Rainer Maria Rilke: “Le Elegie Duinesi”, di Maurizia Maiano

Il bello non è che il tremendo al suo inizio

Nel gennaio del 1912 Rainer Maria Rilke si trova ospite della principessa Marie von Thurn und Taxis nel castello di Duino, vicino a Trieste, allora parte dell’Impero austro-ungarico. Durante una passeggiata sulle scogliere battute dal vento, racconta di aver udito interiormente il verso che apre la Prima Elegia:

Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel Ordnungen?

Chi, se io gridassi, mi udrebbe dalle schiere degli Angeli?

Non è soltanto l’incipit di un’opera: è l’irruzione di una domanda assoluta. L’uomo moderno, dopo la frattura delle certezze ottocentesche, si scopre esposto a un cielo che non protegge più

e se anche un Angelo a un tratto

mi stringesse al suo cuore la sua essenza più forte

mi farebbe morire. Perché il bello non è

che il tremendo al suo inizio…

Le Elegie duinesi verranno ultimate solo nel 1922, nel castello di Muzot, in Svizzera, dopo un decennio attraversato da guerra, smarrimento e precarietà economica. Ma leggere Rilke solo in chiave storica sarebbe riduttivo. La crisi della modernità è il suo sfondo, non il suo tema. Rilke non descrive un’epoca: fa accadere un’esperienza che non è solo esperienza di quel tempo, ma si insinua nel tempo per esserne parte eterna.

Per questo una lettura empatica appare più adeguata. Le categorie storiche mutano, si trasformano, si rivestono di nuovi ornamenti; la poesia, invece, custodisce ciò che nell’umano resta 

Non che tu possa mai reggere lo spiro che ascolta 

l’ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea

L’intensità eccede sempre la nostra misura. L’Erlebnis, l’esperienza vissuta, si incarna nella parola poetica come vibrazione sonora. Come dalle note nasce armonia o dissonanza, così dall’incontro delle parole nasce poesia o disincanto. Le parole di Rilke non chiudono il senso: lo aprono. Non spiegano la vita: la espongono alla sua intensità.

La sua è una forma di religiosità senza dogma, una mistica nell’assenza di Dio. Il senso non viene proclamato, ma si forma nel silenzio quotidiano. È una teologia dell’assenza che non sfocia nel nichilismo, ma nella responsabilità dell’ascolto. L’Angelo non è consolazione: è eccesso ontologico. La sua vicinanza uccide perché l’umano non può reggere un’intensità assoluta di significato.

In questo quadro il quotidiano assume un valore decisivo,

la fedeltà viziata di un’abitudine

non è mediocrità, ma resistenza. Il silenzio e la ripetizione diventano la forma abitabile del sacro. Il quotidiano non è l’opposto dell’abisso, ma la sua soglia sopportabile: il modo umano di restare in ascolto del tremendo senza esserne annientati.

La caducità attraversa tutta l’opera mentre l’uomo è transito:

vedi gli alberi sono, le case che abitiamo reggono. Noi soli

passiamo via da tutto, aria che si cambia.

E tutto cospira a tacere di noi,

un po’ come si tace un’onta, forse, un po’ come si tace

una speranza ineffabile.

Qui la voce di Rilke si accorda con altre lontane nel tempo, come quella del poeta  Andreas Gryphius, che nel Seicento barocco della Guerra dei trent’anni scriveva: 

Es ist alles eitel: tutto è vano

gloria e grandezza svaniscono come sogno

Cambiano le forme storiche, non la ferita.

Quali parole trovare ed associare per esprimere cosa sia la felicità, attimi che sappiamo di non poter possedere per sempre. Come coniugare il desiderio di fermarsi aggrappati ad un ramo mentre la corrente ci trasporta: verweile doch du bist so schoen (Goethe) non basta e allora?

E noi che pensiamo la felicità

come un’ascesa, ne avremmo l’emozione

quasi sconcertante

di quando cosa che è felice, cade.

Felicità e dolore non sono opposti, ma forme diverse della stessa intensità dell’essere. Non si superano, non si risolvono: coincidono separandosi. Non sono un semplice  gioco verbale, ma una vera ontologia poetica.

In questo senso, le Elegie non offrono consolazione né redenzione: offrono capacità di reggere l’eccesso del vivere. Ma, come nella saggezza popolare, sappiamo che le parole feriscono allo stesso modo in cui curano l’animo umano ed è questa la grande poesia di Rilke.           

L’arte come spaziotempo in cui sostare per ascoltare la propria voce interiore, qui è la verità, mai la menzogna. In Rilke la parola non salva nel senso religioso o morale, ma trasforma il dolore in forma abitabile. La poesia non guarisce la ferita: le dà voce, spazio, risonanza. E così la rende condivisibile

Nelle Elegie non c’è disperazione. C’è consapevolezza. Non esiste una separazione netta  tra vivi e tra i morti, non riusciamo semplicemente ad immaginare come potrebbe essere:

Certo è strano non abitare più sulla terra,

non più seguir costumi appena appresi,

alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa

non dar significanza di futuro umano;

quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose

non esserlo più, e infine il proprio nome

abbandonarlo, come un balocco rotto

Strano non desiderare quel che desideravi

………ed è faticoso essere morti

Ma i vivi errano, tutti,

ché troppo netto distinguono.

Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno

se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente

sempre trascina con sé per i due regni ogni età..

Infine, non han più bisogno di noi quelli che presto la

morte rapì,

ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,

come dal seno materno.

Una eterna corrente che travolge e trascina con sé ogni epoca e a cui nessuno sfugge. Angeli ed umani sono accomunati in questo vagare tra cielo e terra. Una immagine che  richiama il movimento incessante della scala di Giacobbe nel dipinto di Michael Leopold Lucas Willmann: un viavai continuo tra alto e basso, senza trionfalismi, in una tensione silenziosa che unisce poesia e pittura, come cielo e terra, terra e cielo. 

