“Ricette Letterarie”: Crema gialla e savoiardi di Gustave Flaubert, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la ricetta della crema gialla coi savoiardi, citata in Madame Bovary, il capolavoro di Gustave Flaubert, pubblicato a puntate sul giornale «La Revue de Paris» nel 1856. Il pranzo nuziale di Emma e Charles con piatti rustici e banali delude le aspettative di Emma che sognava raffinatezze aristocratiche, prefigurando già il fallimento del matrimonio.

*** Crema gialla e savoiardi di Gustave Flaubert ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Testo estratto da Madame Bovary, edizione Classici Bompiani. Traduzione di Marco Cavalli.

“Grandi piatti di crema gialla che ondeggiavano al minimo scossone della tavola presentavano, disegnate sulla loro superficie liscia con arabeschi di confetti, le iniziali dei novelli sposi. Per le torte e i torroni era stato mandato a chiamare un pasticcere di Yvetot. Poiché era la sua prima volta in paese, aveva fatto un gran lavoro; fu lui in persona a servire, a fine pranzo, un piccolo capolavoro che suscitò grandi esclamazioni di meraviglia. La base era un quadrato di cartone turchino raffigurante un tempio con tanto di portici, colonnato e statuette di stucco tutt’intorno […]; al secondo piano, poi, si ergeva un torrione di savoiardi […]; infine, sulla piattaforma superiore […] un amorino si dondolava su un’altalena di cioccolato”.  

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Ricette Letterarie: Crema gialla e savoiardi di Gustave Flaubert

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Due strati di gustosa Crema Pasticciera al Mascarpone, separati da biscotti Savoiardi intinti nel caffè della Moka. Un dolce dal gusto di Tiramisù, dove il problema della pastorizzazione dei tuorli è risolto dalla Crema Pasticciera.

Nota: per preparare i Savoiardi serve una planetaria dotata di frusta o un frullino elettrico.

Ingredienti

per una pirofila di medie dimensioni (dosi per 6 persone)

Per la Crema Pasticciera

  • 5 tuorli d’uovo da uova di taglia M
  • 125 g zucchero bianco semolato
  • 50 g amido di mais (Maizena)
  • 500 g latte fresco
  • Un tappino di estratto di vaniglia

Per i Savoiardi (20 circa)

  • 3 uova
  • 75 g zucchero semolato
  • 50 g farina per dolci
  • 30 g fecola di patate (per un biscotto leggero e non elastico)
  • Un tappino di estratto di vaniglia
  • Zucchero semolato e zucchero a velo q.b. per spolverare

Per la finitura

  • 400g Mascarpone fresco
  • Il caffè di una moka da 8 persone
  • Cacao amaro per spolverare o 50g di cioccolato fondente grattugiato 

Procedimento 

Come prima cosa preparate la Crema Pasticciera. Poi cuocete i Savoiardi e preparate la Moka.

Per la Crema Pasticciera 

Mettete in congelatore una ciotola dove mescolerete la crema dopo la cottura. Poi sgusciate le uova e separate i tuorli dagli albumi. Gli albumi non servono, riponeteli in frigorifero per un’altra preparazione.

  1. In una ciotola capiente sbattete i tuorli con lo zucchero e l’estratto di vaniglia. Utilizzate una frusta.
  2. Aggiungete poco per volta l’amido di mais, sempre sbattendo con la frusta, fino a ottenere una pastella liscia.
  3. Versate con attenzione il latte sulla pastella e mescolate fino che il composto diventa molto liquido e uniforme.
  4. Versate il liquido così ottenuto dentro una casseruola dal fondo spesso e cuocete la crema sul fuoco medio sbattendola continuamente con la frusta.
  5. Appena sentite che la crema si addensa (ve ne accorgete perché il composto inizia a diventare giallo) prendete la ciotola che avevate riposto in freezer e versateci dentro la crema calda. Ora mescolate la crema con vigore.
  6. Chiudete la crema con la pellicola trasparente a contatto con la sua superficie (per evitare che si formi una pellicina e che assorba odori indesiderati) e fatela raffreddare in frigorifero mentre preparate i Savoiardi.

Per i Savoiardi

Prima di iniziare preparatevi due teglie da forno coperte con carta forno ben aderente al fondo (inumiditelo).

In una ciotola setacciate farina e fecola. Poi sgusciate le uova e separate i tuorli dagli albumi.

Preparatevi un sac à poche dotato di bocchetta liscia da 12 millimetri.

Infine preriscaldate il forno a 180ºC.

