L’Italia e i libri: se leggete poco, forse, non è colpa vostra.
Cari amici lettori, preparatevi a una doccia fredda di numeri e una risata amara sul destino della lettura nel Bel Paese. Perché se pensavate che leggere fosse roba da tutti, i nostri due supereroi preferiti, l’ISTAT e l’AIE vi sveleranno la cruda verità: in Italia, leggere è quasi uno sport estremo per pochi audaci.
Nel 2022, appena il 39,3% degli italiani dai 6 anni in su ha dichiarato di aver sfogliato almeno un libro non per obbligo scolastico o professionale.
E non pensiate che la parità di genere abbia vinto qui: le donne (71%) comprano libri molto più degli uomini (59%).
Ma c’è il digitale che ci salva! Pia illusione: gli eBook sono arrivati al 30% e gli audiolibri al 15% (con una crescita che fa gridare al miracolo, un +7,1%!). Ma diciamocelo, ascoltare un libro è quasi come guardare la versione film del romanzo: non è proprio la stessa cosa, vero?
Poi c’è il divario Nord-Sud: se nel Nord il 46,1% legge, al Sud scendiamo a un misero 27,9%.
Fa ridere, ma non troppo, anche il tempo di lettura medio: nel 2024 è crollato a 2 ore e 47 minuti a settimana, rispetto alle 3 ore e 16 del 2023. Praticamente abbiamo a stento il tempo di leggere il bugiardino di un medicinale.
E veniamo al mercato editoriale: dopo un timido recupero post-pandemia (un +1,1% a valore nel 2023, per un totale di 3,439 miliardi di euro – una cifra che fa gola a molti ma che si spalma su troppi), il 2024 ha deciso di riportarci con i piedi per terra.
Nei primi mesi del 2024, siamo a 2,4 milioni di copie in meno rispetto all’anno precedente. Le librerie fisiche si riprendono un po’ (toccano il 53,7% delle vendite), mentre l’online (che ora è il 41,7%) rallenta. Insomma, abbiamo riscoperto il piacere di toccare la carta, ma solo per poi non comprare.
Ma noi “randagi curiosi” ci siamo chiesti perché leggiamo meno e l’editoria va a picco?
Rassegnarci: siamo POVERI: con l’inflazione che morde e gli stipendi che non si muovono, il libro è diventato un “bene di lusso”. Spendere 20 euro per un romanzo quando si può avere un mese di Netflix? La scelta è facile, no?
Il grande nemico, però, non è il libro, ma lo smartphone! Social media, serie TV, videogiochi, gattini su YouTube… la nostra attenzione è frullata in mille pezzi. Chi ha il tempo di concentrarsi su 300 pagine quando un video di 15 secondi ti dà la dopamina immediata? Passiamo più tempo a scrollare che a leggere.
Anche chi ci governa ci rema contro la 18App è stata sostituita da due carte, quella della Cultura e quella del Merito che hanno ridotto il potere d’acquisto dei giovani. Praticamente, un incentivo a comprare meno libri. Per non parlare del taglio di 30 milioni di euro alle biblioteche. Beh, significa meno libri nuovi sugli scaffali pubblici e meno possibilità per chi non può comprare.
E mentre i colossi editoriali stringono i denti, anche aiutati dai contributi diretti e indiretti percepiti per garantire il pluralismo dell’informazione, le case editrici medie e piccole sono in ginocchio. Le medie hanno perso il 9,3% e le micro il 2,5%. Praticamente, se non sei un mostro dell’editoria, la tua esistenza è un atto di coraggio (o follia).
I lettori potenziali sono confusi: vengono pubblicati troppi libri e si finisce sempre per comprare quello di cui “tutti parlano”.
E intanto la cultura della lettura va a farsi benedire: a scuola i ragazzi sono costretti a leggere, spesso senza scegliere nemmeno il titolo e così l’amore per i libri muore sul nascere. È più facile odiare qualcosa se te lo impongono, no?
In sintesi, la lettura in Italia è un campo di battaglia. Tra crisi economica, distrazioni digitali e politiche culturali discutibili, il libro si difende come può. Forse dovremmo iniziare a considerare il leggere un atto di ribellione. Voi che dite?