Se nella Prima Elegia il tremendo si manifesta nella figura dell’Angelo, nella Terza lo sguardo si abbassa nel sangue. Non è più l’uomo che tende all’alterità celeste, ma quello che risponde al suo sangue, alla parte oscura di sé. 

Una cosa è cantare l’amata. Un’altra, ahimè, 

quel sottratto colpevole Dio-fiume del sangue.

L’amore viene demistificato: la fanciulla non è origine del turbamento, ma occasione. L’intensità che attraversa il giovane è più antica di lei. L’amore non è decisione, ma corrente.

Credi davvero che l’abbia scosso così il tuo apparire leggero?

“Sì, lo turbasti”. Ma in lui si sollevarono paure più remote. E’ un suono che viene da lontano ciò che lo attrasse verso di lei.  Egli vuole e fugge, si abitua al tuo cuore e insieme si sottrae. Non tutto dell’altro ci appartiene. Ed è forse proprio questo a rendere l’amore umano: l’accettazione di una regione inviolabile che nessuno può interamente raggiungere.

Quello che lei conosce di lontano, il proprio giovincello, che sa

lui del signor della voglia, che dal solitario spesso,

ancor prima lo plachi la fanciulla, spesso com’ella neppure esistesse

ah, eiaculando chi sa mai da quale inconoscibile, quella testa di Dio

sollevava, ridestando la notte a interminabile tumulto.

La ragazza crede di essere la causa del turbamento del giovane. Ma Rilke dice: no. Il giovane amante non ama soltanto la fanciulla: è abitato da un dio arcaico, da una forza che lo precede. L’amore non è origine, ma scaturigine. Non è decisione, ma corrente. E ancora una volta l’uomo scopre di non essere padrone dell’intensità che lo attraversa

Sul serio pensavi d’averlo al tuo lieve apparire

così ridotto in fremiti, tu che trascorri come brezza d’alba?

E’ vero sì lo atterristi nel cuore, ma più remoti terrori

lo scoscesero in quell’urto toccante.

Certamente lui vuole, si sottrae; alleviato si abitua

al tuo cuore segreto e prende e dà inizio a se stesso.

Ma si dette mai inizio?

Una vibrazione inquieta, un uomo che ama, ma che non appartiene del tutto a chi ama. Forse l’amore non è possesso, né salvezza reciproca. Forse ciascuno di noi porta dentro di sé una regione che nessuno può interamente raggiungere.

Rilke lo dice con dolcezza e con rigore: non tutto dell’altro ci appartiene.

E forse proprio questo rende l’amore umano.

Le Elegie duinesi restano di una bellezza indicibile perché non offrono consolazione, ma intensità. Il bello non pacifica: espone. Non protegge: trasforma. In un secolo segnato dall’ateismo e dalla disillusione, Rilke non restaura un Dio perduto, ma riconsegna all’uomo la responsabilità del divino che lo attraversa.

L’arte è religione con i mezzi della poesia. Lo dicevano i romantici. Non spiegazione della vita, ma sua vibrazione più profonda. Che ci riporta alla Nervenkunst – l’arte dei nervi dei poeti viennesi. Una arte ancor più vera perché capace di riprodurre le vibrazioni della vita all’ennesima potenza.

Ed è forse questo che continua a commuoverci: non leggiamo le Elegie per comprendere un’epoca, ma per riconoscere noi stessi nella loro intensità.

Accurata la traduzione, dell’edizione Einaudi del 1979, di  Enrico ed Igea De Portu. Bisogna essere un po’ poeti per tradurre in modo così impeccabile e riuscire a trovare la stessa tonalità della lingua tedesca anche in italiano.

Breve biografia

Rainer Maria Rilke, poeta boemo, nasce a Praga nel 1875. E’ considerato uno dei più importanti poeti lirici in lingua tedesca del Novecento. La sua poesia è caratterizzata da una profonda inquietudine in cui fonde sensibilità spirituale, solitudine e una meticolosa ricerca estetica, culminata nei capolavori Elegie Duinesi (1912-1922) e Sonetti a Orfeo(1922).

Ebbe un’infanzia difficile e un rapporto complicato con la madre, che lo educò come una bambina fino ai 7 anni. Il padre lo costrinse a frequentare scuole militari, ambiente che il poeta descrisse come cupo e inadatto al suo temperamento sensibile.

Viaggiò instancabilmente tra Russia, Italia, Francia e Svizzera.

Nel 1897 incontrò a Monaco Lou Andreas-Salomé, scrittrice russa che divenne sua musa, amica e guida intellettuale. A Parigi, dal 1905, frequentò lo scultore Auguste Rodin, da cui apprese il rigore artistico e la capacità di osservazione.

Oltre alle opere citate, è famoso per il romanzo I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910).

Durante la prima guerra mondiale visse in Baviera e poi si rifugiò in Svizzera. Nel castello di Muzot, grazie all’aiuto di amici, concluse le sue opere principali. Morì di leucemia nel 1926 a Val-Mont. 

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Stefan Zweig, un gentleman viennese, di Lavinia Capogna

Il 28 giugno 1914 a Sarajevo uno studente diciannovenne, Gavrilo Princip, nazionalista serbo, sparò due colpi di pistola contro l’Arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia. 

Entrambi morirono. Lui era l’erede al trono.

Un mese dopo, inaspettatamente, scoppiò la prima guerra mondiale.

Nel patriottismo enfatico delle nazioni in guerra, tra le fanfare e articoli assai retorici si levarono voci contro quella follia: tra di loro quella dello scrittore austriaco Stefan Zweig. 

Progressista, pacifista convinto fino al 1939, Zweig era già uno scrittore noto anche se la sua fama crescerà negli anni successivi fino a diventare l’autore di lingua tedesca più letto e tradotto insieme a Thomas Mann.

