Maura Baldini: ‘’Insula’’ (Marco Saya, 2025), di Grazia Frisina

Dapprima si bordeggia, si fa un periplo intorno all’insula-libro, si osserva l’essenzialità della superficie, la nudità della copertina, si resta interdetti su quel segno grafico – una lettera del sanscrito? – di cui piacerebbe scoprire il significato.  Poi si approda aprendo una pagina, ed ecco…Vieni, avvicinati: il primo verso, ouverture, che non è l’invocazione alla musa Calliope, come ci si aspetterebbe in un proemio, ma anaforica voce sirenica, irrevocabile invito a noi passanti-lettori, per varcare una soglia sconosciuta.

Da quell’istante è un addentrarsi, mediante piccole soste, nell’isola di ghiaccio e fuoco, di deliri ventosi e acque torve, di notte affamata d’eterno e di luce inflessibile, di precipizi e fratture telluriche, di distruzione e splendidi furori: l’Islanda, l’isola baccante

Avanzando in essa sembra di compiere un cammino a ritroso nel suo immenso e arcaico passato, nel suo pre-umano territorio, ancora investito dal fiato di ctonie divinità mitologiche, che non hanno paura. 

La raffinata silloge poetica di Maura Baldini è una sorta di poema in senso classico, costituito da un proemio e un epilogo, nel cui corpo centrale di XXXVII ‘canti’ è delineata e descritta la mappa dell’itinerario compiuto da lei in Islanda.

Dunque, un viaggio, forse incauto, in una natura ignota e titanica, trionfatrice sulla vulnerabilità umana. Perché qui quello che conta / è mantenere la distanza. 

Eppure si avverte, fin dall’inizio, la necessità di chi scrive di entrare in comunione con la terra che sta attraversando, intessere un ordito tra la parte più esterna, la litosfera, e ciò che vi soggiace sotto, ancora più convulso e primitivo. Di riportare e fissare su di sé e fuori di sé, con parole e immagini come lampi e abbagli di tenebra, i segni di un passaggio, tra paure vertigini stupori salti nel vuoto, su questa terra di estremità geografica, di estremi elementi, di radicali contrasti e di osceni paradossi che generano vita.

È un continuo procedere fra fuori/dentro, fra dentro/fuori, tra Sottosopra/soprasotto, fra luce/buio/luce/buio: un flusso incessante, con indugi su tappe da esplorare, che diventano lenti d’ingrandimento su un camminamento orfico nel proprio animo, – infilati nello scheletro della luce, / ascoltando i respiri, / il cuore invertebrato della voce –, nella propria esistenza e nel proprio oscuro destino, – tocca la mia radice e dimmi / che nel vuoto so ancora imbestiarmi, / che ancora so spegnere / il fuoco larvato di questa solitudine.

Una peregrinazione a tratti lancinante e silenziosa nell’entroterra del proprio io, quasi per assecondare l’urgenza di un privato scandaglio, di un ritorno a sé attraverso una metamorfosi. – È tempo che il tarlo diventi cura.

Baldini quindi non corre, – mi cammino dentro – si ferma, per sentire l’inudibile intersecarsi tra la morfologia, stati e moti, delle viscere con le asperità del suolo, con le sue faglie insanabili. S’attarda per tracciare una partitura tra consonanze e dissonanze che lei percepisce tra il paesaggio, osservato e contemplato, e il proprio vissuto, il proprio essere, la fatica del vivere e la sua incomunicabilità – Così noi. / Come l’acqua senza requie / benediciamo l’antitesi, / e senza requie negandoci/ incubiamo il desiderio / di una perfezione inferiore.  Un confronto tra contemplante e contemplato, un faccia a faccia tra due inquieti, seppur insondabili, daimon, che ci giunge, liricamente immediato e sincero, senza filtri né mediazioni. – Eppure, nell’ammanco di vita, / i pensieri maturavano agnizioni, // sconfinate densità. 

Pagina dopo pagina, sosta dopo sosta, accogliendo quel suo richiamo iniziale, stiamo dietro, anzi a fianco, al suo passo lento. Entrando in quel territorio si ha la sensazione di un mugolare sulfureo nel sottofondo, di una seduttiva prossimità con la morte, di un ancestrale brivido, impreziositi da versi, fitti e tesi, talora fasciati in un enigmatico silenzio, di domande insolute – Cosa guardiamo nell’eco di un impercettibile movimento del cosmo? La risposta si disperde, sfuma nell’abbraccio del porticciolo, soglia che apre verso il grembo oceanico.

