Friedrich Dürrenmatt: “Romolo il grande” (trad. A. Rendi, Marcos y Marcos), di Maurizia Maiano

Friedrich Dürrenmatt è un artista eclettico: scrittore, drammaturgo e pittore.

Nasce a Konolfingen, nell’Emmental svizzero, e attraversa il Novecento come una delle voci più lucide e spietate della sua crisi morale. Esordisce come autore di romanzi gialli, e sarà proprio il genere poliziesco a diventare progressivamente lo spazio privilegiato in cui mettere a fuoco le fratture profonde tra morale e logica. In Dürrenmatt, infatti, l’indagine sul crimine non conduce mai a una ricomposizione ordinata del reale: al contrario, si trasforma in un dispositivo filosofico che smaschera l’illusione di una razionalità capace di fondare la giustizia.

Opere come Il giudice e il suo boiaIl sospetto, La visita della vecchia signora e I fisici mostrano come il giallo, anziché rassicurare, diventi il luogo dell’ambiguità. La logica investigativa non garantisce la verità, né tantomeno la giustizia: il caso, l’errore, l’imprevisto irrompono costantemente, incrinando ogni costruzione morale coerente. La colpa non coincide con la responsabilità, la punizione non ristabilisce l’ordine, e il senso ultimo sfugge proprio nel momento in cui sembra a portata di mano. Il mondo di Dürrenmatt non è ingiusto perché irrazionale, ma perché razionalizzato fino al paradosso.

Lessing, Kafka e Brecht sono gli autori a cui Dürrenmatt più apertamente si ispira, e il suo lavoro riesce a intrecciare le forme attraverso cui essi esercitano una critica radicale della società. Dell’universo kafkiano eredita l’estraneità vissuta, concreta e sofferta, e quei mondi grigi in cui l’individuo è schiacciato da apparati incomprensibili. Da Brecht assume la funzione critica del teatro, pensato come strumento per smascherare i meccanismi dei rapporti sociali; ma in Dürrenmatt questa funzione si trasforma in grottesco, caricatura, paradosso. È proprio qui che si colloca la sua originalità: la tragedia moderna non è più solenne, ma assurda, e l’uomo non è vittima di un destino metafisico, bensì di sistemi razionali che pretendono di governare il mondo e finiscono per renderlo inabitabile.

Non è un caso che Dürrenmatt definisca la Svizzera una prigione (ein Gefängnis). Lo scrittore fu effettivamente spiato dalla Bundespolizei, la polizia federale elvetica, insieme a circa 800.000 cittadini considerati di simpatie progressiste. Nel 1966 affermò che la Svizzera sta diventando uno Stato poliziesco con una facciata democratica, confermando come la sua critica non fosse solo letteraria, ma profondamente politica e vissuta.

Muore il 14 dicembre 1990 a Neuchâtel, in seguito alle conseguenze di un infarto. Solo un anno prima aveva pubblicato la sua ultima opera, La valle del Caos, testo di riflessione estrema e quasi testamentaria. A Neuchâtel, nel 2000, è stato inaugurato il Centre Dürrenmatt Neuchâtel, centro interdisciplinare sorto intorno alla casa dello scrittore, che conserva anche una parte significativa della sua produzione pittorica, a testimonianza di un pensiero che ha sempre attraversato, senza separarle, arte, filosofia e politica.

… Augusto, Domiziano, Tiberio, Caracalla, Giulio Nepote, tutti buoni da fare in pentola

Il Caos governa le vicende umane, quelle quotidiane degli uomini comuni e quelle eccezionali dei Grandi. E’ così nella piècteatrale  La Visita della vecchia Signora e in Romolo il Grande, che di Grande ha solo la pacata rassegnazione con cui accoglie la consapevolezza della fine.

Dürrenmatt si serve della tecnica smascheratrice di Brecht sebbene sia, nell’apparenza, antibrechtiano. Dopo il 1945 l’egemonia teatrale passa dalla Germania alla Svizzera. Dalla Svizzera giunge la tragicommedia dell’assurdo. Quello di Dürrenmatt è un teatro grottesco, impastato in una realtà che non pretende di comprendere fino in fondo: ne coglie le contraddizioni, ne smaschera le aporie, ma rinuncia consapevolmente all’illusione di indicarne la giusta via. 

La Germania, scrive Ladislao Mittner, autore di un’opera omnia sulla letteratura tedesca, che conosceva in tutti i suoi anfratti più reconditi,  non creò una nuova tragedia perché troppo impegnata a vivere la sua, o preferiva dimenticare il proprio passato occupandosene il meno possibile. 

Il grande teatro di Brecht è forse il presupposto dell’analisi spietata che Dürrenmatt fa della realtà? Una realtà che non ha bisogno di tecniche di straniamento per essere interpretata e trasformata, in quanto estraniante essa stessa. Sono gli stessi personaggi in Dürrenmatt che riescono a guardare con lucidità e distacco la realtà. Brecht aveva dimenticato che il mondo, o meglio, la società, non è composta da robots ma da uomini i cui comportamenti sono difficilmente prevedibili e il caso ha spesso la sua parte in tutto (Il giudice e il suo boia – Friedrich Duerrenmatt). Cosa resta da fare se non guardare con consapevole e a volte drammatica, a volte velata ironia se stessi e il mondo che, invano, attende di essere cambiato? Forse proprio questa è la via più feconda: una forma di straniamento di matrice brechtiana piegata però al pessimismo consapevole di Dürrenmatt, il quale non mira a trasformare la realtà, perché è convinto che essa, in quanto tale, non sia trasformabile. E tuttavia, Brecht e Dürrenmatt giungono entrambi a una critica radicale del sistema, pur muovendo da presupposti diversi: da un lato l’uomo come prodotto delle strutture sociali; dall’altro l’uomo come soggetto capace di assumere il proprio destino e che, nella consapevolezza della fine, diventa l’unico in grado di cambiare o almeno  di voltare pagina quando giunge il momento.  Solo così può essere mutato il corso della storia anche se rimarrà l’eterno dubbio se ciò che sarà potrà essere migliore di ciò che è stato. I suoi eroi non mancano mai di coerenza nella loro volontà di accettare l’assurdo esistenziale. Inseguono, oserei dire in modo divertito e grottessco, Aletheia – ἀλήθεια – lo svelamento della verità.