Assai riservato, di modi gentili, distinto Zweig era nato nel 1881. Suo padre era un ricchissimo industriale tessile dedito però ad una vita sobria e amante del pianoforte.

Sua madre discendeva da una famiglia di banchieri ed era nata ad Ancona.

Erano ebrei ma fortemente contrari al sionismo. E Zweig fu un europeista e un fautore dell’unione europea. 

Alcuni suoi libri saranno bruciati nel rogo nazista di Berlino nel 1933.

Fin da adolescente manifestò una passione per la letteratura e il teatro.

Non voleva essere l’erede della ditta paterna che lascerà al fratello, si laureò in filosofia e trascorse la giovinezza viaggiando, scrivendo moltissimo, soggiornando in rinomate località, frequentando bohémien, non avendo mai una fidanzata ma passeggere amanti, sartine, operaie, aspiranti artiste finché nel 1912 non ricevette una lettera da una sconosciuta: una sua ammiratrice letteraria che l’aveva intravisto un paio di volte a Vienna, capitale del multietnico e cosmopolita impero austro ungarico, dove vi era una vivace vita culturale, caffè con orchestrine e verdissimi parchi.

La lettera colpì Zweig che scoprì infine che lei si chiamava Friderike Maria von Winternitz. Era una giovane donna intelligente, scrittrice, infelicemente sposata con un funzionario statale aristocratico. Proveniva da una colta famiglia ebrea ma era diventata cattolica e aveva due figlie piccole. 

Adorava la letteratura francese e aveva studiato pedagogia e psicologia 

Tra di loro nacque un’amicizia e poi una relazione sentimentale ma si poterono sposare solo nel 1920, dopo il divorzio di lei.

Nel 1922 lui aveva scritto un racconto che aveva avuto un gran successo, intitolato “Lettera da una sconosciuta (Brief einer Unbekannten)”.

Era una storia che coglieva l’atmosfera dell’epoca: quella di una ragazza povera che si innamora di un uomo che ha dodici anni più di lei. Tutto li separa: lei è un’adolescente sognatrice e timida che indossa un abito di sua madre rattoppato, lui uno scrittore venticinquenne affascinante, garbato e bon vivant.

Ma la forza del racconto risiede non solo nello stile assai scorrevole e coinvolgente o nella descrizione di una ossessione amorosa ma bensì nel tema del “non essere visti”. Nonostante le tre notti d’amore che trascorreranno insieme quando lei sarà adulta, lui non la “vede”: non le chiede neppure il nome, non sa nulla di lei e non gli interessa saperlo.

E probabilmente fu questa la ragione del grande successo del racconto oltre alla trama scandalosa, egli aveva colto una sofferenza diffusa: quante (e quanti) si sono sentiti “non visti” da qualcuno a cui tenevano? 

Nel racconto “Ventiquattro ore nella vita di una donna” (1927) egli narrava invece di un gruppo di turisti cosmopoliti che si annoiano sulla costa francese finché non giunge inaspettamente un bellissimo ragazzo. Gentile, affabile in due giorni egli sconvolge il cuore di una signora borghese, sposata con uno sbiadito capitalista e fuggono insieme.

Su di lei ricade lo stigma sociale.

Solo un distinto giovanotto – l’io narrante – la giustifica.

Ciò attrae l’attenzione di un’anziana donna inglese, garbata e riservata che lo sceglie come “presenza”, in privato, per raccontargli una storia accaduta trent’anni prima.

Ella non ha bisogno di un interlocutore ma soltanto di qualcuno che la ascolti.

Il racconto della donna inglese non è solo una vicenda accaduta in un lontano giorno di pioggia, uno sconquasso del cuore, un senso di colpa mai lenito ma la storia di quanto un segreto possa corrodere l’anima e di quanto potere possa acquistare “il non detto”.

E questa ritrosia a farsi conoscere sarà anche un tratto caratteristico dello scrittore. Si vede anche nel suo sguardo, immortalato dai fotografi, qualcosa di trattenuto. 

Stefan Zweig aveva periodi di scoraggiamento e di “umor nero” in cui era sostenuto emotivamente da Friderike e si gettava a capofitto nel lavoro. 

Conobbe ed ebbe anche una corrispondenza epistolare con Sigmund Freud che abitava a Vienna e qualcuno ha fatto l’ipotesi che Zweig fosse stato un suo paziente, anche se non ci sono documenti storici per affermarlo.

Spesso al centro dei suoi racconti vi è un episodio sessuale che causa sentimenti ed emozioni contrastanti, rompe un equilibrio fittizio, costringe a guardare in faccia la verità, fa esplodere un conflitto tra il Super Io e l’Es. 

Zweig non ha nulla di morboso, scrive con grande abilità e maestria, senza mai scadere di tono. Descrive stati d’animo, piccoli dettagli, coinvolge il lettore nella vicenda che narra.

Sovvertimento dei sensi” (Verwirrung der Gefühle) è un racconto lungo del 1927 e il più bello scritto sull’omosessualità maschile. In realtà il titolo originale significa “Confusione dei sentimenti” ed è molto più appropriato.

Un giovane ingenuo e scapestrato, Roland, viene mandato a studiare in una cittadina del centro della Germania. Qui rimane ammaliato dalla capacità di trasmettere il sapere di un maturo professore appassionato di Shakespeare. 

Roland lo mitizza: Zweig segue con grande sensibilità gli stati d’animo mutevoli del ragazzo e del professore. 

Il professore ha una moglie per certi versi irritante, sarcastica.

Roland percepisce che dietro ai comportamenti dell’uomo si cela un segreto. Anche qui torna il tema di un segreto che solo un elemento inaspettato e decisivo (spesso di natura amorosa) può far emergere.

