Gertrude Stein: “Picasso”, (Adelphi, trad. Vivianne Di Maio), di Maria Rosaria Paolella

“Nell’Ottocento i pittori scoprirono il bisogno di avere sempre un modello da guardare;

nel Novecento scoprirono che l’unica cosa da non fare era guardare un modello.”

Gertrude Stein

Nel corso di una ricerca, mi sono imbattuta in un interessante volumetto, pubblicato per la prima volta nel 1938 e proposto, in Italia, da Adelphi nel 1973.

In poche pagine e con una scrittura rapida, ma incisiva, la scrittrice statunitense Gertrude Stein offre un vivacissimo ritratto del pittore spagnolo Pablo Picasso e ne delinea l’evoluzione artistica e umana dalle prime fasi della sua nuova vita parigina fino al 1937, l’anno del celebre dipinto “Guernica”. E lo fa da una speciale prospettiva: quella di chi ha conosciuto e frequentato l’artista, fin dal suo arrivo nella capitale francese, e di chi ha condiviso con lui un’intensa e parallela ricerca stilistica. 

Nel 1903 Gertrude Stein si trasferisce a Parigi, assieme al fratello Leo; dà vita a un celebre salotto, frequentato da artisti e letterati, e si dedica a un’intensa attività di collezionista e mecenate. I due fratelli acquistano opere di Cézanne, di Renoir ma anche quelle di artisti non ancora famosi. Tra gli altri c’è Pablo Picasso, da poco arrivato nella capitale francese. La scrittrice d’avanguardia ne diventa presto amica e sostenitrice; il suo primo acquisto è la Fanciulla con cesto di fiori.

Con rapide pennellate e da diverse angolazioni, la Stein dà conto di tutte le fasi della produzione di Picasso, facendoci seguire i cambiamenti che avvengono nell’animo e che si riflettono nelle opere del geniale pittore. Una profonda e continua lotta interiore alla ricerca del proprio linguaggio si accompagna, secondo la scrittrice, a un particolare meccanismo di assorbimento e di “svuotamento”

È la sua profonda sensibilità che lo porta ad accogliere sempre nuove suggestioni da cui, però, Picasso aspira progressivamente a liberarsi, a “vuotarsi” per tornare all’espressione del proprio sguardo sulla realtà. 

Così, in occasione di una prima, breve permanenza a Parigi, il giovane artista è attratto dalla pittura di Toulouse-Lautrec, dal cui influsso si libera molto presto dando inizio al cosiddetto “periodo blu”. 

Dal 1904, quando si trasferisce definitivamente nella capitale francese, viene travolto dal fascino e dalla “gaiezza” dell’ambiente parigino dove i suoi amici sono “scrittori più che pittori […] Max Jacob, Guillaume Apollinaire, André Salmon, Jean Cocteau, i surrealisti”. È qui che prende vita il “periodo rosa o degli arlecchini”, periodo di immensa attività che termina con il  ritratto della Stein. La letterata americana posa per lui nel corso di un intero anno ma alla fine Picasso, come in altre occasioni, sente il bisogno di dipingere senza modello. Non soddisfatto dal risultato, cancella il viso della scrittrice per ridipingerlo poi, a memoria, al rientro da un nuovo viaggio in Spagna. Rompendo con le convenzioni artistiche del tempo, riesce a cogliere l’essenza della personalità dell’amica, che dichiara di vedersi perfettamente ritratta nel quadro. “Picasso era l’unico, nella pittura, a vedere il Novecento con i suoi occhi, a vedere la sua realtà.”

Vuotatosi” ancora una volta dell’influsso francese, il pittore si accosta alla scultura africana, grazie a Matisse, e da questa esperienza nascono gli studi che lo porteranno a creare Les Demoiselles d’Avignon

È di questi anni il rapporto con Derain e Braque.

Dopo un breve viaggio in Spagna, nel 1909, il pittore torna a Montmartre con i primi paesaggi cubisti. Ma, essendo interessato principalmente alla figura umana, decide di utilizzare la nuova visione per rappresentare le persone. Ha inizio “l’era felice del Cubismo”. Con il nuovo decennio, arrivano il successo e la fama. 