Romolo Augustolo è l’ultimo imperatore romano e merita l’epiteto di Grande perché regna senza ambizione di potenza, rifiutando di governare secondo le logiche del dominio: una grandezza paradossale, estranea al potere perché più morale che politica.

E’ pigro, grossolano si è votato per motivi pratici alla pollicoltura ed i suoi polli portano tutti il nome di imperatori: Augusto, Domiziano, Tiberio, Caracalla, Giulio Nepote, tutti buoni da fare in pentola. Possiede anche una gallina di nome Odoacre che gli è profondamente simpatica e di cui gradirebbe gustare un uovo ogni giorno a colazione.  Dai Germani, osserva Romolo, bisogna prendere ciò che di buono hanno da offrire, dal momento che stanno arrivando. E mentre egli resta impassibile di fronte agli eventi che sconvolgono l’Impero, Giulia, sua moglie, e Zenone, imperatore d’Oriente, sono profondamente inquieti. Essi individuano nella caduta di Roma, di fronte all’avanzata dei Germani, una crisi innanzitutto spirituale: il venir meno della fiducia nei propri valori morali  nel significato stesso del compito storico dell’Impero. Occorre recuperare la fede dei grandi imperatori del passato Cesare, Augusto, Costantino. Crediamo, afferma Romolo; l’azione verrà da sé, risponde Zenone. Ma Romolo dubita profondamente che la fede possa ancora tradursi in salvezza. Egli si assume così una responsabilità estrema: fermare la storia lasciandola fallire.

Come salvare l’Impero? Come ogni impresa che si rispetti, anche Roma può trovare ottimi acquirenti, sebbene rozzi. Cesare Rupf è un semplice fabbricante di calzoni, ma il denaro, si sa, risolve ogni cosa. Offre dieci milioni per avere  in cambio la mano della figlia di  Romolo e sgombrerà l’Impero,  non ha alcun interesse a governarlo. Romolo si oppone: la grandezza di un Impero non può fondarsi sulla rinuncia alla libertà personale né su un’imposizione che leda la dignità altrui; se questo è il prezzo da pagare, allora è meglio che tutto venga consegnato alle fiamme.

Romolo non è tuttavia un nichilista, ma un giudice della Storia. Non vuole salvare Roma perché salvarla significherebbe perpetuare un sistema ingiusto. In questo senso è una figura profondamente novecentesca, segnata dall’ombra delle dittature e delle guerre mondiali.

Particolarmente significativa è la riflessione di Romolo, che rivolgendosi alla figlia, pronta a sacrificarsi sposando Rupf, afferma che non bisogna amare la patria più di ogni altra cosa. Anzi, della patria occorre sempre diffidare, non sempre conosciamo gli interessi che  nasconde.  Che senso ha mantenere in piedi un Impero fondato sulla massa dei cadaveri dei propri figli e di quelli altruisulle vittime sacrificate nelle guerre per la gloria di Roma?

È in questo punto che letteratura austriaca e svizzera si incontrano nel loro comune rifiuto del nazionalismo tedesco. Ulrich, protagonista de L’uomo senza qualità di Robert Musil, affermava con acuta ironia, in un tema scolastico sull’amor di patria – tema che suscitò grande agitazione tra insegnanti e compagni – che il vero amico della patria non può considerare la propria patria come la migliore, consapevole dei pericoli cui conduce un eccesso di amor patrio.

Il finale porta la consapevolezza del paradosso fino al grottesco. Odoacre e Romolo scoprono di avere interessi comuni: l’uno non è venuto per uccidere l’altro, ma per proporgli di governare insieme e salvare l’Impero dalla sanguinosa grandezza di Teodorico. La storia, ancora una volta, si rovescia in farsa: l’invasore si fa giusto, il vinto ragionevole, e la salvezza dell’Impero coincide con la rinuncia all’eroismo. È l’ultima ironia tragica di Dürrenmatt: quando finalmente la pace sembra possibile, essa emerge dall’esaurimento delle ambizioni e delle glorie.

Nel caos che governa la storia, la pace non nasce dalla vittoria ma dall’esaurimento dell’eroismo, e ciò che appare come fine non è che l’ennesima variazione dello stesso disordine.

Romolo vorrebbe che Odoacre mettesse fine alla sua vita. Odoacre non se la sente, ama Romolo e cerca di fargli capire che la sua morte sarebbe soltanto assurda, il nemico è nonostante tutto un essere umano e vuole agire secondo giustizia, gli concederà una pensione, è l’unica soluzione. Per quest’ultimo questa è la situazione più penosa che gli possa capitare. Odoacre da parte sua vive anche un terribile momento: dovrà uccidere il nipote Teodorico ed è Romolo che lo fa riflettere. Uccidere Teodorico significa farne nascere altri cento, sangue e vendetta non potranno che portare sangue e vendetta. Il popolo vuole avere la sua epoca eroica e non si può fare nulla per impedirlo.

