Se Silvio Orlando è rimasto bambino – sulla riduzione teatrale de “La vita davanti a sé”, il capolavoro di Romain Gary, di Edoardo Pisani

Romain Gary avrebbe probabilmente amato molto Silvio Orlando nei panni del piccolo e ribelle Momò, il bambino protagonista del suo romanzo più bello e toccante, La vita davanti a sé. Tanto per cominciare Orlando ha portato in scena il libro quasi alla stessa età nella quale Gary si è sparato un colpo in testa, e cos’è la storia d’amore fra Momò e la vecchia Madame Rosa se non un modo per Gary di tornare all’infanzia da vecchio, all’amore mai sopito per sua madre? Romain Gary pubblicò La vita davanti a sé nel 1975, pochi anni prima di suicidarsi, con lo pseudonimo di Émile Ajar, vincendo quel prestigioso premio Goncourt che aveva già ottenuto con il nome di Romain Gary (un altro pseudonimo) e che notoriamente si può ottenere una sola volta nella vita. Gary, che tutti credevano un romanziere senza più niente da dire, giunto al punto in cui “il biglietto del viaggio non è più valido”, come dice il titolo di uno dei suoi romanzi, fece uno sberleffo a tutto il mondo culturale parigino. Ma questa è una storia nota e non è ciò di cui intendo scrivere qui. Qui si tratta di teatro. 

Sono appena rincasato da una delle tante repliche de La vita davanti a sé portate in scena da Silvio Orlando negli ultimi anni, e ne sono entusiasta. Accedendo alla platea del teatro, il Quirino di Roma, a un tratto mi sono trovato davanti la fotografia di un mio vecchio ricordo: il grande e indimenticato Eros Pagni che recita ne Il commesso viaggiatore di Arthur Miller, con la regia di Marco Sciaccaluga. Era il 2005, vent’anni fa: la fotografia è appesa fra la buvette e l’ingresso della sala. Avevo sedici anni ed ero andato a teatro con mia sorella. Eros Pagni ci aveva commossi profondamente. Così cominciò la mia passione per il teatro, che dura tuttora, anche perché è forse l’ultima delle grandi arti in cui gli schermi – i dannati schermi che ci circondano in ogni momento – sono banditi. Il teatro è rispetto per il prossimo, oltre che magia e dignità. È forse uno degli ultimi blasoni romantici rimastici. Lo scriveva bene Ennio Flaiano, nel Diario degli errori: “Lasciate andare avanti il cinema, avido di cose reali, il Teatro deve essere falso e affascinante. Nel teatro si ritrovano i simboli delle cose perdute di vista.” 

C’è molto di ciò che crediamo di aver perso ne La vita davanti a sé di Silvio Orlando. Ci sono l’infanzia, l’amore, la tenerezza, ma anche lo spavento della morte e la vecchiaia. C’è senz’altro l’orrore del niente, ma c’è pure Parigi con le sue musiche e la sua vita frenetica e variopinta; c’è la disperata voglia di vivere del piccolo Momò e c’è il coraggio di una vecchia donna malandata – Madame Rosa – che non vuole essere costretta a vivere “come un vegetale” fino alla morte, perché La vita davanti a sé è anche un romanzo sul diritto a una morte dignitosa, all’eutanasia. L’interpretazione di Silvio Orlando è onesta e commossa e mi ha spinto sia alle lacrime che alle risate. E sì che è difficile recitare l’impertinenza di un bambino indomo quale Momò, o la sua innocenza, come dimostra il poco riuscito Pinocchio portato al cinema dal pur bravo Roberto Benigni. Per interpretare un bambino da vecchi bisogna forse essere rimasti bambini per tutta la vita. Bisogna essere non soltanto convincenti ma perfino veri. In pochi ci riescono. 

Silvio Orlando è un bambino tenero e pieno di grazia e il romanzo di Romain Gary in scena rimane il capolavoro che è sulla pagina. Occorre fare un plauso all’edizione italiana del libro, cioè alla traduzione di Giovanni Bogliolo (già traduttore di Flaubert per i Meridiani), riportato vent’anni fa nelle librerie dall’editore Neri Pozza. Chi ha letto e amato il romanzo non rimarrà deluso e anzi si sorprenderà, perché la regia di Silvio Orlando porta pure cose proprie al già straordinario Romain Gary: la musica, per esempio, con il refrain di Comment te dire adieu, canzone scritta da Serge Gainsbourg e cantata da Françoise Hardy, ma anche i tamburi africani e altri motivi pieni di nostalgia e di tenerezza, e poi il talento di Silvio Orlando, che balla e si commuove e ride e piange e racconta la vita di Momò e un po’ anche se stesso (e quindi tutti noi) con la delicatezza di un vecchio uomo mai veramente diventato adulto, perché l’infanzia ci riguarda tutti e chi pensa di averle voltato le spalle o di averla superata ha già cominciato a morire o a perdersi nel banale o maligno caos del mondo, e noi vogliamo salvarci.

