Tornare a casa: Marguerite Duras e bell hooks, di Giovanna Senatore

TORNARE A CASA. Marguerite Duras, La vita materiale e bell hooks,  Elogio del margine

Abitare una casa.

Se poser, insediarsi delicatamente, costruire un involucro protettivo, chiudendosi una porta alle spalle; serrato lontano il mondo, con le sue asperità, respiriamo. 

Abitare una casa.

Se poser, insediarsi delicatamente, trovare riparo in un’isola di senso, dove far crescere le idee e, attraverso una geometria di relazioni, spalancarsi al mondo.

Due modi di abitare che hanno in comune la casa come focolare ma che divergono nell’attimo in cui la porta chiusa alle spalle diventa zattera con cui traghettare verso un oltre da costruire.

Due modi del posizionamento delle donne in quel margine/periferia che è la casa, luogo crudele e tenero al contempo, attraversato senza posa da cure materne preoccupate di dar vita a un nido caldo.

La casa come microcosmo, cellula emotiva, luogo identitario, rifugio e prigione insieme. 

La casa come spazio di resistenza, di opposizione al sistema per non lasciarsi assalire e assimilare.

Marguerite Duras e bell hooks, hanno decostruito il discorso sul focolare domestico, donandoci punti di vista destinati a incrociarsi e divergere nello stesso tempo.

Due autrici radicali che hanno tessuto la loro vita con la scrittura in una continua presenza a se stesse per cui ogni parola resa tra case abitate, cinema, aule universitarie, interviste, riflette il gioco acrobatico di non lasciarsi mai chiudere in forme stereotipate, nei poteri delle accademie o dei gruppi politici, accettando la sfida di essere oltre, parlando di amore, e di conflitto, del nostro corpo che invecchia, della morte ma anche della vita, perché la parola e la costruzione politica nascono nelle pieghe della nostra esistenza nelle cose che ci accadono e nei nostri sogni e desideri.    

Marguerite Duras ha ricapitolato in se stessa il ‘900: il colonialismo, due guerre mondiali, la Resistenza, il femminismo, le avanguardie artistiche; gli uomini e le donne voracemente frequentati, gli amici da Godard a Lacan; il successo letterario e cinematografico; gli anni terminali devastati dall’alcol. Una vita lacerata, sempre inchiodata a un dolore non medicabile, la relazione con una madre che amò e odiò disperatamente per esserci stata, per non esserci stata. E di questa relazione è densa la casa tratteggiata in La vita materiale. Essa porta scalfita l’impronta materna, si fa spazio utero che accoglie, che nutre; arruffata e morbida, piena di angoli per ospitare, ha come centro la cucina e i suoi attrezzi, i ciuffi di lavanda seccata, le macchinette del caffè, le minestre da cucinare, la verdura da pulire.

“La casa è la casa di famiglia, serve a mettere i bambini e gli uomini per trattenerli in un posto fatto per loro, accogliere il loro smarrimento, distoglierli dallo spirito di avventura, di fuga, di cui sono dotati dall’origine dei tempi. Quando si affronta questo argomento, la cosa più difficile è raggiungere quel materiale liscio, senza asperità, che è il pensiero della donna intorno all’impresa pazzesca rappresentata da una casa. Quella della ricerca del punto di convergenza comune ai figli e all’uomo. Il luogo stesso dell’utopia è la casa creata dalla donna, quel tentativo a cui lei non sa resistere, e cioè di interessare i suoi cari non già alla felicità ma alla sua ricerca.”

La casa che protegge è spazio esclusivo delle donne, teatro di una messa in scena volta a garantire lo star bene dei suoi abitanti; l’impegno nelle faccende domestiche, lungi dall’affondare la donna nella noia, diventa nell’ottica durassiana il tempo dell’ordine; fare la spesa, riordinare la casa, cucinare, dà vita a un ordine esteriore in grado di anticipare e favorire l’ordine interiore.

“L’ordine esterno e l’ordine interno della casa. L’ordine esterno, cioè l’assetto visibile della casa, e l’ordine interno che è quello delle idee, dei livelli sentimentali, dell’eternità di sentimenti verso i figli. Una casa come la concepiva mia madre, era per noi, in realtà. Non penso che avrebbe fatto lo stesso per un uomo né per un amante.”

La casa dentro, la casa materiale deve dare a chi la abita la certezza che, in quel nido caldo e protettivo, niente potrà mai accadere, fin quando a vigilare sarà la donna -madre dispensando tutto quello che occorre “per andare avanti, vivere, sopravvivere.”

Operando sul corpo della casa come un chirurgo col bisturi sul corpo ammalato di un paziente, la donna dovrà renderla sempre accogliente sgombrandola di tutto ciò che la sovraccarica, la ingombra; ma, gettare via, è arte non semplice da conquistare.