La cosa che colpisce è che Zweig si avvicina al tema dell’omosessualità con una comprensione e naturalezza diversa dagli accenni precedenti di André Gide, Proust, Musil e Thomas Mann che erano pervasi da un opprimente senso di colpa. 

Bruciante segreto” (Brennendes Geheimnis) è invece un racconto di una sessantina di pagine ambientato nel 1911 in una località alpina della Svizzera. Un bambino dodicenne, Edgar, sensibile e di fragile costituzione salva la madre dalla corte serrata di uno sgradevole barone. Il racconto è anche un atto di accusa verso il modo in cui erano trattati i bambini: la grande severità, l’ipocrisia degli adulti, le loro menzogne, i loro silenzi.

La scena in cui il bambino fugge e prende il treno ritrovandosi in una carrozza di terza classe anziché di prima, circondato da muratori italiani esausti e povera gente, acquisendo coscienza che esistono altri mondi oltre al suo è una delle pagine più belle scritte da Zweig.

Egli fu uno dei molti intellettuali che si opposero al nazismo. Klaus Mann gli propose di collaborare ad una rivista letteraria antifascista da lui fondata ad Amsterdam: Die Sammlung” (La Raccolta) finanziata dalla scrittrice svizzera Annemarie Schwarzenbach.

Zweig accettò ma poi venne sconsigliato da varie parti. Per la rivista scrissero Benedetto Croce, Bertolt Brecht, Ernest Hemingway e altri.

Zweig sperava nella pace oltre ogni ragionevolezza. Klaus Mann era più lungimirante di lui come dimostrano i suoi bellissimi articoli politici. 

Rimasero sempre amici e Mann lo citò nel saggio del 1939 “Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil” (Fuga verso la vita. La cultura tedesca in esilio).

Anche Joseph Roth era amico di Zweig e lo aveva avvertito fin dal 1933 in una lettera: “Tutto porta ad una nuova guerra. Io non do più un soldo per la nostra vita. Si è riusciti a far governare la barbarie. Non si illuda”.

Zweig sembrava il più “fortunato” tra gli autori di quella che sarà chiamata “letteratura dell’esilio” (Exilliterature).

Gli artisti tedeschi e austriaci erano guardati ovunque con diffidenza, sospetto, non riuscivano a far pubblicare i loro libri che erano proibiti nel Terzo Reich, vivevano in povertà. Jacob Wassermann, Ernst Toller, il filosofo Walter Benjamin si suicidarono. E, nel dopoguerra, anche Klaus Mann.

Stefan Zweig era amico anche di Hermann Hesse, autore del famoso “Siddharta”, che dal 1919 aveva scelto di vivere in Svizzera, più interessato alla spiritualità indiana e alla psicoanalisi.

Aveva conosciuto anche il poeta Rainer Maria Rilke, Franz Werfel, Albert Einstein, Gustav Mahler, Maksim Gorkij, lo scultore Rodin, il poeta Paul Valéry e quando era dodicenne Johannes Brahms lo aveva simpaticamente salutato dandogli un colpetto su una spalla.

Nel tempo Zweig si dedicò a scrivere, oltre che racconti, romanzi, commedie e poesie, anche numerose biografie storiche accurate e piacevoli su Stendhal, Balzac, Montaigne, Kleist, Hölderlin, Dostoevskij ma anche Maria Antonietta, Casanova e altri.

Collezionava centinaia di manoscritti, libri pregiati, spartiti autentici di Mozart, Beethoven, Schubert.

Aveva acquistato una grande villa vicino a Salzburg in Austria ma a metà anni ’30 il matrimonio con Friderike andò in frantumi. Non si sanno le ragioni ma nel 1938 otterranno il divorzio pur rimanendo sempre amici.

Nel 1946 Friderike pubblicò un libro autobiografico intitolato “Sposata con Stefan Zweig”.

Nel 1940 egli aveva sposato Lotte Altmann, nata nel 1908 a Kattowitz (oggi Katowice in Polonia) ma allora facente parte dell’Impero tedesco. 

Lotte era una ragazza di famiglia borghese che viveva a Londra, ex segretaria dello scrittore. Sembrava una ragazza fragile ma al tempo stesso instancabile, ammalata di asma. A Friderike parve che aveva qualcosa delle donne di Dostoevskij e i lettori sanno quanto imprevedibili esse siano.

Con lei Zweig visse a Londra, viaggiò negli Stati Uniti ed infine si rifugiarono a Pétropolis, una città nel sud del Brasile a più di 800 metri di altezza.

La sua situazione economica, avendo lasciato l’Europa, era cambiata in peggio.

Zweig ascoltava alla radio, sempre più oppresso, le vittorie tedesche: ora molti temevano, a ragione, la fine dell’Europa.

La prima sconfitta tedesca sarebbe arrivata solo nell’estate del 1943 a Stalingrado (oggi Volvograd) in Unione Sovietica.

La “Novella degli scacchi (Schachnovelle)”, ultima opera dello scrittore nel 1941, narra di un partita, decisa casualmente su una nave da crociera, tra il campione del mondo di scacchi, un ex contadino presuntuoso e limitato, e un distinto viennese. Egli era stato prigioniero dei nazisti, in isolamento totale. Aveva rubato un libro dalla tasca del cappotto di un militare, era un manuale sul gioco degli scacchi. Lo aveva imparato a memoria e poi aveva organizzato, per sopravvivere alla disperazione, partite a scacchi mentali “contro sé stesso” in cui cioè giocava sia per i bianchi sia per i neri. Un metodo “schizofrenico”, scriveva Zweig.

Il 22 febbraio 1942 egli scrisse una gentile, affettuosa lettera a Friderike dove faceva comprendere che non sarebbe vissuto a lungo.

Il 23 la domestica trovò lo scrittore e Lotte deceduti, distesi sul letto. Lui indossava una camicia, dei pantaloni e una cravatta, lei una veste da camera.

Lei lo abbracciava. 