  1. Iniziate a montare gli albumi in planetaria con la frusta oppure utilizzando il frustino elettrico. Dopo le prime girate aggiungete circa il 10% dello zucchero. Continuate a montare. Quando la schiuma inizia a formarsi, unite il restante zucchero e continuate a montare.
  2. Nel frattempo mescolate i tuorli con l’estratto di vaniglia. 
  3. Quando la schiuma di albume è diventata bianca e spumosa aggiungete i tuorli a filo, continuando a montare a media velocità fino a ottenere una schiuma consistente.
  4. Ora aggiungete metà farina e fecola setacciate insieme. Poco per volta, mescolando sempre a media velocità.
  5. Quando il composto forma solchi profondi versatelo subito nel sac à poche e formate bastoncini lunghi 8/9 centimetri, distanziati fra loro.  Cospargeteli di zucchero semolato e zucchero a velo.
  6. Cuocete i Savoiardi in forno caldo a 180ºC per 10 minuti.

Assemblaggio

  1. Disponete i biscotti su un piatto e versate in una ciotola il caffè della Moka.
  2. Mescolate la Crema Pasticciera ormai fredda con il Mascarpone, utilizzando una frusta.
  3. Preparatevi una bella pirofila da portare in tavola. Non troppo grande.
  4. Assemblate il dolce immergendo i Savoiardi nel caffè e ricoprendoli di crema. Fate due strati. Io ho utilizzato il sac à poche dotato di bocchetta liscia da 8 millimetri per fare degli spuntoni di crema, ma potete semplicemente spalmarla sui biscotti.
  5. Come tocco finale cospargete la superficie del dolce con cacao amaro o cioccolato fondente grattugiato (che non viene assorbito e resta intatto più a lungo).

Buon appetito!

Jon Fosse: “Vaim” (trad. Margherita Podestà Heir, La nave di Teseo, 2025), di Gigi Agnano

Jon Fosse e la poetica del silenzio

Ci sono lettori che, finché non incontrano le pagine di un determinato autore, avvertono come una mancanza sottile ma insistente. Nonostante il Nobel del 2023, ero tra quelli che non avevano avuto il coraggio di affrontare il norvegese Jon Fosse, intimorito dalla sua fama di scrittore metafisico, “sacrale”, criptico e dalla mole piuttosto impegnativa del suo capolavoro, “Settologia”, articolato in sette parti e uscito in tre volumi. Negli ultimi tempi sto recuperando il ritardo e l’esperienza diretta della pagina mi conferma quanto sia elettrizzante la letteratura quando non ha neanche più bisogno delle parole e arriva alla sua essenza silenziosa. Così sono approdato a “Vaim”. Pubblicato ad ottobre scorso in Italia da La nave di Teseo e concepito per essere la prima tessera di una trilogia ambientata in un paese immaginario della Norvegia, “Vaim” è un romanzo breve, perfetto per un primo approccio alla poetica fossiana. 

Come scrive Fosse? Proviamo a farcene un’idea dall’incipit:

“E così, ho detto, eccoci qua, ho detto accarezzandomi la barba, questa barba ormai ingrigita, giovane non lo ero più da un pezzo ma neppure anziano, in là con gli anni si sarebbe potuto dire, sì, un uomo in là con gli anni, né più né meno, e tra non molto sarebbero finiti anche questi viaggetti a far baldoria a Bjørgvin, tanto che senso aveva andarci, restare ormeggiati alla banchina del Molo di Bjørgvin, passare il tempo seduto nei bar e nei caffè, sì, soprattutto al Pennuto, come chiamavano il locale, ma anche al Mercato Coperto e all’Ultima Barca, e alla Caffetteria – senza mai fare nient’altro se non bazzicare posti come quelli o restarmene chiuso nella cabina della barca, […]”

Inizia così il primo di tre monologhi interiori, che si dilatano su poco più di cento pagine prive della macchia di un punto. Sono tre modulazioni diverse di un solo brano di musica iterativa che si diffonde rarefatto ipnotizzando l’ascoltatore. Le ripetizioni, le pause, i silenzi, ereditati dal Fosse drammaturgo e poeta, sono l’anima del testo, hanno uno spazio narrativo immenso e più efficacia delle parole stesse. Il lettore si abbandona al fluire della frase come i protagonisti si consegnano al destino delle loro coscienze flebili. Se in Settologia c’è un’unica voce narrante, qui i narratori sono tre, uno per ciascuna delle parti di cui si compone il romanzo; tre esistenze alterate, ferite e scosse dal passaggio di una donna, Eline, imprevedibile e determinata, vero fulcro dei loro racconti.