Comporta la rinuncia a tutto il dismesso tesaurizzato in armadi, bauli, cantine, dalla contabilità delle bollette pagate, agli abiti non più usati ma che un giorno, (quando?) potremmo rindossare, ai giocattoli, impolverati e speso rotti ma testimoni di un tempo che la memoria colora di magico. Forse, sembra suggerirci Duras, la tensione a inscatolare   nasconde il tentativo di erigere un monumento a noi stesse, “ai nostri meriti”, a quella fatica titanica di dispensare cura irreggimentando il nostro tempo su quello degli altri. Totem fragile, pronto a dissolversi senza lasciare traccia perché la radice profonda nel quale affondano le donne è l’oblio di sé e l’impossibile felicità. 

La casa guscio mostra così, pian piano, il suo lato oscuro, il buco nero nel quale la donna rischia di precipitare quando si fa spazio di torpore, di straniamento, dove corpi e vite vengono e si lasciano governare in una strisciante microfisica di poteri.

“Forse la donna secerne l’intima sua disperazione lungo le maternità, i vincoli coniugali. Forse perde il suo regno nella disperazione di ogni giorno, e questo per tutta la vita. Forse le sue aspirazioni di gioventù, la sua forza, il suo amore l’abbandonano defluendo proprio dalle piaghe fatte e ricevute nella più assoluta legalità. Forse è così. Forse, per la donna, si tratta di martirio. E la donna completamente realizzata nella dimostrazione della sua abilità, della sua sportività, della sua cucina, della sua virtù, è da buttare dalla finestra.”

Se la maternità è l’unico significante femminile, se la casa è il luogo dove coltivarlo, ci dice la Duras che la periferia, il margine da noi abitato è un posto dove si vive male, perché quel bimbo, quella bimba che teniamo in braccio alla fine si allontanerà dal nostro seno e guarderà altrove, vedrà il mondo, vorrà esplorarlo e incontrare qualcun altro e noi ci sentiremo inutili:

 “Nella maternità la donna abbandona il proprio corpo al bambino. E i bambini le stanno sopra come su una collina, come in un giardino, la mangiano, la picchiano, ci dormono sopra e lei si lascia divorare.”

Di questo lungo banchetto cosa resta?

Forse solo lo scandalo della domanda.

La contraddizione tra il sogno di una casa come luogo dove tessere affetti e il bisogno di chi la abita di oltrepassare il limite, di andare oltre verso il mondo esterno, perché quella casa è anche lo spazio della paura e della solitudine trova un nuovo modo di essere declinata in bell hooks.

bell hooks: bell come la madre, hooks, come la bisnonna materna, minuscole entrambe le iniziali.  Nella singolarità della scelta del nome con cui firmare le sue opere e la sua vita di attivista politica, femminista, nera, Gloria Jean Watkins, connota subito se stessa e la radicalità del suo pensiero. Due nomi femminili vengono intrecciati, a sfidare il patriarcale codice dei nomi declinato lungo l’asse maschile per dare vita a una genealogia costruita su “una lunga discendenza di donne schiette e volitive”, da celebrare sottraendole all’oblio.  

Chi sono queste donne cancellate dalla storia? Perché raccontarle?

Per dipanare il filo teorico di bell hoks è necessario partire dal luogo della sua nascita, Hopkinsville, Kentucky, una città come tante del Sud rurale e segregato degli Stati Uniti, nei primi anni ’50. Lì, il sistema di apartheid era disegnato da una ferrovia che tagliava giorno e notte lo spazio. Di giorno i neri attraversavano i binari per andare a lavorare per i bianchi, la notte tornavano da dove erano venuti, al loro posto, in un pendolarismo silenzioso e agghiacciante che disegnava confini e regime economico.

“I binari della ferrovia sono stati il segno tangibile e quotidiano della nostra marginalità. Al di là di quei binari c’erano strade asfaltate, negozi in cui non potevamo entrare, ristoranti in cui non potevamo mangiare e persone che non potevamo guardare dritti in faccia. Al di là di quei binari c’era un mondo in cui potevamo lavorare come domestiche, custodi, prostitute, fintanto che eravamo in grado di servire, ci era concesso di accedere a quel mondo, ma non di viverci.” 

In quella comunità separata, in una famiglia di sette figli, governata da un padre- padrone violento e dal silenzio rassegnato della madre, si costruisce il suo sguardo e la sua posizione nel mondo, nel solco della doppia oppressione che attraversa la comunità dei neri e la sua famiglia: la discriminazione razziale e l’asimmetria tra ruolo paterno e materno, tra parola maschile e silenzio femminile, entrambi espressione del patriarcato capitalista.

“Poiché il sessismo delega alle donne il compito di creare l’ambiente domestico e di provvedere ad esso, è stato soprattutto grazie alle donne nere se il focolare domestico si è costruito come spazio di cura e nutrimento da contrapporre alla feroce, disumana realtà dell’oppressione razzista, della dominazione sessista.”

Qui il pensiero di bell hook erode la storia da sempre narrata, la graffia nelle sue impalcature dando parola e significato politico alla resistenza silenziosa messa in campo dalle donne nere, trasformando la casa nel luogo della cura e della protezione:

“era dentro le case che si produceva tutto ciò che conta nella vita- il calore e la pace di un luogo dove sentirsi al sicuro, cibo per i nostri corpi, nutrimento per le nostre anime. È lì che abbiamo imparato ad avere fede. A renderci possibile questa vita, facendoci da guida e da maestre, sono state le donne nere.”