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
La verità nascosta delle recensioni: chi decide davvero se un libro vende?
Dimenticate i critici letterari di una volta e l’idea che le recensioni siano “ben poca cosa”. Nel frenetico mercato del libro digitale, la realtà è molto più complessa e, diciamocelo, sorprendente. Sebbene la qualità delle recensioni su blog e social si sia spesso appiattita – finendo per essere quasi sempre positive, frutto di collaborazioni o persino pagamenti – il loro impatto sulle vendite è tutt’altro che trascurabile. Anzi, è misurabile e potentissimo.
L’Algoritmo è il nuovo oracolo.
Mentre alcuni si lamentano della deriva delle recensioni, noi “randagi curiosi” abbiamo scavato a fondo, guardando ai numeri che davvero contano. I portali di e-commerce e i social media non sono mossi da opinioni, ma da algoritmi. E in questo universo digitale, ogni commento, positivo o negativo, genera “hype” (clamore, fermento) intorno a un’opera editoriale.
EBookFairs parla chiaro e i dati sono sbalorditivi: su Amazon, una singola recensione positiva può far crescere le vendite del 62% nella settimana successiva! Un impatto enorme che pochi osano ammettere.
Ma la vera rivoluzione sta nelle recensioni negative. Incredibile ma vero: anche una critica severa può contribuire all’aumento delle vendite fino al 34%. Perché? Generano curiosità, quel “mistero” che spinge il lettore a volerci vedere chiaro, a farsi una propria idea. Un libro discusso è un libro che esiste e incuriosisce.
Non è BookTok ciò che pensate: i veri influencer sono altrove
Mentre le librerie online sono ancora piene di recensioni lunghissime e dettagliate, la vera battaglia si vince altrove. Sono i social media a fare da padroni, trasformando bookblogger improvvisati in veri e propri micro-influencer e influencer. Questi nuovi opinion leader riescono a orientare ben il 14% degli acquisti di libri!
Ma attenzione a non cadere nell’ultima illusione: l’idea che “se un libro finisce nel BookTok ha fatto bingo” è un mito da sfatare. Contro ogni aspettativa, il social di riferimento per gli acquisti di libri è ancora Instagram, seguito a ruota da Facebook e YouTube. TikTok? Solo in coda. Questo significa che la strategia per il lancio di un libro deve essere mirata e basata su dati reali, non su percezioni o mode passeggere.
Il Nostro Consiglio da “Randagi Curiosi”
Autori e autrici emergenti, case editrici che volete far brillare i vostri ultimi capolavori, il messaggio è chiaro: accaparratevi uno spazio nel calendario editoriale dei bookblogger di riferimento su Instagram, Facebook e YouTube.
E un piccolo segreto, un tocco di genio per generare quel “mistero” che vende: ogni tanto, fate inserire da qualche amico o collaboratore una bella monostella senza commento su Amazon! Potrebbe essere la scintilla che accende la curiosità e trasforma un libro sconosciuto in un bestseller.
La partita della visibilità si gioca qui, tra numeri, algoritmi e la sottile arte di generare interesse, anche quando il commento è solo una provocazione silenziosa.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimanala nostra Anne ci propone l’omelette ispirata a “Il cugino Pons”, il romanzo scritto da Honoré de Balzac nel 1847. Il romanzo fa parte, assieme a “La cugina Bette”, delle “Scene di vita parigina” nella sezione “I parenti poveri” de “La Commedia Umana”. Pons è il personaggio ideale per la nostra rubrica, in quanto buongustaio che ama le cene raffinate offerte dai suoi parenti benestanti, sicuramente più ricche di quelle che gli garantisce la sua modesta padrona di casa.
*** L’OMELETTE DI HONORÉDE BALZAC ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
Honoré de Balzac, Le Cousin Pons, in Les Parents pauvres, Paris, 1847.
