Stoner di John Williams: una profonda indagine nella natura umana, di Cristiana Buccarelli

Il romanzo Stoner di John Williams, pubblicato per la prima volta nel 1965, è stato nuovamente pubblicato dalla New York Review Books nel 2003 e in Italia nel 2012 da Fazi Editore (e nel 2020 da Mondadori). Esso rappresenta una vera e propria riscoperta letteraria che ha appassionato negli ultimi anni gli amanti della letteratura ed ha avuto un meritato successo internazionale di critica e di pubblico.

Quest’opera può considerarsi senza ombra di dubbio uno dei capolavori della letteratura americana del Novecento, in quanto il suo autore, John Williams, riesce a raccontare con uno stile delicatissimo, poetico e mai separato dal contenuto, il modo in cui il suo personaggio, William Stoner, guarda il mondo e così ci trasmette una sua visione dell’esistenza. 

Il personaggio di Stoner, quasi sempre chiamato per cognome e basta, appare per molti versi di matrice biografica: si tratta di un professore universitario di letteratura del Missouri che conduce una vita molto normale, che potrebbe definirsi un personaggio ‘normale’, ma in realtà siamo di fronte a un personaggio straordinario che vive una vita qualunque, per quanto possa considerarsi tale la vita di chi si dedica per quarant’anni alla missione dell’insegnamento della letteratura e si nutre per tutta la vita di una passione feroce per quest’ultima.

Stoner proviene da una modesta famiglia di agricoltori, così come lo stesso autore, e inizialmente si iscriverà alla facoltà di Agraria, ma dopo poco tempo, stimolato dal suo stesso insegnante Archer Sloane, capirà di essersi innamorato della letteratura, così interromperà gli studi di Agraria e si iscriverà ai corsi di letteratura inglese.

‘Sloane guardò di nuovo William Stoner e disse brusco: Shakespeare le parla attraverso tre secoli di storia, Mr Stoner. Riesce a sentirlo?>>

Stoner sentì che le sue dita stavano allentando la presa dal bordo del banco. Voltò i palmi e si guardò le mani, stupendosi di quanto fossero scure e del modo perfetto in cui le unghie si adattassero alle estremità delle dita; gli sembrò di sentire il sangue scorrere in tutte quelle arterie e venuzze.

(…)

‘Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e il radioso Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni’ 

Sarà poi lo stesso Archer Sloane che lo spronerà all’insegnamento.

<<Ma non capisce Mr Stoner?>> domandò: <<Non ha ancora capito? Lei sarà un insegnante>>

<<Come può dirlo? Come fa a saperlo?>>

<<È la passione, Mr Stoner>> disse allegro Sloane, <<la passione che c’è in lei. Nient’altro>>.

In nessun romanzo di formazione, a mio avviso, è descritta in una forma così limpida forte e viscerale la passione per la letteratura in cui può restare avvinghiato un essere umano. Ed è appunto questa passione che permea tutta la narrazione della vita di Stoner, un uomo normale e al tempo stesso straordinario.

Così come di passione assoluta si parla nell’incontro fra Stoner e Katherine, di cui egli s’innamora durante il suo infelice e perpetuo matrimonio con Edith, creatura meschina che vive solo di apparenze. 

Con Katherine figura di donna affascinante ed empatica, che entra in scena silenziosamente verso la metà del romanzo, Stoner vivrà quel genere di incontro che si ricorda per tutta una vita.

Come tutti gli amanti, parlavano molto di sé, perché così facendo gli sembrava di comprendere anche il mondo che li aveva creati’

Tuttavia le circostanze e la paura di uno scandalo nell’ambiente accademico – siamo nell’America puritana della prima metà del Novecento – costringeranno i due amanti a rinunciare l’uno all’altro, a causa dell’intervento di Lomax, acerrimo nemico di Stoner nel mondo accademico. 