L’Europa, però, vive anni complessi, di lì a poco scompare la “gaiezza “ che aveva contraddistinto il periodo precedente. Nel 1914 “tutto [è] guerra”: gli amici partono, o perché richiamati o perché volontari, e Picasso si accosta a Erik Satie e a Jean Cocteau. Risultato di tali frequentazioni è l’approdo al teatro: ”il cubismo stava per essere messo in scena”. Per lavorare ai costumi e alle scene di Parade, nel 1917, Picasso si dirige verso Sud. Benché non ami viaggiare, questa volta è contento di visitare l’Italia. 

Nuova terra, nuova seduzione: prende il via un nuovo periodo rosa che ha inizio col ritratto della moglie e termina con il ritratto del figlio in costume di arlecchino. In Francia Picasso dipinge altri quadri e disegna  nuovi Arlecchini, in una fase realista, a cui fa seguito una di soggetti classici e di donne con drappeggi. La pittura naturalista lascia il passo a quella delle “grandi donne”. 

Si susseguono nuove sperimentazioni: lo stile calligrafico, poi un ritorno al colore intenso finché, nel 1935, l’artista non smette di dipingere e di disegnare per ben due anni. 

Liberarsi dall’influsso francese o da quello italiano, una volta accolte le rispettive suggestioni, è relativamente facile per l’artista, molto  più difficile è affrancarsi da quello russo, nato in precedenza e rafforzato dalla  collaborazione con i Ballets Russes di Sergej Diaghilev. La lotta interiore si presenta più dura a causa di un forte contatto tra la sensibilità spagnola e quella russa. Ma poi tutto ha termine. 

Ben diverso è, per tutta la vita, il rapporto con la Spagna: la  vera sensibilità di Picasso è tutta spagnola e così è la sua visione. Della Spagna non potrà mai “liberarsi perché la Spagna è lui, è lui stesso”.

Dopo il 1935 il pittore arriva a smettere di adoperare il linguaggio che gli è proprio, quello del disegno e della pittura, e a dedicarsi ad altre forme espressive, tra cui anche la poesia. È un lungo periodo di riposo.

Ma quando la guerra travolge la Spagna, Picasso si risveglia, sente che la sua terra è viva, che lui stesso è vivo; è allora che  ricomincia “a parlare come ha parlato tutta la vita, parlando con disegno e colori…”. E nel 1937 partecipa alla grande Esposizione internazionale di Parigi, avendo a disposizione un’intera parete del padiglione spagnolo.

 L’artista torna a dipingere e lo fa con una raggiunta consapevolezza, con un uso perfetto dei colori e con una visione tutta personale, libera da qualsiasi influsso: “Picasso, è certo, ha trovato ora il suo colore, il suo vero colore, nel 1937”.

L’agile libretto è corredato di venti illustrazioni in bianco e nero che riproducono opere, menzionate nel libro, e realizzate dall’artista spagnolo tra il 1895 e il 1937. 

L’intenso rapporto di amicizia e di collaborazione tra Gertrude Stein e Pablo Picasso, a lungo indagato da critici e studiosi, è stato recentemente ripreso in un’interessante mostra allestita, tra il 13 settembre 2023 e il 28 gennaio 2024, dal Musée du Luxembourg di Parigi. L’esposizione, intitolata Gertrude Stein et Pablo Picasso – L’invention du langage, si è incentrata sull’influsso che i due artisti hanno avuto sui loro contemporanei e sulle prime avanguardie americane della seconda metà del Novecento. Per chi fosse interessato, le curatrici della mostra  Cécile Debray, Presidente del Musée National Picasso – Paris e Assia Quesnel, specialista di storia dell’arte moderna e contemporanea, hanno pubblicato, per Gallimard, un Carnet d’Expo, disponibile in lingua francese.   

