Mathias Enard: ‘’Disertare’’ (Edizioni e/o, 2025), di Claudio Musso

Mathias Enard: ‘’Disertare’’ (Edizioni e/o, 2025) di Claudio Musso

“Disertare” e “dissertare” sono le due parole che pervadono la narrazione dell’ultimo romanzo di Mathias Enard, una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea, pubblicato da poche settimane dalle Edizioni e/o nella traduzione di Yasmina Melaouah.

La diserzione, prescindendo dal sinonimo di tradimento in uso nella semantica militaristica, assume spesso il significato, certo più ampio, di un passo indietro rispetto ad una situazione o una appartenenza precedente, di un sottrarsi a qualcosa che ora ci appare estraneo e straniante. Ma, a ben guardare, è anche un passo in avanti verso una nuova e diversa percezione di sé stessi, è un’aggiunta alla visione delle cose, un nuovo modo di osservare il nostro mutato posto nel mondo. E, una volta che abbiamo disertato, possiamo dissertare su ciò che ci siamo lasciati alle spalle, trovare nuove parole per il lessico con cui ci diremo domani oppure presentarci davanti a quello stesso domani afoni?

Enard in queste pagine innesta due storie parallele raccontate con due stili contrapposti. Priva di riferimenti temporali e spaziali, senza nomi di protagonisti e luoghi, amante dell’ombra e dei non detti, vergata da parole nette, quasi brusche, con una punteggiatura volutamente libera di posarsi su pagina a suo piacimento, la prima; puntualmente datata, riferibile a eventi della seconda metà del Novecento e fino ai giorni nostri, rigogliosa e intima nel raccontare gli eventi della Storia e le storie che restituiscono il quotidiano, con una narrazione documentale che si nutre di dialoghi, lettere, aneddoti, la seconda.

Da un lato c’è un uomo in fuga da quello che è stato, un soldato, ora un disertore, che, incalzato dall’angoscia e dal fiato del sangue delle vittime che si è lasciato alle spalle, percorre zone boschive non lontane dal mare come se fosse l’ultimo uomo rimasto sulla terra. La sua è una lunga via dell’eremitaggio per sfuggire alla sofferenza di chi sente ora la divisa stretta, quasi un sudario, per farla finita con quella lunga quaresima che è la guerra che l’ha trasfigurato. I luoghi che attraversa, dominati dal silenzio, sono quelli sommersi dell’infanzia, i ricordi si rincorrono, gli occhi ritrovano paesaggi familiari, ma deve nascondersi perché in paese sanno chi è, come lo sa il branco di cui faceva parte.

Egli respira a fondo il profumo di quelle terre e si concede un momento di requie: a poco a poco si libera del peso della memoria, si riappropria dell’uomo che ancora potrebbe essere. Nell’osservare poi che i frutti della natura sono ancora rigogliosi nonostante la guerra abbia creato solo ceneri, buio e assenza di presente, si rafforza sempre più in lui l’ipotesi di futuro e la possibilità, chissà come e quando, di ricominciare. Nella sua fuga incontra una donna con la testa rasata accompagnata da un asino piuttosto mal ridotto, due superstiti, in fondo, che la violenza degli uomini ha violato nella loro natura. I due non si parlano, si osservano con diffidenza, forse stavano su barricate opposte, sono due solitudini, marchiate nella carne, che si uniscono per raggiungere, entrambe, la frontiera.

Dall’altro lato c’è una figlia che ricostruisce la biografia personale e politica del padre, uno dei più celebri matematici della DDR che rimane fedele all’utopia socialista fino alla fine. Un uomo, ostinato come un assioma, che ha dato del ‘tu’ alla recente storia tedesca. Ha vissuto infatti sei anni di prigionia a Buchenwald sotto il nazismo, periodo nel quale ha composto un’opera tra disperazione storica e speranza nella matematica, è stato membro dell’apparato della DDR, pur non condividendone diversi risvolti, ha visto sfilacciarsi la famiglia con una moglie che sceglie l’Ovest e la partecipazione politica attiva nella socialdemocrazia di Willy Brandt, fino al crollo del Muro di Berlino e alla sparizione del proprio paese dalle cartine geografiche. Poi ci sono state le guerre jugoslave in una vertigine e in un’alternanza nella sua storia personale di guerre fredde e calde. Non ha tuttavia fatto in tempo a vedere l’invasione russa dell’Ucraina, chissà cosa avrebbe detto.