Ad ogni modo c’è sempre in Stoner una profonda accettazione del suo destino a cui non riesce in fondo ad opporsi; egli appare come un personaggio profondamente umano e anche attuale nonostante sia stato creato nel ’65. Nonostante i fallimenti, le ferite e le delusioni di una vita, continuerà a mantenersi viva dentro di lui la fiamma della conoscenza e della passione letteraria.

Nell’estate del 1937 sentì riaccendersi la vecchia passione per lo studio e l’apprendimento. Con la curiosità e l’entusiasmo infaticabile dello studente, la cui condizione è sempre senza età, tornò all’unica vita che non l’aveva mai tradito. E scoprì che non se n’era mai allontanato, neppure al culmine della disperazione’    

L’opera di John Williams è stata anche definita il ‘romanzo perfetto’; a mio avviso  l’autore riesce a dimostrare attraverso di esso come l’esistenza più silenziosa possa diventare una delle storie più profonde, appassionanti e ricche spiritualmente, in grado di  emozionare il lettore: Stoner rappresenta infatti un miracolo letterario e ci dimostra che cosa sia la vera letteratura.

Vi è infatti un’indagine profonda nell’animo umano che l’autore compie, attraverso il suo personaggio principale, e anche attraverso altri personaggi ben delineati, di cui alcuni positivi e altri malvagi, inoltre nell’opera si pongono molti interrogativi sul valore dell’esistenza in sé, sul significato della vita e dell’amore. 

Il romanzo si chiude con un finale straordinario, in cui con estrema dolcezza si racconta come William Stoner raggiunga la fine della sua esistenza.

‘Aveva tutto il tempo del mondo. Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse come una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato…’

Si è dunque di fronte a un grande classico della letteratura, in grado di lasciare in chi lo legge un’impronta e una possibilità di riflessione interiore che difficilmente si dimentica.  

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Salman Rushdie: “Coltello” (Mondadori, trad. di Gianni Pannofino), di Gigi Agnano

Venerdì 12 agosto 2022, alle undici meno un quarto di una mattinata di sole, nel nord dello Stato di New York, sono stato aggredito e quasi ucciso da un giovane armato di coltello.

Così inizia “Coltello”, l’ultimo lavoro di Salman Rushdie, il libro che lo scrittore indiano naturalizzato britannico “non avrebbe mai voluto scrivere”, meno di trecento pagine dedicate alle Donne e agli Uomini che gli “hanno salvato la vita”. 

L’Autore ricostruisce i momenti salienti dell’aggressione di cui è stato vittima, all’età di 75 anni, a più di trent’anni dalla fatwa emessa dall’ayatollah Khomeyni, guida suprema dell’Iran, pronunciata contro di lui per la pubblicazione de “I versi satanici” del 1988, romanzo ispirato a fatti realmente accaduti, che parlava di sradicamento, razzismo e soprattutto di fanatismo religioso.

L’attentato è avvenuto nel corso di una conferenza ad opera di un ventiquattrenne americano di origine libanese di fede islamica, che ha sferrato in 27 secondi una quindicina di coltellate sul corpo della vittima determinando danni irreversibili: la perdita definitiva di un occhio e dell’uso di alcune dita di una mano. 

Come se ripercorresse quegli attimi al rallentatore, Rushdie scrive: 

Alla vista di quella sagoma assassina lanciata contro di me, il mio primo pensiero è stato“sei tu, dunque. Eccoti qui”.

E più avanti:

Il mio secondo pensiero è stato: “Perché ora? Davvero? È passato così tanto tempo. Perché proprio adesso dopo tutti questi anni?”. […] in quel momento, c’era una sorta di viaggiatore del tempo che avanzava rapido verso di me, un fantasma assassino giunto dal passato.