“La Cibot, nonostante le raccomandazioni del dottore, non ci credeva: donna del popolo, priva di esperienza e di istruzione, non dava credito a questi contrasti tra il sistema nervoso e quello umorale. Le spiegazioni del signor Poulain le sembravano semplici idee da medico. Voleva assolutamente, come tutta la gente del popolo, nutrire Pons; e, per impedirle di dargli di nascosto del prosciutto, una buona omelette o del cioccolato alla vaniglia, non ci volle meno che questa dichiarazione categorica del dottor Poulain:
— Date anche solo un boccone di qualsiasi cosa al signor Pons, e sarà come ucciderlo con un colpo di pistola.
La testardaggine delle classi popolari è così grande, in questo senso, che la riluttanza dei malati ad andare in ospedale nasce dal fatto che il popolo è convinto che lì si lasci morire la gente di fame.”
Ricette Letterarie: l’omelette di Honoré de Balzac
Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.
Omelette alle Erbe Aromatiche
Tempo di preparazione: 10 minuti
Ingredienti per 1 persona:
3 uova taglia M
un pizzico di sale
30g Parmigiano reggiano
Erbe aromatiche fresche tritate a piacere. Io ho usato: prezzemolo, erba cipollina e dragoncello.
Un cucchiaio di olio extravergine d’oliva e una noce di burro
Procedimento
Trita le erbe aromatiche finemente e grattugia il Parmigiano reggiano.
Sbatti le uova in una ciotola con una forchetta. Non esagerare per non perdere la “forza” che consente di arrotolare l’omelette senza romperla. Aggiungi il pizzico di sale (poco, per non coprire il sapore dell’uovo).
Scalda una padella antiaderente con l’olio e il burro, a fuoco medio. Poi, versa le uova sbattute e ruota la padella per distribuire il composto.
Cuoci a fuoco medio finché i bordi iniziano a staccarsi dalla padella. Usa una spatola in silicone. Ci vogliono due minuti circa.
Quando vedi che l’uovo si sta rapprendendo aggiungi le erbe e il Parmigiano e distribuiscili con delicatezza, utilizzando la spatola. Procedi con la cottura uscendo ed entrando con la padella sul fuoco, per non bruciare l’omelette.
Quando vedi che l’omelette si stacca completamente dal fondo, inizia ad arrotolarla facendola girare su se stessa, dando dei colpi al manico della padella.
Arrotola “a sigaro” e falla scivolare sul piatto di servizio.
Servila con le erbe che hai usato all’interno e una spolverata di Parmigiano.
Esco, anzi non so se ne sono uscita, da una full immersion ne “Il maestro e Margherita”. Ho provato le stesse sensazioni della lettura di Celine “Viaggio al termine della notte”, le stesse sensazioni di quando vedo un film di Tarantino o un cartone animato della nuova serie Walt Disney, inaugurata dalla famosa fiaba tratta dalle “Mille e una notte” Aladin, e i film di HarryPotter.
Diavoli e streghe, anime buone ed anime cattive, streghe che volano sulle scope lanciandosi dalle finestre, maghi orribili e dagli occhi infuocati che provano ogni tipo di sortilegio: realismo magico, funzione e simbolo di qualcosa per un riferimento al reale nella Russia confusa tra borghesia e comunismo degli anni di Stalin.
E’ una riflessione sul potere politico per dimostrare che mai nulla cambia e che si può governare in modo giusto solo conservandone una tale consapevolezza. “L’uomo nella sua tensione oscura è sempre cosciente della retta via” canteranno gli angeli quando Mefisto, nel Faust di Goethe, penserà di aver conquistato la sua anima. E’ una riflessione sull’arte e sugli artisti, sull’Arte in un regime non certo libertario ma anche sugli artisti che guardano spesso solo ai propri vantaggi economici e per i quali, spesso, l’Arte non è un fine ma un mezzo. Il tutto descritto quasi come in un cartoon: biglietti da 10 rubli che volano e che diventano carta straccia, il gatto Behemot che parla e che acquista un biglietto sul tram confondendo tutti e, così facendo, abbattendo i limiti tra razionale e irrazionale, il tutto in una Russia della rivoluzione realista e materialista.