Spazi bianchi intrisi di un’attesa illimitata che sembra presagire un dramma, una deflagrazione cosmica, un sommovimento intimo, forse dionisiaco, come se anima e materia si appartenessero e si sbranassero le carni. 

E ciò malgrado, in questo fatale travolgimento sopravvive un desiderio, una tenue speranza, il conseguimento di una stasi, l’ancoraggio a una minima salvezza. – Ma noi vogliamo essere ascoltati e assolti, / vogliamo una mano sul capo, / una foglia che accarezzi la guancia. / Vogliamo l’emersione, l’ascesa mirabolante, / un sogno che non dice ma diventa. / […] come il più docile autunno del cuore.

Finché, arrivati al termine del percorso-lettura, piano ci allontaniamo, magari nella condivisione di una consapevolezza, espressa in sordina dall’autrice, che la febbrile ricerca di un senso all’ossimorico vivere, che l’ansia dell’ossessivo partire – quasi fosse una brancolante fuga da sé – per un altrove, per un’illusoria Avalon, non troveranno pacificazione – non nell’esilio, / e nemmeno nel ritorno – ma provando a chinare e a coltivare lo sguardo – nell’ipogeo degli occhi – nel profondo noi stessi.

Riecheggiando un pensiero di Bachelard: “Per quanto possa apparire paradossale, è spesso l’immensità interiore a conferire il vero significato a certe espressioni riguardanti il mondo che si offre ai nostri occhi”.

Ci accomiatiamo da Maura e dal suo viaggio, non dalla sua poesia, lasciando risuonare nel cuore, come un piccolo lascito, linfa di chiarore nello smarrimento tenebroso, la musicalità della strofa che conclude il poemetto  Sei tu la parabola dell’alba eterna / l’onda immensa che s’avvicina, / la speranza mai sopita / di un volto che abbraccia l’infinito.  

Grazia Frisina*

Le cascate degli dèi

Infinito tormento, 
che tu insegua Dio,
mite spirito,
che sospiri nella cascata. 
(Georg Trakl)
Ogni cortina d’acqua è un covo, 
cavità di caligini,
dimora di precipizi – irrefutabili,
come la forza di gravità,
come l’occhio spalpebrato del pesce.
Essiccare ogni lamento,
cucire il corpo nella cera
e affrontare il tempio dell’acqua,
il corpo a fiotti degli dèi –
mentre sul volto della cascata
sospira, pallido, un arcobaleno.

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Maura Baldini: piemontese, ha esercitato per molti anni la professione di avvocato. Oggi vive a Ginevra e si dedica, fra l’altro, alla traduzione e alla poesia. Di recente, ha tradotto André Malraux e Malcolm de Chazal, curando i seguenti volumi: André Malraux, Occidentali quali valori difendete?, De Piante; Malcolm de Chazal, Plastica, Gruppo editoriale Magog. Nel 2022, è stata pubblicata per il Convivio Editore la sua silloge poetica di esordio, La slegatura, opera tra le vincitrici del Premio Carrera. Scrive, inoltre, articoli e saggi per Poesia (Crocetti-Feltrinelli), per Pangea e per altre riviste e blog letterari.

*Grazia Frisina: Già docente di Lettere nelle scuole superiori. Le sue pubblicazioni: il romanzo A passi incerti (2009); il dramma poetico sulla Shoah Cenere e cielo (2015, messo in scena presso il museo della Deportazione di Prato), e Madri (2018), prefazione di Marinella Perroni, (tre pièces su alcune figure femminili del mondo biblico, dalla pièce Stabat Mater è stato realizzato un corto, girato nel carcere di Pistoia); le raccolte poetiche: Foglie per maestrale (2009), Questa mia bellezza senza legge (2012), Innesti (2016), Pietra su Pietra (2021), Avrei voluto scarnire il vento (2022), Storie senza approdo (2025), con illustrazioni dell’artista Edoardo Salvi. Il testo inedito Fiaba detta o fiaba scritta, a chi va storta a chi va dritta (2023) è stato messo in scena con la regia di Piera Rossi. Presso la biblioteca San Giorgio di Pistoia ha curato La gioia diventa un dipinto, incontro sulla poesia di Emily Dickinson, tra arte e musica (2014), e il dialogo poetico: Ricordi come raccoglievamo i narcisi, sulla storia d’amore fra Sylvia Plath e Ted Hughes (2015). Presso la casa-museo Guidi di Firenze ha ideato e curato il dialogo poetico Il mare nel vento – Unavoce dentro l’altra, sull’amore fra Elizabeth Barrett e Robert Browning (2017). Ha partecipato al festival di poesia Notturni di versi di Portogruaro (2016 e 2021). È presente, con alcuni suoi componimenti, in varie riviste letterarie nazionali e internazionali.