I destini dei due imperatori sembrano ricongiungersi nella coscienza della fine. Uno vorrebbe liberarsi del suo passato e l’altro del suo futuro. Entrambi hanno sbagliato perché si sono lasciati guidare da  vuoti fantasmi, perché non si può avere alcun potere su ciò che è stato e ciò che sarà. Il loro potere si estende soltanto al presente a quel presente che ora li sconfigge. L’unica soluzione è quella di donare pace ai Germani ed ai Romani, anni che saranno dimenticati perché privi di eroismo, ma anche i più felici in questo mondo tormentato.

La fine è già scritta. Il presente è Teodorico che ucciderà entrambi, questo finale storico non è in serbo per la pièce teatrale. Qui Romolo e Odoacre si confrontano con il caos della storia e il paradosso morale del potere.

Odoacre non uccide Romolo e propone collaborazione. Soluzioni non ce ne sono, dobbiamo solo far finta che ce ne siano. Il mondo sarà sempre uguale a se stesso, un impero si sostituirà ad un altro, un imperatore ad un altro, cambierà nel nome  nella forma, ma non nella sostanza.

Dürrenmatt smonta l’idea eroica del sovrano: il potere non redime, anzi produce colpa e Romolo si assume una responsabilità estrema: fermare la storia lasciandola fallire. Il fallimento è una scelta etica. Non agire può essere più morale che agire male. Un evento storico tragico si trasforma in un triangolo morale, dove il potere, la guerra e la storia appaiono come un caos regolato solo dall’ironia tragica: anche chi vince è intrappolato nell’assurdità della storia e nella perpetua instabilità del mondo.

La Storia è una farsa tragica, non è epica,  è assurda, burocratica, spesso ridicola.

Bibliografia

Ladislao Mittner – Storia della letteratura tedesca

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Thomas Bernhard : “Il nipote di Wittgenstein. Un’amicizia” (Adelphi, trad. Renata Colorni) – Maurizia Maiano

Il libro, dedicato all’amico Paul Wittgenstein, inizia con una sua esplicita richiesta a Bernhard:
“Duecento amici verranno al mio funerale e tu dovrai tenere un discorso sulla mia tomba.”
In realtà, al funerale andarono soltanto nove persone, e lo stesso Bernhard non poté essere presente, perché si trovava a Creta. Resta quindi il libro come testimonianza della profonda amicizia tra i due.

Paul Wittgenstein è il nipote del più celebre Ludwig Wittgenstein, autore del Tractatus Logico-Philosophicus. Il racconto è bellissimo: due persone legate da un’amicizia profonda, nonostante sembrino non aver condiviso molti momenti, trovano nel reciproco legame il confronto con un mondo dominato dalla finzione. La loro realtà autentica è fatta di malattie, ossessioni e sofferenze condivise, uno “spazio” in cui si riconoscono e che sentono vivo.
Entrambi erano ricoverati in ospedali vicini: Paul nel Padiglione Ludwig — un manicomio — e Bernhard nel Padiglione Hermann, un tubercolosario. Due strutture situate a circa duecento metri di distanza su due colline di Vienna. Entrambi avevano abusato della propria vita in modi diversi, manifestando un’avversione profonda verso se stessi. Quando quest’avversione raggiunse il suo culmine, ci furono i rispettivi ricoveri, che li plasmarono e li ristabilirono.
Questa convivenza con la malattia, vissuta in contesti così opposti (la comunità di “pazzi” e quella dei “tubercolosi”), riflette la condizione umana come un costante rapporto con ciò che ci circonda. Paul e Bernhard erano uguali e diversi allo stesso tempo. Paul, ad esempio, si commuoveva davanti ai poveri: una volta scoppiò in lacrime vedendo un bambino povero al Traunsee, cogliendone l’innocenza e l’indigenza. Bernhard, però, vide invece la madre astuta che aveva messo lì il bambino per suscitare pietà.
Questa scena rappresenta una chiave di lettura del Tractatus Logico-Philosophicus: i fatti sono ciò che vediamo, ma ciò che vediamo dipende dalla nostra prospettiva. Paul vede solo il bambino, Bernhard anche la madre, e così la realtà, i fatti, possono ingannare. È un richiamo all’inganno dell’informazione e del potere che può condizionarci con ciò che ci fa vedere o non vedere.

L’inganno della percezione si manifesta anche in momenti pubblici, come quando un ministro tiene una laudatio per Bernhard leggendone quattro appunti scritti da funzionari ignoranti e raccontando delle falsità su di lui (ad esempio che avrebbe scritto romanzi d’avventura o sarebbe uno straniero in Austria). Bernhard rispose con poche, frasi memorabili: l’uomo è un essere abbietto e la morte è certa per ognuno. Il ministro, furioso, lo insultò e se ne andò sbattendo la porta, seguito da tutti gli altri, compresi gli artisti e i critici letterari. Solo Paul rimase accanto a Bernhard, orripilato ma anche divertito dall’accaduto.