Maestre non attraverso l’articolazione di principi teorici messi in scrittura (moltissime erano analfabete) ma nel silenzio e nella solitudine delle loro azioni; al ruolo sacrificale da sempre loro attribuito dal sessismo per cui essere madri è solo l’incarnazione perfetta della naturale condizione femminile, hooks oppone la visione della libertà della scelta, e della re-visione tanto del ruolo quanto dell’idea di casa esercitata volontariamente dalle donne nere nella loro pratica.

Non un destino biologico a legarle al focolare faticosamente custodito ma la volontà di erigere luoghi dove tutti i neri potessero lottare per essere soggetti, non oggetti, dove, nonostante la povertà, la fatica, le privazioni, la dignità, che all’esterno veniva negata, potesse essere restituita.

Ripensando alla sua infanzia, alla porta che si chiudeva inesorabile dietro le spalle della madre, costretta come la maggior parte delle donne nere a servire nelle case dei bianchi, hooks scrive:

“Al suo rientro, dopo lunghe ore di lavoro, non si lamentava. Faceva di tutto per farci capire quanto fosse contenta di aver concluso la sua giornata di lavoro, di essere a casa; ma nello stesso tempo ci dimostrava che nella sua esperienza di lavoro come domestica al servizio di una famiglia bianca, in quello spazio di Alterità, non c’era nulla che le togliesse la sua dignità e il suo potere personale.”

Così la casa, àncora per i passi stanchi dei chilometri percorsi dalle donne nere per ritornare dai loro figli, si fa casa radice pronta a dipanarsi su un terreno che non aspetta altro che dare vita a nuovi frutti.

Casa dove accatastare fumo, libri, sciarpe, scarpe, umori, caffè, cibo, risate, pianti. Pareti dove parlare, porsi domande, nodi da sciogliere e riannodare: come sarà il tempo che verrà, come saremo in grado di costruire un mondo comune, come congiungere il pensare a un fare, un cercare una verità sempre da dirsi amalgamata alle tracce di vita che l’accompagnano, una riflessione che sappia abbracciare le azioni materiali, dal cucinare al discutere raccattando bambini che corrono o si accasciano addormentati, stufi della vita dei grandi.

Giovanna Senatore

Giovanna Senatore: laureata in Filosofia, ha insegnato Storia e Filosofia nei licei classici; formatrice in corsi di aggiornamento per i docenti lungo due tematiche: la letteratura attraverso lo sguardo del pensiero femminista, l’uso dello spazio e del linguaggio teatrale. Ha guidato laboratori teatrali in qualità di esperta in vari istituti scolastici. Fonda l’associazione culturale “Le macchine desideranti” curando la regia di tredici spettacoli dove corpi e parole possano colpire nella loro nuda e secca forza. Ha curato laboratori di scrittura a partire da testi incrociati di scrittrici che hanno ricamato tessiture preziose.

Valentina Santini: “Latte guasto” (Voland, 2025), di Valeria Jacobacci

La  Maremma di Grosseto fa da sfondo a questa narrazione di Valentina Santini, classe 1983, scrittrice e sceneggiatrice di lavori televisivi, psicologa, editor e copywriter. L’indagine psicanalitica è peculiare di questo romanzo, interamente raccontato dall’interno di una coscienza, quella della protagonista, che ha perso la possibilità di rivelarsi attraverso le parole perché non ha voce per pronunciarle. Le parole in realtà ci sono e occupano tutto lo spazio esistenziale ma non servono a niente; la bambina, Viola, protagonista fragile e spettatrice di vicende più grandi di lei, ne è soffocata e oppressa ma incapace di liberarle dal profondo di se stessa: il mutismo selettivo, in seguito a un episodio traumatico, glielo impedisce.   Lo sfondo della vicenda è rappresentato dalle condizioni penosamente drammatiche di un piccolissimo centro, è Quattrostrade, vicino Ribolla.

In questa località, nel 1954, quarantatré persone morirono in un’esplosione di gas, avvenuto nella miniera di carbone Camorra, che fu in seguito chiusa. Nessuno risarcì le famiglie di quanti vi avevano lavorato ed erano morti. Si parlò di un semplice evento casuale. Il villaggio minerario della Montecatini era sorto intorno alla miniera e dopo l’incidente cessò di dare da vivere ai superstiti. Restavano i campi e gli orti.

Diversi anni dopo, in un orto entra Viola, che frequenta le scuole elementari e non si sente del tutto accettata dalla madre, cupa e schiacciata da una vita di donna tradita, e dal padre, amareggiato dall’aver perso il lavoro ed essere poi restato invalido in un incidente, presso la stazione di Scarlino, dove è operaio.