Paolo Nori, Nadia Terranova, Andrea Bajani e Fabio Canino allo Strega Tour con Loredana Cefalo e il Randagio (video)


E la guerra? È sparita, proprio come il povero bruco (Quartu, 18 giugno 2025)

Una piccola cosa, stasera, ha attratto la mia attenzione, fortemente.
Fra le scarpe delle tante persone, i tacchi delle signore, quelle eleganti da uomo e le sneakers dei ragazzi presenti alla tappa isolana del Premio Strega Tour, si aggirava timidamente un bruco.
Un bruco marroncino, un po’ brutto, in verità, che c’entrava poco col clima di festa e l’aria di bellezza intellettuale che si respirava fra le sedie, bagnate dalla pioggia torrenziale, che ha preceduto la kermesse presentata da Fabio Canino, volto noto ed irriverente della TV e della radio italiane. 

Mentre il piccolo insetto si faceva spazio fra sedie e piedi, sono saliti sul palco i giovani, di un noto liceo cagliaritano a leggere le loro riflessioni sui cinque libri candidati al prestigioso premio. 

E sempre mentre l’esserino strisciante si aggirava intorno al palco, sulle quattro sedie messe una accanto all’altra, tre dei cinque finalisti hanno preso posto per parlare dei loro bellissimi libri. 

Una serata coi fiocchi, con la giusta dose di pacatezza e puntualità che solo i sardi sanno avere, nonostante due dei nostri supereroi (li chiamo così perché il tour è una bella prova di resistenza per chiunque) non siano riusciti a presenziare in questa unica tappa in Sardegna di Quartu Sant’Elena. 

Ed ecco arrivare le parole che si intrecciano nell’aria che, dopo la pioggia, è diventata fresca.
Si parla di memoria, del potere del ricordo, si ascoltano i video messaggi dei due assenti e si fa qualche battuta. 

Dov’è finito il bruco? 

Eccolo lì, proprio accanto alla mia scarpa, in una posizione defilata, stavolta, rispetto al palco. Sembra cercare finalmente riparo, lontano da piedi indiscreti. 

Mentre riposiziono l’attenzione sul gruppo di scrittori in gara, noto che il fil rouge dei  libri presentati è un grande super potere: quello delle donne. Me ne compiaccio, ma tengo sempre un occhio vigile al bruco e al suo percorrere lento e mi metto in asascolto.

Ascolto la potenza del racconto della protagonista del libro di Elisabetta Rasy, “Perduto è questo mare” che durante varie fasi della vita, sperimenta la ferita per la perdita, dolore che si placherà solo attraverso la memoria letteraria. 

Sempre di memoria e dolore si parla nella famiglia di Madre e Padre, in “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” di Michele Ruol e anche lì, il ruolo femminile gioca una chiave fondamentale per il recupero dei 99 ricordi. 

Andrea Bajani, vincitore già dello Strega Giovani, nel suo romanzo “L’anniversario” compie un piccolo miracolo: fa restituire il ricordo di una madre a suo figlio, una donna che nonostante fosse resa invisibile da un uomo tiranno, riesce anche ad essere felice ed è proprio attraverso la memoria di quella felicità che suo figlio la sente presente nel ricordo e la trova “scalpellando” fra gli scritti.