Il libro vuole essere il miglior elogio funebre per Paul, un amico che aveva profondamente migliorato la vita di Bernhard, rendendola possibile nonostante tutto. Le pagine fissano l’immagine di Paul, mettendo in luce ciò che li accomunava e ciò che li divideva. Non si tratta di un’amicizia semplice e spontanea, ma di un legame elaborato con fatica, mantenuto con cautela per proteggere la fragilità di Paul.
La narrazione si chiude con una passeggiata di Bernhard per Vienna: lo Stadtpark, il Cafè Sacher — un luogo dove veniva rispettato e mai disturbato — e il Braunerhof, il tipico caffè viennese che, pur infastidendolo, frequentava per l’insopprimibile sindrome dei viennesi di “andare al caffè”.

Paul si lasciò dominare dalla propria follia; Bernhard ne fece invece uno strumento di vita, ma forse proprio questa differenza rende la sua follia ancora più estrema.
L’amicizia tra i due è curiosa e complessa: Bernhard temeva l’incontro con Paul se questi si fosse presentato “nel suo abbigliamento da pazzo”, consapevole che Paul era il suo specchio e forse temeva se stesso. Per Paul era più semplice fare visita a Bernhard che viceversa. Questa ambivalenza rimane una domanda aperta, per una delle storie d’amore più strane e vere che abbia mai letto.

Informazioni sull’opera:
Il nipote di Wittgenstein (titolo originale: Wittgensteins Neffe) è stato scritto da Thomas Bernhard nel 1982. La traduzione italiana, pubblicata da Adelphi nella collana Fabula (2013), è curata da Renata Colorni.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Appunti sul Faust di Goethe, di Maurizia Maiano

Johann Wolfgang von Goethe nasce nel 1749 a Francoforte da una benestante famiglia borghese. La cultura dell’epoca è sintetizzata nelle sue opere. Nel Prometeo c’è tutto lo Sturm und Drang, ne I dolori del giovane Werther tutta la passione romantica che rompe con la ragione dell’Illuminismo, nella trilogia del Wilhelm Meister l’evoluzione del borghese dal momento della rivolta contro la propria famiglia fino al suo inserimento sociale come medico per operare in modo attivo nella società ed essere utile agli altri.

Il”Faust” riflette un personaggio storico effettivamente esistito: Johannes Georg Faust, nato nel 1480 nel Wuettenberg, che si attribuiva straordinarie qualità, ma era solo un intelligente ciarlatano. L’opera tutta possiamo considerarla espressione del classicismo di Weimar su cui si consoliderà l’amicizia tra Schiller e Goethe. Il Faust come sintesi letteraria della filosofia kantiana e dell’ Inno alla gioia di Beethoven.


Per avere accesso al significato profondo del Faust di Goethe bisogna cercare di spiegare la parola chiave per comprenderlo: la ”Sehnsucht,” termine romantico che non è nostalgia, nel senso in cui comunemente la intendiamo, ma desiderio del desiderio, tensione inappagabile che il Faust vorrebbe superare proprio stipulando il patto con Mefisto. Quest’ultimo avrebbe potuto conquistare la sua anima qualora Faust fosse riuscito a dire all’attimo: ”fermati sei bello”-“verweile doch, du bist so schön”- Faust non vorrà raggiungere fama, gloria e potere come il Faust di Marlow, ma semplicemente sentirsi appagato anche per un solo attimo nella sua vita. Il Faust di Goethe è la sintesi dell’essere Uomo e delle sue alterne vicende. Ma perché Faust, nonostante i suoi innumerevoli errori, sarà alla fine salvato? Nel prologo, nel dialogo tra il Signore, der Herr, e Mefisto, il primo affermerà che “l’uomo nella  sua tensione oscura  è sempre cosciente della retta via – der Mensch in seinem dunklen Drang ist des rechten Weges wohl bewusst”. In parole semplici l’azione ci induce all’errore. Così la romantica Sehnsucht  è in contrapposizione all’ideale classico, che sarà ricerca di equilibrio tra mondo esteriore e mondo interiore, tra tensione idealistica e senso della realtà, consapevolezza dei limiti che dobbiamo pur porci e diventa, in senso positivo,  lo “Streben nach” il tendere verso qualcosa, il motore di ogni azione umana. Essa è l’elemento determinante del Bildungsroman, Romanzo di formazione,  a cui il Faust, anche se conosciuto comunemente come tragedia, appartiene. E’ la Sehnsucht, lo Streben nach (il tendere verso qualcosa) che porteranno l’io narrante a raggiungere, attraverso l’Erfahrung, esperienza e l’Erlebnis, esperienza vissuta, l’Erfuellung, la realizzazione di sé, la pienezza.  Faust, desideroso di sapere, si rende conto di non saper nulla. Il suo è un sapere libresco, ciò che gli manca è la vita reale.