Maria Rosaria Paolella

Maria Rosaria Paolella, napoletana, di formazione classica, ha molte passioni tra cui la letteratura, la danza, il teatro e la storia della sua città. È stata docente di ruolo nei Licei e negli Istituti di istruzione secondaria e poi cultore della materia e docente a contratto presso la cattedra di Letteratura per l’infanzia dell’Unisob. 

È autrice di articoli e recensioni su temi di letteratura latina e di letteratura giovanile, nonché di diversi libri per ragazzi, editi dalle case editrici Loescher, Marco Derva, Emme Erre. 

Tra le sue ultime pubblicazioni, per le Edizioni Apeiron, figurano Una storia: un balletto – L’Uccello di fuoco (2019), primo volume di una collana incentrata su letteratura e danza nel Balletto narrativo del Novecento e Itinerari leggendari partenopei (2023), un libro-guida che, attraverso la narrazione di antiche leggende, conduce il lettore nei luoghi più suggestivi della città. Nello stesso anno ha inoltre collaborato alla realizzazione del volume I fari dell’anima.

Italo Calvino: “Il castello dei destini incrociati”, di Sonia Di Furia

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti. Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo. Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone- certamente anch’essi ospiti di passaggio, che mi avevano preceduto per le vie della foresta- sedevano a cena attorno a un desco illuminato da candelieri”.

Inizia così il racconto di Calvino, edito da Mondadori nella collana Oscar, con la presentazione dell’autore stesso e la postfazione di Giorgio Manganelli.

Il volume è composto di due testi: Il castello dei destini incrociati e La taverna dei destini incrociati. Nel primo le figurine che accompagnano il racconto riproducono il mazzo di tarocchi miniati da Bonifacio Bembo per i duchi di Milano verso la metà del XV secolo, che ora si trovano parte all’Accademia Carrara di Bergamo, parte alla Morgan Library di New York. Alcune carte del mazzo Bembo sono andate perdute, tra cui due molto importanti: Il Diavolo e La Torre.

Il secondo testo è costruito con lo stesso metodo mediante il mazzo dei tarocchi oggi internazionalmente più diffuso: L’Ancien Tarot de Marseille della casa B. P. Grimaud, che riproduce un mazzo stampato nel 1761 dall’incisore Nicolas Conver, maître cartier a Marsiglia e che, sbiadito e alterato dal tempo, è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Il mazzo marsigliese non è molto diverso dai tarocchi ancora in uso in gran parte d’Italia come carte da gioco; ma mentre in ogni carta dei mazzi italiani la figura è tagliata per metà e si ripete capovolta, qui ogni figura conserva la sua compiutezza di quadretto insieme rozzo e misterioso che la rende particolarmente adatta all’operazione di raccontare attraverso figure variamente interpretabili.

L’idea di adoperare i tarocchi come una macchina narrativa combinatoria venne a Calvino da Paolo Fabbri che, in un seminario internazionale sulle strutture del racconto del luglio 1968 a Urbino, tenne una relazione su Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi. Di quell’apporto metodologico di ricerca, l’autore ha inteso prendere l’idea per cui il significato di ogni singola carta dipende dal posto che essa ha nella successione di carte che la precedono e la seguono; partendo da questa idea, si è mosso in maniera autonoma, secondo le esigenze interne del suo testo.

Il riferimento letterario naturale è l’Orlando furioso; anche se le miniature di Bonifacio Bembo precedevano di quasi un secolo il poema di Ludovico Ariosto, esse potevano ben rappresentare il mondo visuale nel quale la fantasia ariostesca s’era formata.

Ogni carta è uno stemma e di carta in carta i narratori confessano le loro vicende tra incaute avventure e frettolosi amori. A uno a uno i taciturni ospiti seduti al tavolo diventano i protagonisti dei racconti e il lettore ne scopre vite e drammi, gioie e angosce infinite, in un gioco narrativo che coinvolge e sconvolge. A un certo punto nelle intenzioni dell’autore questo volume avrebbe dovuto contenere non due ma tre testi. Calvino avrebbe dovuto cercare un terzo mazzo di tarocchi abbastanza diverso dagli altri due. Ma quale avrebbe potuto essere l’equivalente contemporaneo dei tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Pensò ai fumetti, non a quelli comici, ma a quelli drammatici, avventurosi, paurosi: gangsters, donne terrorizzate, astronavi, vamp, guerra aerea, scienziati pazzi. Pensò di affiancare al Castello e alla Taverna, Il motel dei destini incrociati. Non andò oltre la formulazione dell’idea. Il suo interesse teorico ed espressivo per quel tipo di esperimento si era esaurito. Era tempo di passare ad altro.