Oppure, per dare qualche ragguaglio più preciso sullo spettacolo, la riduzione di Silvio Orlando ci offre dei momenti inediti di grande commozione andando anche oltre il romanzo, come la chiusa dell’uovo fracassato a terra, che suggella l’ultima decisiva frase di Momò e che, lo ammetto, mi ha fatto scoppiare in lacrime, e poi dei momenti di grande comicità, certamente dovuti al genio di Gary ma pure, vale la pena ripeterlo, alla regia teatrale, come quando un africano amico di Momò gli si rivolge urlando parole incomprensibili con una gestualità, appunto, teatrale, buffa e colorita e perfino festosa nella sua scanzonata allegria. E tuttavia anche questa è una scena di morte, perché gli amici di Madame Rosa stanno improvvisando una danza tribale per farla uscire da uno stato di catalessi. Il comico e il tragico si uniscono e la scena affascina e spaventa al tempo stesso. La vita davanti a sé è un grande romanzo sulla morte, oltre che sulla vita e sull’amore. 

Bisogna voler bene. Il faut aimer. Lo dice Romain Gary e ce lo ripete Silvio Orlando. Lo afferma il piccolo Momò, commuovendoci, e ogni tanto cerchiamo di ripetercelo, di ricordarlo in questa vita che talvolta ci maltratta. Sarà più facile farlo dopo aver visto Silvio Orlando nei panni del piccolo Momò: un bambino, un vecchio, in ogni caso un essere umano che difende il diritto alla tenerezza e alla fragilità in un tempo nel quale la cafonaggine e la forza e la violenza la fanno da padroni ovunque. Bisogna voler bene, sì: bisogna amare. Solo così, forse, ci salveremo dal mondo e potremo salvarlo insieme a noi. Noi o i bambini ribelli che ci sopravvivranno, i tanti Momò del mondo che non devono e non possono essere dimenticati. Grazie a Silvio Orlando per essere rimasto uno di loro. Ne avevamo bisogno. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

Due domande a Wanda Marasco per “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza, 2025), di Cristiana Buccarelli

La scrittrice napoletana Wanda Marasco con il romanzo Di spalle a questo mondo (Neri Pozza 2025) si è aggiudicata il Premio Campiello 2025.

Conosco Wanda Marasco da molti anni e immagino che vivendo in passato vicino alla Torre del Palasciano si sia sentita ad un certo punto attratta o forse anche trascinata, dalla vicenda umana del medico filantropo Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova, che lì abitarono; ritengo sia stato questo uno dei principali motori che l’ha spinta a richiamarli in vita attraverso la sua scrittura. 

Wanda Marasco anche in questo romanzo, così come in precedenza ne La compagnia delle anime finte e ne Il genio dell’abbandono (anch’essi pubblicati da Neri Pozza, rispettivamente nel 2015 e nel 2017), scava in profondità sul senso del dolore, interrogandosi sul bene e sul male da cui è pervasa l’umanità. Infatti anche Ferdinando Palasciano e Olga Pavlova Vavilova sono portatori della lacerante sofferenza o male del mondo, che vivono in maniera differente: lei attraverso una psico somatizzazione della sua zoppia, lui assorbendo come medico tutto il dolore degli altri e infine impazzendo. L’autrice in questo romanzo affronta con grande capacità il tema della follia, non considerandola mai qualcosa di lontano, ma una sorta di mistero della psiche umana.  

Ho voluto porre a Wanda due domande specifiche relative alla sua opera.

Cara Wanda, un elemento che mi interessa molto è il significato altissimo, visto da una prospettiva morale e medica della cura degli esseri umani, quello che spinge Ferdinando Palasciano a curare anche il nemico, pur essendo medico borbonico durante i rivolgimenti di Messina del ’47-’48 e la riconquista borbonica. In ciò mi è parso di trovare uno degli aspetti più grandi della missione di Palasciano, quando egli dice ‘’l’atto di curare non può fare differenza tra gli uomini’’. La medicina può essere dunque una missione sacra? Qualcosa che sfiora l’eternità?

