Georges Perec: ‘’Specie di spazi’’ (Bollati Boringhieri), di Maurizia Maiano

Ho riletto recentemente “Specie di spazi” di Georges Perec e diciamo che l’ho trovato sempre originale. Riflettere sugli spazi o sullo spazio in cui viviamo. Nel primo caso ci ritroveremmo come piccole monadi rinchiusi in una gabbia a dialogare con noi stessi, nel secondo in uno spazio grande e cosmico, liberi di muoverci, soffici e leggeri come piume, lucciole e libellule che si scontrano come dervisci rotanti. Ma non è solo questo, andiamo sempre oltre quando pensiamo allo spazio, lo pensiamo in senso filosofico, poetico, storico, materiale, spirituale, lo pensiamo curvo e vuoto o pensiamo a quello dove finiremo un giorno che è quello cosmico anche se anche lì non sappiamo se apparterremo ad un tutto in senso materiale o a quello che qualcuno aveva definito etere e in cui saremo una particella infinitesimale del tutto ma sempre in movimento, sempre danzanti.


Non è questo lo spazio di Perec. Lo spazio di cui ci vuole parlare è quello dove siamo in un preciso momento o istante, sia anche una pagina di word su cui stiamo scrivendo poesie, racconti e divagazioni o più frequentemente formulari da compilare, attestati di presenza, richieste di partecipazione, giustifiche per assenze, proposte di collaborazione, curricula. Lo spazio circoscritto delle nostre giornate è per qualcuno una stanza grande almeno 5 per 5, media 4 per 4 o una piccola 3 per 2, ma sempre e tutte con un divano o una poltrona o tutte e due, con dei cuscini, una scrivania poggiata alla parete ed un pc, questo schermo che sfora nel mondo anche se non ci siamo. Un mondo che non ci appartiene eppure ci appartiene perché partecipiamo con i nostri pensieri, ne seguiamo le rotte a vele spiegate o ci areniamo in terre desolate o popolate da mostri sconosciuti o amici fedeli. Sono ancora sul foglio word e vedo attraverso questo foglio word. Qualcuno ha uno spartito che riempie di note i cui suoni suscitano estatico stupore mentre intorno, attaccati alle pareti, sono appesi quadri che abbiamo scelto perché rappresentano una immagine che ci solleva il cuore, che ci fa compagnia nella solitudine, insomma ci fa stare lì dove non possiamo stare. Poi c’è una tv, queste variano anche nelle dimensioni e servono per guardare lontano e sempre là dove non potremmo essere. Intorno ancora scaffali o librerie, libri chiusi e aperti e sempre con tanti mondi dentro che rielaboriamo e cerchiamo di capire o ci divertono o ci intristiscono e ci fanno capire come siamo felici o come siamo sfortunati. Poi ci sono i tappeti ed anche quelli servono per sfuggire al grigiore, portare un po’ di allegria. Dimenticavo le finestre che si affacciano sullo spazio fuori che può essere una piazza, una strada frequentata dai ragazzi, da bambini e da mamme, quando sia in prossimità di una scuola, da anziani quando ci siano panchine poste sotto gli alberi per ritrovare ristoro e compagnia e sempre se l’età lo permette. Quanti spazi! E poi ci sono gli spazi delle auto, dei bus, dei treni, delle navi e degli aerei e questi ci portano da uno spazio all’altro: paesi, città, continenti perché non siamo mai contenti di stare in uno spazio!
Devo dire che Perec ha avuto una bella idea e quanto minuziosa e paziente la sua descrizione, meticolosa e attenta presentazione dell’uomo artificiale!