Nel raccontare le storie altrui, quella dell’alchimista, della sposa dannata, del ladro di sepolcri, dell’Orlando pazzo per amore di Angelica, di Astolfo che sale sulla luna per recuperare il senno dell’amico racchiuso in un’ampolla (insieme a lacrime e sospiri d’amore, ozio, tempo perso nel gioco, desideri irrealizzati, doni fatti con speranza di ricompensa, tranne la pazzia, quella sta tutta sulla Terra), Calvino racconta la sua storia e la sua personale concezione della vita. Dissemina di qua e di là pensieri, riflessioni, opinioni, come quando scrive che: “Due diverse vie s’aprono a chi ha ancora da trovare se stesso: la via della passioni, che è sempre una via di fatto, aggressiva, a tagli netti, e la via della sapienza, che richiede di pensarci su e imparare a poco a poco“; oppure: “Il buffone ogni volta che apre la bocca, tra uno sberleffo e un lezzo, semina sospetti, dicerie denigratorie, angosce, allarmi“; o ancora riflette sul tempo che passa: “Per sentieri d’inchiostro s’allontana al galoppo lo slancio guerriero della giovinezza, l’ansia esistenziale, l’energia dell’avventura spesi in una carneficina di cancellature e fogli appallottolati“. E forse tutti ci riconosciamo in questo teatro della vita a cui Calvino ha tentato di dare ordine.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

“Dentro il Palazzo” – due domande a Carlo Cottarelli, di Amedeo Borzillo

“Ho superato la mia naturale avversione a fare qualcosa che sapevo sarebbe finito nel nulla”.

Queste parole di Carlo Cottarelli, apparentemente intrise di amarezza, sono la chiave di lettura di un magnifico saggio, “Dentro il Palazzo” che l’economista ha pubblicato per Mondadori.

Cottarelli in questo libro, articolato fondamentalmente in due parti, ci racconta della sua esperienza dentro i palazzi del potere, quando il suo ruolo di tecnico – con grande competenza nel controllo e revisione dei conti pubblici sia per Banca d’Italia che per il Fondo Monetario Internazionale – fu “prestato” alla politica senza però riuscire a raggiungere l’efficacia sperata.

Ne emerge una fotografia disillusa ma a tratti addirittura sorprendente della macchina statale, e soprattutto del ruolo e delle responsabilità evidenti della politica nel malfunzionamento della stessa e del continuo rinvio della pur necessaria riduzione del debito pubblico, “conditio sine qua non” per eliminare la vulnerabilità del nostro Paese.

Cottarelli è un tecnico, e gli va dato il merito di ragionare di numeri e di conti che non quadrano, e cercare soluzioni che evitino l’aggravamento della situazione che non può deragliare. 

In qualità di Commissario alla Spending Review incaricato dal Governo Italiano, gettò la spugna dopo un anno, ricordando:

“il senso di solitudine nel condurre quella lotta allo spreco nelle risorse del contribuente, le trappole tese sin dall’inizio dalla politica e dalla burocrazia romana, il difficile passaggio tra 2 Governi (Letta e Renzi) “.

Chiamato dal Presidente Mattarella nel 2018 per formare un nuovo Governo di carattere tecnico per la difficoltà di formarne uno politico, dopo quattro giorni di consultazioni e dopo avere formato una squadra di Ministri (nessun politico) tutti provenienti dal mondo delle professioni rimise il suo mandato perché nel frattempo la “politica” aveva raggiunto l’accordo. 