Ed ecco che arriva il superpotere della bisnonna di Nadia Terranova, nel suo romanzo autobiografico “Quello che so di te”: un emblema delle donne rese isteriche perché anticonvenzionali, marchiate per sempre come pazze, solo perché fuori dagli schemi. Con tenerezza la scrittrice ci ricorda che, sebbene tanti passi si siano fatti nell’emancipazione femminile, siamo ancora molto indietro nella parità di genere. E ci presenta un’immagine fortissima, accomunando le sedie di design delle nostre case a quelle dei manicomi di inizio Novecento, a causa del peso dei legacci e fibbie che il ruolo femminile nella società ancora impone. 


E sul finire del suo discorso sulla realtà attuale, mentre ero distratta dalla scia del mio piccolo amico strisciante, ecco che sento volare nell’aria una parola che sembra uno squarcio.
“Guerra”.
È piccola, bruttina anzichenò rispetto a questa magica serata. Non c’entra nulla, proprio come il mio amico. Ed esattamente come lui, dopo aver generato un silenzio glaciale, nonostante l’afa serale, si attorciglia intorno alla sua autrice, fa un giro timido fra le prime file e sembra dissolversi. 

Paolo Nori, con la simpatia parmense che lo contraddistingue, cita un verso del poeta Raffaello Baldini, “In due” dedicato alla morte di sua moglie. Nel suo libro “Chiudo la porta e urlo” è evidente come la perdita della donna segna per il Baldini un profondo mutamento. Il finale della serata, dunque, ritorna sul potere femminile.

E la guerra? 
È sparita, proprio come il povero bruco. 

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Gianluca Grimalda sul suo ‘’A fuoco. Il mondo brucia è ora di disobbedire’’ (Feltrinelli, 2025)

Dopo essere stato licenziato dall’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale per aver rifiutato di rientrare in aereo dalla Papua Nuova Guinea pur di restare fedele al suo impegno di ridurre l’impatto ambientale, Gianluca Grimalda, ricercatore in scienze sociali e attivista, è diventato un simbolo della lotta al cambiamento climatico. Dopo il licenziamento, Grimalda è tornato in Europa da Bougainville (Isole Salomone) senza aereo, in un viaggio di 28.000 km durato 72 giorni. Il libro “A fuoco” (Feltrinelli), uscito lo scorso 4 giugno, è il resoconto di quel viaggio, un diario con digressioni scientifiche, ma anche un documentario sugli effetti dell’emergenza climatica che già colpiscono le periferie del mondo. La sua storia è un invito alla disobbedienza civile e a riflettere sulla necessità di superare la dipendenza dai combustibili fossili.

Abbiamo chiesto a Gianluca Grimalda di parlarci del suo libro.

“Lo scorso 4 giugno è finalmente uscito in libreria per Feltrinelli Editore il mio primo libro, “A Fuoco“.

È il diario del viaggio di 28.000 km percorsi via terra e mare dalle Isole Salomone all’Europa, un viaggio senza aerei nato dalla mia scelta di ridurre le emissioni di CO2, scelta che mi è costata il lavoro di ricercatore.

Di fronte all’ordine dell’ ex datore di lavoro di tornare in aereo dalla mia ricerca sul campo a Bougainville, in contrasto con i miei 15 anni di viaggi lenti per minimizzare l’impatto ambientale, ho scelto di restare fedele ai miei principi, anche a costo di perdere il lavoro. Le mie motivazioni le ho raccontate in dettaglio in questo articolo su The Guardian: 

In “A fuoco” ho voluto dare voce alle persone delle periferie del mondo incontrate durante la mia ricerca a Bougainville e lungo il viaggio, che già subiscono gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici.

Ho cercato di trasmettere lo spirito di comunità che regna lungo la Via della Seta, dove sconosciuti si aiutano come fratelli, facendomi sentire a casa ovunque mi fermassi.

Con il supporto di dati scientifici, il libro documenta il rischio di collasso ecosistemico, già evidente in molti dei luoghi che ho attraversato.

È anche un invito a riflettere sulla necessità di un’azione collettiva e anche di disobbedienza civile per contrastare l’aumento delle temperature. Nel testo discuto le basi filosofiche e l’efficacia di queste forme di attivismo.

“A fuoco” è anche un libro personale: racconta molto di me, compreso il mio rapporto a volte difficile con mio padre. Ma, soprattutto, vorrei che questo libro appartenesse e fosse un omaggio alle migliaia di persone della “periferia globale” che ho incontrato, che affrontano il disastro climatico senza essere responsabili delle sue cause, legate allo stile di vita “jet-setting” dei privilegiati del Nord globale.”