Nella prima parte parla Jatgeir, un pescatore solitario che da quand’era ragazzo non ha mai smesso di amare Eline senza mai trovare il coraggio di dichiararsi. Ha chiamato “Eline” anche la barca dove passa gran parte della sua vita. Lo seguiamo mentre attracca nel porto della città di Bjørgvin (Bergen) per comprare, a un prezzo che si rivelerà esorbitante, un ago e una spoletta di filo nero. Decide quindi di spostarsi verso il porticciolo di Sund, dove, dopo essere stato fregato una seconda volta, pensa di passare la notte a bordo. E, mentre sta per addormentarsi, nel buio, si sente chiamare dalla banchina proprio da Eline, l’amore mai dimenticato della sua vita che non vede da anni. Ha con sé una valigia e vuole andarsene subito via con lui per allontanarsi definitivamente dal marito. I due salpano la sera stessa e andranno a vivere insieme a Vaim. Potrebbe sembrare una storia d’amore a lieto fine e invece l’uomo è confuso da mille dubbi…

Il secondo capitolo tocca a Elias, l’unico amico di Jatgeir. È passato molto tempo dall’arrivo di Eline a Vaim e, dall’inizio della convivenza con il pescatore, i due amici non riescono più a incontrarsi. Elias può solo limitarsi ad osservare da lontano i cambiamenti nella vita di Jatgeir a causa della presenza della donna. Un giorno Elias sente bussare alla porta. Apre, gli sembra che non ci sia nessuno, finché ad un tratto gli appare Jatgeir, cosa che in seguito si rivelerà impossibile perché l’uomo è stato trovato annegato ben prima della sua apparizione. C’è un che di spettrale e di inquietante come in un racconto di Poe, un’eco delle storie di fantasmi – M. R. James o Edith Wharton – che sarebbe piaciuta a Borges…

Elias saluta l’amico morto:

“e alzo il braccio e lo saluto con un cenno della mano e lui alza a sua volta il braccio e ricambia il saluto e quasi con gioia mi dice che adesso sta bene e io, mentre cammino lungo la strada di Vaim, alzo la mano e faccio un saluto rivolto al cielo, verso il punto dove sento che si trova Jatgeir, e tutto mi sembra così giusto, chissà cosa penserà chi mi vede compiere quel gesto, ma tanto non c’è nessuno che sta guardando, be’, sì, a parte Jatgeir

Allora addio, Jatgeir, dico

E grazie per tutti i momenti che abbiamo trascorso insieme, dico

e vedo Jatgeir, vedo la sua mano e il suo braccio dissolversi nel cielo scuro”

Nella terza e ultima parte è Olav, il marito abbandonato nel primo capitolo, che ricorda l’incontro anni prima in una taverna con Eline (che in realtà si chiama Josefine e che comincerà a chiamarlo Frank… tutti i nomi in Fosse sono incerti come riflesso di personalità labili). Quell’incontro gli ha cambiato la vita perché la donna prima lo ha convinto a sposarla, poi lo ha lasciato per andare a vivere a Vaim con Jatgeir, salvo ritornare infine a casa da lui alla morte dell’uomo con cui era fuggita. Nel repertorio dei ricordi di Olav/Frank, l’immagine del peschereccio che si stacca dolcemente dalla terraferma e comincia a navigare nel mare calmo – “come se una pace si posasse su tutto” – è pura poesia. Prima di morire Josefine/Eline gli ha lasciato l’impegno di seppellirla accanto a Jatgeir ed Elias…

Fosse maneggia la realtà – la realtà che “galleggia su un mare di sogni” – con una delicatezza singolare. Non la aggredisce, non la seziona, non si arma di forchetta e coltello per nutrirsene. È un ascoltatore discreto che si fa da parte per liberarsi dei suoi personaggi, indietreggia e aspetta che emergano attraverso la scrittura. Scrittura che è come l’amore raccontato in queste pagine: funziona meglio con la distanza (una forma dell’impersonalità teorizzata da T. S. Eliot?). Siamo agli antipodi dell’autofiction, tendenza imperante della narrativa contemporanea e terreno di coltura di un’altra colonna della letteratura norvegese, quel Karl Ove Knausgård dall’io invadente, che peraltro è stato suo allievo.