Il primo tentativo di Mefisto per conquistare l’anima di Faust è quello di condurlo nella Cantina di Auerbach a Lipsia tra gli studenti, ma egli non si sente attratto da quella vita. Mefisto lo porta, allora, nella cucina della strega dove viene ringiovanito. Gli farà poi conoscere Margarethe dalla quale si sentirà fortemente attratto, ma ciò che attrae Faust è la semplicità di Margarethe, è il vederla felice nel suo piccolo mondo. Affinché si consumi la storia d’amore tra i due sarà la stessa Margarethe a somministrare alla propria mamma un sonnifero che purtroppo sarà letale. Faust sedurrà la giovane abbandonandola subito dopo. Sarà sfidato a duello dal fratello di lei che ne vorrà vendicare l’onore. Mefisto condurrà Faust sul Brocken per fargli vivere la famosa notte di Valpurga abbandonandosi ai piaceri, ma egli è richiamato dall’immagine di Margarethe, donna –amore contro la donna –lussuria, ritornerà da lei e la troverà in prigione in quanto infanticida. Faust vorrebbe farla fuggire, ma lui è lì per il suo dovere di uomo, non per amore. Lei lo capisce e dichiarerà la sua volontà di espiazione.
Le successive esperienze di Faust sono legate al mondo della politica. Alla corte dell’imperatore insieme a Mefisto rimetterà a posto le finanze dello Stato.
 Lunga è la via della conoscenza ed anche l’Arte è un gradino nel percorso della conoscenza e della comprensione del senso della vita. Mefisto evocherà Elena di cui Faust si innamorerà. Elena simbolo della bellezza e dunque dell’Arte. L’unione tra Elena e Faust rappresenta l’incontro tra il mondo nordico-romantico e quello greco-classico. Dalla loro unione nascerà Euforione che ha la bellezza della madre ed il titanismo faustiano. Grecità classica e titanismo non sono equilibrati. L’elemento dionisiaco prevarrà in lui e sarà causa della sua fine. Euforione morirà lanciandosi, novello Icaro, da una rupe per unirsi a coloro che combattono in Grecia per la libertà, morendo chiede alla madre di non abbandonarlo, lei lo abbraccia e insieme svaniscono nel nulla, a Faust rimane tra le mani solo il velo di Elena. L’incontro con Elena, l’incontro con l’Arte, è un altro gradino dell’esperienza faustiana, ma non rappresenta l’assoluto, esso costituisce un momento nella formazione dell’individuo, ma non può sostituirsi alla realtà. L’Arte non può essere tutto nella vita dell’uomo, non è il suo ultimo senso. 
Faust è ora chiamato dall’imperatore che gli affida come feudo un litorale che dovrà strappare alla furia del mare, rendere fertile e qui fondare una nuova società dove gli uomini vivranno in pace e dove regnerà la giustizia sociale. L’idea più alta che l’uomo possa perseguire. Improvvisamente accade l’impensabile, a Goethe non sfugge niente del comportamento umano. Faust lavora alacremente ed in modo instancabile alla fondazione di questa nuova società. La sua è però una società artificiale e meccanizzata, nel suo desiderio di conquista e di potere la ybris non si acquieta e cosi ordina a Mefistofele di cacciare Filemone e Bauci, che li vivevano tranquilli, la capanna viene incendiata e l’anziana coppia muore tra le fiamme. E’ una società giusta quella che Faust crea? E’ una società  giusta che germoglia  da ciò che è ingiusto, “come la crescente  inclinazione ad imporre ciò che è giusto attraverso ciò che è ingiusto,  ma se si scruta in questo nuovo germe del giusto vi si scopre una macchiolina che si dilata “ (Italo Calvino) E’ cosi? La risposta rimane aperta. Ormai Faust è alla fine del suo cammino, la vecchiaia lo sopraffà, diventa ricurvo e cieco. Si sente  in pace e sereno e immagina la felicità degli uomini. Ora finalmente può dire all’attimo: “Fermati sei bello”. Sembrerebbe che Mefisto abbia vinto la scommessa e invece no.
Gli Angeli canteranno: “Es Irrt der Mensch solange er strebt”: “Colui che agisce sbaglia” e “Wer sich  streben immerbemüht, den müssen wir erlösen”, “Chi agisce deve essere salvato”.
Oggi  non abbiamo ancora smesso di porci la domanda: Come perseguire il bene senza fare il male? 

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Thomas Bernhard : “Correzione” (Adelphi, trad. Giovanna Agabio) – Maurizia Maiano

A volte mi passa per la mente di non svelare la storia della mia vita

Thomas Bernhard

L’Impero Austro-ungarico era stato simbolo dell’unità nella molteplicità e dal suo esempio sarebbero dovuti nascere gli “Stati Uniti d’Europa” come era nel sogno di Rodolfo d’Asburgo-Lorena, unico figlio di Franz Joseph e Sissi,  finito tragicamente a Mayerling con la sua amante Maria Vetsera. Dopo la prima guerra mondiale invece si passa dall’ Oesterreich, Regno d’Oriente, all’Austria piccola nazione. Una tra le tante e, rispetto alle altre, destinata a “soccombere”, per usare un termine caro a Bernhard, ovvero a negarsi nella “Grande Germania” e ritrovarsi invasa ed occupata prima dai tedeschi e poi dagli Alleati fino al 1955.

Spesso i destini personali si intrecciano stranamente con quelli più grandi della Storia e sono la cronaca annunciata di un tragico epilogo. Lo spazio dell’Arte diventa vetrina del malessere. In “Correzione”, un romanzo del 1975 dello scrittore austriaco Thomas Bernhard, l’autore utilizza in maniera ricorrente una formula – “così Roithamer” – per sottolineare il carattere tormentato del suo protagonista, ossessionato dalla volontà di correggere il mondo esterno e se stesso, fino al suicidio come correzione estrema. 

Thomas Bernhard nasce nel 1931 in Olanda. La madre, abbandonata dall’uomo che l’ha messa incinta – Thomas non conoscerà mai il padre -, lascia l’Austria per andare da un’amica in Olanda che, non volendola tenere in casa in quello stato, l’accompagna in un convento per ragazze traviate a Herleen. Dopo la nascita, madre e neonato vengono allontanati dal convento e andranno a Rotterdam. Qui il piccolo Thomas sarà lasciato in custodia ad una donna che vive in una barca fino al compimento del primo anno di età, quando madre e figlio torneranno in Austria. Saranno i nonni a prendersi cura di lui e loro le persone che amerà di più. Questi episodi segneranno la vita dello scrittore che sarà in ogni sua fase travagliata e sofferta. Lo accompagnerà il sentirsi non adeguato, mai all’altezza, come colui che è capitato al mondo per caso e la cui vita non è stata desiderata. E la ricerca ossessiva della perfezione sarà il tema più rilevante di “Correzione”, uno dei suoi più importanti romanzi.