Il punto di vista sovrano populista (Salvini – Conte) era semplice: come poteva il Presidente Mattarella opporsi ai desideri di chi aveva appena vinto le elezioni e quindi aveva ricevuto l’investitura popolare? Vox populi vox dei, dopotutto!

Di qui un divertente ma preoccupato spaccato della vita Parlamentare italiana: ai privilegi, vantaggi e prerogative di Deputati e Senatori descritti con stupore e in un caso addirittura con nostalgia (la migliore cioccolata calda del mondo si serve al bar del Senato) seguono allarmi ben inquadrati per le riforme Istituzionali e Costituzionali in corso o in progetto da parte del Governo attuale, a partire dai rischi del Premierato

“con questa riforma il Presidente del Consiglio sarebbe eletto direttamente dal voto popolare, acquisendo, quindi, un rilievo incomparabilmente superiore a quello attuale, anche rispetto al Presidente della Repubblica, con conseguente alterazione del concetto di Democrazia inteso nella nostra Costituzione”.

Un libro attuale che informa, allarma, diverte. 

Eppure noi irriverenti Randagi ci siamo permessi di porre un paio di domande “critiche” proprio per l’eccesso di tecnicismo nelle soluzioni di carattere economico che finiscono col penalizzare proprio i più svantaggiati settori della Società:

  • Nel suo libro quando parla di provvedimenti tesi alla diminuzione del debito pubblico lo fa seguendo principi di egualitarismo e non di equità: perché chiedere a tutti gli strati sociali la stessa contribuzione? Perché essere favorevoli all’aumento delle accise sulla benzina e non propone una tassazione sui grandi patrimoni?

***       Perché servono interventi strutturali, efficaci e soprattutto durevoli. Una patrimoniale una tantum non risolverebbe il problema e comunque se un patrimonio è rappresentato ad esempio da una proprietà immobiliare non è detto che ci sia una disponibilità economica per la sua ulteriore tassazione.

  •  Lei lancia numerosi allarmi ma non affronta la questione dell’emergenza climatica che oltretutto investe per molti aspetti anche l’economia di molti Paesi.

***       E’ molto difficile governare il fenomeno dei cambiamenti climatici che ha una carattere planetario. Se da un lato i Paesi che maggiormente ne sono responsabili stanno attuando anche se in modo carente politiche di contenimento delle emissioni, i Paesi emergenti, che non sono responsabili della situazione attuale, non hanno nessuna intenzione di subire penalizzazioni al loro sviluppo derivanti da limitazioni nelle emissioni. Europa e Occidente in generale ci stanno provando, ma molto difficile sarà intervenire sui Paesi asiatici e questo non facilita neppure in casa nostra soluzioni di contenimento più drastico.

Per finire, un chicca: Cottarelli è un grande tifoso interista, come chi vi scrive. 

Amedeo Borzillo 

IL RANDAGIO RACCOMANDA: COMPRATE IN LIBRERIA!

Stoner di John Williams: una profonda indagine nella natura umana, di Cristiana Buccarelli

Il romanzo Stoner di John Williams, pubblicato per la prima volta nel 1965, è stato nuovamente pubblicato dalla New York Review Books nel 2003 e in Italia nel 2012 da Fazi Editore (e nel 2020 da Mondadori). Esso rappresenta una vera e propria riscoperta letteraria che ha appassionato negli ultimi anni gli amanti della letteratura ed ha avuto un meritato successo internazionale di critica e di pubblico.

Quest’opera può considerarsi senza ombra di dubbio uno dei capolavori della letteratura americana del Novecento, in quanto il suo autore, John Williams, riesce a raccontare con uno stile delicatissimo, poetico e mai separato dal contenuto, il modo in cui il suo personaggio, William Stoner, guarda il mondo e così ci trasmette una sua visione dell’esistenza. 