Nel libro Rushdie non sembra aver voglia di approfondire più di tanto le motivazioni dell’attentatore. Al centro della storia in effetti c’è un incontro immaginario tra la vittima ed il suo carnefice, ma le domande dell’autore vanno a sbattere contro i silenzi del suo aspirante assassino. Lo chiama “A.”, a mo’ di vendetta, per evitare perfino di menzionarlo con il suo nome. Poco gli interessano le ragioni di un uomo che congegna l’uccisione di un altro essere umano (che peraltro non conosce affatto) e che decide di eseguire una condanna a morte basata sulle pagine di un’opera di cui non ha mai letto un rigo (per la precisione l’attentatore confesserà di averne letto due pagine).

Siamo piuttosto di fronte ad una raccolta di scene a volte orribili, altre delicate, che raccontano come in un rosario ogni singola sofferenza e gli stadi di un lungo e miracoloso processo di guarigione; il tutto intriso di quell’ironia e di quell’arguzia che sono tra i tratti distintivi dell’opera di Rushdie. Quell’autoironia molto britannica che si trova per esempio laddove lo scrittore descrive di essere a terra tra la vita e la morte e si rammarica per il suo bell’abito Ralph Lauren irrimediabilmente macchiato di sangue, da tagliare per la verifica delle ferite. O l’umorismo nero di quando parla della perdita dell’occhio destro che penzola sul viso “come un uovo a malapena sodo”. O ancora quando si rallegra per il fatto che settimane di ricovero in ospedale gli hanno tolto i chili di troppo, aggiungendo tra parentesi “(anche se tutti concordavamo sul fatto che non fosse un tipo di dieta da consigliare)”.

Ma Il coltello può considerarsi anche come una lunga lettera di riconoscenza alla sua ultima moglie, la scrittrice Rachel Eliza Griffiths, a voler dimostrare che non si sarebbe potuto umanamente tollerare tutto quell’odio senza l’amore ricevuto nella lunga convalescenza. Il racconto di Rushdie del loro primo incontro a una festa nel 2018 è degno di una commedia di Woody Allen. Lo scrittore, confuso dalla bellezza di Eliza, si rompe gli occhiali sbattendo contro una vetrata e finisce a terra col volto coperto di sangue. Quell’occasione avrà un esito felice: la futura moglie lo accompagna a casa e, da quel momento, resterà con lui.

Il coltello si avvia alla conclusione con una scena magnifica nella sua crudezza. Tredici mesi dopo l’attentato, lo scrittore decide di tornare “sul luogo del delitto” in compagnia di Eliza (che non era presente il giorno della conferenza), passando prima per la prigione dove è rinchiuso il terrorista. Ovviamente non ha nessuna intenzione di andarlo a trovare. Di fronte al carcere della contea, Rushdie viene preso, piuttosto che dal dolore, da una felicità che non avrebbe mai immaginato: è felice di essere vivo, mentre A. è dietro le sbarre in attesa del processo.

Forse, nei decenni di carcere che ti aspettano, imparerai l’introspezione e arriverai a capire di aver fatto una cosa sbagliata. Ma sai che c’è? Non mi interessa. […]. Non m’interessa nulla di te, né dell’ideologia di cui ti proclami rappresentante e che rappresenti così miseramente. Io ho la mia vita, e il mio lavoro, e ci sono persone che mi vogliono bene. Queste sono le cose che mi interessano.

La tua intrusione nella mia vita è stata violenta e mi ha provocato dei danni, ma ora la mia vita è ripresa, ed è una vita piena d’amore. Non so che cosa riempirà i tuoi giorni da carcerato, ma sono abbastanza sicuro che non sarà l’amore. E se mai penserò a te in futuro, lo farò con una noncurante scrollata di spalle. Non ti perdono, ma nemmeno ti odio. Sei semplicemente irrilevante per me. E d’ora in poi, per il resto dei tuoi giorni, sarai irrilevante anche per tutti gli altri. Sono felice di avere la mia vita e non la tua. La mia vita continua. 

Nell’espressione spietata del suo disprezzo, c’è tutto l’orgoglio e il trionfo dello scrittore, che scongiura il male e la morte e cura le ferite attraverso le parole; che è consapevole di aver risposto armato con la penna e con l’Arte al tumulto delle avversità e della violenza; che sa finalmente di aver vinto – con il lascito dei suoi libri – anche il timore di essere ricordato più per la fatwa e per il suo status di vittima che per le sue qualità artistiche.  