La cura è l’ideale di Ferdinando Palasciano, è ciò che lo spinge a curare anche il nemico, perché a Messina, durante i moti del 48, comprende che l’atto di curare non può fare differenza fra gli uomini. Mentre era alfiere medico dell’esercito borbonico, sceglie di essere più medico che soldato. E la medicina è certamente una missione sacra. Palasciano può essere considerato un antesignano, un Gino Strada dei suoi tempi. Quanti medici e infermieri abbiamo visto anche morire, per esempio, nel periodo della nostra pandemia! Sì, è una missione sacra e credo che sia qualcosa che sfiora l’eternità, perché non c’è niente che debba permanere più dell’atto benefico verso la creatura umana. 

Leggendo i tuoi romanzi si ha la netta sensazione di una lingua nuova e antica, originalissima, di una lingua precisa ma al tempo stesso ricca e trasfigurata, attraverso la quale tu compi un lavoro abissale di scavo all’interno della psiche e dell’emotività dei personaggi. Qual è il tuo rapporto con la tua stessa lingua? 

La mia lingua è una lingua nuova e antica, nel senso che tiene conto della tradizione, ma, come sempre deve avvenire, la tradisce. E’ una lingua in cui si sono congiunte la istintualità poetica, la meditazione e la necessità di narrare. La lingua è forse il primo personaggio, per così dire, dei miei romanzi, che sono sempre caratterizzati da una alternanza di registri, dal comico al tragico. E qui, in Di spalle a questo mondo, con una prevalenza della prosa lirica, che mi consentiva il cosiddetto lavoro abissale e più profondo all’interno della psiche e della intensità dei vari personaggi. Il mio rapporto con la lingua è un rapporto di corpo a corpo, di mente a mente. Io stessa forse scrivo perché voglio essere scrittura, voglio diventare scrittura. Scrivo per questa indomabile necessità.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Beppe Fenoglio: ‘’La sposa bambina’’ da “Tutti i racconti” (Einaudi), di Grazia Frisina

Mezza zingara è Catinina, sempre a giocare in strada con i maschi. 

Rapisce Fenoglio, narratore di brevi racconti, qui distante dal mondo della guerra partigiana, ma sempre dentro alla sua terra, le Langhe di bricchi e boschi, di pedaggere, aie e vendemmie.

Da un lato c’è lei, l’innocenza di una bambina con le sue biglie colorate per giocare a tocco e spanna o da tenere tintinnanti in tasca come bottino prezioso, dall’altro, a fare da contraltare, c’è il mondo contadino, paesano, arcaico, di dura esistenza, pesante di retaggi patriarcali, in cui i bambini, i figli, non hanno posto perché nascono già destinati a essere braccia da lavoro nei campi o a saldare prestiti insolvibili in combinati matrimoni. È quanto accade a Catinina, che, per un debito del padre, si ritrova – oggetto d’indennizzo – ad essere maritata a soli tredici anni senza neppure averne coscienza.

Sua madre si piegò e disse a Catinina: – Neh che sei contenta di sposare il nipote di questo signore?

Catinina scrollò le spalle e torse la testa. Sua madre la rimise in posizione: – Neh che sei contenta, Catinina? Ti faremo una bella veste nuova, se lo sposi.

Un racconto toccante, di struggente e sotterranea bellezza dello scrittore albese, inserito nella raccolta Racconti del parentado e del paese: una storia che oscilla in brevi sequenze, fra la cruda realtà fatta di grettezze, soprusi e imposizioni e l’imprevedibile affiorare di attimi di inibita delicatezza e poesia, appena appena percettibili.

Ecco, quindi Catinina, la protagonista, sposa bambina, che deve unirsi a un giovane, rozzo e brufoloso, ma già sistemato col suo commercio di stracci, che le si rivolge dandole del voi. Ma cos’è quel voi che lui pretende pure da lei stessa? Se non forse l’esito dell’aver respirato e assimilato, fin dalla nascita, l’aria greve di un ambiente in cui dagli uomini si esige fermezza autorità rispetto e severità? 

Perché così ha da essere, da secoli.

Occorre conformarsi, giacché la vita è solo sudore e lavoro: non c’è spazio né tempo per gli intenerimenti e le smancerie, né per carezze o gesti d’intima affettuosità. E lo sposo si adegua, senza consapevolezza; vi si adegua nel rapporto con la sua piccola donna, usandole anche violenza di cui, con un inedito impulso, presto si pente, sfiorandole i lividi lasciati sulla guancia dalle sue botte e piangendo. 

Quando si ritirarono per la notte in una stanza trovata dal parente, allora la riempì di schiaffi la faccia a Catinina. E nient’altro, tanto Catinina non era ancora sviluppata.

Al mattino Catinina aveva per tutto il viso macchie gialle con un’ombra di nero, lo sposo venne a sfiorargliele con le dita e poi scoppiò a piangere. Proprio niente disse o fece Catinina per sollevarlo, gli disse solo che voleva tornare a Murazzano. 