Sono piccole storie evanescenti, intrise di quotidianità e di solitudine, scritte in una lingua, il nynorsk, parlato da poco più di mezzo milione di norvegesi. Racconti ambientati in microcosmi sperduti nella natura, come in una sorta di wilderness norvegese alla Faulkner: “Quel suono, quel ritmo della natura lo incarno in qualche modo in tutto ciò che scrivo. La musica della mia prosa e delle mie poesie è collegata a quel paesaggio”, ha detto in un’intervista. Narrazioni abitate da uomini sfocati e silenziosi, vittime impotenti del destino; personaggi avvolti nelle brume di un fiordo dove sotto la superficie di un mare apparentemente calmo si agitano correnti insidiose e imprevedibili. Storie narrate con una prosa bisbigliata, minimalista, decisamente beckettiana, con un timbro da dormiveglia, capace di incantare e travolgere il lettore con la sua vena misteriosa e melanconica. Se “assurdo” è l’attributo dell’opera di Beckett, nell’universo di Fosse la  parola ricorrente è “strano”: “tutto era strano, sì, e sulla mia lapide, se dovessi riassumere la mia vita, potrebbe essere inciso proprio questo, sì, tutto era strano”. Tutto pare insolito anche al lettore al termine di “Vaim”; quella “strana” bellezza dà un brivido alla schiena, ti resta sul groppone ed è solo uno degli aspetti della rara grandezza di Fosse.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Rade Jarak: “Deserti – Fiction autobiografica” (Ed. Carthago, trad. Suzana Glavaš), di Rita Felerico

Rade Jarak: lo scrittore croato che è allo stesso tempo tutti e nessuno

“Di tutto ciò forse la cosa più importante è ricordare che il tempo ha un suo mistero, sebbene esso per un attimo possa sfuggirci di mano. Un giorno sicuro ce ne ricorderemo”, scrive Rade, perché siamo fatti anche di passato, ovvero di tutto ciò che è accaduto nonostante noi. Le pagine del libro attraversano l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza del nostro autore, i percorsi di formazione, i dubbi, le emozioni, le sensibili fragilità, con uno stile e una modulazione tutta di Rade; entra nei ricordi, nelle immagini di fotografie ingiallite che ancora sprigionano luce di esistenze, nel legno dei mobili delle case, negli oggetti con i quali convive, nell’odore dei cibi, nei panorami che si stagliano dalle finestre.

Raccontandoci di un secolo senza definirlo, Rade narra la verità sulla nostra dimensione, in opposizione a quella euclidea, la verità che la scienza non aveva ancora raccontato, quella che scopre osservando le mappe dello zio, immaginando di viaggiare in Paesi sconosciuti e tutti da scoprire ma legati da una unica, sola atmosfera. “ Avevo la sensazione di uscire da una mera astrazione della mappa e di poter materializzare in un vorticoso attimo, tutte quelle astratte lontananze in ogni metro, in ogni centimetro, in ogni granello di sabbia del deserto……E poi là dentro c’era di tutto, c’erano immagini di mille città..”.

Ad unire città e Paesi, uomini di  ogni razza c’è il mare, il Mediterraneo, il suo colore blu non riproducibile neppure se si prova  a mischiare ogni sfumatura o tono di azzurro, quel mare di onde nel quale la fanciulla ‘nuotatrice’ di Rade va ad immergersi, un moto che con movimenti, gesti semplici la ragazza scalfisce. “Non vogliamo fare il bagno con te, perché schizzi”, dice a Rade . Ma Rade è un cittadino del Mediterraneo.

Abitare il Mediterraneo è essere coinvolti e vivere spazi, emozioni, colori, dolori, sapendo di condividerli in un linguaggio, quello del mare e  in immagini che intrecciano umori, profumi, sapori, segni, parte di un sapere collettivo che sopravvive ad ogni tentativo di prepotente violenza tesa a sopprimere e cancellare una realtà che per la sua bellezza, le sue ferite, rende muti e silenziosi. Riconoscerla  è un antidoto alla sparizione, una medicina, una cura a quel costante desiderio di dare senso alle esistenze  e alle loro memorie. Rade Jarak è  un uomo del Mediterraneo.

Deserti – Fiction autobiografica, pubblicato nel 2023 da Carthago-edizioni, dalla indovinata copertina – che riproduce un  quadro di Carmelo Zaffora, il Sigillo del Mare, sintesi delle atmosfere che il libro dona, quel cappello dietro al quale si immagina lo sguardo rivolto verso l’orizzonte sognante del mare –  è un romanzo aperto sulla vita di un ragazzino e poi uomo cresciuto sulle rive del mare Mediterraneo, abitando paesi e villaggi in parte spariti, ma ricchi di antiche tracce di storia incastonate nei borghi antichi, di leggende, di fantasmi che prendono vita dai racconti e dalla memoria degli anziani.