Il coltello, sottotitolato “meditazioni dopo un tentato assassinio” si aggiunge ai saggi dell’ampia bibliografia di Rushdie. Il lettore che ha conosciuto i suoi romanzi più famosi non resti deluso dalle scarse qualità letterarie di questo libro. Qui giocoforza manca la fantasia delle sue opere migliori, avendo l’autore l’obiettivo di evocare soprattutto i fatti della propria drammatica esperienza. Come succede però nei buoni saggi il libro è ricco di riferimenti cinematografici (da Il viaggio sulla luna a Un Chien Andalou) e letterari (dal Processo di Kafka a Re Lear, da Naguib Mahfuz anch’egli scampato ad un attentato al Saramago di Cecità). Ma alcune pagine basterebbero da sole per commuovere l’appassionato di letteratura. Sono quelle in cui Rushdie, che lentamente torna alla vita, si confronta con la morte che si annida e si annuncia tra i suoi colleghi scrittori: Milan Kundera, Hanif Kureishi, l’ultima cena a New York con Martin Amis, il cancro diagnosticato al suo grande amico Paul Auster.

Gigi Agnano

Anne Brontë: “Agnes Grey” (Oscar Classici Mondadori, traduzione di Anna Luisa Zazo), di Veronica Saporito

UN’EROINA DELL’EPOCA VITTORIANA POCO NOTA AL GRANDE PUBBLICO:

UNA STORIA DI RISCATTO, FIDUCIA E RESILIENZA.

Tra le sorelle Brontë, Anne, è probabilmente quella meno conosciuta, ma è anche colei che ci ha lasciato in eredità due tesori preziosi come Agnes Grey e La signora di Wildfell Hall, pur non avendo avuto la stessa risonanza di Cime Tempestose della sorella Emily, o di Jane Eyre di Charlotte Brontë.

Tre semplici ragazze vissute nella prima metà dell’800, che hanno avuto una vita tutt’altro che facile: si sono dovute scontrare con la morte prematura della madre e di due sorelle, con un fratello che ha perso il senno in giovane età, con una società in cui alle donne non era ancora concesso dar luce ai loro talenti artistici ma solo essere madri di famiglia e loro, nubili e senza figli, furono continuamente oggetto di pettegolezzi e sguardi accusatori.

Proprio per questo motivo quando decisero di pubblicare i loro romanzi lo fecero sotto falso nome, spacciandosi per i misteriosi fratelli Bell. Fu Charlotte a venire allo scoperto per prima, ed in seguito al grande successo di Jane Eyre fu forse l’unica a godersi un po’ della fama che meritava.

Torniamo quindi ad Anne Brontë: la sua eroina, Agnes Grey, è una giovane ragazza figlia di un pastore e di una donna che ha sacrificato agi e ricchezze per rincorrere la sua felicità. Ed è proprio in un momento di carenza economica che Agnes decide di andare a lavorare come istitutrice per poter offrire il suo supporto alla famiglia in difficoltà.

Ma il mondo può essere un luogo infimo per coloro che hanno un’innata bontà di cuore: entrambe le famiglie presso cui Agnes ha prestato servizio l’hanno accolta tutt’altro che a braccia aperte.

Persone arricchite e senza nessun riguardo nei suoi confronti, con una prole al seguito decisamente indisciplinata ed indomabile. Anni di sacrifici, bocconi amari, solitudine e frustrazione, intervallati da poche settimane di congedo per ritornare tra i propri affetti e godere di piccoli momenti di pace.

Le cose iniziano a prendere una piega diversa quando durante il suo impiego presso la famiglia Murray conosce il signor Weston, il coadiutore della parrocchia. Semplicità ed eleganza fanno subito breccia nel cuore di Agnes, che forse per la prima volta sente di aver trovato una persona fidata in un oceano di solitudine e freddezza.