Una debolezza meschina e scandalosa negli occhi di un uomo, per quella cultura dove le lacrime sono una cascaggine, un fatto di femmine.

Eppure Catinina mostra capricciosamente moti di ribellione contro la durezza di quella realtà cui deve infine sottostare perché è la legge, la legge del matrimonio. Una durezza che tuttavia non scalfisce né impoverisce la sua infanzia.

In un’ingenuità tutta bambina, lei, dentro un bozzolo suo proprio, sottilissimo primitivo e irragionevole, sembra custodire un segreto che è quasi un talismano di salvezza, un magico antidoto alle brutture, alla disillusione: la vita è possibile se uno conserva in sé la levità del gioco, se dalle cose semplici e quotidiane si attingono allegrezza, gusto e colore, mentre tutto intorno è un immobile arrancare tra nebbia temperie sfinimento e povertà. È possibile, insomma, un distacco, una salvazione, magari desiderando un vestito rosso, colore assurdo per una cerimonia nuziale, o facendo una scorpacciata di mentini lungo il viaggio di nozze, fatto in concomitanza del commercio dello sposo verso Savona, o anche a snodarsi e a rider di gola insieme ad altri. O avere un poggiolo e un lume a petrolio in una casa che n’è priva. 

Oppure d’un tratto restare incantati, naso all’insù, per una luna fluttuante in cielo, ma così tanto vicina che pare li segua col suo faccione da mostro. E poi… poi quella prima volta del mare, al termine del viaggio nuziale sullo scomodo carretto a traino di una mula. Inattesa rivelazione: finalmente il mare! approdo epifanico. 

Un mare che lei ha sempre cercato di catturare dalle pupille di chi l’ha visto e vissuto. 

E noi adesso la osserviamo là, come se fosse sulla riva di un felice spaesamento, davanti a tutta quell’incredibile quantità d’acqua, nella sua esilità di bimba con gli occhi annegati nell’azzurro, fulminata dalla vastità, quasi spaventata, che dalla sua immaginifica testolina non sa altro che esclamare, come una tiritera, Che bestione! Che bestione!  Una liberazione!

Ora se lo stava godendo da due passi il mare, ma lo sposo le calò una mano sulla spalla e si fece accompagnare a stallare la bestia. Ma poi le fece vedere un po’ di porto e poi prendere un caffellatte con le paste di meliga. Dopodiché andarono a trovare un parente di lui.

Questo parente stava dalla parte di Savona verso il monte e a Catinina rincresceva il sangue del cuore distanziarsi dal mare fino a non avercene nemmeno più una goccia sotto gli occhi.

Fremito d’inosservata vita, creatura pura semplice autentica spontanea – che un po’ mi ricorda l’Eugenia di Un paio di occhiali di Anna Maria Ortese – è Catinina, che dà anima alle cose più grandi di lei, che nel fondo di sé, inconsciamente, trattiene la meraviglia, una leggerezza infantile che non cessa di fermentare nel sangue, anche quando, divenuta giovanissima madre, dimentica di cunare il suo piccolo, presa com’è dalla foga contenta del gioco a tocco e spanna con i maschi, in strada.

Non cela la sua piemontesità, Fenoglio, trascinandoci in questa succinta storia, con uno stile singolarissimo, già incontrato nei suoi romanzi più noti, con un linguaggio di naturalezza, creativo e gergale insieme, così aderente alla realtà e al parlato. Mediante una lineare e intensa fabula, è abile nel rendere vive, concrete le scene che via via narra, senza mai indulgere al giudizio o al pietismo, ma tacitamente capace di avvicinare il cuore del lettore alla sostanza di una umanità che fatica e mostra un volto di pietra, sotto il quale si può intuire talora un soffocato fiorire di sensibilità, un cedere a una grazia imponderabile.

Un periodare essenziale, una scrittura diretta, senza fronzoli, abbarbicata al suolo – un po’ com’è la gente delle sue amate Langhe. 

Mentre si legge non ci si accorge come tutto fluisca, in una scabra musicalità, perfetto e immediato, che perfino nel non detto, nelle ellissi è percepibile tutta una galassia di significati di valori, vicende e conflittualità tanto da non avvedersi che anche tu sei entrato là dentro, in quella storia, che stai dietro ai passi di quei personaggi, ne senti le anime sofferte, le voci di rabbia e maledizione, il brusio di pena o di gioie passeggere, guardi il mondo coi loro occhi. 

Qui è manifesta la sua statura come autore anche di racconti.

E affascina Fenoglio con quei finali di una semplicità che coglie sempre alla sprovvista – dentro cui pare spesso palpitare un destino d’attesa tragedia – quasiché dispiace aver concluso la lettura. 