Rade, appassionato protagonista delle storie, comunica con toni semplici ma intensi, con sillabe evocative, contenute in uno stile mai gridato, quasi discorsivo, quasi sommesso, anche quando scrive di paura, di timore, di angosce o quando affronta una varietà di temi, da quello dell’identità a quello dei sentimenti dell’adolescenza, da quello degli  amori rubati e immaginati a quello della famiglia, ai ricordi delle storie familiari, dagli oggetti che popolano i luoghi  misti e incrociati con quelli deformati dalla fantasia, fino a richiamare lo sfaldamento umano della guerra.

La descrizione del parco, del labirinto di verde, è una reale parallela descrizione della vita che appariva ai suoi occhi : “ Ah quel giardino! Era un meraviglioso caos! Per me una vera e autentica foresta magica,un castello incantato dalle mille porte ed altrettante camere, ma senza vie d’uscita”. Descrivere sé stessi e la realtà che ti avvolge  è sempre molto difficile. La via di fuga di Rade è sempre il mare. Viaggia con il suo desiderio su quelle navi che lo solcano, anche se ridotte a vecchi legni marciti dall’acqua, ogni legno è un pezzettino di sogni, dice.

La vita scorre come tante inquadrature di un film, come una somma di deserti che non si riescono mai ad attraversare senza bruciarsi, deserti come simboli dei silenzi che definiscono le solitudini, la distanza dei corpi da ciò che si sente con il cuore che rischia di sparire nei labirinti delle assenze, delle lontananze. Rimangono i deserti e quel che resta delle città sconvolte e delle persone sconvolte dalla storia dei fatti : “ Eravamo due creature impotenti, ognuna nel proprio deserto, appoggiate l’una all’altra nella pena e per questo anche più vulnerabili, poiché oltre al proprio deserto, guardavamo, sentivamo, il deserto e la pena dell’altro”.

Il richiamo finale alla guerra e al dissolvimento di ogni sentimento di umanità percorre le ultime pagine del libro lì dove Rade confessa che dove c’è il mare in tempesta “lì è la mia patria… Grandi , assai grandi, sono i deserti in noi, nei nostri animi. Anche il mondo è un deserto”. E il tempo e gli anni ci sfuggono dalle mani e dal cuore. Ma da questo non dobbiamo farci impaurire.  

Tradotto in italiano dal croato con grande competenza e appassionato desiderio di includere Rade nei nostri cuori e immaginari, Suzana Glavaš   riesce ad essere lettrice attenta e interprete nello stesso tempo del suo linguaggio, con tale intenso sentimento da dar voce anche ai sensi e ai suoni inascoltati che si celano dietro le parole di Rade.     

Al prossimo romanzo.     

Rita Felerico 

Rita Felerico: laureata in Filosofia, giornalista pubblicista, counselor filosofico,  promotrice di manifestazioni e iniziative culturali, vincitrice di vari concorsi di poesia, è vice presidente dell’Associazione Peripli – Culture e Società Euromediterranee. Ha pubblicato sillogi poetiche, con Bibliopolis  DeSiderio con disegni dell’artista Lello Esposito, Invenzioni a due voci, editore Graus, con disegni del Maestro Riccardo Dalisi. Nudarsi, editore Turisa con disegni dell’arch. Aldo Capasso, Nudarsi – incroci di poesia -dialogo tra versi liberi e parole recluse, editore La valle del Tempo, Di impavida poesia, editore La Valle del Tempo e Del Tempo Trovare le Parole, editore La  Valle del Tempo, corredata da opere di artiste/i di vari Paesi. Presente in raccolte e collettanei, con saggi  (alcuni pubblicati da Homo Scrivens e da La Valle del Tempo) racconti, recensioni è docente presso le scuole estive dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Organizza dal 2009 gli incontri del Cafè Philo a Napoli e scrive di teatro su varie testate online.

Intervista a Matteo Paoloni per “Le impercettibili oscillazioni” (Hacca, 2025), di Gabriele Torchetti

E’ uscito il 28 novembre scorso l’ultimo romanzo di Matteo Paoloni – classe 1986, editor, ghostwriter, fondatore e direttore editoriale di Revolver Edizioni – e il nostro amato libraio, Gabriele Torchetti del Panda sulla Luna, sempre attento a segnalarci nuove chicche, ha voluto intervistare l’autore de “Le impercettibili oscillazioni” per gli amici del Randagio.