Viola entra in un giardino dopo la scuola per rubare ciliegie da dividere con l’amica del cuore, Sara. E’ una bambina come le altre ma entra in quel giardino e quando ne esce non parla più. Da quell’orto esce una piccola persona ingabbiata in un segreto che non può essere rivelato. La memoria però è intatta e le parole fluiscono in un quaderno che racchiude la sua storia. Su questa vicenda, la vita di una bambina confidata al suo diario, si riflettono il dolore e la solitudine di personaggi intrappolati in destini angusti e in drammi irrisolvibili. Al quaderno dell’infanzia segue quello dell’adolescenza e, infine, il terzo, destinato a chiudere la vicenda e a liberare le parole che dai quaderni voleranno fuori e saranno forse finalmente pronunciate.

Il pregio della scrittura di questo “Latte guasto” sta nel flusso del pensiero che trasporta il lettore nella mente di Viola e in qualche modo lo trasforma in Viola. E’ il mistero della mente umana, sede dell’individualità di ognuno, mai davvero comunicabile all’esterno. La mente è anche lo specchio dove si riflettono gli altri, spiati e indagati dalla singolare prospettiva di chi può solo congetturare sulla realtà altrui e su come funzionano le cose, come sono fatti i singolari meccanismi delle vicende umane.

Viola si porta dentro il suo segreto e contribuisce in questo modo alla rovina della madre, dentro di lei c’è invece l’unico desiderio di non farla soffrire e di proteggerla dalla verità. Bambini, adolescenti e adulti sono chiusi in compartimenti stagno dai quali è impossibile liberarsi. L’incomunicabilità è trasversale a età, temperamento e condizione sociale. Il padre e la sua amante sono adulti consapevoli della propria colpa, che nascondono per vergogna e rimorso; i ragazzacci, pronti alla violenza e allo stupro, sono rozzi e ignoranti, non possono crescere, troppo vigliacchi e istintivi. Paolo, unico personaggio positivo, è capace di amare Viola nonostante il suo mutismo ed è disposto a farlo anche a costo della vita. In scena entra anche la musica con la sua magia. Alla morte improvvisa del padre, Viola va a lavorare, come badante di una ragazza gravemente malata, in casa di un maestro di canto e pianoforte, del quale una delle allieve è Sara, l’antica compagna di scuola di Viola. La musica che arriva dal pianoforte non ha bisogno di parole per esprimersi ma Sara canta e le parole volano libere. Tuttavia nessuno è veramente libero, neanche la morte porta la libertà, i morti non sono mai davvero morti,  qualcosa di loro torna continuamente indietro.

Per fuggire via e ritrovare la voce, affinché le parole possano librarsi in libertà, c’è bisogno del fuoco, un fuoco liberatorio e purificatore. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

“Ricette Letterarie”: La crema al cioccolato di Proust, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la crema al cioccolato, ispirata al dessert di una delle tante cene descritte nitidamente da Proust nel suo capolavoro Alla ricerca del tempo perduto, pubblicato in sette volumi tra il 1913 e il 1927. Così come per le famose madeleine, il cibo, coinvolgendo in primis gusto e olfatto, è il tramite privilegiato che attiva quella “memoria involontaria”, che è uno dei temi proustiani per eccellenza.

*** Le crema al cioccolato di Proust ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Marcel Proust: “Alla ricerca del tempo perduto– Dalla parte di Swann 

TESTO:

“Quando tutto questo era finito, creata appositamente per noi, ma dedicata più specialmente a quell’intenditore che era mio padre, una crema al cioccolato, ispirazione, attenzione personale di Françoise, ci veniva offerta, fuggitiva e lieve come un’opera di circostanza nella quale lei aveva profuso tutto il suo talento. Chi avesse rifiutato di assaggiarla dicendo: «Basta, non ho più fame», sarebbe immediatamente retrocesso al rango di quegli zotici che persino di fronte a un’opera donata loro da un artista badano al peso e alla materia, mentre il valore risiede tutto nell’intenzione e nella firma. Lasciarne anche una sola goccia nel piatto avrebbe testimoniato di una villania simile a quella di chi s’alza in piedi prima della fine dell’esecuzione sotto gli occhi del compositore.” 

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Ricette Letterarie: La crema al cioccolato di Proust

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Una crema tradizionale e dal sapore deciso per via del cioccolato fondente al 70% di cacao (fava e burro). Se preferite un gusto più morbido e dolce vi consiglio di utilizzare una barretta di cioccolato fondente classica tra il 65% e 55%. Non utilizzate il cioccolato al latte o bianco perchè la crema risulterebbe stucchevole.