Inutile chiedersi che ne sarà di quella bambina e di quel pustoloso ragazzo, facile invece indovinare quale futuro li attenda, un futuro che non sarà altro che il perpetrare il passato di miseria e di fatica. 

A me non interessa sapere; non voglio vedere Catinina sottomessa e rassegnata nel suo domani di donna sfatta dalle tante gravidanze e dal lavoro; in una scena precisa, in un frammento di vita, lo scrittore l’ha fermata, là voglio continuare a immaginarla, affrancata da ogni legame, in quell’istante di culmine di spensierato gioco, felice all’aria aperta, con le sue biglie di vetro colorato: un fermo immagine, mezza zingara, in una infinita libertà.

Per sempre bambina!

Grazia Frisina

Grazia Frisina: Già docente di Lettere nelle scuole superiori. Le sue pubblicazioni: il romanzo A passi incerti (2009); il dramma poetico sulla Shoah Cenere e cielo (2015, messo in scena presso il museo della Deportazione di Prato), e Madri (2018), prefazione di Marinella Perroni, (tre pièces su alcune figure femminili del mondo biblico, dalla pièce Stabat Mater è stato realizzato un corto, girato nel carcere di Pistoia); le raccolte poetiche: Foglie per maestrale (2009), Questa mia bellezza senza legge (2012), Innesti (2016), Pietra su Pietra (2021), Avrei voluto scarnire il vento (2022), Storie senza approdo (2025), con illustrazioni dell’artista Edoardo Salvi. Il testo inedito Fiaba detta o fiaba scritta, a chi va storta a chi va dritta (2023) è stato messo in scena con la regia di Piera Rossi. Presso la biblioteca San Giorgio di Pistoia ha curato La gioia diventa un dipinto, incontro sulla poesia di Emily Dickinson, tra arte e musica (2014), e il dialogo poetico: Ricordi come raccoglievamo i narcisi, sulla storia d’amore fra Sylvia Plath e Ted Hughes (2015). Presso la casa-museo Guidi di Firenze ha ideato e curato il dialogo poetico Il mare nel vento – Unavoce dentro l’altra, sull’amore fra Elizabeth Barrett e Robert Browning (2017). Ha partecipato al festival di poesia Notturni di versi di Portogruaro (2016 e 2021). È presente, con alcuni suoi componimenti, in varie riviste letterarie nazionali e internazionali.

Romain Gary: ‘’La vita davanti a sé’’ (Neri Pozza, trad. Giovanni Bogliolo), di Maurizia Maiano

Madame Rosa aveva fatto la vita, era ebrea e per poco non era stata sterminata ad Auschwitz. Ora si prendeva cura dei bimbi delle amiche prostitute, li accudiva in cambio di un assegno che ogni tanto qualcuno le mandava. Nella sua casa viveva Momò, Mohanmmed, un ragazzino d’origine musulmana, col quale Madame Rose aveva un rapporto particolare, lei ebrea e lui arabo. Momò una volta aveva buttato 500 franchi in un tombino e Madame Rosa lo aveva portato dal Dottor Katz che, noto agli arabi e agli ebrei per la sua pietà cristiana, curava tutti dalla mattina alla sera ed anche più tardi. Momò andava volentieri dal Dottor Katz, perché era l’unico posto dove veniva esaminato come se si trattasse di qualcosa di importante. Gli raccontavano che forse il padre era stato ucciso durante la guerra d’Algeria ed era una cosa bella e importante, ma Momò aggiungeva che avrebbe preferito avere un padre invece che un eroe.

Non riusciva a capire perché non l’avessero voluto a scuola. Madame Rosa così gli raccontava che era troppo vecchio per la sua età e poi ancora che forse era troppo giovane per la sua età e infine perché non aveva l’età giusta e così anche per questo lo aveva portato dal Dottor Katz che gli fu presentato come molto diverso, come un grande poeta. Tutto questo si svolgeva nella periferia di Parigi, la Banlieu, nome che in francese suona proprio elegante e distinto, quasi un po’ snob. Eppure qui vivevano neri che non avevano identità perché non sono francesi come i neri americani e la polizia non si occupa di loro perché non hanno un’esistenza. Madame Rosa gli raccontava spesso dei nazisti e delle SS, aveva sempre paura quando qualcuno scampanellava alla porta, Momò era molto dispiaciuto di essere nato troppo tardi per poterli conoscere, almeno allora si sapeva perché bussavano alla porta. Gli ebrei sono delle persone come le altre ma non bisogna avercela con loro. Madame Rosa stava invecchiando e diceva sempre che gli incubi sono i sogni di quando si è giovani, mescolava tutte le lingue della sua vita e parlava spesso in polacco, che era la lingua più remota, perché nei vecchi la cosa che resiste di più è la loro giovinezza.