Il personaggio di Stoner, quasi sempre chiamato per cognome e basta, appare per molti versi di matrice biografica: si tratta di un professore universitario di letteratura del Missouri che conduce una vita molto normale, che potrebbe definirsi un personaggio ‘normale’, ma in realtà siamo di fronte a un personaggio straordinario che vive una vita qualunque, per quanto possa considerarsi tale la vita di chi si dedica per quarant’anni alla missione dell’insegnamento della letteratura e si nutre per tutta la vita di una passione feroce per quest’ultima.

Stoner proviene da una modesta famiglia di agricoltori, così come lo stesso autore, e inizialmente si iscriverà alla facoltà di Agraria, ma dopo poco tempo, stimolato dal suo stesso insegnante Archer Sloane, capirà di essersi innamorato della letteratura, così interromperà gli studi di Agraria e si iscriverà ai corsi di letteratura inglese.

‘Sloane guardò di nuovo William Stoner e disse brusco: Shakespeare le parla attraverso tre secoli di storia, Mr Stoner. Riesce a sentirlo?>>

Stoner sentì che le sue dita stavano allentando la presa dal bordo del banco. Voltò i palmi e si guardò le mani, stupendosi di quanto fossero scure e del modo perfetto in cui le unghie si adattassero alle estremità delle dita; gli sembrò di sentire il sangue scorrere in tutte quelle arterie e venuzze.

(…)

‘Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e il radioso Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni’ 

Sarà poi lo stesso Archer Sloane che lo spronerà all’insegnamento.

<<Ma non capisce Mr Stoner?>> domandò: <<Non ha ancora capito? Lei sarà un insegnante>>

<<Come può dirlo? Come fa a saperlo?>>

<<È la passione, Mr Stoner>> disse allegro Sloane, <<la passione che c’è in lei. Nient’altro>>.

In nessun romanzo di formazione, a mio avviso, è descritta in una forma così limpida forte e viscerale la passione per la letteratura in cui può restare avvinghiato un essere umano. Ed è appunto questa passione che permea tutta la narrazione della vita di Stoner, un uomo normale e al tempo stesso straordinario.

Così come di passione assoluta si parla nell’incontro fra Stoner e Katherine, di cui egli s’innamora durante il suo infelice e perpetuo matrimonio con Edith, creatura meschina che vive solo di apparenze. 

Con Katherine figura di donna affascinante ed empatica, che entra in scena silenziosamente verso la metà del romanzo, Stoner vivrà quel genere di incontro che si ricorda per tutta una vita.

Come tutti gli amanti, parlavano molto di sé, perché così facendo gli sembrava di comprendere anche il mondo che li aveva creati’

Tuttavia le circostanze e la paura di uno scandalo nell’ambiente accademico – siamo nell’America puritana della prima metà del Novecento – costringeranno i due amanti a rinunciare l’uno all’altro, a causa dell’intervento di Lomax, acerrimo nemico di Stoner nel mondo accademico. 

Ad ogni modo c’è sempre in Stoner una profonda accettazione del suo destino a cui non riesce in fondo ad opporsi; egli appare come un personaggio profondamente umano e anche attuale nonostante sia stato creato nel ’65. Nonostante i fallimenti, le ferite e le delusioni di una vita, continuerà a mantenersi viva dentro di lui la fiamma della conoscenza e della passione letteraria.

Nell’estate del 1937 sentì riaccendersi la vecchia passione per lo studio e l’apprendimento. Con la curiosità e l’entusiasmo infaticabile dello studente, la cui condizione è sempre senza età, tornò all’unica vita che non l’aveva mai tradito. E scoprì che non se n’era mai allontanato, neppure al culmine della disperazione’    

L’opera di John Williams è stata anche definita il ‘romanzo perfetto’; a mio avviso  l’autore riesce a dimostrare attraverso di esso come l’esistenza più silenziosa possa diventare una delle storie più profonde, appassionanti e ricche spiritualmente, in grado di  emozionare il lettore: Stoner rappresenta infatti un miracolo letterario e ci dimostra che cosa sia la vera letteratura.

Vi è infatti un’indagine profonda nell’animo umano che l’autore compie, attraverso il suo personaggio principale, e anche attraverso altri personaggi ben delineati, di cui alcuni positivi e altri malvagi, inoltre nell’opera si pongono molti interrogativi sul valore dell’esistenza in sé, sul significato della vita e dell’amore. 