Georges Perec (1936- 1982), di famiglia ebraica emigrata dalla Polonia, ha trascorso gran parte della sua vita a Parigi. Nel 1967 entra a far parte del gruppo letterario l’OuLiPo, fondato da Raymond Queneau, di cui era membro, tra gli altri, Calvino. “Le cose. Una storia degli anni Sessanta (Les Choses. Une histoire des années soixante, 1965)”, “Un uomo che dorme (Un homme qui dort, 1967)”, “Specie di spazi (Espèces d’espaces, 1974)“, La vita, istruzioni per l’uso (La vie mode d’emploi, 1978). Già solo qualche titolo ci sottolinea come l’elemento autobiografico sia trave portante dell’opera di Perec. Una instancabile attenzione al vissuto, osservato e sezionato in tutti i suoi anfratti e in tutte le combinazioni possibili! Piccoli ed infiniti universi dove vale un “assoluto presente soggettivo”. È questo il significato che Calvino dava al termine iper-romanzo, dove le sue parti “sviluppano nei modi più diversi un nucleo comune, e che agiscono su una cornice che li determina e ne è determinata”; che funziona come “macchina per moltiplicare le narrazioni”; “costruito da molte storie che si intersecano”. Un spazio con vite dalle infinite possibilità. Uno spazio vuoto e concavo in cui i corpi e gli oggetti si agitano, si scontrano, si sfiorano, si allontanano e si ritrovano, si osservano e poi voltano lo sguardo creando sottili legami, nodi invisibili che non si scioglieranno mai. E per concludere Pensare e classificare, l’arte di disporre i libri nella libreria di casa; il catalogo dei luoghi ideali per viverci; il metodo automatico per fabbricare aforismi impeccabili di estrema saggezza. Gli elenchi sono una specialità di Perec e riescono a dare piacere, a volte a far sorridere. Un tentativo di dare, di trovare ordine e senso nel caos dell’esistenza?

Maurizia Maiano

Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Loreta Minutilli: “Messaggeri cosmici” (Tlon), di Massimo Congiu

Raggi cosmici, onde gravitazionali, un universo in evoluzione; una storia appassionante raccontata da Messaggeri cosmici. L’universo, i suoi emissari e noi, di Loreta Minutilli, Edizioni TLON, 2025,  112 pagine. Una storia che viene da lontano e che è parallelamente anche quella del cammino della nostra conoscenza, della nostra capacità di osservare e interpretare ciò che ci circonda. Ciò che ci ha preceduto e che esiste da ben prima della nostra comparsa. Il cammino che abbiamo intrapreso ha per scopo l’ampliamento delle nostre consapevolezze; con esso cerchiamo di darci una collocazione nel creato. Ci proviamo da secoli di studi, di riflessioni a volte ostacolati da posizioni antiscientifiche e dogmatiche, quelle della Chiesa di un tempo, che sanzionava la messa in discussione di concezioni fissate dal credo religioso.

Il progresso del pensiero e gli interrogativi sul senso della nostra esistenza e sul nostro ruolo nell’universo sono però un dato di fatto. In altre parole l’uomo ha iniziato a interessarsi ai messaggi che il cosmo gli manda da distanze temporali difficili da immaginare, soprattutto per i non addetti, ma quelle che ci invia sono missive dense di significato, scritte in una lingua che sta a noi decifrare. I raggi cosmici sono così delle testimonianze di vita dell’universo, del suo passato, e contengono delle informazioni con le quali intuire  il suo futuro. Essi sono “il primo vagito degli atomi nati nello spazio interstellare”, aveva detto il fisico statunitense Robert Millikan, Premio Nobel per la fisica nel 1923 per i suoi studi sulla determinazione della carica elettrica dell’elettrone e sull’effetto fotoelettrico. Si tratta di una frase citata nel libro dove si descrive lo scontro di opinioni fra Millikan e altri scienziati sulla vera natura dei raggi cosmici. Il dibattito è proseguito e con esso gli studi che, scrive l’autrice, hanno portato alla nascita di “un nuovo ramo dell’Astrofisica – l’Astrofisica particellare […] – e un nuovo ramo della Fisica, la Fisica delle particelle”. Ma questo è solo uno dei possibili esempi.

L’opera è di argomento prettamente scientifico ma non le manca un approccio umanistico nel ripercorrere il progresso della nostra indagine del cosmo e nel porci la domanda se davvero l’universo non abbia niente a che fare con noi. In tre capitoli seguiti da un epilogo dal titolo invitante: “Almeno noi nell’universo”, Loreta Minutilli, che ha studiato Astrofisica a Bologna ed è autrice di altre opere, ci guida in un percorso narrativo in cui la storia delle grandi scoperte astronomiche interseca la sua personale esperienza, dagli anni del liceo a quelli dell’università. Concentrandosi sui raggi cosmici, sulle onde gravitazionali e su altri fenomeni cosmologici, ci invita a esplorare un universo in costante evoluzione all’interno del quale ci muoviamo anche noi nel tempo, e lo facciamo in modo cosciente soprattutto se mossi da una sete di sapere che ci porta alla ricerca di noi stessi. 