Momò pensava che il Signor Hamil, che vendeva tappeti, avrebbe potuto sposare Madame Rosa, si sarebbero potuti deteriorare insieme che è una cosa che fa sempre piacere. A frequentare la casa di Madame Rosa c’era anche Madame Lola, batteva al bois de Boulogne come travestito. Aveva solo 35 anni e ancora molto successo davanti a sé, portava sempre cioccolata e salmone affumicato. Madame Rosa iniziava a stare male e la gente diventava sempre più gentile con lei, ma non è mai un buon segno. Così alcuni amici le fecero fare un giro alle Halles, le faceva piacere rivedere i ponti ed i marciapiedi dove aveva battuto, sentiva di aver fatto il suo dovere e questo le risollevava il morale. Il signor Woloumba diceva che i vecchi e le vecchie non servono più a niente, non sono di pubblica utilità, così si lasciano vivere. In Africa sono agglomerati per tribù e sono molto ricercati per quello che possono fare da morti. In Francia non ci sono tribù a causa dell’egoismo, la Francia, dice, è stata detribalizzata ed è per questo che ci sono delle bande armate che si sostengono a vicenda per fare qualcosa.

Madame Rosa non voleva andare in ospedale. Lì, diceva, avrebbe subito solo delle sevizie per impedirle di morire, hanno una faccenda che si chiama Ordine dei medici che è fatto apposta per questo, non vogliono concedere il diritto di morire per non creare dei privilegiati. Un giorno si presentò un certo Kadir Youssef, era venuto a cercare suo figlio Mohammed. Kadir raccontava che una volta era ben noto alla polizia ed era scritto perfino nel giornale, aveva ucciso la moglie, l’amava alla follia e non poteva vivere senza di lei. Kadir non era responsabile, ed aveva anche dimenticato, lo avevano riconosciuto i migliori medici francesi. Ora voleva, almeno, riabbracciare suo figlio. Madame Rosa non gli indicò Momò ma l’altro ragazzino Moise; Kadir, allora, si alzò furioso: “E’ un nome ebreo”, la salute non gli permetteva di avere un figlio ebreo. Madame Rosa voleva sapere da Kadir se fosse sicuro di non essere ebreo e Kadir la rassicurava di essere perseguitato senza essere ebreo, gli ebrei non hanno certo il monopolio.

Madame Rosa aveva cresciuto Moise, il bimbo ebreo, come un musulmano e Momò come ebreo ed aggiungeva che quando non si vede un figlio per 11 anni si deve accettare di correre il rischio che possa diventare ebreo… Intanto Madame Rosa peggiorava e Momò chiese al dottor Katz cosa si potesse fare per abortirla, ma il Dottor Katz si prese la testa tra le mani aggiungendo che in un paese civile l’eutanasia è punita dalla legge. Madame Rosa sarà accompagnata nel suo cantuccio ebreo e Momò le starà sempre accanto fino a quando non si guasterà ed userà tutti soldi che Madame Lola gli aveva regalato per comprare tutti i colori per pitturarla e per nascondere le leggi della natura anche se lei continuava a guastarsi maledettamente perché non c’è pietà e quando sfondarono la porta, per vedere da dove veniva il fetore, lo trovarono accanto a lei, non si può vivere senza nessuno da amare.

Finisce così la storia d’amore tra Madame Rosa e Momò e non poteva essere raccontata in modo migliore. Un amore tra una mamma ebrea ed un bambino arabo. Un bambino che guarda il mondo con gli occhi di un “nouvel” Emile dalla Banlieu di Parigi. In quel mondo, dove tutto è apparentemente promiscuo e senza alcun rispetto delle regole, Momò cresce libero da ogni convenzione sociale perbenista di cui proprio non sa. E’ Romain Gary, anima sofferta, che attraverso l’uso ingenuo e per niente manipolato o pensato di espressioni e modi di dire correnti, usati distrattamente in contesti inusuali, e nei modi inappropriati di come solo un bambino sa fare, ne rivela ogni contraddizione e assurdità. L’immagine di Madame Rosa, che non era stata sterminata per sbaglio, solleva un sorriso amaro, metafora di un destino che mai possiamo cambiare a piacimento. Madame Rosa, la donna di vita, quasi una Madre Teresa che si prende cura dei bambini non necessari, rivela le contraddizioni di una vita in cui il male e il bene, il morale e l’immorale convivono e sempre se sia giusto esprimere un giudizio su ciò che riteniamo bene e male perché anche sulla “pietà cristiana” del Dottor Katz musulmani e ebrei possono trovarsi d’accordo. Così come l’incubo e il sogno sono solo un cambio di prospettiva, dipende dall’età. E nessuno può arrogarsi il diritto di avere il “monopolio” di qualunque cosa, fosse anche l’essere perseguitato, esso appartiene a tutti gli uomini in quanto genere umano. Se uno non vede un figlio per undici anni non può che correre il rischio che diventi ebreo, l’ebreo simbolo dell’escluso, abitante moderno del ghetto della Banlieu parigina. Infine Gary sferra l’ultimo assalto ad una società che riconosce l’aborto ma non l’eutanasia, perché si fonda sui principi di una società civile e alla natura matrigna il piccolo Momò non potrà impedire di continuare l’opera di disfacimento sul volto di Madame Rosa. E’ una storia raccontata in modo poeticamente disarmante, è la descrizione di un mondo dove il bello sembra non esserci più ed attraverso ciò che è apparentemente brutto si affaccia la bellezza e la verità dell’esistenza. Mi è piaciuto tanto.