Ingredienti per 6 coppe di crema

  • 500g latte fresco
  • 150g zucchero bianco semolato
  • 5 tuorli da uovo M
  • 25g amido di mais (Maizena)
  • 25g farina bianca per dolci
  • 100g cioccolato fondente 70% in pezzi

Procedimento

  • In una ciotola setacciare insieme l’amido di mais e la farina. L’amido di mais serve ad alleggerire la crema, ma se preferite potete utilizzare anche la sola farina  nella dose di 50g.
  • In un’altra ciotola versate i tuorli con lo zucchero e battete subito il composto per formare una pastella. Utilizzate la frusta. È importante mescolare subito i due ingredienti per evitare che lo zucchero formi dei puntini rossi sul tuorlo (ne assorbe l’acqua).
  • Quando la pastella diventa chiara aggiungete la farina setacciata e amalgamante il tutto mescolando sempre con la frusta.
  • Scaldate leggermente il latte, mi raccomando leggermente non caldo altrimenti cuoce i tuorli. Poi versatene una piccola parte sulla pastella e mescolate con cautela fino che non viene assorbita. Infine aggiungete il resto del latte e uniformare bene il tutto, sempre mescolando con la frusta. Otterrete una pastella molto liquida: versatela in una casseruola e procedete alla cottura sul fuoco.
  • Cuocete a fuoco medio e girate continuamente con la frusta fin quando la pastella non si addensa e diventa una crema. Utilizzate una spatola di silicone per ripulire i bordi della casseruola. Vi accorgete che la pastella si addensa quando da bianca diventa gialla.
  • Quando la crema si è formata aggiungete il cioccolato fondente a pezzettini e mescolate con la frusta per amalgamarlo. Dato che la crema è calda, il cioccolato fonde e si uniforma perfettamente.
  • Ora potete servire la crema in coppette di vetro resistenti al calore oppure versarla in una ciotola capiente, coprirla con pellicola trasparente posta a contatto con la superficie e conservarla in frigo. In tal caso servitela fredda o utilizzatela per farcire i bignè o i biscotti di pasta frolla come. Per la presenza del cioccolato si conserva tre/quattro giorni. 

Per impreziosire la crema io ho utilizzato coriandoli di oro edibile, ma potete anche utilizzare codette colorate, granella di frutta secca, frutta fresca come frutti di bosco, pesche o ciliegie, crumble o biscotti sbriciolati e anche pezzettini di pan di Spagna.

Intervista a Remo Rapino per “La scortanza” (Minimum Fax, 2025) – Capitolo Zero: Ep.6 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.6 Remo Rapino, autore de “La scortanza” (Minimum Fax, 2025).

Il romanzo “La scortanza” di Remo Rapino, pubblicato da Minimum Fax, si inserisce nell’epopea letteraria degli “sfasulati” (i marginali) cari all’autore, aggiungendo un tassello fondamentale al mosaico di esistenze narrate precedentemente in opere come Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, vincitore del premio Campiello 2020. 

Attraverso la voce unica del protagonista, Rosinello Capobianco, l’autore dispiega un flusso di coscienza sulla memoria e la ricerca del senso della vita, come esorcismo alla dimenticanza, all’oblio, alla “scortanza”. 

​Rosinello, seduto sulla solita panchina della solita piazza del paese, conta le mattonelle sconnesse “a tre a tre”, come, secondo lui, andrebbero annoverati i ricordi, e ci introduce in un universo fatto in parte di memoria e in parte di immaginazione e sogni mai realizzati. 

​Questa incessante rievocazione di ciò che è stata la sua vita, non è solo nostalgia, ma un’azione vitale per contrastare la dimenticanza, l’aria pesante del declino, l’avvicinarsi della fine e il senso di impotenza che ne deriva. L’immersione del lettore in questo flusso è totalizzante e trasmette non soltanto il disagio della vita ai margini, ma la straziante consapevolezza che dopo la morte inevitabile, si cadrà nel buco del dimenticatoio. 

​Uno dei vari fili rossi del romamzo è il tema del nome e il potere che esso esercita sulla vita delle persone. Il protagonista stesso è afflitto dal suo nome, Rosinello, un appellativo che sente come un peso, quasi un destino segnato. 

Nel racconto il ruolo del destino è centrale, con un paragone fortissimo della fortuna o sventura con il biglietto pescato a caso dal pappagallo del circo. Il biglietto sventurato diventa un’etichetta perenne a cui l’uomo si assuefà senza poter controvertire il suo futuro, con arrendevolezza, affrotando dolore e sacrificio. 

Nonostante il senso di estrema solitudine e il rimpianto di non aver potuto costruire una famiglia, per cui il protagonista incolpa soprattutto il suo biglietto sventurato, Rosinello non è propriamente solo, ma ha un forte legame con la comunità che lo circonda: il paese, ingombrante, invadente, che costruisce un’identità di nomignoli e soprannomi che superano l’anagrafe e montano un’impalcatura di rapporti e legami potenti e onnipresenti.  

La forza del romanzo risiede nel suo linguaggio poetico e gergale, la vera marca stilistica di Rapino. L’autore crea un impasto linguistico unico, che mescola il dialetto abruzzese con un italiano sgrammaticato e desueto, rendendo la voce di Rosinello autentica e commovente. 

​La struttura del racconto è fluida, con pochi segni di interpunzione, a simulare il flusso ininterrotto della mente. Questa necessità narrativa è l’espediente attraverso il quale si restituisce dignità e voce a chi è stato derubato della memoria e della parola. Con La scortanza Rapino aggiunge un altro capitolo all’epopea degli ultimi, dimostrando come, anche dal margine della società, si possa rileggere e dare senso all’esistenza. 