Il romanzo si chiude con un finale straordinario, in cui con estrema dolcezza si racconta come William Stoner raggiunga la fine della sua esistenza.

‘Aveva tutto il tempo del mondo. Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse come una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato…’

Si è dunque di fronte a un grande classico della letteratura, in grado di lasciare in chi lo legge un’impronta e una possibilità di riflessione interiore che difficilmente si dimentica.  

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Salman Rushdie: “Coltello” (Mondadori, trad. di Gianni Pannofino), di Gigi Agnano

Venerdì 12 agosto 2022, alle undici meno un quarto di una mattinata di sole, nel nord dello Stato di New York, sono stato aggredito e quasi ucciso da un giovane armato di coltello.

Così inizia “Coltello”, l’ultimo lavoro di Salman Rushdie, il libro che lo scrittore indiano naturalizzato britannico “non avrebbe mai voluto scrivere”, meno di trecento pagine dedicate alle Donne e agli Uomini che gli “hanno salvato la vita”. 

L’Autore ricostruisce i momenti salienti dell’aggressione di cui è stato vittima, all’età di 75 anni, a più di trent’anni dalla fatwa emessa dall’ayatollah Khomeyni, guida suprema dell’Iran, pronunciata contro di lui per la pubblicazione de “I versi satanici” del 1988, romanzo ispirato a fatti realmente accaduti, che parlava di sradicamento, razzismo e soprattutto di fanatismo religioso.

L’attentato è avvenuto nel corso di una conferenza ad opera di un ventiquattrenne americano di origine libanese di fede islamica, che ha sferrato in 27 secondi una quindicina di coltellate sul corpo della vittima determinando danni irreversibili: la perdita definitiva di un occhio e dell’uso di alcune dita di una mano. 

Come se ripercorresse quegli attimi al rallentatore, Rushdie scrive: 

Alla vista di quella sagoma assassina lanciata contro di me, il mio primo pensiero è stato“sei tu, dunque. Eccoti qui”.

E più avanti:

Il mio secondo pensiero è stato: “Perché ora? Davvero? È passato così tanto tempo. Perché proprio adesso dopo tutti questi anni?”. […] in quel momento, c’era una sorta di viaggiatore del tempo che avanzava rapido verso di me, un fantasma assassino giunto dal passato.

Nel libro Rushdie non sembra aver voglia di approfondire più di tanto le motivazioni dell’attentatore. Al centro della storia in effetti c’è un incontro immaginario tra la vittima ed il suo carnefice, ma le domande dell’autore vanno a sbattere contro i silenzi del suo aspirante assassino. Lo chiama “A.”, a mo’ di vendetta, per evitare perfino di menzionarlo con il suo nome. Poco gli interessano le ragioni di un uomo che congegna l’uccisione di un altro essere umano (che peraltro non conosce affatto) e che decide di eseguire una condanna a morte basata sulle pagine di un’opera di cui non ha mai letto un rigo (per la precisione l’attentatore confesserà di averne letto due pagine).

Siamo piuttosto di fronte ad una raccolta di scene a volte orribili, altre delicate, che raccontano come in un rosario ogni singola sofferenza e gli stadi di un lungo e miracoloso processo di guarigione; il tutto intriso di quell’ironia e di quell’arguzia che sono tra i tratti distintivi dell’opera di Rushdie. Quell’autoironia molto britannica che si trova per esempio laddove lo scrittore descrive di essere a terra tra la vita e la morte e si rammarica per il suo bell’abito Ralph Lauren irrimediabilmente macchiato di sangue, da tagliare per la verifica delle ferite. O l’umorismo nero di quando parla della perdita dell’occhio destro che penzola sul viso “come un uovo a malapena sodo”. O ancora quando si rallegra per il fatto che settimane di ricovero in ospedale gli hanno tolto i chili di troppo, aggiungendo tra parentesi “(anche se tutti concordavamo sul fatto che non fosse un tipo di dieta da consigliare)”.