Massimo Congiu

Massimo Congiu (Cagliari, 1962), giornalista, scrive per Il ManifestoMicroMega, collabora con Historia Magistra, altre testate e con la Fondazione Feltrinelli. Studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo in Ungheria, cui ha dedicato libri e saggi. Svolge attività in ambito storico, politico e sociale. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.

“Ricette Letterarie”: la millefoglie di Émile Zola, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la millefoglie ispirata a “Il ventre di Parigi”, il romanzo scritto da Émile Zola nel 1873, il terzo del ciclo dei Rougon-Macquart. Ambientato nel mercato di Les Halles, dove la ricchezza e l’abbondanza di cibo convivono con la miseria e le tensioni sociali, il libro descrive un mondo dominato da piccoli commercianti conservatori e una società dove il mercato diventa simbolo di un torpore e di una sazietà che rendono chiunque incapace di accogliere alcun cambiamento.

*** LA MILLEFOGLIE DI ÉMILE ZOLA ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

“Aveva massimamente una gran tenerezza per il forno Taboreau, dove tutta la vetrina era riservata alle paste dolci; prendeva la via Turbigo e rifaceva dieci volte i suoi passi per fermarsi davanti ai croccanti, alle sfogliate, alle paste frolle, alle africane, ai piatti di baba al punce, di marroni giulebbati di polpette alla crema; ed era anco tutta inuzzolita dai vasi di cristallo ripieni di paste secche, di brigidini, di amaretti. Il forno, pieno di luce, con larghi specchi, marmi, dorature, palchettini per il pane, di ferro lavorato, e coll’altra vetrina, dove bei pani lunghi e lucidi s appoggiavano in basso ad una lastra di cristallo, e in alto a una verghetta d’ottone, si manteneva in un grato tepore di pasta cotta, che la faceva andare in dolcitudine ogni volta che, cedendo alla tentazione, entrava a comprare un pasticcino di due palanche.”

✨

Ricette Letterarie: la millefoglie di Émile Zola 

✨

Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

Millefoglie

Ingredienti per una torta di diametro 20cm (per quattro persone)

Per la crema pasticciera

  • 400g latte fresco intero
  • 100g panna fresca
  • 5 tuorli d’uovo di taglia M
  • 150g zucchero bianco
  • 50g farina bianca per dolci 
  • I semi di mezza bacca di vaniglia

NOTA: questa è la ricetta classica con la farina. Se preferisci usare l’amido di mais al posto della farina con questa ricetta lo puoi fare, ma sappi che otterrai una crema “budinosa” e ti converrebbe usare 25g amido di mais e 25g amido di riso per ottenere la giusta consistenza.

Per la crema Chantilly all’italiana (o Diplomatica)

  • La crema pasticciera che hai realizzato
  • 250g di panna fresca 
  • 50g di zucchero a velo (la regola è 1/5 del peso della panna)
  • 1 foglio gelatina oro (opzionale)

Per la pasta sfoglia

  • Due fogli di pasta sfoglia già pronta 

Una vaschetta di lamponi o fragoline di bosco se ti piacciono

Procedura

Il giorno prima prepara la crema pasticciera.

  1. in una ciotola capiente mescola i tuorli con lo zucchero e la vaniglia, aggiungi la farina e amalgama bene la pastella. Infine aggiungi il latte mescolato con la panna. Versa il composto in una casseruola dal fondo spesso e porta a cottura la crema, mescolando continuamente con la frusta fino quando non si addensa. Capisci che è pronta quando senti il profumo della crema, non puoi sbagliare. Usa una fiamma viva ma non eccessivamente alta. Quando la crema è pronta versala in una ciotola, coprila a contatto con la pellicola trasparente adatta al microonde e riponila in frigorifero a raffreddare tutta la notte.