Come accertato dal medico, Zweig era deceduto prima di lei. Lui non aveva ucciso la moglie. Avevano ingerito insieme un farmaco, che, ad alte dosi, era assai tossico.

Si pensò anche ad un doppio omicidio compiuto da sicari di Berlino ma lui aveva lasciato una lettera di congedo.

In un’altra chiedeva che i loro vestiti fossero dati ai poveri e che la cameriera fosse pagata per altri due mesi. 

Le macabre fotografie dei loro corpi fecero il giro del mondo.

Lui aveva 60 anni, lei solo 34.

Non mancavano precedenti simili: dal poeta e drammaturgo di talento ma assai labile emotivamente Heinrich von Kleist (sul quale Zweig aveva scritto una biografia) che in un freddissimo giorno d’inverno del 1811 si era suicidato insieme alla delicata ed ammalata Henriette Vogel innamorata di lui al famoso “dramma di Mayerling” del 1889 nel quale si era suicidato il bel arciduca Rodolfo D’Asburgo – Lorena, erede al trono austriaco e tossicomane insieme alla baronessina Maria von Vetsera.

Due giorni dopo Thomas Mann da Santa Monica in California scrisse ad un’amica che temeva che dietro al suicidio Zweig ci fosse uno scandalo sessuale e che lui “era vulnerabile da questo punto di vista” (nota 1).

Non è noto a cosa Thomas Mann potesse alludere.

Eppure la frase di Thomas Mann acquista un senso leggendo “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo” il testo autobiografico ma anche sociologico che Zweig aveva composto nel 1940 e che venne pubblicato postumo.

Nonostante i dolori vi emerge un umanista non vinto, il suo stile è scorrevole, sobrio, le sue idee, sensate e razionali, non collimano con un doppio suicidio tanto disperato.

Sembra davvero che un elemento nuovo e disturbante, oltre al resto, potesse aver turbato i due coniugi tanto da condurli all’autodistruzione. 

Angoscia esistenziale, una forte depressione, le dittature, l’esilio, lo spaesamento, la seconda guerra mondiale, problemi privati, folie à deux – tutto è stato preso in considerazione per spiegare questo doppio suicidio che resta un mistero.

Ma al di là di ogni cosa, la tragica fine di Zweig e Lotte non può non suscitare compassione. 

…….

Nota 1) Lettera di Thomas Mann a Agnes E.Meyer (1942) in “Thomas Mann, Agnes E.Meyer: Briefwechsel 1937 – 1955”.

Klaus Mann raccontò di aver incontrato Zweig a New York pochi mesi prima del suicidio: aveva un aspetto insolitamente trasandato, lo sguardo distratto, la barba non rasata. 

Lo aveva avvicinato e lo scrittore: “aveva sussultato come un sonnambulo che sente chiamare il proprio nome. Un secondo dopo si era ricomposto ed era di nuovo in grado di sorridere, chiacchierare e scherzare, affabile e vivace come sempre: l’uomo di lettere urbano ed elegante, un po’ troppo mellifluo, un po’ troppo accattivante, che parlava con l’accento nasale dei viennesi (…)”.

Bibliografia:

Zweig I capolavori (ed.Garzanti)

Varie novelle in edizioni Adelphi

Varie biografie storiche scritte da Zweig edizioni Castelvecchi

Sono stati pubblicati recentemente vari epistolari di Zweig.

Oliver Matuschek Three Lives. A biography of Stefan Zweig (London).

Klaus Mann e Erika Mann Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil (ed.tedesca) 

Nota:

Su Zweig e l’Italia si può consultare liberamente sul web un testo interessante: “Zweig italiano, Italia zweighiana. Studi e prospettive recenti” di Diana Battisti (Università degli Studi di Firenze).

Su di lui sono stati realizzati due film: “Lost Zweig” regia di Sylvio Back (Brasile 2002) e

“Vor der Morgenröte” (Prima dell’alba), conosciuto anche come “Farewell to Europe”, diretto da Maria Schrader.

Nel 1948 il regista austriaco Max Ophüls realizzò un film a Hollywood dal racconto “Lettera da una sconosciuta” interpretato da Joan Fontaine e Louis Jourdain. 

Anche su altre novelle di Zweig sono stati realizzati dei film.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Theodor Fontane: “Effi Briest” (Feltrinelli, curatore E. Gianni), di Lavinia Capogna

L’innocente Effi Briest 

Theodor Fontane (Germania 1819 – 1898) era dai ritratti un classico personaggio ottocentesco, con grandi baffi, corpulento, un’aria arguta.

Di professione era farmacista ma mentre miscelava gli intrugli dell’epoca doveva immaginare molte cose; la sua attività parallela di scrittore è assai vasta: romanzi, racconti, poesie, articoli. 

Effi Briest“, pubblicato tra il 1894 e il 1895, dapprima in una rivista e poi in volume, è il suo romanzo più celebre, tradotto in numerose lingue. 

In Germania sono stati realizzati ben quattro film ispirati alla trama. 

Uno, del 1974, molto bello, venne diretto da un ventinovenne Rainer Werner Fassbinder ed intensamente interpretato da Hanna Schygulla. Ci si potrebbe domandare perché un romanzo di fine ottocento ambientato prima in Pommern (Pomerania) e poi a Berlino, capitale del Königreich Preußen (Regno di Prussia) avesse attratto il regista più particolare del nuovo cinema tedesco. 

Leggendo il libro si può comprenderne il motivo.

 

“Effi Briest” incomincia come un classico romanzo del tempo: Effi è una ragazza molto carina, diciassettenne, vivace, che vive spensieratamente insieme ai suoi amati genitori e ha tre care amiche. Suona un po’ il pianoforte, ricama, e non ha intenzione di sposarsi finché, inaspettatamente, non capita a casa loro un antico spasimante della madre, il barone Geert Innstetten, che ha 37 anni (un’età allora matura). 