Tre sono i personaggi che si muovono nel racconto: Roithamer, figura ispirata al filosofo Ludwig Wittgenstein, Höller l’imbalsamatore e l’anonimo Narratore.

Il romanzo inizia quando ormai tutto si è concluso. E’ una storia che si sviluppa in un presente che è già passato. Roithamer, il protagonista, si è suicidato ed il Narratore viene invitato da Höller per riordinare le opere postume che il comune amico, con disposizione testamentaria, gli ha destinato. Nella soffitta della casa di Höller, che si trova nella valle del fiume Aurach, il Narratore troverà migliaia di fogli sparsi scritti da Roithamer, ma anche il voluminoso manoscritto, ossessivamente corretto, intitolato A proposito di Altensam – la cittadina nell’Alta Austria della famiglia Roithamer – dove si narra tra l’altro della costruzione di una casa a forma di cono. Sarà a forma di cono – simbolo di perfezione, completezza e totalità – la casa ideale che Roithamer vuole costruire per Margaret, la sorella, l’unica che egli amasse nella famiglia. Questa però muore dopo aver visto il cono e Roithamer, schiacciato dalle sue ossessioni, si suicida.

Molte sono le metafore e le simbologie. La soffitta di Höller, curiosa l’assonanza con il corrispettivo tedesco per inferno, diventa  la rappresentazione visuale della mente del Narratore, negli scaffali libri e pagine strappate affisse alle pareti: Novalis, Wittgenstein, Schopenauer, Hegel, Montaigne, Pascal. Spartiti musicali sparsi qua e là.  Si noti la strana coincidenza con la soffitta di Harry Haller ne Il lupo della steppa (1927). Altensam è l’assenza di pensiero, il simbolo di tutto ciò che è gretto nella cultura austriaca, le regole ormai superate, ma ancora da rispettare, i pregiudizi di convenzioni sociali che Freud e, prima di lui Arthur Schnitzler, autore de La signorina Else (1924) e Doppio Sogno (1925) per citare i più famosi, con ironia avevano  iniziato a scoperchiare. La casa a forma di cono è il pensiero martellante di Roithamer, a cui lavorerà  per tutta la vita. Sarà costruita nel Kobernaußerwald e Kobern è una caverna, quindi una casa in un bosco che è una caverna così come la casa di Hoeller, l’Inferno, è stata costruita sull’Aurach. Una soffitta, una similitudine che riproduce la tensione in cui visse Roithamer.  Una casa costruita sulla roccia e tra le cui fenditure, in un punto perfettamente centrale scroscia l’acqua dell’Aurach. E’ come ascoltare voci che vengono dal profondo e che di notte diventano più nitide e più chiare e non ci parlano più in modo sommesso e indistinto. Nell’oscurità del Kobernaußerwald e tra lo scrosciare dell’Aurach incomincia il racconto asfissiante, ripetitivo, martellante della voce del Narratore, dell’amico di Roithamer, così Roithamer.

L’Austria di “Correzione”, l’Austria degli anni ’70 e’80, è un’Austria non ancora cambiata e in cui tutto all’esterno continua a mantenere l’ordine di sempre, che sia imbiancato di neve o che splenda il sole, con i gerani sui balconi o le “Dachslavinen”, lastre di ghiaccio sui tetti e pronte a precipitare  sui marciapiedi, rigorosamente recintatiappena il Föhn, vento caldo proveniente dall’Est, fa alzare la temperatura. L’Austria, la cittadina di Altensam sono questo: “ordine sotto forma di disordine” e lui, Roithamer, l’aveva capito da subito che ad Altensam non ci poteva vivere. Perché il padre lascia la proprietà proprio a lui che odiava? Una risposta c’è! In un’altra sua opera il narratore dirà che “l’eredità è un modo per imbavagliare i propri figli”, che è l’impossibilità ad essere se stessi. I fratelli vivono ad Altensam e sperperano un sacco di quattrini riempiendo il guardaroba di vestiti mentre Roithamer, immerso nel suo studio in un paese straniero, non ha neanche il tempo di comprarsi un paio di pantaloni nuovi. La sua felicità era quella di poter realizzare con i milioni che gli aveva lasciato suo padre, e dopo aver liquidato i fratelli, il suo progetto, la costruzione di un cono, di una casa a forma di cono per rendere felice la sorella. Ma quando il cono, la casa sarà pronta, la casa perfetta sarà pronta, Margaret morirà. Il cono stesso, l’emblema per eccellenza della ricerca di perfezione nell’ordine, è destinato a dissolversi nella natura dopo la morte della sorella. Semplice, panta rei, tutto scorre, ogni cosa raggiunge il suo apice e poi ridiscende, si infrange e poi ricomincia, è nella natura delle cose, tutto è provvisorio, la vita è provvisoria. La felicità non esiste avremmo detto, siamo felici per un po’ di tempo e poi tutto finisce, ogni cosa non dura in eterno e bisogna essere pronti per ricominciare. Qui tutto si ferma, nelle pagine di Bernhard che racconta di Roithamer c’è solo un continuo volteggiare dei pensieri su se stessi, una eterna ghirlanda brillante che si avvolge su se stessa, pensieri che ritornano, vanno e vengono e da cui non si esce mai. Dostoevskiano mondo del sottosuolo. Non viviamo forse così?