Gianluca Grimalda

Peter Handke: “Canto alla durata” (Einaudi, trad.Hans Kitzmueller) – Maurizia Maiano

Riflessione onirica sul tempo

“Chi non ha mai provato la Durata non ha vissuto./ La Durata non stravolge,/ mi rimette tutto a posto./ Senza esitazione rifuggo la luce abbagliante dell’accadere quotidiano/ e mi riparo nell’incerto rifugio della durata./
Durata si ha quando/ in un bambino/ che non è più un bambino/ – e che forse è già un vecchio -/ ritrovo gli occhi del bambino./ Durata non c’è nella pietra immortale/ preistorica,/ ma dentro il tempo,/ nel morbido./ Lacrime di durata, troppo rare!/ lacrime di gioia./ Incerte, non irrevocabili,/ non improbabili/ scosse della durata,/ custodite ora siete/ in un canto.”

Racconta Handke che gli venne in mente di scrivere della sensazione della Durata nel momento in cui decise di mettersi in ascolto, di raccogliersi in se stesso. Si sentì pervadere da un vento fresco e da un delicato accordo senza suono in cui tutte le dissonanze si confondono e si compongono insieme.

La Durata ha a che fare con gli anni e con i decenni della nostra vita, è la sensazione di vivere. Appartiene alla vita dell’anima osservare il vento che si muove sull’acqua. E’ il cinema più bello, non sottrae nulla, non si deve pagare.

Handke compie miracolosamente una congiunzione tra mondo romantico e contemporaneità. Il luogo della durata non ha coordinate spaziali o temporali: può essere un sentimento, a volte confuso con la nostalgia. Immagini che si sovrappongono senza cancellarsi, capaci di muovere il nostro animo all’improvviso, richiamate da una particolare sensazione di “riconnessione”.

Sembra una filosofia che vuole diventare poesia. E’ una riflessione rilassata -quasi onirica – e al tempo stesso precisa di uno stato d’animo difficilissimo da spiegare. Usare le parole in un doppio significato: uguale e contrario ricomponendolo nella lontanza: non c’è durata se non c’è leggerezza e fugacità.

Una poesia che spiega la filosofia delle piccole cose, dell’amore per le piccole cose che si ritrova nella natura, tra il rumore degli alberi, nel mercato con i suoi acuti e i suoi bassi, nell’abbaiare dei cani, quasi un Rondò, negli oggetti di casa: in un cucchiaio che lo ha accompagnato tutta la vita.

Aveva sempre pensato ad una casa spoglia, ama invece vedersi e sentirsi circondato dagli oggetti. Ama il suo “Umgebung” (l’ambiente che ci circonda) e gli piace questa parola perché gli trasmette la gioia dell’essere circondato e avvolto dalle cose. Le cose, il riverbero delle cose lo calmano. Si sente tutto il sentimento profondo della “Gemuetlichkeit” (intimità, uno spazio accogliente) austriaca, delle piccole case sul Danubio, piccole ed accoglienti nella pomposità assente dei mobili in stile Biedermeier (indica uno stile artistico, un periodo culturale caratterizzato da semplicità e sobrietà). Handke è un “Biedermeier” nel senso e nella forma più nobile della parola per quella contraddizione che rende ogni cosa uguale e contraria, lo è nell’amore per le piccole cose della quotidianità, per quell’attaccamento ai luoghi generato dall’esserne stato strappato in giovanissima età per sfuggire alla miseria e ad andare a vivere “separato” in un “Internat” (collegio). Il sentimento della lontananza dal luogo ha molto segnato la sua vita ma senza questo sentimento non si è uomini perché la “Heimweh” (nostalgia per la propria terra, per la casa lontana) non potrebbe esistere senza la “Fernweh” (nostalgia per i luoghi lontani, desiderio di partire) e questa senza quella.

“La Durata è una certezza, no! La più fugace di tutte le sensazioni, spesso più veloce di un attimo, non misurabile. Un solenne cosmico sentimento di gratitudine forse lo si può anche chiamare preghiera.”