La cosa più strana di questo libro è stata che pur avendolo avuto davanti agli occhi non pensavo che avesse come riferimento la Gretchen e il Mefisto di Goethe. Erano due figure che conoscevo e non era la Margarethe abbandonata da Faust ma una Gretchen che farà un patto col diavolo pur di riavere Faust. E’ lei che cerca di salvare l’opera del Maestro, “Ponzio Pilato”, dal critico Latunskij, una critica becera che non coglie il vero messaggio dell’opera perché si ferma alla superficie delle cose senza comprenderla nel profondo.
L’opera di Bulgakov è una polifonia a cui fa da sottofondo l’amore tra il Maestro e Margherita: “Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi! Ubbidendo a quel richiamo giallo, anch’io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo in silenzio lungo il vicolo triste e storto, io da un lato, lei dall’altro. E si figuri che non c’era anima viva. Mi tormentavo perché mi sembrava che fosse necessario parlarle, e temevo che non sarei riuscito a pronunciare neppure una parola, e lei se ne sarebbe andata, e non l’avrei mai più rivista. E s’immagini, a un tratto fu lei a parlare: – Le piacciono i miei fiori? Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e – è sciocco, lo so – parve che un’eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull’altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi:- No. Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.” E’ andata proprio così, fu lei a parlare. Una storia bellissima e di un amore incondizionato che si staglia con irruenza e dolcezza nella Mosca di Stalin, nella Russia che aborre Dio e che nulla aveva capito di ciò che Jeshua predicava.
Maurizia Maiano
Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
Nel dicembre del 1975, subito dopo la pubblicazione de “La Scomparsa di Majorana”, Leonardo Sciascia, in un articolo apparso sulla Stampa, spiega le motivazioni che lo avevano portato a scrivere di quell’enigma insoluto. Lo fa attraverso le parole di Albert Camus: “Vivere contro un muro, è vita da cani. Ebbene, gli uomini della mia generazione e di quella che entra oggi nelle fabbriche e nelle facoltà, hanno vissuto e vivono sempre più come cani. Grazie anche alla scienza, grazie soprattutto alla scienza“. Camus dice anche: “Io ne ho abbastanza della gente che muore per un’idea. Non credo nell’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano”. L’accusa lanciata da Camus è che un cane e un muro rappresentano la limitazione della libertà come condizione di vita; la situazione in cui si è senza quella via di uscita che delinea l’impotenza umana. A quel punto chiunque si sente direttamente coinvolto e spinto a cercare di riconoscere la via che conduce al muro, la possibilità di evitarla, e il pensiero va a coloro che si sono rifiutati di costruire quel muro.
Il testo che si prende in considerazione è pubblicato da Adelphi nella ristampa del 1997, con un saggio di Lea Ritter Santini, che in origine accompagnava la traduzione tedesca della Scomparsa di Majorana (Der Fall Majorana), poi riproposto nell’ambito dell’edizione einaudiana del testo di Sciascia. Ritter Santini cita Bertolt Brecht, Vita di Galileo: “E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale“. Segue l’affermazione di Albert Einstein al fisico Max Born, 29 aprile 1924: “L’idea che un elettrone esposto a una radiazione scelga liberamente l’attimo e la direzione in cui vuole saltare mi è insopportabile. In questo caso preferirei fare il ciabattino o addirittura il croupier in un casinò piuttosto che il fisico”.
Quando uscì, il libro fu accolto in Italia con accese polemiche. Il fisico Edoardo Amardi, nell’Espresso del 5 ottobre 1975, prese posizioni critiche nei suoi confronti, affermando che l’ipotesi di Sciascia fosse “priva di fondamento“, in quanto Majorana non avrebbe potuto presagire la forza distruttrice dell’energia atomica, in quanto, in quegli anni, la scienza non sarebbe stata in grado di concepire gli anelli della catena che ancora mancavano per arrivare all’energia nucleare. In Germania, invece, la tesi di Sciascia aveva incontrato l’attenzione dei protagonisti del dibattito che seguì la scoperta dell’elemento n. 93, Ida Noddack e Fritz Strassmann.