Il barone ha un prestigioso incarico amministrativo, è laureato in legge, è agiato e tutto fa prevedere che farà una bella carriera.

Egli chiede la mano di Effi. Sia lei, sia i genitori acconsentono.

Ma ben presto il romanzo, ispirato ad un fatto di cronaca vera che suscitò grande clamore, prende una piega inaspettata e si legge tutto d’un fiato.

In questa storia tutto sommato semplice non vi è nulla di scontato perché Fontane elabora il testo con maestria.

Innstetten è un personaggio impeccabile, tutto ciò che dice sembra ragionevole, è ligio alle convenzioni sociali, lavoratore modello, ambizioso ma paziente.

Effi non è innamorata di lui ma lo stima. 

Egli la considera una bella fanciulla da dirigere e plasmare – un po’ come il Torvald di “Casa di bambola” di Henrik Ibsen (1879) considerava la moglie Nora. 

Solo se lei si concede qualche battuta scherzosa sui suoi ammiratori, il suo sguardo diventa duro. 

Ma dietro questa facciata si cela un marito freddo e senza alcun amore – anche se verso la fine egli dirà ad un amico di amare Effi. E forse per un attimo è sincero anche se per lui che cosa pensa la società è ben più importante della moglie. 

Non le dà supporto quando lei prova nostalgia della casa paterna e della sua cittadina bruscamente lasciata per un’altra, prende in giro un gentilissimo spasimante di lei, un farmacista un po’ gobbo, premuroso e ammodo. 

Nella piccola città prussiana in cui lui ha condotto la moglie, lei viene accettata di malavoglia dalla borghesia che Fontane descrive con pochi incisivi tratti: un ambiente di idee assai ristrette e molto conservatrici, si detesta sia la memoria di Napoleone, sia i cattolici, sia i moti libertari degli studenti, si invoca in modo retorico la patria, si osserva una religione di facciata, ci si scandalizza per i romanzi di Zola. 

Tutto ciò diventa oppressivo per Effi. Incomincia ad avere strane impressioni, teme i fantasmi, viene turbata da una misteriosa storia accaduta anni prima (qui il romanzo risente un po’ del gotico inglese e Fontane era un ammiratore della letteratura inglese).

Entra un po’ in confidenza con Roswitha, una giovane cameriera, che al suo paese era stata quasi uccisa dal padre, un contadino, perché incinta e le era stata tolta la sua neonata data in “adozione” a chissà chi (queste estreme violenze accadevano realmente allora).

Dopo poco tempo Effi ha una bambina che ama molto e verso cui il padre ha un comportamento cortese ma non affettuoso, che invita sempre al dovere.

Finché nella cittadina non arriva il maggiore Crampas. Ex commilitone di Innstetten, Crampas non ha nessuna particolare qualità ma neppure grandi difetti, ha i capelli e i baffi biondi rossicci, è noto per fare una discreta corte alle signore nonostante abbia una moglie depressa e due figli. 

Effi non rimane particolarmente colpita da lui, lo frequenta più per solitudine che per altro anche se Innestenn non approva le loro cavalcate sulla spiaggia d’inverno del mar Baltico. 

Sarà Crampas a trascinare Effi in una relazione sentimentale ma l’adulterio non è il tema del romanzo, il tema è un formidabile atto di accusa verso la società bismarckiana. La cosa più sorprendente è che esso provenga da un borghese, un distinto farmacista che aveva la bizzarra mania di scrivere romanzi. “Effi Briest” ci ricorda che la società emana norme e comportamenti severi e che diventa crudele verso chi osi innocuamente infrangerli.

Probabilmente fu questo ad attrarre Fassbinder – l’adeguamento alle convenzioni sociali che può condurre al crimine. 

E ciò rende “Effi Briest” un romanzo sempre attuale. 

Non sono mancati paragoni con “Anna Karenina” (1877) di Lev Tolstoj e “Madame Bovary” di Gustave Flaubert (1856) anche se sono romanzi molto diversi fra di loro. Effi Briest nella sua vivace ingenuità è molto tedesca così come Anna Karenina è profondamente russa e Emma Bovary una francese di provincia. 

Fontane registra accuratamente gli stati d’animo della sua eroina facendo di questo romanzo anche un romanzo psicologico. 

Presumibilmente “Effi Briest” sarebbe piaciuto allo psicoanalista Erich Fromm che scrisse un saggio sui danni del conformismo, “Fuga dalla libertà” (1941).

Thomas Mann lo pose tra i sei libri che avrebbe portato con sé e il suo dissidio tra vita borghese e vita d’artista o sregolata ha qualche analogia con la vitalità di Effi Briest e la rigidità di Innestenn.

Tra parentesi, un personaggio del libro al quale sono dedicate solo poche righe si chiama Buddenbrook. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Lutz Seiler: “Stella 111” (Utopia Editore, trad. Paola Slaviero), di Claudio Musso

In queste pagine Lutz Seiler racconta i mesi immediatamente successivi al crollo del Muro di Berlino, ma non ne fa un romanzo storico né una cronaca politica. La DDR non viene mai nominata, la riunificazione resta sullo sfondo come un’eco lontana: al centro c’è un tempo sospeso in cui le certezze si sono dissolte e il presente diventa l’unico terreno da abitare. Tutto sembra avvenire fuori dal quotidiano in una dimensione che sfugge alla linearità della storia e che restituisce con forza l’esperienza di chi, in quel 1989, ha vissuto più il vuoto lasciato da ciò che era crollato che la promessa di ciò che sarebbe venuto.