Per lui l’11 settembre 2001 si organizza, ma verrà bruscamente interrotta, una conferenza commemorativa che raccoglie i ricordi e le testimonianze di chi è stato suo compagno di prigionia, suo allievo e collega nella professione matematica. Un incontro che rivela un senso di precarietà, che fa riaffiorare detto e non detto su un uomo che, ad un certo punto della sua vita, diserta dal mondo prima rifugiandosi nell’astrazione della matematica poi, mentre torna la guerra e prende in una morsa l’Est Europa, decide di fuggire. Fallito il sogno socialista in un mondo migliore e constatata la facilità degli uomini a imbracciare le armi rivelando, in modo definitivo, che la pace è sempre uno stato di eccezione, si isola sulla costa catalana lasciando che il mare lo sommerga con le sue onde e i suoi oblii. 

Il soldato e il matematico sono, a loro modo, dei disertori che dissertano sul pensarsi altrimenti. Il primo fino all’ultimo non si separa dal proprio fucile in un tempo rapace fino a quando non si convince a diventare, per così dire, un contrabbandiere, a portare oltre il confine una nuova idea di sé stesso e di mondo. E il ragionare sulle nuove possibilità del proprio io è un dialogo che avviene nella sua mente, con un finale aperto. Il secondo vive prima le diserzioni degli altri, della DDR che deforma gli ideali socialisti nel ghigno del regime, della presenza della moglie che, nonostante l’affetto, sceglie l’Ovest, e poi, legato a doppio filo alla sua matematica, stanco di congetture decide si sottrarsi al consesso umano in cui si sente un paria perché le verità assolute non sono di casa in questo mondo.

Se a Buchenwald immergersi nella matematica gli aveva permesso di salvarsi la mente, quando intorno c’erano solo reclusione e una specie di lungo dolore dell’assenza, oggi i numeri sono sempre più quella di una roulette arbitraria dove siamo noi la pallina che gira. E allora il disertore è colui che, travolto dai destini della Storia, dice di no di fronte ad un mondo che si sgretola e lascia che sia l’immaginazione a guarire gli uomini, oltrepassa il Rubicone, consapevole che la frontiera non è altro che una riga tra due forme di dolore.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Intervista a Nadia Terranova per “Quello che so di te” (Guanda, 2025), di Gabriele Torchetti

Nadia Terranova, messinese, è una delle voci più interessanti della narrativa italiana contemporanea. Già finalista del Premio Strega nel 2019 con “Addio fantasmi”, il suo ultimo romanzo “Quello che so di te”, edito da Guanda, in libreria dallo scorso gennaio, sta ricevendo ampi consensi di pubblico e di critica e ha già iniziato, proposto da Salvatore Silvano Nigro, il lungo percorso che speriamo lo porti alla serata finale del nostro più prestigioso premio letterario. Nadia Terranova, che ringraziamo per la disponibilità, è stata intervistata per gli amici del Randagio dal nostro Gabriele Torchetti.

Ciao Nadia e benvenuta a Il Randagio, “Quello che so di te” sviluppa tra i tanti temi il concetto bellissimo di mitologia familiare che ci riconduce a quasi cent’anni fa, quando una donna minuta e silenziosa varca la soglia di un manicomio, “un luogo di cui avrebbe parlato con un distacco sempre più irreale fino a non nominarlo più, come accade ai ricordi che abbiamo sciupato”. Scrivi che la chiami Venera, con l’accento sulla prima sillaba e che la incontri spesso in sogno, puoi dirci qualcosa in più su questa donna? 

Tutto quello che sapevo di Venera l’ho scritto. È difficile per me dire qualcosa di più. Posso dire però qualcosa di meno. Posso dire che quando ho cominciato a scrivere di lei, quindi nelle prime pagine del libro, lei era davvero soltanto una donna scontornata, ma la cui presenza era molto forte nella mia vita, molto insistente, quasi infestante. Non capivo perché. Poi ho capito alla fine che voleva soltanto essere raccontata.