​Un romanzo sulla resilienza della memoria contro l’oblio, un canto che è al tempo stesso dolcissimo e doloroso, e che, attraverso la filosofia spicciola di Rosinello, promette che finché si ricorda, la vita non è del tutto finita. 

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Rosamond Lehmann: “Risposte nella polvere” (Einaudi, trad. M. L. Agosti Castellani), di Lavinia Capogna

Un’educazione sentimentale sulle rive del Tamigi

Nonostante Rosamond Lehmann (1901 – 1990) sia stata una delle migliori scrittrici inglesi è ancora oggi poco conosciuta e letta in Italia. La responsabilità è delle case editrici che hanno obliato questa autrice le cui opere (cinque romanzi, racconti, una commedia, un testo fotografico, due sulla figlia) sono state ripubblicate in Inghilterra dalla prestigiosa casa editrice femminista Virago Press. 

Unica eccezione il suo primo romanzo “Risposte nella polvere”. (nota 1).

Rosamond Lehmann lo pubblicò a 26 anni nel 1927. Lo aveva scritto quando il suo matrimonio con Leslie Runciman stava andando in frantumi nella grigia e industrializzata Newcastle nel nord dell’Inghilterra dove lui l’aveva portata. 

In realtà il titolo originale “Dusty Answer” è una frase idiomatica che significa una risposta non soddisfacente oppure scortese e il sostantivo (answer) è al singolare ma anche al plurale è intonato con la trama del romanzo. 

Virginia Woolf avrebbe scritto qualche anno dopo nel suo Diario: “Leggo R. Lehmann con interesse e ammirazione. Ha una mente lucida e rigorosa, che a volte raggiunge livelli poetici” – 1930).

È necessario dire qualcosa sulla giovane autrice per comprendere meglio questo suo primo romanzo squisitamente British nelle atmosfere che suscitò un enorme scandalo. 

Bella, gentile e timida Rosamond Lehmann proveniva in parte da una famiglia di origine tedesca, come si può intuire dal suo cognome, in parte americana. Un suo antenato di Amburgo si era trasferito in Inghilterra dove era possibile far fortuna grazie al grande sviluppo dell’industria. Ed effettivamente la famiglia divenne molto ricca. In seguito un po’ meno a causa di un socio del padre. Il nonno era un artista e un amico di Charles Dickens e del poeta Robert Browning. Il padre un ministro di idee liberali, giornalista e grande appassionato di canottaggio. 

Sua madre era invece americana, di Boston nel Massachusetts, la città più sofisticata degli States. 

Vivevano in una zona molto tranquilla sulle rive del Tamigi, in una grande villa. 

Suo fratello John, poeta, sarebbe diventato un collaboratore della Hogarth Press, la piccola ma assai innovativa casa editrice di Virginia e Leonard Woolf (di cui Rosamond fu amica). Sua sorella Beatrix invece un’attrice teatrale e cinematografica assai nota. 

All’università, Rosamond Lehmann, si era innamorata seriamente di un certo David che, dopo averle dato un bacio, era svanito nel nulla. 

Questa prima delusione ebbe un peso nella sua vita sentimentale. 

Nel 1923, a 22 anni, aveva sposato Leslie Runciman, un bel ragazzo aristocratico ma, sembra dai testi rimasti, insopportabile e lamentoso, che non voleva assolutamente figli e che la trascinò a Liverpool e poi a Newcastle, città industriali, diversissime da Londra, dove lei si era sentita molto sola ed aveva incominciato a scrivere il suo primo libro. 

Il matrimonio era già finito quando lei incontrò l’affascinante Wogan Philipps, un amico e collega del marito, molto diverso da lui, con il quale nacque un grande amore. Leslie, suo marito, lo sapeva ma aveva accettato la situazione purché non ne fossero a conoscenza gli aristocratici genitori sia di lui sia di Philipps. 

Philipps era un ribelle comunista con un padre aristocratico ed industriale con cui era in conflitto e che arrivò a diseredarlo. 

Rosamond Lehmann prese parte a numerose iniziative antifasciste. 

Lei e Philipps, che nel frattempo si erano sposati, ebbero due figli, Hugo e Sarah detta Sally. 

Tuttavia anche la vita con lui divenne difficile a causa dei tradimenti e si lasciarono.

 

Nel 1941 incominciò l’ultima relazione sentimentale della scrittrice, quella con il poeta Cecil Day – Lewis (che scriveva anche romanzi gialli di successo con lo pseudonimo Nicholas Black). 

Anche Day – Lewis era un bell’uomo, un po’ simile a Humphrey Bogart, comunista fino al 1956, sposato con due figli. 

Nel 1943 dedicò a Rosamond Lehmann la raccolta di poesie “Word Over All” ma poi la lasciò assai bruscamente perché aveva incontrato una giovane attrice, Jill Balcon, che sarebbe diventata la sua seconda moglie (e, detto per inciso, il loro figlio è l’attore Daniel Day – Lewis). 

