Mattia Cecchini, “Questa lotta senza tregua” (Terrarossa, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Mattia Cecchini, Questa lotta senza tregua (Terrarossa, 2026)

Assistiamo da giorni alle rimostranze degli operai dell’ex ILVA, prossimi a trovarsi senza lavoro e, a breve, privi di stipendio. Nelle ultime settimane il confronto politico verte su argomenti istituzionali, ma resta scarno, quasi silente, sui temi delle gerarchie economiche, della sopraffazione del capitale e della subordinazione.

Subordinare, nel suo significato letterale, vuol dire disporre sotto, collocare in un rango inferiore. Ma quanto in basso possono essere spinti gli esseri umani in virtù del denaro e dell’arbitrio finanziario?

seconda parte

In Questa lotta senza tregua (TerraRossa Edizioni), Mattia Cecchini si interroga sulla profondità di tale frattura sociale e umana. La vicenda prende avvio dalla crisi della IsoBon, fabbrica collocata nel cuore dell’Italia operaia che, pur chiudendo il bilancio con otto milioni di utili, sceglie di delocalizzare in Polonia lasciando a casa centottantotto lavoratori.

Attraverso i punti di vista incrociati di Tommaso, operaio trentenne, padre della piccola Elsa, schiacciato dal mutuo e dall’angoscia del domani, di sua sorella Alessia e del compagno di lei Milot, giovane kosovaro addetto alla sicurezza informatica aziendale, il romanzo descrive l’usura psicofisica di una comunità svuotata di prospettive. A loro fa da contraltare la voce di Vincenzo Bonci, l’amministratore delegato, affidata a intermezzi che ne compongono un ritratto privato tra cene di lusso, solitudini, cinismo manageriale e incomunicabilità familiare.

Quando i canali consueti di protesta si rivelano un rituale innocuo contro la voracità del mercato e l’immobilità politica, la disperazione imbocca la strada della violenza, diretta contro chi non dovrebbe nemmeno essere coinvolto, ma finisce per diventare vittima collaterale.

Il paradosso delineato da Cecchini risiede nell’eterno predominio del ricatto economico: da un lato Bonci sceglie di non rivolgersi alla polizia per tutelare posizione sociale e affetti, tentando di negoziare con un’offerta di mezzo milione di euro; dall’altro Tommaso cede alla tentazione monetaria, rischiando di ridurre una ribellione estrema a una mera transazione venale, a conferma che ogni cosa sembra avere un prezzo.

L’opera smonta e rimonta, tramite i titoli di capitoli e intermezzi, i dettami costituzionali legati al lavoro e alla tutela dell’individuo, mentre il prologo posto in chiusura svela le radici infantili del rancore del protagonista.

Ma quanta di quella rabbia scaturisce dall’ingiustizia subita e dalla consapevolezza che il mondo non lascia spazio ai deboli, ormai privi perfino delle energie per manifestare pacificamente?

L’indagine dell’autore tocca proprio questo snodo: se la violenza non è giustificabile in quanto sterile e controproducente, come può un individuo arrendersi al sopruso quando è a rischio la sopravvivenza propria e dei suoi cari?

Tale indagine, dura e urgente, sul confine tra bene e male si riflette anche nella polifonia delle voci narranti: la seconda persona singolare ossessiva, che scava nei pensieri di Tommaso; il ritmo rapido e gergale di Milot, sospeso tra informatica e traumi indelebili del conflitto balcanico; il tono intimo e riflessivo di Alessia, custode della memoria affettiva familiare; fino alla freddezza claustrofobica di Bonci, chiuso in un soliloquio continuo.

Un testo amaro, che pone al centro le discrepanze del presente e mostra cosa accade quando negare la dignità del lavoro spinge l’individuo oltre i confini della propria umanità.

Loredana Cefalo*

* * Loredana Cefalo, è stata imprenditrice e organizzatrice di eventi, per poi approdare in radio e TV come produttrice e redattrice. Per Il Randagio si occupa dell’ufficio stampa, legge, scrive e crea contenuti social di cui è molto appassionata.