Il titolo rimanda a una radio legata all’infanzia di Karl, il protagonista di questo romanzo: un oggetto che evoca un passato sereno, fatto di armonie familiari e scoperte, che non ha altro ruolo se non quello di segnale affettivo e memoria di un tempo perduto. Quel ricordo contrasta con l’animo inquieto del giovane, nutrito da una parte torbida e irrisolta. Karl porta con sé un passato disadorno e un rapporto disturbante con i genitori: li abbandona nella Turingia Orientale e li ritroverà anni dopo. La radio rappresenta allora un frammento di infanzia felice ma anche il limite oltre il quale quella felicità non si è più ripetuta.

L’incipit sorprende: non è il figlio, come molti suoi coetanei, a fuggire verso l’Ovest, ma i genitori, «interpreti principali della consuetudine», con una fuga studiata da tempo, a partire, lasciandogli la casa in una sorta di passaggio di consegne. Karl non cerca stabilità, non rincorre il benessere, ma si dirige, a bordo della sua eccentrica Zighuli, verso Berlino Est, verso la soglia dove si incontra la Storia. Qui si rifugia in una delle tante società a nicchia popolata da artisti, poeti, squatter, visionari e persone che si rifanno la carta di identità. Un luogo che si colloca ai margini sia fisicamente, nelle zone degradate della città, sia ideologicamente, fuori dalla propaganda ufficiale. E trova randagi come lui, senza più collari imposti, che cercano di fare branco e che popolano una sorta di libero ‘parco giochi’ di utopie. Al contempo si immerge in un tempo provvisorio, affidandosi alla precarietà e al qui e ora come forma di vita possibile, preferendo il margine alla sicurezza e la comunità improvvisata ma affiatata al modello dominante. Perché c’è un istante nella storia in cui tutto sembra possibile e nulla è ancora deciso. È quello tra un non più e un non ancora in cui le regole si allentano, i sogni si affacciano senza filtri e la mente elabora.

È qui che la dimensione psicologica si intensifica: nei volti dei personaggi che incontra, figure eccentriche, radicali, spesso borderline, Karl sembra ritrovare non solo nuovi compagni di strada, ma anche riflessi di sé, specchi deformanti che gli rimandano frammenti del proprio passato e di quello che non ha avuto modo di essere. Alcuni incontri hanno la concretezza ruvida del reale quotidiano, altri assumono quasi la consistenza del fantasma. Quelle cantine lasciate al logorio del tempo, quegli appartamenti abbandonati diventano così anche un nuovo spazio interiore in cui Karl, lasciandosi alle spalle «l’intero squallore della sua insufficienza» affronta i propri irrisolti e misura la propria capacità di trasformarli in possibilità di vita e, al contempo, di farne, senza sconti, la tara.

In quella che poi diventerà la celebre Prenzlauer Berg egli lavora come muratore e cameriere nel bar sotterraneo Assel, stringe legami con chi, come lui, sperimenta un’esistenza fuori dalle regole. Questa vita collettiva è instabile ma intensamente vitale: l’esperienza del presente prende il posto del futuro che non si conosce e del passato che non offre più appigli. Anche i genitori, dall’altra parte della cortina, scoprono che l’Ovest non è un approdo sereno ma un nuovo inizio fatto di difficoltà e adattamenti. Seiler mostra così che nessuno, in quel passaggio epocale, trova garanzie immediate: l’unico modo di esistere è muoversi nell’incertezza, trasformando la fragilità di passi incerti in possibilità.

La peculiarità del libro risiede soprattutto nella scrittura. Seiler proviene dalla poesia e si avverte: la sua prosa è densa, sensoriale, capace di trasformare gli oggetti quotidiani – una stufa, un mattone, un asello, una radio – in simboli vivi, dotati di una risonanza che travalica la materia. Ogni dettaglio diventa concreto e insieme poetico, restituendo non solo l’atmosfera di un’epoca ma la sua vibrazione più intima. Non è una lettura immediata: il testo è complesso, stratificato, ma proprio per questo riesce ad appagare il lettore con la ricchezza di immagini, la profondità dei personaggi e la densità di significati che emergono pagina dopo pagina, grazie anche all’attenta e vibratile traduzione di Paola Slaviero.

Da questa esperienza, controcorrente e, al tempo stesso, nella corrente, per Karl nasce l’approdo alla scrittura: non un gesto estetico ma la necessità di dare voce a un presente che altrimenti resterebbe muto. La poesia diventa l’unico modo per orientarsi in un mondo in trasformazione, per dare forma a ciò che è fragile, instabile, ma intensamente vissuto. Nello scrivere poesie egli attua una ricerca di identità in un mondo che gli sfugge, un gesto di resistenza contro la dispersione e la disgregazione che vede intorno a sé, un vissuto da elaborare per trasformare la propria esistenza in un linguaggio durevole, l’appartenenza ad una tradizione inserendosi, sopravvivendo, ad una comunità invisibile di voci.

“Stella 111” è dunque il romanzo di un passaggio: non documenta la storia, ma la trasfigura in esperienza universale. Racconta come, nel momento in cui le strutture di riferimento crollano, diventa possibile reinventarsi e cercare nuove forme di libertà e di definizione. Il gesto di Karl – lasciare la città per rifugiarsi nelle sue nicchie – non è soltanto un atto di ribellione, ma il tentativo di plasmare da sé la vita: perdersi pienamente, senza se, fuori dalla norma e dall’incasellamento, per poi ritrovarsi. È in questo smarrimento volontario che il testo trova la sua forza, come un invito a interrogarsi su cosa significhi oggi davvero abitare il presente quando ogni cornice sembra dissolversi. E, una volta compiuto questo primo passaggio decisivo, dare libero sfogo a forme espressive e strumenti interiori per orientarsi perché solo chi riesce a trasformare un tracciato di vita disorientata in occasione di riscatto può sentirsi veramente ‘a casa’ nel tempo che gli è dato.