Anche in seguito alla morte del padre, quando Agnes torna a casa per stare vicina ai suoi cari, i pochi ma saldi legami creati durante la sua permanenza ad Horton Lodge torneranno a darle un pò di conforto. Anche quelli inaspettati come Rosaline, la primogenita civettuola della famiglia Murray, che nonostante frivolezze e scelte di vita sbagliate, si rende conto di aver trovato nella sua istitutrice forse l’unica amica fidata.

“I legami che ci uniscono alla vita sono più tenaci di quanto lei non immagini; nessuno lo immagina, a meno di non aver provato fino a che punto si possan tendere senza spezzarsi.”

Agnes porta con sé insicurezze e fragilità, dolce e sottomessa, riflessiva e taciturna, agli antipodi rispetto a Jane Eyre, invece ribelle, testarda, controcorrente. Due personaggi in netto contrasto ma che riflettono la personalità delle donne da cui sono state immaginate e create.

Anne si rivolge con semplicità ed eleganza al suo pubblico, spesso si scusa quando si lascia andare a riflessioni personali pensando di annoiarlo, ed è proprio la sua umiltà, unita al carattere confidenziale con cui viene raccontata la storia, che ha conquistato negli anni il cuore dei suoi lettori.

“Ebbene, che cosa c’è di notevole in tutto questo? Perché l’ho raccontato? Perché era tanto

importante da farmi passare una serata lieta, una notte di sogni gradevoli e una mattina di felici

speranze. Vuota letizia, sciocchi sogni, speranze infondate, diranno i lettori.”

Veronica Saporito

Veronica Saporito: Specializzata in Finanza e Controllo presso una rinomata azienda nel settore della nutrizione sportiva. Appassionata lettrice, dal 2020 scrive di libri su Instagram dove è conosciuta come thatslibridine, e sul suo blog: www.libridine.net, a cui è legata anche una newsletter mensileCollabora con case editrici, uffici stampa, ed ha supportato come media partner il festival letterario comasco Parolario Junior.

A Napoli sabato 25 maggio alle 18.00 presso la libreria The Spark Alessandro Maurizi e “Gli invisibili di San Zeno”

GLI INVISIBILI DI SAN ZENO

Napoli il romanzo di Alessandro Maurizi

protagonista del secondo appuntamento promosso

dalla rivista letteraria Il Randagio

Sabato 25 maggio 2024 la libreria The Spark Creative Hub

ospita la presentazione del giallo di Maurizi edito da Mondadori

Proseguono gli appuntamenti letterari organizzati a Napoli dalla rivista letteraria Il Randagio (www.ilrandagiorivista.com), il web-magazine fondato nel capoluogo partenopeo nell’autunno dello scorso anno, in occasione dei cento anni della nascita di Italo Calvino, e che propone interviste, recensioni, approfondimenti e rubriche di varia natura. Animati da uno ‘spirito randagio’, gli incontri promossi e presentati dal team della rivista Il Randagio, puntano sulla scelta di libri di argomenti e generi differenti così come avviene con i luoghi delle presentazioni partenopee.

La libreria The Spark Creative Hub di Napoli ospiterà – SABATO 25 MAGGIO ALLE 18.00 – la presentazione del romanzo giallo storico “Gli Invisibili di San Zeno” di Alessandro Maurizi, edito da Mondadori. L’incontro sarà introdotto e moderato da Cristina Marra con letture a cura di Daniela Marra e l’intervento di Felice Romano, segretario generale del SIULP – Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia.

Ispirandosi alla vera storia di Federico Giorio – procuratore legale che difese la povera gente contro le sopraffazioni, arrivando a denunciare la corruzione della pubblica sicurezza – Alessandro Maurizi, Ispettore della Polizia di Stato, debutta nel Giallo Mondadori con un personaggio dimenticato e scovato negli archivi, un detective indomito che dovrà fare i conti anche con il proprio cuore e le convenzioni più lise di una società in cui non sempre si riconosce.