Racconta Handke che nello scrivere il Canto alla Durata non aveva in mente una preghiera ma di descrivere momenti di gratitudine, immagini. In ogni momento della vita è racchiusa una immagine come un coleottero nell’ambra.
Non si sente cupo, la cupezza è una grave malattia, la tristezza è un sentimento diverso. Il male oscuro, la depressione, ecco com’è l’umanità di oggi, ma non si sente così.

Essere malinconico, racconta, sarebbe stato il suo ideale ma non c’è mai riuscito. “La tristezza è fertile, la cupezza è sterile. La gioia è feconda e creativa.”

Fotografie e immagini non sono la stessa cosa. La polaroid era un incantesimo e l’immagine veniva fuori dall’immagine, ci voleva del tempo, oggi è meno divertente.

La vita fugge e come si può parlare di durata in questa fugacità! Handke si lascia affascinare dall’immagine di una freccia scagliata verso l’eternità; nel silenzio di questi luoghi sa cosa fare; un rumore, che gli ha fatto ricordare suo nonno, è l’immagine che dall’io si diventa un noi… e parla di un amore al primo sguardo…e di una vita fatta di piccoli gesti quotidiani..
O Durata mia quiete e mia sosta..” e niente è più fugace della Durata..

Maurizia Maiano*

Peter Handke nasce a Griffen nella Carinzia, la regione più meridionale dell’Austria, nel 1942 da padre austriaco e da madre facente parte della minoranza slovena della regione. La madre morirà suicida nel 1971, evento che segnerà profondamente il giovane Handke. Il titolo della sua opera “Wunschloses Unglück, “Infelicità senza desideri”, scritta sull’onda del dolore per il gesto estremo della madre, sembra creare una congiunzione simbolico-semantica tra un destino individuale e quello storico di un paese la cui fine era segnata dall’emergere e dall’ affermarsi dei nazionalismi. La mancanza di desiderio è causa dell’insoddisfazione profonda, espressione di una malinconia dalla quale non si riesce ad uscire, perché deriva da regole interiorizzate che inibiscono il desiderio. Un nuovo mondo, in cui si è incapaci di vivere, quello che si prospetta alla madre di Handke e all’Austria-Ungheria, in cui non ci si riconosce più e in cui è troppo tardi per farne parte e cambiare. La prosa di Handke trova qui il via alla sua grande capacità di interiorizzazione e di analisi profonda del sé. Segna l’inizio di quel romanzo circolare che evoca anche nello spazio letterario quella ciclicità del tempo, della vita e della storia umana riempiendola di flashback e ripetizioni. La letteratura, lo scrivere diventano la sua grande passione. Abbandona gli studi di Giurisprudenza a Graz. Si cimenterà con la scrittura di pezzi teatrali, poi con racconti, romanzi, saggi, poesie e diari ai quali si può aggiungere anche qualche esperienza di sceneggiatore per il cinema.
La letteratura è per lui solo romantica. È polemico nei confronti della generazione di scrittori come Alfred Andersch, Heinrich Böll, Ilse Aichinger e Ingeborg Bachmann che facevano parte del “Gruppo 47” e volevano una letteratura impegnata e realistica. La sua è letteratura votata all’introspezione con una scrittura densa e minimale, altamente descrittiva e ricca di visioni quasi cinematografiche. Collabora con Wim Wenders e, dal suo romanzo “Prima del calcio di rigore”, Die Angst des Tormanns beim Elfmeter del 1970, sarà tratto l’omonimo film e poi lavorerà ancora con Wenders per il più famoso “Il cielo sopra Berlino”. Dall’amore per l’allora Slovenia yugoslava, radicato nel “ventre materno”, nasce l’interesse per la regione balcanica. Handke è un figlio di quell’Austria- Ungheria del “Nachsommer”. L’immagine di quel mondo del passato e l’ideale di una convivenza multietnica e multireligiosa avrà il suo ruolo importante nella sua difesa di Milosevic e della Yugoslavia. “Un viaggio d’inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina ovvero Giustizia per la Serbia” sono, forse chissà, l’antefatto a “La notte della Morava”?