Perché l’abitare l’oggi non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma un compito quotidiano, un esercizio di attenzione e di invenzione. È, riprendendo Rilke, vivere le domande. Così forse un giorno, senza accorgercene, vivremo dentro le risposte.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Perché leggere la letteratura tedesca: quattro romanzi per affrontare le domande che contano, di Claudio Musso

C’è chi dice che la letteratura tedesca sia ‘difficile’. Troppo seria, troppo filosofica, troppo cupa. Eppure, se mai c’è stato un tempo in cui valga la pena riscoprirla, è questo. Perché, più di altre, sa andare a fondo. Sa raccontare il buio senza cedere al nichilismo e, al tempo stesso, interrogare senza semplificare. In un’epoca come la nostra di rumore, slogan e risposte immediate, essa ci offre invece domande lente, necessarie, vitali. Non è una letteratura che consola. Non intrattiene ma trattiene noi lettori in una ragnatela da cui possiamo uscire se scorgiamo i fili che ci legano o dai quali ci lasciamo legare per liberarci.

Ed allora ecco quattro romanzi che, ciascuno a modo proprio, possono aiutarci a orientare lo sguardo in questo presente frastagliato. Ecco quattro ‘mattoni’, non solo di pagine ma di sostanza, che sono quelli che ci permettono di costruire per creare qualcosa o proteggerci.

Heinrich von Kleist, Michael Kohlhaas (trad. Paola Capriolo, Marsilio)

Giustizia e disobbedienza: quando la legge non basta.

Michael Kohlhaas è un commerciante di cavalli onesto, scrupoloso, fedele al diritto. Ma un giorno subisce un’ingiustizia che le autorità si rifiutano di sanare. Da quel momento la sua vita cambia: si trasforma in un vendicatore, guida una rivolta, sfida apertamente il potere. È un uomo che crede nella giustizia fino a diventarne vittima. Leggere oggi Kohlhaas significa riflettere su quanto può essere sottile il confine tra legalità e giustizia, tra ribellione e responsabilità morale. È una parabola inquietante e profonda che ci parla del senso di impotenza di fronte a istituzioni opache e contraddittorie. Un’esperienza fin troppo attuale?

«Poiché era uno degli uomini più integri, e allo stesso tempo più terribili, del suo tempo

Kleist non offre modelli morali rassicuranti, ma una domanda: cosa succede quando il diritto non difende più chi ha ragione? Esistono modi per non abbandonarsi alla giustizia privata?

Christa Wolf, Trama d’infanzia (trad. Anita Raja, e/o)

Memoria, colpa, coscienza: la Storia dentro di noi.

Christa Wolf torna alla propria infanzia vissuta sotto il nazismo e la rilegge alla luce del presente, nella Germania Est. È un tentativo sofferto, spesso ambiguo, di interrogare sé stessa e il proprio sguardo di bambina: perché non ha visto? Perché non ha capito? Cosa resta di quella bambina in lei, oggi? Trama d’infanzia è un romanzo, non tra i più noti in Italia, che parla del passato come materia viva, mai davvero superata. Oggi, in tempi di rimozioni rapide e di verità riscritte, ci invita a una forma di memoria vigile e intransigente.

«Può darsi che il nostro compito più importante sia quello di non dimenticare

Wolf scrive come chi scava nella propria voce per trovare un senso più grande. È un libro che ci insegna che la coscienza si costruisce lentamente. Nella fatica della memoria.

Franz Kafka, Il processo (trad. Ervino Pocar, Mondadori)

L’alienazione dell’individuo nell’era dell’assurdo

Josef K. si sveglia una mattina e scopre di essere stato arrestato. Nessuno gli dice perché e gli spiega nulla. Inizia così un processo senza accuse, in un tribunale senza regole, in un sistema che sfugge a ogni logica. Kafka non costruisce solo un incubo: descrive un’esperienza profondamente moderna. Nel mondo di oggi, tra burocrazie impersonali, algoritmi oscuri, decisioni che ci riguardano ma che non comprendiamo, il romanzo risuona con una forza nuova. È il racconto di chi cerca un senso dove il senso è stato cancellato.

«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.» 

Kafka, sempre variamente interpretato e interpellato, certamente non ci rassicura. Ma ci aiuta a nominare l’assurdo e a resistervi. Ci invita a non accettare l’opacità come destino.

Jenny Erpenbeck, Di passaggio (trad. Ada Vigliani, Sellerio)

Una casa, cento anni, mille identità tedesche

Una casa sulle rive di un lago del Brandeburgo è la vera protagonista di questo romanzo. Passa di mano in mano, di epoca in epoca: una domestica ebrea costretta a fuggire, un funzionario nazista, un artista della DDR, una scrittrice della Germania riunificata. Ogni stanza, ogni oggetto, ogni albero ha una memoria. Erpenbeck racconta la storia tedesca del Novecento senza farne una lezione di storia. Lo fa attraverso le tracce lasciate da chi è passato: amori, lutti, silenzi. In un tempo segnato da smarrimenti identitari e fratture storiche, Di passaggio è una riflessione poetica su ciò che resta e su cosa significa “casa”.

«La casa sa tutto quello che accade.» 

Non esiste luogo neutro: anche i muri ascoltano. Anche le pietre hanno una storia da raccontare. In tempi di migrazioni e dislocamenti, è un libro di radici e di mutamento.

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Ciò che unisce questi quattro romanzi non è un’estetica comune o un’ideologia condivisa, ma è un’attitudine: la volontà di interrogare, in profondità, l’uomo, la storia, il potere, la responsabilità, il linguaggio. Leggerli oggi non significa cercare risposte immediate, ma aprirsi a domande che resistono. Sono opere esigenti, sì. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di letture che non semplifichino, che non blandiscano o cullino. Come scriveva Cesare Cases, la letteratura, e in particolare quella tedesca, ha questo compito essenziale:

«non ci dà risposte, ma ci pone le domande decisive

E in tempi incerti, che sempre ci saranno, è proprio dalle domande che dobbiamo ripartire.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.