Verona, 1880. Un grande esodo sta svuotando le campagne: l’America è la Terra Promessa, e migliaia di contadini oltre la soglia della povertà vendono tutto per correre a Genova, e lì imbarcarsi sui grandi piroscafi della speranza reclamizzati dalla Casa Generale di Spedizioni Marittime del ricco Isaia Bordignon. Federico Giorio, giovane procuratore legale e fervente repubblicano, non è riuscito a incastrare il losco faccendiere e per punizione è assegnato a un caso minore: il brutale omicidio di un esattore male in arnese. Il declassamento, però, per un incredibile incrocio del destino si rivela provvidenziale per la vicenda degli emigranti: per proseguire le indagini Federico dovrà muoversi in segreto, assieme al fedele appuntato Venier, al piccolo Bacchetto, all’affascinante prostituta Emilia e a Ginevra, una ragazza che vuole diventare medico. Una squadra bizzarra: gli invisibili di San Zeno. Fino a che punto Giorio sarà disposto a spingersi mettendo in pericolo la vita di chi gli sta accanto? 

The Spark Creative Hub

Piazza Bovio, 33

[‘Piazza Borsa’]
80133 Napoli

http://www.thesparkhub.it

Intervista a Massimo Polidoro su “La meraviglia del tutto” di Piero Angela edito da Mondadori, di Cristina Marra (foto di Ciro Orlandini)

Giornalista, scrittore, divulgatore scientifico e blogger, Massimo Polidoro è autore di tantissimi libri, è fondatore con Piero Angela del CICAP e in questo libro conversa col suo maestro sull’affascinante avventura nel mondo della conoscenza compiuta dal grande divulgatore scientifico.

Massimo benvenuto su Il randagio. Sei giornalista, scrittore, autore di teatro, bisogna avere una mente randagia per approcciarsi alla conoscenza? La scienza “cammina” con te in tutte le tue attività, quanto ti senti randagio e quanto lo era Piero Angela?

Ma certo, bisogna avere una mente curiosa. Quindi se per randagio intendiamo qualcuno che è molto curioso, senz’altro. Ci vuole tanta curiosità, tanto desiderio di scoprire cose che non si sanno, di farsi domande, di non accontentarsi magari di tante risposte, di voler andare a fondo delle cose, di non restare in superficie.

Sia Piero che io ci sentiamo moltissimo randagi, in questo senso di essere curiosi e di voler trovare risposte a tantissime domande che ci sono.

La meraviglia del tutto “sarà il libro della mia filosofia intesa come amore per la conoscenza” scrive Piero. Da una telefonata e le chiacchierate in cucina inizia questo viaggio nel suo pensiero sulla conoscenza?

Questo viaggio inizia proprio da una lunga amicizia che è andata avanti da quando avevo 18 anni per tutta la mia vita adulta e quindi sono stati 30 anni, 34 anni circa di amicizia molto stretta e di affetto che ci legava e quando appunto Piero mi ha proposto questo progetto per quando non ci fosse più stato è stata una grande emozione perché voleva condividere per la prima volta le sue idee su quello che aveva capito di tutti i suoi incontri con grandi menti straordinarie della scienza, della ricerca e sulla base di tutto quello che aveva capito provare a dare anche qualche risposta e esprimere anche le emozioni che lui prova di fronte a tante cose. Esprimere emozioni non è proprio la prima cosa che viene in mente quando si parla di scienza, ma in realtà proprio perché la scienza ci aiuta a capire e a trovare risposte a quelle che sono le domande più profonde degli esseri umani. Chi siamo? Da dove veniamo? Che cosa sarà di noi? Ecco, le emozioni sono ovviamente legate e non è un caso se traspaiano molto dal libro e l’ultima parola del libro proprio è l’emozione per eccellenza è amore. Ho fatto uno spoiler, mi spiace per chi non l’ha ancora letto, ma vedrà in quale contesto Piero Angela pronuncia questa parola.