Abbiamo una passione in comune, quella per i tarocchi, presenti anche in Trema la notte. L’archetipo della luna è probabilmente uno dei più difficili da interpretare, perché nei suoi simbolismi racchiude una molteplicità di chiavi di lettura che ho incontrato nel tuo romanzo. Leggendo il tuo libro ho pensato al principio creativo femminile: la maternità, all’emotività nelle sue molteplici sfumature. La luna però rappresenta anche l’inconscio, la notte (dunque quello che non si vede a occhio nudo) con i suoi segreti. Tua figlia si chiama Luna ed è molto presente tra le pagine di questo romanzo, così come sono presenti tutti i richiami dell’archetipo, anche quelli più nebulosi nella storia di Venera (tra l’altro nata sotto il segno del Cancro), di tua madre e di tutti i personaggi. E’ stata una mia sensazione o in qualche modo ti ha ispirato?

La luna per me è proprio il simbolo dell’energia femminile che sta per uscire, quindi è anche una gestazione continua. C’è del tormento, no? C’è anche un po’ di fatica nell’attesa che questa creatura esca dalle acque, che varchi la soglia del patriarcato rappresentato da questi cani che ululano, dalle torri. Però poi è l’attimo prima dell’esplosione dell’energia femminile. E quindi sì, è proprio la luna la Carta di tutto il libro. Per me è complicata perché il cancro è un segno complicato e però è stato molto interessante per me indagarlo.

Una mitologia familiare che racchiude una parola chiave, la memoria. C’è una memoria storica contenuta negli atti scritti e una memoria emotiva composta da ricordi, frammenti, sentimenti. Scrivi quello che sai di lei attraverso le poche notizie pervenute e dove non arrivi con le carte, con i documenti, intervieni con la tua scrittura. Hai avuto qualche difficoltà nel riempire i vuoti di questa storia?

Sai, le difficoltà ci sono quando stai facendo una ricostruzione storica. Ma se scrivi un romanzo, quella che è difficoltà è possibilità, perché ti apre un vuoto, una lacuna. Dove c’è una lacuna entri con l’invenzione, senza invenzione non c’è romanzo.

“Il verde degli alberi incombe dalla finestra, mia figlia mi guarda ma non mi vede. In quel momento, dentro quel preciso nulla, nell’isolamento dell’ospedale in cui ho appena partorito, capisco che non potrò mai più permettermi di fare. Impazzire.” Mi ha molto colpito questo incipit, la paura di un’ereditarietà oscura. Nel romanzo sviluppi lo stigma della follia. La scrittura ha plasmato in qualche modo i tuoi timori?

La scrittura ha dato una forma e quindi ciò che prima era una paura indefinita è diventata una paura scritta e come tutte le volte in cui si dà il nome a qualcosa, poi ho avuto meno paura.

La maternità scivola nella narrazione attraverso tantissime declinazioni, tu sei madre di Luna, la tragedia di Venera ha a che fare con una mancata maternità, ci sei tu figlia nel rapporto con tua madre. La cura e l’abbraccio riservato a Venera è commovente. Ti sei sentita un po’ sua madre in queste pagine?

È bello quello che dici. Sì, sono stata un po’ la madre di Venera, la madre della mia bisnonna. Che meraviglia!

I padri sono quasi totalmente estranei nei dibattiti, ma anche nella scrittura, che ruolo hanno gli uomini nella tua mitologia familiare?

In realtà, in questo libro c’è spazio per i padri; c’è stato spazio per me per capirli per raccontarli. Senza la differenza anche dei ruoli non ci sarebbero state le storie delle donne quindi, ecco, io ho abbracciato anche loro. 

Tra un capitolo e un altro, durante la lettura ho ascoltato “Terra ca nun senti” l’ultimo disco live di Carmen Consoli. Canzoni che raccontano la Sicilia, con note, profumi, paesaggi, memorie. Una terra meravigliosa ma nello stesso abbandonata e abbruttita dall’incuria politica e sociale. La Sicilia è sempre presente nelle tue narrazioni, che ruolo ha nella tua scrittura? E più in generale nella tua vita?