Questa rottura ebbe un forte impatto su Rosamond Lehmann, ci mise molto tempo a riprendersi emotivamente. 

Nel 1953 una tragedia colpì la scrittrice, la morte improvvisa della figlia Sally durante un viaggio in Oriente. Sally era una simpatica ragazza di 23 anni. 

Rosamond Lehmann ha descritto questa tragedia nel libro autobiografico “The Swan in the Evening: Fragments of an Inner Life” (1968) dove racconta sensazioni e singolari coincidenze che la portarono ad interessarsi di parapsicologia seria. 

Fu anche traduttrice dal francese e morì a 89 anni nel 1990. 

I libri della Lehmann si concentrano principalmente sulla vita sentimentale delle donne. Ci aiutano a comprendere la vita comune delle persone degli anni ’30/50, i loro conflitti, passioni e debolezze, spesso celati agli altri. E proprio in questo talento, nel saper raccontare la quotidianità, sta la forza della sua opera letteraria. 

Ma il suo libro più celebre è senza dubbio il primo. 

Quando “Risposte nella polvere” venne pubblicato nel 1927 non ebbe inizialmente molta risonanza essendo di un’esordiente fino a quando lo stimato poeta Alfred Noyes non scrisse una recensione nel quale lo definì: “Il romanzo d’esordio più sorprendente di questa generazione” e “La giovane donna moderna, con tutta la sua franchezza e le sue perplessità nel mondo semi-pagano di oggi, non è mai stata descritta con maggiore onestà, né con arte più raffinata. Lo stile è lucido e semplice, e possiede la sottigliezza di queste grandi qualità. È il tipo di romanzo che avrebbe potuto scrivere John Keats se fosse stato un giovane romanziere dei nostri giorni”. 

Sul famoso giornale “The Spectator” si leggeva: “Questo è davvero uno degli studi più affascinanti e convincenti sulle giovani donne che abbiamo letto da tempo ma la trama è troppo triste per il gusto popolare”. 

Altri furono furenti: lo giudicarono un libro scandaloso e corruttore nonostante fosse casto. Nel quotidiano “Evening Standard” in un articolo significativamente intitolato “I pericoli della gioventù” il libro era accusato di corrompere i giovani, ai quali veniva raccomandato “silenzio e autocontrollo” in campo sentimentale. 

Rosamond Lehmann venne sommersa da lettere di ammiratrici e ammiratori ma anche di detrattori. 

Fu uno shock emotivo al quale non era preparata. 

Il libro venne tradotto in altre lingue e nel 1932 anche in italiano. Tuttavia l’atmosfera forse non venne molto compresa allora. 

Negli anni ’80 la scrittrice disse “Oggi può sembrare buffo che quest’opera appassionata ma idealistica abbia scandalizzato moltissimi lettori: eppure è stato così”. 

Lo scandalo portò ad un vertiginoso aumento di vendite. Anche alcuni noti scrittori recensirono il libro. 

“Risposte nella polvere” è un romanzo di formazione i cui temi centrali sono l’amicizia e l’amore che a volte si confondono ma anche una descrizione della gioventù tra le due guerre, i ventenni degli anni Venti del Novecento che, adolescenti, avevano visto un mondo scomparire nell’immane massacro della prima guerra mondiale.

Dopo ogni guerra o rivoluzione segue un periodo di disorientamento in cui molta gente vuole solo dimenticare, vivere alla giornata o anche in modo eccessivo: così era nata l’età del jazz dello scrittore americano Francis Scott Fitzgerald. 

Alcuni avevano scritto romanzi sul conflitto, tra cui spiccano “Guerra” di Ludwig Renn, “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque e “Addio alle armi” di Hemingway. Raymond Radiguet aveva raccontato l’amore tra un liceale e una giovane donna sposata il cui marito è al fronte in “Il diavolo in corpo”, Jean Cocteau la gioventù sbandata del dopoguerra in “I ragazzi terribili”. 

Il mondo di “Risposte nella polvere” è quello dei ragazzi dell’alta e media borghesia inglese, tra vecchio e nuovo. Parecchi restarono ancorati alle tradizioni conservatrici di quello che era il più grande impero del mondo, altri aderirono alle lotte sociali e all’antifascismo (come Rosamond Lehmann) cercando vie nuove anche nella sfera dei sentimenti, stretti allora nella severa morale post vittoriana. 

Di questi giovani Rosamond Lehmann trascrive anche il lessico, oggi un po’ desueto, il che rende il libro interessante nella versione originale anche a livello filologico. 

Anche le donne erano cambiate, almeno nelle metropoli come Londra, Parigi, New York e Mosca. Erano state proprio le suffragette inglesi, alcune americane e sovietiche a proporre una donna nuova e non più silente, che studiava, lavorava, aveva figli o era single, non subalterna agli uomini ma eguale seppure diversa. Le università, a lungo interdette alle ragazze, si aprivano, si otteneva in alcuni paesi il diritto di voto. 

Certo, non era così ovunque ma era un movimento in espansione. 