Il giorno dopo.

Cuoci la pasta sfoglia

  1. Prendi i due fogli di pasta sfoglia e ritaglia due cerchi del diametro di 22cm. Piega e metti da parte i ritagli perché ti serviranno più tardi. Cuoci i due cerchi in forno caldo a 220°C per 10 minuti. Poi abbassa a 180°C e cuocili per altri 20 minuti. Devono risultare doratissimi.
  2. I cerchi si gonfieranno fino formare due palloncini. Una volta cotti rompine uno per formare delle scaglie di sfoglia, con le quali ricoprirai la torta. Con molta delicatezza dividi in due dischi l’altro palloncino, che metterai al centro del dolce durante la composizione per dare una deliziosa nota croccante. Per ora, però, metti tutto da parte.
  3. Prendi i ritagli dei due fogli di pasta sfoglia e piegali insieme. Stendili con il matterello ad uno spessore di 5mm e ricava due nuovi cerchi, sempre da 22cm. Bucherellali con i rebbi di una forchetta e cuocili in forno caldo a 190°C fin quando diventano dorati (ci vorranno almeno 30 minuti). Saranno la base e la copertura della torta, lasciali raffreddare prima di utilizzarli.

Prepara la crema Chantilly.

  1. Monta la panna con lo zucchero a velo utilizzando il frustino elettrico o la planetaria. Quando la panna è montata mescolala alla crema pasticciera che, dopo la sosta in frigorifero, dovrebbe essere ben soda.

Opzionale: se vuoi essere certa che la crema Chantilly non scivoli dalla torta, tieni da parte una piccola parte di panna (10g) e ammolla il foglio di gelatina in acqua fredda. Quando la gelatina è idratata, strizzala, scalda la panna tenuta da parta e scioglici la gelatina dentro, mescolandola con vigore. Infine aggiungi il tutto alla crema Chantilly e mescola bene per distribuirla uniformemente. 

Assembla la torta.

  1. Prendi la base di pasta sfoglia (quella bucherellata) e rivestila di uno strato di crema Chantilly. Se ti piacciono aggiungi anche i lamponi freschi o qualche fragolina di bosco. Poi copri questo primo strato di crema con i due dischi di pasta sfoglia cotti ad alta temperatura. Ricopri i due dischi con un nuovo strato di crema, aggiungi qualche altro lampone e fragolina di bosco e poi chiudi con il secondo disco di sfoglia bucherellato. Ricopri ancora di crema Chantilly e rivesti la torta con abbondanti scaglie di pasta sfoglia.

Conserva la torta in frigorifero prima di servirla la sera stessa o al massimo a pranzo del giorno dopo perché con l’umidità la pasta sfoglia si ammorbidisce e perde la sua tipica croccantezza.

Luciano Bianciardi: ‘’Garibaldi’’ (minimum fax), di Claudio Musso

Luciano Bianciardi è un irregolare nella cultura italiana, anarchico per scelta, non per convenienza, randagio a suo modo e legionario di quello scrivere che trivella le coscienze. Verso la fine degli Anni Sessanta egli, ciondolando tra Rapallo e Milano, abita, nell’approssimarsi del suo capolinea, luoghi arredati dal silenzio e pervasi da un’aria autodistruttiva, tra fumo e alcool, dove tutto è complicato.

Quando, come lui, si è soli con sé stessi e ci si sente per sbaglio parte di un mondo, quando quello che c’è intorno non è altro che la stanca ripetizione di un accumulo seriale di profitto spacciato per progresso, quando gli uomini, se osano un di più, sono sempre in fuorigioco per i benpensanti, che non è detto poi che siano quelli che pensano bene, quando vengono imposte regole che limitano la libertà di movimento e di parcheggio, è ora di abbandonare il presente e di rifugiarsi nell’infanzia e nelle prime letture che sono state fondative del proprio pensiero. Lì Bianciardi ritrova il suo nume.