Sciascia aveva ottenuto notorietà già nel 1961 con l’opera “Il giorno della civetta”, con cui portava all’attenzione dell’opinione pubblica la questione della mafia, spesso trascurata o minimizzata dall’informazione e dagli organismi stessi del potere. Egli insisteva sul pericolo della potente organizzazione criminale, sull’oscura rete di collusioni che la legava al potere politico, suscitando con le sue posizioni aspre polemiche. Con “La scomparsa di Majorana”, che fa parte di una serie di brevi opere dedicate alla ricostruzione di casi di cronaca misteriosi, recenti o lontani, Sciascia si propone di seguire le tracce di un caso, di un destino umano mai chiarito, che appartiene ormai alla storia della scienza e ha suscitato sconcerto e inquietudine negli ambienti accademici e intellettuali italiani. Un mistero che, ancora oggi, la polizia non è riuscita a risolvere. Certo è che Sciascia ha sempre percorso vie scomode e anche in questo caso non si accontenta di seguire quella più lineare.
Dietro al breve romanzo, come in quasi tutte le trasposizioni letterarie dell’autore di fatti realmente accaduti, c’è il lungo e approfondito lavoro sui documenti e, ancora prima, la ricerca di fonti, tracce, ricordi, testimonianze. La ricerca inizia negli archivi della polizia fascista per visionare gli atti burocratici che collegavano la scomparsa del giovane fisico Ettore Majorana a implicazioni poco chiare di carattere politico. La ricostruzione della vicenda parte dal marzo 1938, quando lo scienziato siciliano, secondo i documenti, si sarebbe imbarcato a Palermo per raggiungere Napoli, città dove non arrivò mai. Il romanzo d’indagine inizia con una lettera che l’allora senatore Giovanni Gentile invia al senatore Arturo Bocchini, capo della polizia, con la preghiera di ricevere e ascoltare il dottor Salvatore Majorana, fratello del fisico scomparso. Una nuova traccia, infatti, suggeriva di riaprire il caso e ispezionare i conventi di Napoli e dintorni, forse di tutta l’Italia meridionale e centrale. Ma si sa, la scienza come la poesia sono a un passo dalla follia e Bocchini, che si era informato sulla vicenda, si era fatto l’idea, per esperienza e mestiere, che vi fossero in atto due follie: quella dello scomparso e quella dei familiari. Era plausibile che Majorana si fosse buttato in mare o nel Vesuvio o avesse scelto qualche altro genere di morte e la famiglia, come succede nei casi in cui non si trova il cadavere, era entrata nello stato di follia che le faceva credere che fosse ancora vivo, magari ritiratosi in convento.
Ettore Majorana era un giovane scienziato riservato e solitario ed Enrico Fermi lo definì uno di quei geni che compaiono una, massimo due volte nel corso di un secolo. Egli, nel 1933, aveva trascorso alcuni mesi in Germania, presso l’Istituto di Fisica dell’Università di Lipsia, da Werner Heisenberg. Nei mesi in cui visse in Germania, Majorana aveva stretto un forte legame di amicizia con Heisenberg, uomo che viveva il problema della fisica dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo. Tra quelli che avrebbero potuto fare per Hitler l’atomica, Werner Heisenberg era senz’altro il più importante. Infatti, i fisici che lavoravano a farla in America credevano, fino all’ossessione, che la stesse realizzando. Va da sé, secondo Sciascia, che il legame professionale, oltre che umano, tra Majorana e Heisenberg fosse troppo stretto perché il primo non fosse a conoscenza, o addirittura non partecipasse, degli studi portati avanti nel centro di Lipsia dal secondo.
Chi conosce, sia pure molto sommariamente, la storia dell’atomica, sa che ci furono fisici mentalmente liberi e schiavi. I primi non si fecero problemi di ordine etico: la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e la consegnarono ai politici e ai militari; gli altri ne ebbero paura, sentirono angoscia e preoccupazione per gli esiti disastrosi che lo scoppio avrebbe causato sugli uomini. E non cambia molto che gli schiavi l’avrebbero consegnata a Hitler, il dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, colui che rappresentava la democrazia americana. Hitler avrebbe deciso esattamente come Truman decise: fare esplodere la bomba su città accuratamente e scientificamente scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico.