Un libro non si giudica dalla copertina, lo sappiamo. Ma guardando quella di Le impercettibili oscillazioni sembra di essere già dentro il libro. Quanto il lavoro grafico di Maurizio Ceccato è corrispondente alla trama e a quello che accade nel romanzo?

Quando ho visto per la prima volta la copertina di Maurizio Ceccato è successo qualcosa di bizzarro. Ho avuto la sensazione di aver capito davvero, finalmente, il libro che avevo scritto. L’immagine di una casa sospesa, isolata, da cui l’acqua scorre via come se stesse cedendo una diga, restituisce visivamente uno dei nuclei centrali del romanzo: l’idea di isola, di separazione. L’essere tagliati fuori dal resto del mondo pur restandoci fisicamente dentro. Il lavoro di Maurizio mi ha fatto scoprire che nel libro c’è lo stesso concetto di filtrazione, di sgocciolamento. Quel non riuscire a mantenere qualcosa al proprio posto provocando senza volerlo un effetto enorme come una cascata. La forza evocativa sta anche nel contrasto tra il titolo e l’immagine, credo. Le impercettibili oscillazioni rimanda a movimenti minimi, quasi invisibili, mentre la cascata è un elemento di potenza dirompente. A mio avviso è proprio in questa frizione che la copertina diventa efficace e riesce a raccontare quello che accade nel libro. Dietro moti interiori apparentemente lievi, si nascondono crepe enormi.

Nel tuo romanzo il protagonista saluta genitori, amici, nemici e Marta, la ragazza che ha amato, come se tracciasse mappa di addii prima di una partenza importante. Quanto ti interessava esplorare questa fase di separazione e come hai reso ciascun rapporto unico e significativo?

Il romanzo nasce dall’idea per cui, prima di ogni cambiamento radicale, ci sia una specie di inventario affettivo. Il protagonista senza nome di questa storia infatti non parte subito, anche se, dato che comunque stiamo parlando di una fuga, per lui sarebbe indubbiamente più facile. In fondo potrebbe sparire e basta, un po’ come ha fatto Massi, il personaggio misterioso che lo ha preceduto. Lui invece decide che prima dello squarcio definitivo deve attraversare una serie di incontri che sono, di fatto, degli addii in piena regola. Addii mai solenni, mai risolutivi, questo sì, e anzi spesso sbilenchi e interrotti, frustranti. Ma comunque necessari per andarsene in pace. Anche se poi non c’è nulla di davvero pacificato in questi saluti, perché i rapporti che raccontano non lo sono mai stati fino in fondo. Inoltre, se ci fai caso, gli incontri avvengono sempre a due, senza testimoni. Questo per me era l’aspetto più importante mentre scrivevo, perché così facendo si eliminava ogni possibilità di uno sguardo esterno che potesse contraddire ciò che il protagonista vedeva e sentiva. Per lui infatti è essenziale che la realtà passi attraverso la sua interpretazione, anche quando è instabile o irrimediabilmente compromessa. È questo che sta cercando, dopotutto: una versione del mondo che gli appartenga. 

Quali eventi o ricordi contribuiscono al senso di inquietudine e disagio interiore del protagonista, e queste oscillazioni emotive riflettono più una fuga dalla realtà o una spinta verso un riscatto personale?

L’inquietudine del protagonista nasce da una stratificazione di ricordi e di eventi (il proiettore che ha sempre dentro alla testa): l’amicizia con Massi, un ricovero coatto in un reparto psichiatrico, la solitudine della madre, l’allontanamento del padre, il rapporto disfunzionale con la sua ragazza, il senso di fallimento che accompagna l’età adulta quando le promesse della giovinezza non vengono mantenute. Le oscillazioni emotive non sono né una fuga dalla realtà, né un percorso lineare verso il riscatto. Per come la vedo io, sono piuttosto una condizione permanente. Il protagonista è sospeso tra il desiderio di sparire e quello di essere visto, tra la tentazione di mollare tutto e la necessità di restare. Vive in questo limbo, e questo limbo non è passeggero. In tal senso, il romanzo non offre una soluzione, ma una presa di coscienza.

Matteo, puoi parlarci del ruolo che hanno i suoi genitori in questa storia, la loro separazione ha distorto in qualche modo i ricordi dell’infanzia e la sua percezione di “casa”?