Ma Il coltello può considerarsi anche come una lunga lettera di riconoscenza alla sua ultima moglie, la scrittrice Rachel Eliza Griffiths, a voler dimostrare che non si sarebbe potuto umanamente tollerare tutto quell’odio senza l’amore ricevuto nella lunga convalescenza. Il racconto di Rushdie del loro primo incontro a una festa nel 2018 è degno di una commedia di Woody Allen. Lo scrittore, confuso dalla bellezza di Eliza, si rompe gli occhiali sbattendo contro una vetrata e finisce a terra col volto coperto di sangue. Quell’occasione avrà un esito felice: la futura moglie lo accompagna a casa e, da quel momento, resterà con lui.

Il coltello si avvia alla conclusione con una scena magnifica nella sua crudezza. Tredici mesi dopo l’attentato, lo scrittore decide di tornare “sul luogo del delitto” in compagnia di Eliza (che non era presente il giorno della conferenza), passando prima per la prigione dove è rinchiuso il terrorista. Ovviamente non ha nessuna intenzione di andarlo a trovare. Di fronte al carcere della contea, Rushdie viene preso, piuttosto che dal dolore, da una felicità che non avrebbe mai immaginato: è felice di essere vivo, mentre A. è dietro le sbarre in attesa del processo.

Forse, nei decenni di carcere che ti aspettano, imparerai l’introspezione e arriverai a capire di aver fatto una cosa sbagliata. Ma sai che c’è? Non mi interessa. […]. Non m’interessa nulla di te, né dell’ideologia di cui ti proclami rappresentante e che rappresenti così miseramente. Io ho la mia vita, e il mio lavoro, e ci sono persone che mi vogliono bene. Queste sono le cose che mi interessano.

La tua intrusione nella mia vita è stata violenta e mi ha provocato dei danni, ma ora la mia vita è ripresa, ed è una vita piena d’amore. Non so che cosa riempirà i tuoi giorni da carcerato, ma sono abbastanza sicuro che non sarà l’amore. E se mai penserò a te in futuro, lo farò con una noncurante scrollata di spalle. Non ti perdono, ma nemmeno ti odio. Sei semplicemente irrilevante per me. E d’ora in poi, per il resto dei tuoi giorni, sarai irrilevante anche per tutti gli altri. Sono felice di avere la mia vita e non la tua. La mia vita continua. 

Nell’espressione spietata del suo disprezzo, c’è tutto l’orgoglio e il trionfo dello scrittore, che scongiura il male e la morte e cura le ferite attraverso le parole; che è consapevole di aver risposto armato con la penna e con l’Arte al tumulto delle avversità e della violenza; che sa finalmente di aver vinto – con il lascito dei suoi libri – anche il timore di essere ricordato più per la fatwa e per il suo status di vittima che per le sue qualità artistiche.  

Il coltello, sottotitolato “meditazioni dopo un tentato assassinio” si aggiunge ai saggi dell’ampia bibliografia di Rushdie. Il lettore che ha conosciuto i suoi romanzi più famosi non resti deluso dalle scarse qualità letterarie di questo libro. Qui giocoforza manca la fantasia delle sue opere migliori, avendo l’autore l’obiettivo di evocare soprattutto i fatti della propria drammatica esperienza. Come succede però nei buoni saggi il libro è ricco di riferimenti cinematografici (da Il viaggio sulla luna a Un Chien Andalou) e letterari (dal Processo di Kafka a Re Lear, da Naguib Mahfuz anch’egli scampato ad un attentato al Saramago di Cecità). Ma alcune pagine basterebbero da sole per commuovere l’appassionato di letteratura. Sono quelle in cui Rushdie, che lentamente torna alla vita, si confronta con la morte che si annida e si annuncia tra i suoi colleghi scrittori: Milan Kundera, Hanif Kureishi, l’ultima cena a New York con Martin Amis, il cancro diagnosticato al suo grande amico Paul Auster.

Gigi Agnano