Amo Carmen Consoli, amo la musica siciliana, amo “Terra ca nun senti”. Sono stata a sentirla, tra l’altro, dal vivo a Pompei, pensa, all’anfiteatro. E in quella sera, eccezionalmente, c’erano due ospiti speciali: il fratello di Peppino Impastato e Donatella Finocchiaro che leggeva proprio testi di Rosa Balistreri. E’ stato splendido! Sì, la Sicilia è parte del mio immaginario e quindi della mia scrittura.

Ultima domanda, di consueto chiediamo un consiglio di lettura. Questa volta voglio farti una domanda un po’ più mirata, hai scritto le prefazioni delle ripubblicazioni dei libri di Alba de Céspedes (per Cliquot), perché dovremmo leggere i suoi libri e da quale ci consiglieresti d’iniziare?

Per quello che riguarda Alba de Céspedes, sì, ho scritto appunto non soltanto le prefazioni di Cliquot, ma anche quella per Mondadori di “Quaderno proibito”. Consiglio di cominciare da “Quaderno Proibito” e poi andare in tutte le direzioni. Secondo me Alba De Céspedes è la scrittrice del ‘900 più contemporanea che abbiamo. La più mimetica, che più è riuscita a riprodurre, a restituirci la voce delle donne, delle casalinghe, delle impiegate, delle intellettuali. È stata straordinaria nell’indossare le voci delle altre. Ecco perché leggerla

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Dahlia de la Cerda: “Bastarde disperate” (trad. Sara Cavarero – Solferino), di Gigi Agnano

In Messico la vita per le donne è perfino più difficile che altrove. “Ogni tre ore e venticinque minuti, una donna muore squartata, soffocata, violentata, picchiata a morte, bruciata viva, mutilata, crivellata dalle coltellate, con le ossa rotte e la pelle livida”.  Le violenze sono perpetrate da organizzazioni criminali  ma anche da bracci armati dello Stato e il 98% dei femminicidi resta impunito. “Essere donne è uno stato d’emergenza”. Il virgolettato è di Dahlia de la Cerda, l’autrice di Bastarde disperate (pubblicato in Italia da Solferino con la traduzione di Sara Cavarero), una raccolta di tredici racconti narrati in prima persona da una varietà di voci femminili accomunate dalla lotta quotidiana per sopravvivere. 

Sono donne di età e orientamenti sessuali diversi, provenienti da contesti sociali e culturali differenti, personaggi fragili ma combattivi che affrontano violenze domestiche, aborti, femminicidi, pregiudizi di classe. L’autrice di Aguascalientes, attivista femminista oltre che scrittrice e giornalista, con un linguaggio incisivo mette a nudo l’umanità di un universo femminile tormentato, alternando momenti di violenza a passaggi di struggente lirismo.

Nel racconto d’apertura, “Prezzemolo e Coca-Cola“, una ragazza sta seduta sulla tazza del water e ha appena orinato sul test di gravidanza che risulta positivo. Studentessa universitaria, orfana e sola in un paese cattolico dove l’aborto è illegale in 20 dei 32 stati, si mette alla ricerca su Google di metodi casalinghi per interrompere la gravidanza: prezzemolo nella vagina, lavande con Coca-Cola, aspirina, zapote nero, tè di ruta, di origano, di anice stellato. Navigando nel web le compare il video di un feto che grida “Ehi! Ehi! La mia gambetta!”. Anziché pungersi l’utero con una gruccia, si procurerà l’aborto da sola, in casa, con pastiglie di misoprostolo, tra tremori, vomito, diarrea e fiotti di sangue. 

I racconti successivi offrono angolazioni diverse della condizione femminile. Yuliana, figlia di un boss del narcotraffico, si ritrova erede di un impero criminale. Constanza, figlia di un deputato, è vittima di un femminicidio che tutti preferiscono mascherare come suicidio. Stefi, minorenne, viene abbandonata con un messaggio WhatsApp da Yandel “il coglione”, col quale ha avuto un figlio.