Romain Gary di famiglia ebrea, nasce a Vilnius in Lituania nel 1914 e morirà a Parigi nel 1980, è un figlio straniero della Francia. Così egli definisce se stesso e la sua scrittura: “Le mie radici letterarie sono un incrocio di razze, io sono un bastardo e tiro fuori la sostanza nutritiva della mia ‘bastardaggine’ nella speranza di fare qualcosa di nuovo, di originale. D’altra parte ciò non mi richiede molto: mi è naturale, è naturale, è la mia natura di bastardo, che per me è una vera benedizione sul piano culturale e letterario. Ecco perché alcuni critici tradizionalisti vedono nella mia opera qualcosa di estraneo”. Gary riproduce nella lingua scritta un modo di raccontare che è quello della lingua informale parlata, di cui ne segue le pause che accompagna all’ingenuità del raccontare di un bambino, come Momò, che niente sa del mondo ed è per questo che ne coglie le contraddizioni. “Gary è un prestigiatore, un illusionista del francese parlato e scritto, un clown lirico che mischia ogni linguaggio e ne inventa continuamente di nuovi”. Tanti i personaggi dei suoi libri che dovremmo conoscere e leggere: il Luc de “Le grand vestiaire”, il Momo de “La vita davanti a sé” (un capolavoro che ci ha fatto piangere), il Jean de “L’angoscia del re Salomone”. La lingua si mescola ai sentimenti rendendoli vivi attraverso quella tipica forma brechtiana di “straniamento” che raccontando osserva i personaggi facendo diventare il lettore consapevole di un mondo che non funziona tanto bene. Il narratore diventa un narratore ‘onnisciente’ a cui nulla sfugge in ciò che si nasconde nelle pieghe insidiose della realtà. Gary è contro le “Nouveau Roman”, che respingeva il personaggio e la storia, ma anche contro il romanzo classico, contro Kafka, Céline, Sartre e persino l’amato Camus. Un romanzo che gli appare costringere il lettore ad una visione totalitaria e claustrofobica del mondo, incapace di riflettere, di mettersi in discussione per scioglierne le contraddizioni.

Maurizia Maiano

Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Paola Barbato: ‘’La torre d’avorio’’ (Neri Pozza), di Angela Molinaro

La Torre d’Avorio di Paola Barbato è un thriller psicologico potente e avvincente, che ridefinisce il genere con profondità emotiva, complessità narrativa e personaggi femminili indimenticabili. Non è solo una storia: è un viaggio dentro la colpa, l’amore deviato e le identità spezzate. Un romanzo capace di inchiodare il lettore e trascinarlo in un labirinto di relazioni, traumi e ricordi sepolti.

Protagonista della storia è Mara Paladini, un tempo conosciuta come Mariele Pirovano. Due nomi, una sola donna. Due coscienze che convivono nello stesso corpo.

Mariele è la madre che ha avvelenato la propria famiglia con lentezza e meticolosità. Non per odio, ma per amore. Affetta dalla sindrome di Münchhausen per procura, credeva che far ammalare fosse un modo per proteggere, per essere indispensabile, per salvare. Per diventare la madre perfetta. “Luca, Andrea e Clara…L’unico modo che avevo per sentirmi vicina a loro era questo. Non conosco altra maniera di amare. Se amo, avveleno, e poi curo. Non esiste formula diversa, per me”, rivela la protagonista. Mara, invece, è la donna che ha preso coscienza dell’abisso che portava dentro. Ha scontato la sua pena, cambiato città, assunto una nuova identità. Ma il passato non si lascia cancellare così facilmente.