Come si fa a conciliare conoscenza, razionalità e meraviglia?

Sono cose che si conciliano perfettamente perché se noi vogliamo conoscere, il primo moto, il primo movimento arriva proprio dalla meraviglia, dallo stupore, dalla sorpresa che si prova di fronte a tante cose straordinarie che ci circondano e che magari sembrano poco comprensibili. La razionalità è fondamentale a questo punto per capirle queste cose, perché se ci si basa solo sulla mente, sulle emozioni, sulle reazioni di pancia istintive non le si capisce, si trovano risposte rassicuranti, tentativi di risposte, ma non le si capisce e non si produce conoscenze. La razionalità che si concretizza in un metodo, quello della scienza, è fondamentale. 

Il libro è uno scrigno di sapere ma è anche una raccolta di aneddoti e regala pagine in cui emerge la grande umanità di Piero Angela. Com’è stato per te che lo hai conosciuto per trentacinque anni, raccogliere tutto questo?

È stato un bellissimo regalo che mi ha fatto, nel senso che io come appunto si può capire sono sempre stato consapevole di avere a fianco una persona incredibile, straordinaria, geniale, unica come effettivamente Piero Angela è stato. Quindi ogni volta che c’era l’occasione io mi annotavo, registravo, prendevo nota delle cose che diceva, delle sue osservazioni. Poi quando abbiamo deciso di fare questo libro, allora è iniziato un rapporto ancora più mirato all’obiettivo di fare questo libro. Quindi le domande che facevo era tutto quanto registrato e documentato e lui mi ha condiviso tante cose che si era appuntato, tanti materiali che voleva in qualche modo uscissero da queste nostre conversazioni. Per me è stato un regalo enorme essere coinvolto in questo progetto unico e straordinario. E poi è stato un secondo regalo il fatto di scriverlo, questo libro, quando lui purtroppo non c’era più. Perché io per un altro anno dalla sua scomparsa mi sono trovato a confrontarmi con la sua voce, i suoi pensieri la sua presenza in video per mettere ordine alle centinaia di ore di conversazioni che abbiamo avuto e ogni giorno mi trovavo accanto a lui.

La musica e la letteratura sono molto presenti nel libro che è una lunga chiacchierata tra te e Piero. Che rapporto aveva con i libri e la musica?

I libri erano fondamentali per le sue ricerche, leggeva poca narrativa anche se non gli dispiaceva la fantascienza,  come ad esempio i libri di Asimov o ”2001 odissea nello spazio” .  La musica è stata  la sua compagna di vita insieme alla scienza. Piero ha iniziato come pianista Jazz e poi ha intrapreso la sua carriera giornalistica. L’ultimo suo progetto era realizzare un disco di musica Jazz.

Io posso dire che quando l’ho conosciuto a casa sua mi ha fatto sentire qualcosa al pianoforte e l’ultima volta che ci siamo visti nel giugno del 2022 negli studi di SuperQuark , anche lì c’era sempre un pianoforte, mi ha fatto di nuovo sentire qualcosa. Quindi dall’inizio alla fine la musica è stata sempre presente. 

“La morte è una grande scocciatura” scrive qual era la sua “ricetta” il suo elisir?

Il suo elisir era vivere una vita piena e usarla al meglio per comprendere, per condividere per arricchire le altre persone , lui era consapevole della finitezza della nostra vita ma la viveva in modo naturale ma aveva la consapevolezza di aver dato il suo contributo.

Massimo Polidoro con Cristina Marra

Da grande divulgatore Piero Angela ha fatto entrare la scienza e il metodo scientifico nelle nostre case. Tu stai portando la scienza a teatro, quale sarà il prossimo appuntamento a teatro?