È in questo contesto che prende forma il suo “Garibaldi”, pubblicato postumo nel 1972, un romanzo-pedinamento, che è disponibile nell’edizione minimum fax con un’intensa analisi bio-bibliografica di Fabio Stassi e una ammirata postfazione di Giancarlo De Cataldo. Un testo, questo, che da un lato si nutre di una scrupolosa ricostruzione storica e dall’altro segue le tante orme lungo lo Stivale di un idealista tradito. E vediamo Garibaldi, uomo di mare, che fiuta sempre come tira il vento e che scruta sia le increspature della superficie dell’acqua sia la calma piatta, conscio di essere circondato da creature ambigue e anfibie che si servono di lui con un contratto a chiamata.

Perché questo rappresenta il generale nei disegni dei potenti che sono spesso dei tiranni: un mezzo da usare quando serve. Lui che è osannato in tutto il mondo, sostenuto e finanziato da ogni dove, richiesto da quanti vogliono liberarsi dal giogo. Persino Abramo Lincoln richiede i suoi servigi. Lo si chiama quando si vorrebbe creare uno Stato unitario nel Nord Italia, liberandosi degli Austriaci. Lo si osserva dalla finestra, come a dire: vediamo come va a finire, quando, non autorizzato, parte da Quarto e sbarca a Marsala con i suoi Mille, tra cui figurano molti bergamaschi e liguri, intellettuali, giornalisti, medici, giovani utopisti, per liberare il Sud borbonico e magari arrivare fino a Roma.

Garibaldi, nato a Nizza prima italiana poi francese, ma profondamente ligure, è sempre stato il ragazzo dei posti di mare: non si tira indietro, offre da bere e conosce le canzoni che rallegrano e uniscono gli altri, si arrampica per primo in cima ad un albero o sulle sartie delle navi. Di più: tutti lo conoscono e lo chiamano per nome, i grandi gli perdonano più malefattte che ai suoi coetanei e i coetanei gli vanno dietro. Può darsi che metta la testa a posto oppure no. Ma questo eterno ragazzo diventa un capo non perché si impone sul suo prossimo ma perché il prossimo lo sceglie.

E Bianciardi l’ha scelto quando aveva otto anni e aveva divorato in pochi giorni “I mille” di Giuseppe Bandi e ora torna a parlargli. In questo testo Garibaldi, lontano da una commemorazione stantia e unilaterale, è uno di casa, è un uomo in mezzo ad altri uomini. Il tono della ricostruzione, di questa marcatura a uomo, è colloquiale, rigogliosa e mordace, capace di catturare, tra una sparatoria e una fuga, l’essenza dell’uomo in camicia rossa (rossa perché per vestire rapidamente i patrioti sulla costa ligure non si trovò altro che le camice dei macellai) che ama l’Italia prima ancora che esista.

Quello che immagina e per il quale lotta, coagulando intorno a sé molte persone, è un paese che deve essere un albero capace di mantenere le proprie solide radici e germogliare in una terra che sia la propria e non di altri, nonostante i nodi discordanti e spuri che ne compongono il tronco. E quando la immagina non pensa a Dante o Machiavelli ma all’Antica Roma, con le dovute differenze e nonostante i prestiti impropri, per non dire espropri, ad opera di altre camicie in tempi recenti.

Garibaldi non lo sa, o forse sì, e si compiace, è come Cincinnato. Quest’ultimo, cittadino-soldato, già console, viene chiamato – strappato dal Senato dalla sua vita frugale nel lavoro dei campi – due volte a Roma per diventare dittatore, una sorta di magistratura con pieni poteri, e per salvare l’Urbe in momenti di grave difficoltà prima contro nemici esterni e poi interni. Agisce in fretta e con decisione, recluta tutto il reclutabile, vince, ma rifiuta gli onori e i clamori e dal campo di battaglia torna al proprio campicello dopo avere dato esempio di una sublime dedizione alla causa pubblica, a dispetto di interesse personale, attaccamento al potere e dissoluzione del senso civico.

Di Cincinnato Garibaldi è una versione moderna e più complessa. Sono entrambi leader che servono il popolo e non sé stessi. Il primo parla e agisce da cittadino che si sente parte di una comunità più grande, Roma. Il secondo da patriota che, spinto da ideali di libertà universale, gli Equi e i Volsci li ha in casa e decide di scacciarli dedicando tutto sé stesso per un’Italia libera. E, terminate le sue imprese, gli danno il ben servito ed è costretto a tornarsene nella sua Caprera, tra le sue api, i suoi campi, la propria famiglia, pure rimanendo sempre all’erta nella vita politica.