Jonathan Coe, scrittore britannico, scriveva acutamente nel 1996 nella prefazione di “Echoing Grove” (un altro romanzo di Rosamond Lehmann del 1953): “Almeno in apparenza, il tema più importante al centro dei suoi romanzi, è stato l’amore romantico: in” A Note in Music” (1930), “Invitation to the Waltz” (1932), “The Weather in the Streets” (1936) e “The Ballad and the Source” (1944), ci sono donne ferite, offese o in qualche modo deluse dagli uomini dei quali si erano fidate. Sottolineare la centralità dell’amore romantico nella narrativa della Lehmann non significa però (come vorrebbero alcuni critici) sminuirla: la relazione romantica in tutti questi romanzi assume un’importanza fondamentale perché è vista come la pietra di paragone, la cartina tornasole, dei valori di un individuo in tutti gli altri ambiti. In quest’ottica, il tema della narrativa di Rosamond Lehmann diventa niente di meno che la responsabilità morale degli esseri umani gli uni verso gli altri; (…)”. 

I due fattori che tanto turbarono i critici reazionari e una parte dei lettori in “Risposte nella polvere” furono il sentimento amoroso per quanto platonico di Judith, la protagonista, verso la sua migliore amica all’università di Cambridge, la ribelle Jennifer e poi la prima (per lei) ed unica notte d’amore tra i salici vicino al fiume con Roddy, il ragazzo insensibile ed egoista di cui era sempre stata innamorata, che la scrittrice narrava con grande delicatezza. 

Ma in realtà fu più il sentimento verso Jennifer a destare scandalo. 

Se il tema dell’omosessualità femminile era stato affrontato già dal 1800 o inizio 900 in qualche opera francese (Balzac, Gautier, Zola, Baudelaire, Colette, Marcel Proust) e in un paio di opere teatrali tedesche (Shalom Asch “Il Dio della vendetta”, 1907, e “Anja e Esther” di Klaus Mann, 1925) non era mai stato sfiorato nella puritana Inghilterra, eccetto di sfuggita da D. H. Lawrence nel romanzo censurato “L’arcobaleno” (1915) e, sottilmente, in qualche novella di Katherine Mansfield.

L’anno seguente, il 1928, sarebbe stato edito il celebre “Il pozzo della solitudine” della scrittrice Radclyffe Hall che sarebbe stato proibito anche negli Stati Uniti. 

Verso quello di Rosamond Lehmann non ci furono azioni legali ma una riprovazione pubblica. 

Sempre nel ’28 Virginia Woolf avrebbe invece pubblicato “Orlando”, in cui sono aboliti i generi, il tempo e la morte. 

Rosamond Lehmann ricevette anche centinaia di lettere da ogni parte d’Inghilterra di lesbiche single o segretamente in coppia costrette all’invisibilità in piccole città piovose o sperdute nella folla di Londra che si erano sentite finalmente comprese, di molti uomini che volevano conoscerla e persino di un francese che, di suo, aveva scritto un lungo seguito del romanzo… 

Nel romanzo Judith, una ragazza dell’alta società, con una madre che conduce una vivace vita mondana e un padre assente, ricorda la sua infanzia e alcuni amici con cui ella aveva avuto un rapporto umano importante: Charles e Julian, due fratelli, e i loro cugini Martin, Leslie, Mariella e Roddy. 

Sulle memorie grava il dolore della morte del bellissimo Charles, appena ventenne, al fronte. 

Con ognuno di loro Judith ha un rapporto diverso, più adulti, alcuni sono affascinati da lei ma lei, da sempre, ama lo scontroso Roddy. 

All’università di Cambridge, Judith conosce invece Jennifer, una ragazza anticonformista, tra di loro vi è subito una grande connessione emotiva. Parlano di tutto ascoltando musica jazz, mangiando pancakes, leggono libri, cercano di farsi delle opinioni sulla vita, sul mondo. 

Judith è consapevole del sentimento che prova verso l’amica ma che non si sente di esprimere o che non può esprimere perché non è concesso dalla società. Ma anche Jennifer le dice una frase inequivocabile. 

Leggendo il libro si scopriranno gli sviluppi di questa educazione sentimentale che nel 1927 ebbe il coraggio di rompere un tabù. 

……. 

Nota 1) Un paio di romanzi di Rosamond Lehmann sono stati pubblicati in italiano negli anni ’50 da Mondadori e uno, assai pregevole, è stato ripubblicato negli anni’ ’80 da Garzanti. 

Nei primi anni ’90 alcuni racconti in un volume dalla casa editrice La Tartaruga ma queste edizioni sono ormai pressoché introvabili. 

Bibliografia:

Rosamond Lehmann Risposte nella polvere (Einaudi 2014)

Dusty Answer (Virago Press 2006) 

Selena Hastings Rosamond Lehmann. A Life (2012).

Un ottimo articolo su “Dusty Answer” è quello della scrittrice e critica letteraria inglese Emma Garman, intitolato “Rosamond Lehmann, Literary Star” sulla rivista The Paris Review (2017).

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.