Concludiamo con questa citazione che restituisce al romanzo una bellezza ed una leggerezza semplice, unica, strana, antica e sempre nuova nella forma e nel contenuto, dopo aver teso l’orecchio per cogliere un senso difficile da distinguere nel rimbombare martellante, ripetitivo  ed ossessivo di parole sempre uguali e quasi senza senso che ci giungono attraverso lo scrosciare dell’acqua tra le rocce. La rosa di carta gialla mi appare un delicato simbolo per l’artificiosità dell’Arte che pur ci sostiene accarezzandoci nelle incombenze della vita quando non riusciamo a trovare una soluzione e ancor di più un senso.

Rothaimer vinse al tiro a segno 24 rose di carta gialla e le regalò tutte meno una ad una ragazza sconosciuta che nel passargli accanto gli aveva ricordato sua sorella. La rosa custodita è l’emblema della possibile felicità, di una chance che, sebbene rifiutata era a portata di mano. Una rosa che racchiude l’enigma di una vita nel gesto di un ventitreenne che dona tutti i suoi anni ad una sconosciuta in una serata di felicità. La vita trascorre tra due poli di esperienza. Il primo coincide con la gioventù e la scoperta del mondo: è la realtà che si apre in tutte le sue forme. Poi si diventa adulti “rinunciando a noi stessi a poco a poco, siamo rimasti uguali, siamo diventati diversi”. Il secondo polo ha a che fare con il graduale addio alle cose e alle persone, gravato dalla consapevolezza che niente di ciò che potremo sperimentare e conoscere avrà lo stesso impatto, la vivida pienezza delle prime ruvide scoperte. E che dire del grumo di nostalgia per le vite non vissute? Quelle che abbiamo costeggiato per un po’ prima di dare le spalle a un futuro che all’istante si impolvera: “in contemplazione della rosa di carta gialla, nient’altro”..

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Joseph Roth: “Ebrei erranti” (Adelphi, trad. Flaminia Bussotti) – Maurizia Maiano

Uno sguardo al passato per leggere il presente!
Joseph Roth nasce a Brody in Ucraina il 2 settembre 1894 nell’oblast’ di Leopoli, “enclave” mitteleuropea dell’impero austro – ungarico. E’ lui il grande cantore della “Finis Austriae”, della dissoluzione dell’impero austro-ungarico che aveva riunito popoli di origini disparate con lingue, religioni e tradizioni diverse. Un “piccolo mondo in fieri” della nostra contemporaneità. Leopoli vive acute tensioni e non solo tra le varie nazionalità. All’università c’erano scontri tra studenti polacchi e ruteni e all’interno del mondo ebraico, a cui Roth apparteneva, fra chassidismo, movimento di rinnovamento spirituale attraverso l’esperienza mistica, l’haskalah o illuminismo ebraico, che promuoveva l’integrazione nella società secolare e l’uso della ragione nella interpretazione della Torah, e il movimento sionista che stava diventando sempre più forte. A Leopoli la lingua ufficiale era il tedesco, ma dal 1871 il polacco divenne lingua d’insegnamento nelle scuole e nelle università.


Questa può essere la ragione per cui Roth, che vedeva la sua patria letteraria nella letteratura
tedesca, decise di lasciare Leopoli e di iscriversi per il semestre estivo del 1914 all’Università di
Vienna. Conosce la realtà viennese proprio allo scoppio della guerra, l’anno dell’assasinio di
Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia. L’Austria-Ungheria, questo inusuale Vielvoelkerstaat, Stato multinazionale, nell’epoca in cui si affermano i nazionalismi, è l’impero in cui il suo imperatore, Franz Joseph, si rivolge ai suoi sudditi dicendo: “Meinen Voelkern”, “ai miei popoli”, riconoscendo con questa espressione l’identità nazionale di ogni popolo del suo impero. E Roth, da buon figlio di quell’Austria-Ungheria, si interrogava sul sionismo divampante tra gli ebrei.

Nel 1927, nel saggio “Ebrei erranti”, Roth si chiedeva perché anche gli ebrei volessero essere una nazione, loro che lo erano già stati tanti secoli addietro e più degli altri sapevano quanto sangue costasse una nazione, quanto pericolo si nascondesse verso questo pur umano desiderio che significa identità. Perché ritornare in una terra che per loro era ormai diventata estranea?

Gli ebrei erano vissuti in occidente e non solo; c’era l’ebreo spagnolo, francese, tedesco, polacco, i sefarditi, che avevano assimilato la cultura dell’europeo occidentale, e gli askenaziti, ortodossi e vissuti nell’Europa orientale, materialisti e concreti i primi ed ascetici e fortemente legati alla tradizione i secondi, tanto che un askenazita, come scrive Canetti nella “Lingua Salvata”, non avrebbe mai potuto sposare una “todesca”. Vecchi vizi che si ritrovano ovunque, in ogni gruppo sociale, in ogni etnia, categorie che sembrano andare al di là del tempo e dello spazio eppure in essi ben radicati. Differenze e gruppi che ritroviamo oggi ancora presenti ed anche più numerosi nelle loro sfumature identitarie nell’attuale Israele. Il problema era che ogni nazione austriaca si appellava alla terra che le apparteneva, solo gli ebrei non si potevano appellare ad un proprio suolo, zolla, come si diceva, e l’antisemitismo era vivo nei polacchi, nei ruteni, cechi, magiari, rumeni. Per questo, scrive Roth, si sono fatti coraggio e si sono riconosciuti in una sola nazionalità che era quella ebraica e, non possedendo una zolla in Europa, compensarono questo desiderio con un anelito verso una patria palestinese e diventarono una nazione in esilio.