Tornando alle indagini della polizia, alcuni giorni dopo il colloquio tra il dottor Salvatore Majorana e il senatore Bocchini, il caso fu chiuso e archiviato. Solo negli ambienti della bassa burocrazia nacque il sospetto che ci fosse un intrigo spionistico contro gli interessi degli italiani e la difesa nazionale a capo della scomparsa del fisico, considerato l’unico che poteva proseguire gli studi di Guglielmo Marconi, per cui un oscuro complotto lo aveva levato dalla circolazione. Era, appunto, un favoleggiare e Arturo Bocchini lo sapeva bene. D’altra convinzione era Fermi che disse: “Con la sua intelligenza, una volta che avesse deciso di scomparire o di far scomparire il suo cadavere, Majorana ci sarebbe certo riuscito“.
Per Sciascia nessun investigatore sarebbe stato in grado di portare a conclusione un simile intricato caso, l’unico che considera all’altezza proviene dalla letteratura di genere: è il detective straordinario Dupin, nato dalla penna di Edgar Allan Poe, ispirato dal cavaliere Carlo Augusto Dubin, precursore dell’indagatore moderno, protagonista del racconto “La duplice tragedia nella via Morgue”.
Mussolini, che aveva ricevuto una “supplica” dalla madre di Ettore e una lettera da Fermi, chiese il fascicolo al capo della polizia. Dopo averlo letto, scrisse sulla copertina: “Voglio che si trovi”, seguito da una postilla di Bocchini: “I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”. Si sospettò di tutto, anche che fosse stato rapito o fosse fuggito all’estero. È possibile che del caso si siano interessati i servizi segreti; che le ricerche siano state attente e intense, se non febbrili. Di questa attività non è rimasta traccia nell’archivio della famiglia, solo la “supplica” e la lettera di Fermi. Siamo alla fine di luglio 1938. Il 14 era stato pubblicato il Manifesto della razza. Fermi, già insicuro e in animo di emigrare, ritirò il Nobel assegnatogli stringendo la mano al re di Svezia, senza fare il saluto romano, ed emigrò negli Stati Uniti.
Sciascia non segue l’ipotesi della follia che porta al suicidio, ma quella che il silenzioso e introverso giovane professore potrebbe aver scelto il ritiro assoluto del chiostro, l’impotenza del silenzio per paura o insicurezza di fronte ai grandi interrogativi che la scienza gli imponeva. L’autore sceglie la libertà di credere a quest’ultima ipotesi, rispetto alle altre più semplici e tranquillizzanti. Si spinge a pensare che Ettore Majorana potrebbe aver riconosciuto e calcolato la potenza dell’energia atomica qualche mese prima che l’avvenuta scissione dell’atomo fosse resa nota e avrebbe provato orrore e terrore tali da fargli prendere la decisione di scomparire.
Al problema della perdita d’identità, all’alienante estraneità dell’individuo in un mondo che gli appare fittizio e minaccioso, all’inesorabile tormentoso interrogativo dei rapporti fra la propria esistenza e i riflessi che vengono percepiti dagli altri è legato, inevitabilmente, il nome di Luigi Pirandello. Siciliano come Sciascia, siciliano come Majorana. È certo, infatti, che alla base della sua visione del mondo vi sia una concezione vitalistica, che è affine a quelle di varie filosofie del ‘900 (in particolare quelle di Henri Bergson e di Georg Simmel): la realtà è tutta vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro, “flusso continuo, incandescente, indistinto“, come lo scorrere di un magma vulcanico. Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si rapprende, si disgrega, si smarrisce, si perde; i suoi confini si fanno labili e la consistenza si sfalda nel naufragio di tutte le certezze. La crisi dell’idea d’identità e di persona risente evidentemente dei grandi processi in atto nella realtà contemporanea, dove si muovono forze che tendono proprio alla frantumazione e alla negazione dell’individuo. Proprio nel ‘900 si affermano quelle tendenze spersonalizzanti della società i cui echi ed estreme conseguenze arrivano fino a noi: l’instaurarsi del capitale monopolistico, che annulla l’iniziativa individuale e nega la persona in grandi apparati produttivi anonimi; l’espandersi della grande industria e dell’uso delle macchine, che meccanizzano l’esistenza dell’uomo e riducono il singolo a insignificante rotella di un gigantesco meccanismo, priva di relazioni e di coscienza; la creazione di sterminati apparati burocratici che annullano l’individuo in quanto tale e cancellano la sua interiorità, riducendolo alla sua pura funzione esteriore; il formarsi delle grandi metropoli moderne, in cui l’uomo smarrisce il legame personale con gli altri e diviene una particella isolata e alienata nella forma anonima.