Il teatro è un ambito dove magari la scienza entra poco, è entrata poco nel passato, ma dove invece c’è un pubblico che è particolarmente attento e interessato. Il mio desiderio, come del resto di Piero, era quello di raggiungere più persone. Possibilmente parlando di scienza. Non tanto parlando delle curiosità scientifiche, ma parlando del metodo, della mentalità, di come funziona il pensiero scientifico, che è una delle più grandi conquiste della nostra specie. E quindi rendere le persone il più possibile consapevoli di che cos’è, di come funziona, di quali sono i vantaggi, di quali sono anche i limiti della scienza. È un po’ l’obiettivo di Piero e che io ovviamente ho fatto mio da sempre. Il teatro mi sembrava uno di quegli ambiti dove c’era spazio per portare un po’ di scienza. L’ho fatto quest’anno con una rassegna di incontri che si chiama La scatola di Archimede, dove incontravo ricercatrici, scienziati famosi, Gamba soprattutto,e raccontare il loro lavoro e il lavoro della ricerca nei loro ambiti. E naturalmente il titolo La scatola di Archimede era un altro omaggio a Piero perché aveva scritto 50 anni fa un libro che si chiamava La vasca di Archimede e questa rassegna riprende un po’ quell’idea di dove stiamo andando, dove sta andando il nostro mondo. E quindi ho fatto questi incontri così come scommessa, come prova per vedere come sarebbero andati e la risposta è stata estremamente positiva. Il teatro sempre pieno, tante persone che tornavano tutte le volte, partecipavano a questi incontri e volevano sentir parlare di scienza in questa maniera. Perché poi, come Piero ci ha insegnato, è una maniera che coniuga da una parte il rigore dei fatti scientifici, ma dall’altra anche l’accessibilità della comunicazione di chi sa parlare a un pubblico profano e lo sa fare magari in una maniera che è anche piacevole. Le serate a teatro erano davvero quasi serate teatrali che comprendevano la musica di Nadio Marenko, uno straordinario fisarmonicista, ha fatto gli ultimi dischi di Guccini, un grande produttore, un grande musicista in giro per tutto il mondo e che ogni sera a teatro aiutava a introdurre gli argomenti suonando le sue straordinarie musiche o anche dei pezzi famosi, conosciuti, però interpretati con la fisarmonica che crea un’atmosfera molto particolare. Poi c’erano i momenti di umorismo, insieme a Francesco Lancia e Chiara Galeazzi, che ci aiutavano a concludere la serata anche con un sorriso, anche avendo parlato di argomenti seri e a volte anche in qualche caso che riguardano crisi ed emergenze che il nostro pianeta sta e deve affrontare, la nostra specie soprattutto deve affrontare. Poi l’altro progetto che ho lanciato quest’anno e che tornerà nell’autunno e nell’inverno e inizierà addirittura a girare un po’ in tutta Italia, è uno spettacolo dedicato a Charles Darwin, che ho scritto insieme a Telmo Pievani, che tutti conosciamo, biologo, naturalista, evoluzionista e tra i massimi esperti della figura di Darwin. Portare Darwin a teatro, raccontare non solo come ha raggiunto la sua scoperta, che è affascinante, ma anche che cosa significa questa scoperta della teoria dell’evoluzione per tutti noi, per ciascuno di noi, è assolutamente fondamentale per capire il nostro posto nel mondo, nell’universo e risponde ancora una volta a quelle domande profonde che tutti noi ci facciamo, da dove veniamo e chi siamo e che cosa probabilmente sarà di noi. Quindi ritorna tutto, come vedi, è tutto legato. E non vedo l’ora di ritornare perché l’esperienza del teatro è molto emozionante, a differenza dei video che fai sui social. A differenza della televisione o dei libri che scrivi. Andare a teatro vuol dire presentare qualcosa in maniera diretta a un pubblico che ha delle reazioni istantanee e tu le vedi, le senti. Lo senti il pubblico di fronte alle cose che dici, le cose che fa, le reazioni che ha, gli applausi che poi arrivano alla fine, i commenti delle persone che ti avvicinano alla fine di uno spettacolo, magari emozionate per quello che hanno sentito, è veramente un’esperienza che non vedo l’ora di ripetere. 

Cristina Marra