Bianciardi ce lo racconta come farebbe di un vecchio amico ad una cena di Natale con i parenti, lo dipinge non come il corsaro o il poco di buono che molti si ostinano a vedere, non nasconde il fatto che il suo curriculum non è immacolato, è l’outsider che ottiene i suoi risultati riscrivendo le regole e che muove una guerra di popolo a dispetto del ‘si è sempre fatto così’ dei generali professionisti. 

Garibaldi inoltre non è solo un guerriero audace, geniale e anche fortunato ma è anche capace di vincere una battaglia, come sul Volturno, con una campagna studiata in piena regola. È l’uomo che ci dice: si può pensare altrimenti, lontano dal già detto e dal facile compromesso, è un rivoluzionario che prende decisioni difficili da solo, sempre vigile contro il tradimento e l’incompetenza. È l’uomo che va in Parlamento con il poncho e prende la parola, anche quando non è consentito, in mezzo a manichini nelle mani di chi manichino è già, per dire la sua verità facendo venire un travaso di bile a Cavour e puntando il dito contro i mai spariti latifondisti che si nascondono dietro le marsine.

Per Bianciardi, che lascia la vacua retorica ad altri, Garibaldi è uno di noi, pieno di sogni e fragilità, di concretezza e propensione per il gesto decisivo, di quello che resta, mai eclatante. È colui che ha bisogno di dedicarsi ad una causa coerente ai propri valori, investendo tutto sé stesso e ipotecando il proprio presente, anche quando lo fanno straniero in patria e lo mandano in prepensionamento. 

E non c’è forse, in questo esilio volontario di Bianciardi dal presente, la ricerca di una possibile via d’uscita, con un ultimo atto controcorrente sventolando la bandiera dell’uomo Garibaldi in faccia agli scetticismi e ai revisionismi che come fiumi carsici investono la narrazione anche oggi?

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Gunther Maria Carrasco: “Il verso di Ade” (Déclic edizioni Perugia), di Rita Mele

“AAA Editrice multidirezionale cerca opere ibride, sperimentali, devianti, inclassificabili; nuove forme, nuovi usi di forme date, costruzioni decostruzioni distruzioni, assenze di forma.”

All’annuncio non poteva che rispondere Gunther Maria Carrasco con Il verso di Ade. La sua opera multipersa risponde a pieno titolo e a mo’ di calco alla ricerca dell’editore déclic, Carlo Sperduti, romano naturalizzato perugino, già scrittore e libraio che alla fine del 2023, appena in tempo per lo scoccare dei suoi 40 anni, ha sentito un déclic nella sua mente e ha trovato una improvvisa soluzione per rispettare il patto fatto con sé stesso qualche anno prima: fondare la sua casa editrice.

Per scoprire chi è Gunther Maria Carrasco, uno degli autori ideali di Sperduti, abbiamo cominciato dalla sua presentazione sull’aletta e a pagina 99 del libro: è stato come cercare l’ago nel pagliaio o, peggio, cercare nel pagliaio non si sa che, scoprendo quanto più interessante è il pagliaio stesso. Gli interrogativi su chi sia veramente Gunther Maria Carrasco crescono nel numero e nella portata ad ogni parola che vorrebbe descriverlo e già lì, tra quelle righe, abbiamo scoperto che è proprio tutto avverato quello che al debutto di déclic a Perugia, Carlo Sperduti ha affermato e promesso “A me interessano libri che abbiano a che fare con il mezzo del linguaggio, prima di tutto con la scrittura solo dopo le tematiche. Le scritture ibride sono per me quelle più interessanti e privilegerò le opere che devieranno dai solchi già tracciati”. Quale inimmaginabile aderenza dal ritmo giambico tra Chi scrive (chi scrì-ve) e Chi edita (chi e-dì-ta). Gunther Maria Carrasco, per noi lettori randagi confidenzialmente GMC, si svela, pur custodendo il mistero, in una presentazione ufficiale ironica, surreale e metalinguistica, attraverso cui in filigrana ci fa scorgere che sta giocando con la sua identità e la sua relazione con il mondo letterario. Il ritratto che ci arriva è di un autore giovanissimo già influente nel panorama letterario “multiperso”, sperimentatore con un approccio al limite del convenzionale alla scrittura e all’editoria, dedicato e ambizioso nel suo lavoro artistico, che alle convenzioni e alla “normalità”, preferisce il fare esperienza del flusso di perpetua creatività e metamorfosi, e che la sua stessa identità abita nella sua opera al confine tra autore e personaggio. E sopra tutto ha deciso programmaticamente di non voler correre il rischio di “diventare un bambino vero” e che, per riuscire nell’intento, non desidera conformarsi alle aspettative o alle fasi “naturali” della crescita, vuole preservare la capacità di stupirsi, di giocare con le idee e di vedere il mondo con occhi nuovi, per rimanere in uno stato di continua sperimentazione e metamorfosi, evitando di cristallizzarsi in un’identità artistica che finirebbe, suo malgrado, col diventare adulta.