Sciascia, riprendendo la poetica pirandelliana, lascia indovinare quale trappola pericolosa e micidiale può diventare la scienza, quando l’azione combinata dei dati “tempo, spazio, evento” mette in moto il suo meccanismo. E la trappola può evocare solo l’immagine dell’animale che, attirato fuori strada, crede di trovare la via giusta nell’imboccare una nuova entrata; invece, è costretto a continuare a vivere nella grande gabbia della scienza, prigioniero dei suoi costruttori. Il rifiuto di servirli anche quando, come nel caso di Majorana, si appartiene alla scienza in maniera esistenziale, rimane l’appello che l’enigma attorno al giovane fisico italiano scomparso rivolge ai lettori. Così come il fisico Mobius, nel dramma di Friederich Durrenmatt, rinnega la sua scienza, perché essa può solo nuocere alla comunità: “Siamo giunti, nella nostra scienza, ai confini dello scibile… Abbiamo raggiunto il traguardo del nostro cammino. Ma l’umanità non c’è ancora arrivata … La nostra scienza è diventata tremenda, la nostra ricerca pericolosa, la nostra conoscenza mortale. Non resta per noi fisici che la capitolazione di fronte alla realtà… Dobbiamo rinnegare la scienza, e io l’ho rinnegata. Non c’è nessuna altra soluzione, nemmeno per voi“.
Sciascia (e Pirandello) ci consegna la visione di un “io”, ora più che mai attuale, che si disgrega e smarrisce la sua identità personale. Non solo noi stessi ci fissiamo in una forma, anche gli altri con cui viviamo in società, vedendoci ciascuno secondo le sue prospettive particolari, ci danno determinate forme. Noi crediamo di essere uno per noi stessi e per gli altri, mentre siamo tanti individui diversi, a seconda della visione di chi ci guarda. Ciascuna di queste forme è una costruzione fittizia, una maschera che noi stessi ci imponiamo e che ci impone il contesto sociale. Sotto questa maschera non c’è un volto definito, immutabile: non c’è nessuno o, meglio, vi è un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione, per cui un istante più tardi non siamo quello che eravamo prima.
Pirandello fu influenzato dalle teorie dello psicologo Alfred Binet sulle alterazioni della personalità, ed era convinto che nell’uomo coesistessero più persone, ignote a lui stesso, che possono emergere inaspettatamente; condusse quindi una critica serrata al concetto di identità personale, di “io”, su cui si era fondata una lunga tradizione filosofica e a cui si appellava abitualmente la coscienza comune. Questa teoria della frantumazione dell’io in una varietà di stati incoerenti, in continua trasformazione, senza un vero centro e senza un punto di riferimento fisso, è un dato storico significativo: nella società novecentesca entra in crisi sia l’idea di una realtà oggettiva, organica, definita, ordinata, univocamente interpretabile con gli schemi della ragione, sia un soggetto forte, unitario, coerente, punto di riferimento sicuro di ogni rapporto con la realtà.
Come nella migliore tradizione dei cold case, Sciascia consegna al lettore una storia ancora misteriosa, che sarebbe rimasta sconosciuta se non ce l’avesse raccontata nella sua ricostruzione ipotetica, al netto di quella che rimarrà, presumibilmente, una vicenda oscura, a meno che il futuro non ci riservi un ribaltamento e un colpo di scena che spiazzi tutti.
Sonia Di Furia
Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.