Joseph Roth e Stephan Zweig

La terra ritrovata non ha eliminato o anche solo attenuato le differenze, ancora oggi la società di Israele è molto divisa al suo interno: ebrei laici, religiosi, haredim cioè gli ultraortodossi, e gli ebrei arabi. Viene meno l’immagine mitica dell’”ebreo errante”, dell’ebreo della storiella ebraica di Saint-Exupéry: “Vai dunque laggiù? – Come sarai lontano! – Lontano da dove?” L’ebreo diventa il simbolo della condizione esistenziale dell’uomo di ogni tempo, il transfert attraverso cui avviene la consustanziazione o la transustanziazione, per dirla in termini luterani e cattolici. Accadde così che un pensiero che non riesce ad astrarre da una contingenza si lascia trasportare dalle mode del momento. Scrive ancora Joseph Roth: “Erano stati sempre uomini in esilio. Ora diventarono una nazione in esilio. Inviarono rappresentanti ebreo-nazionali nel parlamento austriaco e incominciarono a lottare per i diritti e le libertà nazionali prima ancora di aver ottenuto il più elementare riconoscimento dei diritti umani “Indipendenza nazionale” fu il grido di battaglia europeo intorno al quale si raccolsero. Il trattato di pace di Versailles e la Società delle Nazioni si impegnarono a riconoscere anche agli Ebrei il diritto a una propria “nazionalità”. Oggi, in molti stati, gli ebrei sono una “minoranza nazionale” e sono ancora ben lontani dall’avere ciò che vogliono, ma molte cose le hanno già: scuole proprie, il diritto a esprimersi nella propria lingua e, inoltre, alcuni di quei diritti con i quali si è convinti di far felice l’Europa. Ma anche se gli ebrei in Polonia, in Cecoslovacchia, in Romania, nell’Austria tedesca riuscissero ad ottenere tutti i diritti che sono di una “minoranza nazionale” sorgerebbe pur sempre l’interrogativo che gli ebrei non siano molto di più di una minoranza nazionale di tipo europeo; che non siano qualcosa di più di una Nazione di come la si intende in Europa; se, rivendicando i diritti nazionali, non rinuncino a una pretesa assai di più importante”. Questo l’insegnamento che ci viene da Roth: non è sui diritti della Nazione che dobbiamo lavorare ma sui diritti della persona e dei gruppi sociali minoritari all’interno di essa per favorirne la convivenza. Questo lo Stato-Nazione che si prospetta per tutti. Nazioni multiculturali, multilinguistiche, multireligiose e mutietniche. Roth morirà solo qualche mese prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, nel maggio del 1939. Aveva visto, il 30 gennaio 1933, Hitler divenire cancelliere del Reich. Roth lasciò la Germania. In una lettera a Stefan Zweig mostrò una sorprendente chiarezza di vedute ed un assoluto rifiuto del nazismo: “Intanto le sarà chiaro che ci avviciniamo a grandi catastrofi. A parte quelle private – la nostra esistenza letteraria e materiale è annientata – tutto porta a una nuova guerra. Io non dò più un soldo per la nostra vita. Si è riusciti a far governare la barbarie. Non si illuda. L’Inferno comanda”. Sempre nel 1933, scrisse ancora a Stefan Zweig: “La Germania è morta. È stata solo un sogno, apra gli occhi, la prego!” Il suo impegno contro l’ideologia nazionalista si spiega con il suo utopistico progetto che mirava al ritorno degli Asburgo a Vienna insieme alla critica al sionismo. Dopo un articolo apparso il 6 luglio del 1934 dal titolo “Das Dritte Reich, die Filiale der Hölle auf Erde”- Il terzo Reich la filiale dell’inferno sulla terra – i suoi libri furono dati alle fiamme e Roth ritorno’ a Parigi.

Il 24 febbraio 1938, pochi giorni prima dell’Anschluss, andò a Vienna con lo scopo di persuadere il cancelliere austriaco Kurt Schuschnigg a dimettersi in favore di Otto d’Asburgo. Il progetto forse non era così illusorio come appare a posteriori; in ogni caso Roth non ebbe successo: non riuscì a parlare con Schuschnigg e il ministro di Polizia di Vienna gli consigliò di tornare subito a Parigi.
Scriverà così: “ Una crudele volontà della storia ha frantumato la mia vecchia patria, la monarchia austro-ungarica. Io l’ho amata, questa patria, che mi ha permesso di essere contemporaneamente un patriota e un cittadino del mondo, un austriaco e un tedesco fra tutti i popoli austriaci. Ho amato le virtù e i pregi di questa patria, e amo oggi, che è morta e perduta, anche i suoi errori e le sue debolezze. Ne aveva molti. Li ha espiati con la sua morte. È passata quasi immediatamente da una rappresentazione da operetta all’orrendo teatro della guerra mondiale” In una lettera scritta a Stefan Zweig il 6 aprile 1933 dall’Hotel Foyot a Parigi, una delle sue residenze abituali, scrive: […] “Io sono un anziano ufficiale austriaco. Amo l’Austria. Ritengo vile non dire oggi che è venuto il tempo di provare nostalgia per gli Asburgo. Voglio riavere la monarchia, e voglio dirlo.”

    Maurizia Maiano*

    *Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.