Giacché queste donne non hanno avuto la possibilità di parlare da vive, molte delle voci di “Bastarde disperate” raccontano le loro storie dall’oltretomba, in una sorta di Spoon River latinoamericano. “Mi sono svegliata molto confusa senza sapere cosa cazzo stesse succedendo. Ho guardato da una parte all’altra e ho emesso un urlo tremendo nel vedere il mio corpo buttato lì in mezzo a un mucchio di spazzatura. Mi sono avvicinata lentamente e ho avuto la conferma ai miei sospetti: ero morta. Quei puttanieri del cazzo mi avevano ammazzata. Ho preso la mia mano insanguinata e ho pianto un po’ per me.”

I racconti sono ricchissimi di rimandi alla musica pop messicana: canzoni tex-mex, ballate, cumbia, rap. Al ritmo di questa colonna sonora le protagoniste bevono, ballano, afferrano l’attimo, anche se le baldorie coincidono sempre con il momento che precede la tragedia. Due amiche vanno a una festa e non sanno, quando si salutano, che quella sarà l’ultima volta che si vedono. In “Regina”, una liceale di buona famiglia balla reggaeton e twerka sognando un fidanzato narcos, ignara che il suo destino è segnato da un proiettile tra gli occhi. 

Sono storie di donne reali, generalmente vittime, ma capaci a loro volta di essere cattive, moralmente grigie. Donne cui la vita non offre altre opzioni, che imbrogliano, ingannano, rubano e uccidono per sopravvivere. Sono forti e bastarde come “La China”, con un passato di violenza domestica, che uccide per soldi, per provvedere alla figlia, e che dice di non fare la puttana solo perché non sa “che prezzo dare alle chiappe”. O come la ragazza che va al Nord  per lavorare nelle “maquilas”, stabilimenti industriali che adoperano manodopera femminile sottopagata, che viene stuprata e uccisa nel deserto da una banda di cinque balordi. È una scena straziante che grida vendetta: “Mi hanno violentata tutti e cinque. Facevano i turni per violentarmi. Mi hanno legato mani e piedi. Mi hanno bruciato con le sigarette, mi hanno colpita finché non si sono stufati. Mi liberavano e poi si divertivano a darmi la caccia. Mi hanno morso i seni. Mi lasciavano andare, io correvo con tutte le mie forze, ma loro erano più veloci e più forti di me. Non appena uno mi raggiungeva, mi afferrava per i capelli, mi buttava sulla sabbia e mi prendeva a calci in faccia, sul petto, con furia.” Il fantasma della ragazza stuprata incastrerà in un autobus gli aggressori che l’hanno uccisa. Per ipotizzare un riscatto contro l’impunità, bisogna ricorrere al sovrannaturale e al fantastico. Il racconto è “Il sorriso”, quello che più di tutti gli altri fa l’occhiolino al genere horror e al gotico messicano. 

Vittime di una violenza e di un’ingiustizia spropositate sono anche le donne trans. Nel caso dei transfemminicidi il tasso di impunità è ancora più elevato, in Messico come altrove. Sono crimini in cui la misoginia si mescola al machismo e le vittime, invece di trovare giustizia, vengono criminalizzate e stigmatizzate. In “Paillettes” una trans, cacciata di casa, si prostituisce e viene violentata e assassinata: “Quando il mio cadavere è stato ritrovato, nessuno mi ha chiamata Julia, è stato come se un pezzetto di plastica con una fotografia valesse più di una vita di trasformazioni.” 

La raccolta si conclude con “La Huesera”, una lettera d’addio, scritta su consiglio dello psicologo, a un’amica vittima di femminicidio: “eccomi qui a scriverti com’è e come è stata la vita senza di te. Dopo la tua improvvisa scomparsa da questo mondo.” Il ricordo è straziante: “Ho la mia top ten delle tue risposte del cazzo. Ancora penso a quella data al tizio che ti aveva detto «Che belle gambe, a che ora aprono?», e tu: «Alla stessa ora di quelle di tua madre, coglione».”

Con uno stile provocatorio e seducente, una scrittura trasgressiva, anarchica e selvaggia, la de la Cerda ci propone un Decamerone adattato ai nostri tempi malati, con il grande pregio di scuotere le coscienze creando un rapporto empatico tra i suoi personaggi e il lettore, che non può restare indifferente all’ascolto.

Libro “politico”, di critica sociale filtrata dalla letteratura, commedia nera che si fa leggere informando, che suscita lacrime divertendo, Bastarde disperate è un debutto grintoso, inquietante e necessario di uno dei più emozionanti nuovi scrittori latinoamericani. E non sorprende che, dopo aver vinto numerosi premi, sia stato inserito nella longlist dei candidati all’International Booker Prize 2025, di cui conosceremo i finalisti il prossimo 8 aprile.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.

“Ricette Letterarie”: i tacos di Dahlia de la Cerda, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone i tacos vegetariani ispirandosi al racconto “Yuliana”, tratto da “Bastarde disperate” di Dahlia de la Cerda (dove, per la verità, si parla di una versione preparata con le cotiche di maiale…) La de La Cerda è una scrittrice messicana, nata a Aguascalientes nel 1985. “Bastarde disperate”, il suo esordio letterario, uscito in Messico nel 2019 e in Italia nl 2023 pubblicato da Solferino, è una raccolta di tredici racconti caratterizzati da una narrazione dove la violenza si alterna a momenti di toccante lirismo. La de la Cerda, attivista femminista, oltre che scrittrice e giornalista, con questo libro viene considerata una delle voci più interessanti dell’ultima generazione di scrittori latinoamericani. “Bastarde disperate” è nella longlist dell’International Booker Price, i cui finalisti si conosceranno il prossimo 8 aprile.

*** I BISCOTTI ALLA CREMA DI JAMES JOYCE ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

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Ricette Letterarie: i tacos vegetariani da “Yuliana” (Bastarde disperate) di Dahlia de la Cerda 

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Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA DEI TACOS VEGETARIANI

Ingredienti per 4 persone

Per il ripieno:

  • 1 confezione di formaggio Feta da 200g (o di tofu bianco nel caso si vogliano preparare vegani o fagioli neri lessati)
  • 2 cucchiai da tè di concentrato di pomodoro
  • 1 bustina di condimento per tacos
  • 4 pomodori rossi ramati
  • 1 cipolla rossa
  • 4 peperoni lunghi (2 rossi e 2 arancioni o gialli)
  • 1 peperoncino rosso fresco
  • 2 zucchine 
  • 2 avocado maturi
  • 2 Lime
  • 2 spicchi di aglio
  • Qualche fogliolina di basilico Prezzemolo o coriandolo
  • Olio extravergine di oliva, pepe e sale

Per i tacos:

  • 150g farina di mais
  • 150g farina bianca di frumento 
  • 2g lievito chimico (non vanigliato!)
  • 5g sale fino
  • 150g acqua
  • 10g olio extravergine di oliva

Procedura.

Per il ripieno:

  1. Lavare, mondare e tagliare a cubetti le zucchine. Poi saltarle in padella con uno spicchio di aglio, olio e basilico. Mettere da parte.
  2. Lavare, mondare e tagliare a cubetti i peperoni. Poi saltarli in padella con uno spicchio di aglio, olio e basilico. Mettere da parte.
  3. Pelare, affettare e tagliare a cubetti la cipolla. Metterla in acqua fredda.
  4. Tagliare a rondelle il peperoncino. Mettere da parte.
  5. Tritare il prezzemolo o il coriandolo.
  6. Pelare e tagliare a cubetti gli avocado e spruzzarli subito con il succo di lime per evitare che anneriscano.
  7. Frantumare il formaggio Feta (o il tofu, non i fagioli!) mescolandolo con le spezie per tacos, un filo di olio e il concentrato di pomodoro. Mettere da parte.

Per i tacos:

  1. Mescolare la farina di mais con quella di frumento e il lievito chimico. Aggiungere il sale e l’acqua e impastare fino ottenere un impasto sodo.
  2. Aggiungere l’olio, impastare velocemente e formare una palla.
  3. Fare riposare l’impasto coperto con una ciotola di plastica per 10 minuti.
  1. Nel frattempo preparare il pico de gallo: scolare la cipolla e mescolarla con i pomodori e il peperoncino a rondelle. Condire con sale, pepe e un filo di olio.
  2. Tagliare l’impasto in 4 pezzi, arrotolarli a formare delle palline e poi stenderli con il matterello per ottenere una tortilla tonda e molto sottile.
  3. Cuocere le tortilla in una padella dal fondo molto caldo, girandola una volta sola, quando si formano le bolle sulla superficie.
  4. Per finire farcire le tortillas con il pomodoro condito (pico de gallo), i peperoni, le zucchine, la feta o il tofu, l’avocado e il coriandolo. Oppure portare tutto in tavola e lasciare che gli ospiti compongano il loro taco.

Hyeonseo Lee: “La ragazza dai sette nomi. La mia fuga dalla Corea del Nord” (trad. Stefania Cherchi, Mondadori, 2024), di Elena Realino

Hyeonseo Lee è un’attivista e portavoce per i rifugiati nordcoreani. In questo potente libro racconta la storia della sua vita, dall’infanzia in Corea del Nord alla fuga che la conduce ad essere clandestina in Cina, sospesa tra tensione e paura; fino al percorso per riuscire a far espatriare anche la sua famiglia, un calvario anche questo ai limiti dell’inverosimile. Ogni singola pagina è preziosa per conoscere la storia della Corea del Nord, una storia che si intreccia con quella personale dell’autrice e dà come risultato un libro dinamico e avventuroso.

“Per molti versi la vita nella Corea del Nord si svolge in modo del tutto normale. Abbiamo le nostre preoccupazioni economiche, troviamo gioia nei figli, beviamo troppo e ci diamo da fare per la carriera. Ciò che non facciamo mai è mettere in discussione la parola del partito, perché rischieremmo di finire nei guai. I nordcoreani che non sono mai usciti dal paese non pensano in modo critico perché non hanno elementi di confronto (con governi precedenti, con diverse linee politiche o con altre società del mondo esterno).”

Paese blindato, isolazionista e dittatoriale, dalla Corea del Nord è pericoloso uscire ma anche entrare (si veda la vicenda del giovane turista americano Otto Warmbier). Un paese che racchiude in sé infiniti paradossi, come quello ad esempio di definirsi una Repubblica Democratica Popolare quando invece sopprime ogni forma di individualismo, che sia un modo originale di acconciarsi e vestirsi o un’idea maturata in modo spontaneo e personale. In Nord Corea la proprietà privata non esiste, né si può professare una fede religiosa.  

Un altro paradosso è che si tratta di un paese fortemente militarizzato, il rigore e l’ordine sono promossi e osservati, eppure un alto grado di corruzione dilaga tra le cariche istituzionali. E poi anche a livello più popolare, perché pur di sfuggire all’ottemperanza di assurdi divieti si ricorre all’inganno. “L’ironia della cosa sta nel fatto che, cercando di costringerci a diventare buoni cittadini, lo stato ci trasformava tutti in traditori e informatori.” 

Una delle cose narrate nel libro che mi ha colpito molto riguarda le cosiddette sessioni di autocritica in cui ognuno, sia a scuola che a lavoro, deve muovere un’accusa a un altro e dire ad alta voce in cosa sarebbe venuto meno rispetto ai principi del “nostro Rispettato Padre e Leader” nell’ultimo periodo di tempo. “Se non ce la facevo proprio ad accusare un compagno, a volte accusavo me stessa, cosa che si poteva fare. Oppure io e una mia amica stringevamo un patto: una settimana lei avrebbe criticato me, e la settimana dopo io avrei criticato lei accusandola di qualcosa che avevamo inventato e concordato insieme.” “Quelle sessioni mi hanno insegnato una lezione di sopravvivenza: dovevo imparare a essere discreta, sempre attenta a ciò che facevo e dicevo, e diffidente nei confronti degli altri. Stavo già costruendomi la maschera che gli adulti indossano dopo averci fatto l’abitudine.”  