I genitori in questa storia (ma forse in tutte le storie) sono centrali perché rappresentano due modi diversi di abitare il passato. La loro separazione ha inevitabilmente deformato i ricordi dell’infanzia, rendendo la casa un luogo instabile, mai del tutto sicuro. La madre è associata a una dimensione più emotiva, fragile, spesso soffocante. Il padre a una presenza intermittente, più distante ma non per questo meno ingombrante (dopotutto, è lui ad averlo introdotto alla musica, che è forse l’elemento più significativo della sua vita). Il protagonista, nella sua confusione emotiva, non sa più dove collocare i ricordi, e spesso non capisce più se appartengano a un tempo felice o se siano stati riscritti dal dolore. È questa ambiguità, senza dubbio, uno dei cuori pulsanti del libro.

Apparentemente Marta è la figura meno conciliante nella tua narrazione, mette il protagonista con le spalle al muro. In che modo il suo ruolo influenza o determina le sue scelte?

Marta è la figura meno conciliante perché è l’unica che non concede al protagonista alibi. Non lo rassicura, non lo protegge, non lo assolve. In questo senso è una presenza scomoda, ma è anche il suo unico, vero contatto con la realtà. Per il resto lui è disancorato. Un’isola alla deriva. Il ruolo di Marta è quello di metterlo davanti alle conseguenze delle proprie scelte o delle proprie non-scelte. Per lei infatti la sua malattia mentale non è mai una scusa, uno scudo protettivo dietro il quale nascondersi. Mi sembrava un punto di vista interessante da esplorare. La normalizzazione estrema del disagio psichico, l’assenza assoluta di paternalismo medico, in un certo senso. E poi mi piaceva l’idea di questa ragazza estremamente fragile che davanti a lui diventa forte, quasi come una statua. Anche se poi è soltanto una statua di sabbia.

Questa è una domanda mia personale, legata ai miei gusti da lettore. Se non ci fosse stato Pier Vittorio Tondelli probabilmente non ci sarebbe stata la gioventù cannibale. Durante una notte di un ricovero del protagonista, Marta legge nella sala d’attesa di un ospedale “Fluo – storie di giovani a Riccione” di Isabella Santacroce. Come mai hai scelto proprio questo libro? Cosa ha significato per te inserirlo in quel frangente narrativo?

La scelta di Fluo non è casuale. Quel libro, e più in generale l’immaginario legato a Isabella Santacroce, rappresentano un’idea di giovinezza estrema, esposta, iperemotiva, che per me è stata importante come lettore. Inserirlo in una sala d’attesa di un ospedale, durante un momento di sospensione e fragilità, significava creare un corto circuito: un testo che parla di eccesso vitale letto in un luogo dove il corpo è vulnerabile, fermo, in attesa. È anche un omaggio a una stagione letteraria che ha segnato profondamente il mio modo di leggere e di pensare la scrittura. Insomma, mi andava di inserirlo, in qualche modo.

Hai pubblicato con Hacca Edizioni e sei direttore editoriale di Revolver, una realtà editoriale giovane e indipendente. Pur con approcci diversi, quali punti in comune vedi tra le due realtà in termini di focus editoriale. Come affrontare la sfida di far scoprire nuovi lettori a case editrici lontane dai circuiti del mainstream? 

Hacca e Revolver sono due realtà piuttosto diverse – per storia, struttura e ambizioni – ma che condividono un’attenzione (e un’ossessione) molto simile verso la scrittura e i testi. In entrambi i casi il focus non è sull’inseguimento del mercato, ma sulla costruzione di un catalogo coerente, riconoscibile, con un progetto di ricerca linguistica che nel tempo possa generare fiducia nei lettori. Per le case editrici indipendenti la sfida è tutta qui: prima di tutto farsi scoprire, dopodiché, e forse questa è la parte più difficile, sopravvivere senza snaturarsi. È un lavoro fatto di cura, di continuità, di passaparola, spesso di tentativi a vuoto. I nuovi lettori non si conquistano con un singolo titolo forte, ma mostrando una visione e un’idea di letteratura che, libro dopo libro, riesca a creare una comunità. È un lavoro lento e spesso invisibile (e sicuramente mal pagato), ma a mio avviso è anche l’unico che abbia davvero un senso.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Diego e Margherita intervistano il Pappagallo Armando, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista al Pappagallo Armando!

Diego: Ciao Margherita, oggi abbiamo una richiesta urgente!

Margherita: Addirittura urgente? Racconta!