Il suo gioco con l’identità e l’autorialità a noi de Il Randagio è piaciuto e dopo un leggero senso di smarrimento e spaesamento letterario iniziale ci siamo messi in cammino fianco a fianco con l’autore e i suoi personaggi, attraversando metriche poetiche e stili di prosa per multiperderci, affidati come bambini alla nostra guida delle meraviglie e degli inciampi linguistici, come in una odissea interiore, la sua e dei suoi personaggi, ma anche la nostra. Ci siamo avventurati nel suo labirinto e ne siamo usciti godendo e soffrendo, percorrendone le volute linguistiche del mistero e della frammentazione. Fidarsi senza mai del tutto poter escludere cambi di registro e di scena, senza neanche poter contare sulle ancore di un indice, di titoli e di capitoli, abbiamo sentito crescere l’attrazione per GMC e per i suoi controluce emotivi. Sembrerà oramai evidente per chi ci sta leggendo che non è dato dire di più senza rompere l’incantesimo riservato ai lettori integrali dell’opera. Motivo sacrosanto per proseguire in questa nostra recensione volatile che evaporando lasci intatta l’esperienza a chi sceglierà di non perderla. Vogliamo dirvelo ancora che si tratta di un’esperienza letteraria radicale, un viaggio in un territorio in cui le mappe narrative convenzionali si polverizzano in favore di un’audacia linguistica al limite del perturbante. Racconto, poesia, saggio, l’opera di GMC si manifesta come un prosimetro ibrido e metamorfico, un organismo testuale uno e trino che respira tra la rarefazione di una prosa in cui riecheggiano silenzi, sussurri di sincopi di versi, spezzati come relitti di un naufragio semantico, e una terza forma, sfuggente e inafferrabile, che gioca con i confini tra i generi, quasi una lingua aliena in cui familiare e ignoto si fondono.

L’Ade di Carrasco ci avvolge e ci richiama come un Ade interiore, un regno di ombre psichiche e frammenti di coscienza dove le voci si sovrappongono in uno smarrimento polifonico e i significati di versi e prosa si increspano sulla superficie opaca di un inconscio collettivo e individuale. Usciti dall’Ade e grazie alla storia di Ade possiamo dire a cuore aperto che gli inciampi ricorrenti nella frantumazione deliberata del verso e della prosa in cui ci siamo imbattuti è tutt’altro che una sequenza di nichilismo stilistico, ma piuttosto la dissezione meticolosa della realtà percepita come una storia intrinsecamente discontinua, un tentativo di cartografare la schizotipia del pensiero contemporaneo e la precaria consistenza del reale.