La dinastia dei Kim si incentra sulla venerazione di questi leader considerati come semidèi, anche in virtù del presunto senso paterno e della cura verso il popolo, eppure durante la terribile carestia che colpì la Corea del Nord tra il 1994 e il 1998, in cui persero la vita mezzo milione di persone, Kim Jong-il non si adoperò per il paese, ma paventando finto interesse e simulata solidarietà continuava a fare bella vita di cibo e piaceri; nel frattempo la propaganda insinuava che la carestia era causata dalle sanzioni e dalle penali inflitte dagli americani, quando invece la verità era che col crollo dell’Unione Sovietica la Corea del Nord perdeva la sua fonte di sostegno economico. È in questo filone di eventi che si colloca la presa di consapevolezza di Hyeonseo Lee, l’inizio dei suoi dubbi e dell’eventualità di varcare il confine con la Cina, ovviamente illegalmente, perché anche in una nazione evoluta come la Cina, essendo questa alleata della Corea del Nord, un nordcoreano è un clandestino che se scoperto dal governo cinese viene rifilato dritto in patria in un campo di lavoro, o meglio inteso campo di tortura. Motivo per cui Hyeonseo Lee ricorre molte volte al cambio d’identità.                                                                                                                                     

Un’altra menzogna propinata ai nordcoreani è che fu la Corea del Sud a dare inizio alla Guerra di Corea (1950-1953), una guerra che sappiamo si inserisce nell’ambito della Guerra Fredda: il Sud era sotto il controllo degli Stati Uniti, il Nord sotto l’Unione Sovietica. Sappiamo che a dare il via alle ostilità fu il Nord, capeggiato dall’URSS, che invase la Corea del Sud. Ma secondo quello che asserisce la propaganda dei Kim sarebbero stati il Sud e quindi gli americani ad attaccare il Nord, e questo è ciò che si trova scritto in tutti i libri di storia studiati nelle scuole della Corea del Nord, e ciò a cui la maggior parte dei nordcoreani crede. E il Nord sarebbe stato drammaticamente sconfitto dagli americani se non fosse stato per l’intervento da parte della Cina in suo favore.  La propaganda nordcoreana usa spesso l’espressione “bastardi imperialisti americani” o “maledetti yankee”. Il governo nordcoreano contempla l’esecuzione pubblica per chi è sorpreso a guardare o ascoltare film o musica americana, e assistere a queste esecuzioni pubbliche è obbligatorio.  

Riguardo al culto della personalità dei Kim, appesi a un muro interno di ogni abitazione o edificio stanno i ritratti dei due leader, Kim Jong-il e Kim Il Sung (a quanto sembra dal 2024 è subentrato il terzo ritratto, quello di Kim Jong Un, l’attuale leader, che affianca quindi i ritratti del padre e del nonno). Questi ritratti devono essere spolverati con un panno apposito dato dal governo che fa un controllo periodico dello stato dei quadri. Nel caso di incendio di un’abitazione, la priorità dev’essere portare in salvo i ritratti prima ancora dei membri della famiglia: se i ritratti bruciano, le persone scampate all’incendio vanno in campo di prigionia.

Tutte queste sono solo alcune delle informazioni che si apprendono leggendo questo libro: fatti e testimonianze che gettano luce su una parte di mondo di cui si sa poco. Il libro ha anche il merito di mettere in evidenza quanto i funzionari governativi possono essere spietati e corrotti. 

Elena Realino*

p.s. Ci è parso significativo e interessante riportare il link della conferenza TED tenuta da Hyeonseo Lee nel febbraio del 2013, in cui racconta la fuga rocambolesca, sua e della sua famiglia, dalla Corea del Nord. Cliccate sulla foto e… buona visione!

*Elena Realino, è nata a Castrovillari, in provincia di Cosenza. Studia le pagine della letteratura con passione e spirito critico. Impegnata nel sociale, laureata in Lingue e Culture Moderne all’Unical. Crede che lo studio delle letterature straniere possa essere la chiave di accesso alla società poliedrica in cui viviamo e possa accorciare le distanze rispetto a realtà e mondi altrimenti ignoti o poco conosciuti.