Diego: Mia nonna è partita per una gita con le sue amiche e mi ha chiesto di andare a casa sua per fare compagnia ad Armando, il suo pappagallo. Senza di lei si sente solo…

Margherita: Certo che vengo! E già che siamo lì, potremmo anche fargli una bella intervista.

Diego: Ottima idea! Il Versoconver è pronto. La casa della nonna è proprio qui… apro la porta!

Armando: Chi è? Chi è? Chi sta entrando? Chi è? Chi è?

Margherita: Ma Diego! Il pappagallo di tua nonna parla davvero!

Diego: Sì… parla, ma ripete sempre le stesse cose. Secondo me il Versoconver ci servirà lo stesso.

Armando: Chi è? Chi è? Chi sta entrando? Chi è? Chi è?

Diego: Ciao Armando! Sono Diego, il nipote della nonna. E questa è la mia amica Margherita. Siamo venuti a farti compagnia.

Armando: Oh che bello! Oh che bello! Sono felice! Sono felice!

Margherita: Anche noi! Armando, possiamo farti qualche domanda per la nostra rubrica?

Armando: Oh che bello! Oh che bello! Sono felice! Sono felice!

Diego: Ecco, lo sapevo… accendo il Versoconver del professor Mundis. Fatto!

Margherita: Armando, prima domanda: tu sai parlare davvero o ripeti solo quello che senti?

Armando: Bella domanda! Noi pappagalli sappiamo imitare i suoni degli umani. A volte capiamo anche cosa significano, ma soprattutto abbiamo una memoria fantastica. Ricordiamo voci e rumori per tutta la vita!

Diego: Allora siete proprio intelligenti!

Armando: Molto! E sapete un’altra cosa? Viviamo anche molto a lungo.

Margherita: Davvero? Quanto?

Armando: Dipende dalla specie. I pappagallini piccoli vivono circa dieci o quindici anni. Quelli grandi, come ara e cacatua, possono vivere anche più di cinquant’anni. Alcuni arrivano perfino a novanta!

Diego: Wow! Quasi come dei nonni… ma con le piume!

Armando: Ah ah ah! Esatto!

Margherita: Hai altri segreti da raccontarci?

Armando: Certo! Noi pappagalli vediamo benissimo. Vediamo tantissime immagini al secondo e anche colori che voi umani non vedete. I vostri capelli e le unghie, per esempio, per noi brillano!

Diego: Incredibile! È come avere un superpotere!

Armando: Diciamo proprio di sì!

Margherita: Armando, vogliamo consigliarti un libro che parla proprio di un pappagallo. Si intitola “Coco, il pappagallino che non sapeva cantare”, scritto da Solidea Valente e pubblicato da BookTribu.

Armando: Un pappagallo che non sa cantare? Ma come me!

Diego: Proprio così! Coco è un pappagallino dai colori vivaci che vive felice con la sua amica umana, Sara, in un posto molto bello vicino a un lago.

Margherita: Le loro giornate sono fatte di piccoli gesti: Coco saluta, osserva il cielo, ascolta i rumori della casa. Tutto sembra tranquillo…

Diego: Finché un giorno un rumore forte lo spaventa e Coco scappa via. All’inizio è felice di essere libero, di volare dove vuole…

Margherita: Ma poi si accorge che fuori non è tutto facile: ha fame, ha sete e sente tanto la mancanza di Sara.

Armando: Capisco… anche io mi sento così quando la nonna non c’è.

Diego: Ed è proprio questo il cuore del libro: Coco capisce che essere liberi è importante, ma lo è anche sentirsi al sicuro e amati.

Margherita: E soprattutto scopre che non serve essere perfetti. Anche se non sa cantare come gli altri uccelli, la sua voce è speciale.

Diego: Il messaggio del libro è semplice e bellissimo: ognuno di noi ha qualcosa di unico da offrire, anche se è diverso dagli altri.

Margherita: È una storia che parla di coraggio, di paura e di ritorni a casa, senza mai essere triste o spaventosa.

Diego: Le parole sono facili da capire e le immagini fanno venire voglia di volare insieme a Coco sopra il lago e i giardini.

Margherita: È un libro perfetto da leggere con un adulto, magari la sera, o da farsi leggere ad alta voce.

Armando: Mi piace tantissimo! Lo farò leggere alla nonna appena torna!

Diego: Ottima idea! Così vi godrete la storia insieme.

Margherita: Grazie Armando per l’intervista!

Armando: Grazie a voi, amici

Cinzia Milite