Tra le pieghe del testo si insinua un’irriverenza corrosiva mista a scetticismo che stordisce le fondamenta delle narrazioni lineari e delle granitiche certezze. Dalla scrittura emergono biografie senza soggetto, fantasmi verbali che in poche righe costringono all’esperienza del vedo e non vedo l’esistenza di personaggi che potrebbero essere oltre il nome assegnato e viceversa e che lasciando dietro di sé non una storia come ci aspetteremmo, ma l’eco dolente di una solitudine di specie e di genere e di un’incomunicabilità radicale. Il linguaggio si fa viscerale e straniante, plasmando immagini di un grottesco surreale, come l’indimenticabile dettaglio dei “baffetti lisci lisci, che potrebbero anche essere acciughe dipinte”, che ci proietta in un universo dove il confine tra l’umano e l’oggetto, tra il familiare e l’aberrante, si fa pericolosamente labile. E dove ci è sembrato di essere cascati nel Rabbit Hole delle meraviglie con Alice.

La metrica de “Il verso di Ade” è una voluta assenza di sistema, un ritmo sotterraneo e imprevedibile sintonizzato con le fibrillazioni di una mente che sembra interrogare i propri stessi processi. È una meta-metrica o, se preferiamo, una anti-metrica funzionale a una poetica del frammento e della discontinuità, dove il silenzio tra le parole acquista un peso semantico pari a quello espresso.

Il titolo stesso, Il verso di Ade, si stratifica di significati: un’eco proveniente dalle profondità dell’inconscio, un frammento di un linguaggio perduto, forse una neanche tanto sottile pretesa di dominare il mistero attraverso la parola. E in questo regno liminale, Carrasco sembra condurre una vivisezione del linguaggio, smontandone le convenzioni per rivelarne le fragilità e le potenzialità inesplorate, con un intellettualismo acuto e disincantato.

L’irruzione di dinamiche relazionali intime, attraverso il legame di Pardo e la complessità emotiva di No, oscillante tra il desiderio di connessione e un richiamo selvaggio alla solitudine, potrebbero suggerire un altro motivo di spiazzamento per i lettori: una sensibilità femminile o una prospettiva di genere peculiare. La scelta del nome No, con la sua assertività e il suo potenziale rifiuto di convenzioni, letto in controluce, potrebbe risuonare con un percorso di ridefinizione identitaria femminile. Anche la dinamica di accettazione e affetto tra figure femminili, come il rapporto tra No e Alto, pur non essendo esclusiva, potrebbe arricchire questa ipotesi.

Se Gunther Maria Carrasco fosse una donna – ci siamo autorizzati a pensare in più momenti, Il verso di Ade acquisterebbe ulteriori strati di lettura. L’esplorazione di un linguaggio frammentato e di identità fluide potrebbe dialogare in modo ancora più profondo con le questioni di genere e con la decostruzione di categorie binarie. 

La rarefazione del senso e la difficoltà comunicativa, filtrate attraverso una sensibilità femminile, potrebbero assumere sfumature inedite, legate a esperienze storicamente marginalizzate o silenziate. Purtuttavia, stordimento e spaesamento a parte, non dimentichiamo che la bravura di uno scrittore trascende il genere, e l’opera di GMC ce lo conferma primariamente per la sua forza intrinseca e la sua capacità di risuonare con il lettore, indipendentemente dalla sua identità. 

La possibilità che Gunther Maria Carrasco sia una donna aggiunge innegabilmente un ulteriore elemento di mistero e di potenziale ricchezza interpretativa che, per la sua audace singolarità, vi invitiamo a scoprire e sperimentare.

Il doppio finale, con il dialogo crepuscolare tra Ade e babbo Pardo e la loro progressiva consunzione nel vuoto dello spazio bianco e delle interpunzioni, risuona come un requiem sussurrato per la finitezza dell’essere e per l’illusione della permanenza. È un addio che si fa eco nel silenzio, un invito a contemplare i vuoti esistenziali con una quieta accettazione.

Il verso di Ade non è un’opera per cuori pigri o menti in cerca di facili consolazioni. È una sfida intellettuale ed emotiva, un’immersione in un flusso di coscienza destrutturato che richiede al lettore una partecipazione attiva e una disponibilità a navigare nell’ambiguità. Unica e coraggiosa, è una sperimentazione letteraria che si sottrae alle facili etichette e che, proprio nella sua frammentazione e nel suo mistero, rivela una potente e inquietante coerenza interiore. Un libro che non si legge, ma che si esperisce come un’eco lontana proveniente dalle profondità del linguaggio e dell’anima.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare