (bianchezza, bianchitudine) è un lavoro lungo, che dura tutta una vita e che possiamo svolgere solo se siamo “awake” piuttosto che woke. In corso d’opera, dobbiamo sempre essere quindi guardiane di noi stesse e sapere che il privilegio che abbiamo deve essere ceduto, non coltivato, e messo, quindi, a disposizione di chi di quel privilegio non dispone (nel mio caso il privilegio di donna bianca, laureata, con una vita strutturata mi ha dato il diritto e l’agio, nonostante tutte le conseguenze, di esprimere la mia opinione e prendere posizione; quindi non devo mai dimenticarlo pensando a chi, in mancanza delle condizioni di cui io godo, non può farlo).

Pensatrici e militanti come Angela Davis, Leila Khaled, Rita Laura Segato (per fare giusto qualche nome) siano sempre il nostro faro. I loro scritti e le loro parole il nostro nutrimento.

Alcune fonti utili di seguito per approfondire il loro sacrosanto contributo all’umanità:

  • su Angela Davis consiglio il documentario “The Black Power Mixtape 1967–1975″: 
  • su Leila Khaled, la sua autobiografia “My People Shall Live: The Autobiography of a Revolutionary (1973/1975)” (Midnight Press, 2025);
  • su Rita Laura Segato, il suo testo “La guerra contro le donne” (Tamu, 2023).
  • Il testo di Mimmo Cangiano che ho citato si intitola “Guerre culturali e neoliberismo” (Nottetempo, 2024).

Nives Monda

Nives Monda vive e lavora al centro storico di Napoli, dove gestisce, insieme a Potito, Giovanna e Antonio, la Taverna a Santa Chiara. La Taverna è una piccola osteria che aderisce all’associazione Slow Food e al movimento BDS come SPLAI (Spazio Libero dall’Apartheid israeliano). Questa avventura è iniziata nel 2014; prima di allora, Nives ha lavorato per vent’anni nel campo della programmazione e dell’attuazione dei Fondi Strutturali Europei. Laureata in Economia, di recente ha intrapreso un nuovo corso di studi in Storia, presso la Federico II di Napoli. Appassionata di letteratura e di poesia, è socia della libreria Iocisto di Napoli e della libreria Libertà di Torre Annunziata. Supporta come attivista varie campagne sul territorio, come quella della rete Napoli per la Palestina, della rete “Resta Abitante” contro la turistificazione delle città, dei Beni Comuni, del Carnevale Sociale. È madre di due figli.