All’interno della sua nuova casa a Milano, Mara ha costruito la sua “torre d’avorio”, che dà il titolo al romanzo. Una torre reale e metaforica, realizzata con scatoloni bianchi che delimitano lo spazio e conservano i ricordi di una vita passata. Un sistema chiuso, progettato con precisione quasi enigmistica, dove ogni passaggio è calcolato al centimetro, ogni apertura è sorvegliata. Una torre labirintica e claustrofobica, in cui Mara ha deciso di continuare a punirsi per ciò che ha commesso, ma soprattutto per imporsi fisicamente un senso di colpa che sul piano emotivo non riesce a provare. Questa è la soluzione che Mara ha trovato per impedire a sé stessa di fare ancora del male alle persone che ama: vivere in totale isolamento e non amare. Non amare mai più nessuno.

Quando, però, un evento imprevisto rompe l’equilibrio di Mara, la torre comincia a crollare, lasciando entrare il sospetto e la paura. Una piccola macchia di umidità nel suo appartamento la costringe ad andare al piano di sopra e a scoprire il cadavere del suo vicino, assassinato con la digitalis purpurea, lo stesso veleno utilizzato da lei per avvelenare la sua famiglia. Diventa subito chiaro che qualcuno vuole incastrarla.

Da qui, il romanzo accelera e si apre a un mondo di fughe, incontri e rivelazioni. Tornano le donne del REMS, la struttura psichiatrico-giudiziaria dove Mara ha vissuto per otto anni: Moira, Fiamma, Maria Grazia e Beatrice. Donne diversissime tra loro, unite da una frattura profonda dell’identità. Non si sono scelte: si sono trovate nella stessa rovina e lì hanno costruito un legame che non ha bisogno di parole e che nasce da una sopravvivenza condivisa.

La Barbato le tratteggia con affetto e, al tempo stesso, ferocia, donando a ciascuna una voce, un passato e una dignità. C’è qualcosa di cinematografico nella loro coralità: l’eco di Thelma e Louise e di Ragazze Interrotte. L’amicizia tra queste donne è una delle componenti più affascinanti del romanzo. È un filo invisibile che resiste al tempo, al silenzio, persino al tradimento. Personaggi vivi, intensi, scolpiti con sensibilità e precisione dalla Barbato, che in ciascuna di loro ha lasciato – come dice in chiusura del libro – un pezzo di sé.

Lo stile del romanzo è ipnotico, il ritmo serrato ma mai artificiale. Ogni svolta narrativa è giustificata, ogni colpo di scena ha un prezzo. La Barbato racconta questa storia con mano precisa, e non ha timore di spingersi nel grottesco. Lo fa con consapevolezza e rigore. Ecco allora che una madre che avvelena i figli – senza sensi di colpa, perché crede di amarli –  diventa una figura troppo scomoda per sembrare credibile. Tutto troppo, qualcuno potrebbe obiettare. Ma forse è proprio questo il punto: disturba perché può essere reale.  La Torre d’Avorio non cerca il realismo convenzionale: vuole turbare, interrogare, scuotere il lettore. Non su ciò che è probabile, ma su ciò che è possibile.

Il male, ci ricorda la Barbato, non è sempre eccesso di violenza: è anche distorsione dell’amore, manipolazione, cieca dedizione. E può annidarsi dove meno lo aspettiamo. Chi lo rifiuta come esagerazione, forse, lo sta solo negando per paura.

Ma questo non è un romanzo sul male. E non è neppure un romanzo sull’assoluzione. Mara non vuole essere perdonata. Non cerca redenzione, né comprensione. La Torre d’Avorio è un romanzo sull’accettazione del proprio abisso, sull’impossibilità di separare definitivamente il prima dal dopo, sull’eredità di ciò che abbiamo fatto e che continua a camminarci accanto.

Questo thriller psicologico non lascia indifferenti. Si legge con disagio e con smarrimento crescente. E quando si arriva alla fine, non resta un messaggio chiaro da portare con sé, ma un dubbio che continua a parlare anche dopo l’ultima pagina:

È davvero possibile cambiare?

Si può vivere dopo aver scoperto di essere stati il nemico?

Angela Molinaro

Angela Molinaro: Laureata in Filologia Classica, insegna Latino, Greco e Cultura dell’Antichità nel cuore dell’Inghilterra. Ama trasmettere ai suoi studenti il fascino del mondo antico e la bellezza della parola. Viaggia con la stessa curiosità con cui legge: per incontrare mondi e conoscere storie. Per questo vive con la valigia sempre pronta e un libro nello zaino. Scrive e collabora con case editrici e riviste letterarie per dare forma a pensieri che nascono tra una lezione, un aereo e le fusa dei suoi due gatti neri.