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Intervista a Eva Milella per “La versione di Mati” (Fandango Libri, 2025), di Gabriele Torchetti

 “La versione di Mati” è una commedia brillante e acuta che racconta la storia di una famiglia sui generis attraverso gli occhi di Mati, una bambina undicenne cresciuta da una madre psicoterapeuta anticonformista e una nonna che “si fa chiamare Totti e va ai party in tacco 12”. Eva Milella, barese, autrice televisiva, podcaster, stand up comedian, riprende e approfondisce nel romanzo alcune delle tematiche (dinamiche familiari, maternità, rapporti tra generazioni) già trattate nel format YouTube “MALAMAMMA” e nella community “Stappamamma”. L’ha intervistata per gli amici del Randagio il nostro Gabriele Torchetti.

Ciao Eva e benvenuta alla rivista letteraria Il Randagio! Sei diventata celebre sul web con il format YouTube “MALAMAMMA”, con i tuoi video ironici e dissacranti hai spiegato come si sopravvive ai figli. Sono passati un po’ di anni da quell’esperienza e dalla scrittura “teatrale” sei approdata alla narrativa. Com’è avvenuto questo passaggio?

Direi che è stato un passaggio quasi fisiologico. Dopo anni passati a scrivere per la scena, la televisione e storytelling per varie realtà e soprattutto non trascurando mai la predisposizione a pensare con la testa dell’attrice (tempi, battute, pause), ho sentito il bisogno di rallentare e ascoltare meglio le storie che volevo raccontare. La narrativa mi ha permesso di scavare di più, di mollare la necessità della battuta a effetto per concentrarmi su cosa muove davvero i miei personaggi. E poi diciamolo: i figli crescono, dormono (ogni tanto), e a quel punto puoi anche scrivere un romanzo.

La versione di Mati (Fandango libri) è il tuo ultimo libro. Una commedia esilarante e tutta al femminile. Chi sono le protagoniste di questa storia e quanto c’è di biografico nel tratteggio dei personaggi?

Mati è una ragazzina di 11 anni che ha una madre un po’ troppo perfettina e una nonna che si fa chiamare Totti e va ai party in tacco 12. È una commedia, sì, ma con dentro anche tutte le mie domande (e anche qualche risposta parziale) sulla maternità, sull’educazione, sui ruoli che ci costruiamo addosso. C’è del biografico? C’è sempre. Non racconto la mia vita, ma ci metto dentro le mie ossessioni, le mie risate, i miei inciampi. E un po’ di burraco.

Mati a soli 11 anni vive come una piccola guru: pensa sempre prima di parlare, mangia verdure crude, è esperta di yoga, mansplaining, femminismo e tanto altro ancora. Tutti sani insegnamenti ricevuti da sua madre, con un però di fondo: è stata una mia sensazione o l’estate “sbagliata” e meno educativa in qualche modo le restituisce la spensieratezza della sua età?

Assolutamente sì. Mati è cresciuta con un manuale di istruzioni: mangia sano, respira, analizza tutto. Ma è proprio quando finisce in un’estate “scorretta”, dove nessuno la controlla, che comincia davvero a capire chi è. A volte è proprio il caos che ci riporta a noi stessi. E anche i gelati. E le bugie.

Veniamo proprio ad Alba, personaggio che sembra uscito da un film di Woody Allen. Puoi dirci qualcosa in più su questa donna apparentemente rigida e schematica?

Alba è una madre modello, ma anche una donna piena di ansie sotto controllo. È precisa, è performante, è terapeuticamente irreprensibile. Ma dietro la sua compostezza c’è il terrore di sbagliare, di non essere all’altezza. Alba è la madre che vorrebbe sempre fare bene – e questo la rende sia tenera che un po’ esasperante. Come tutte noi, forse.

Non poteva mancare una domanda su Totti, la nonna Antonia che non vuole essere chiamata nonna. Bionda, elegante e leziosa, campionessa di tacchi, passa il suo tempo tra apericena e feste di gala e il Circolo (covo di serpenti). Un personaggio decisamente sopra le righe ma che ha sicuramente delle sorprese in serbo per chi legge

Totti è il mio omaggio a tutte quelle donne che si rifiutano di diventare invisibili. Bionda, elegante, giudicante e un po’ sopra le righe, vive il suo ruolo di “nonna” come una minaccia al suo ego. Ma sotto la superficie c’è una donna ferita, generosa, e molto più in contatto con la realtà di quanto voglia ammettere. È quella che ti sorprende sempre quando pensi di averla incasellata.

Da giocatore accanito ho riso tantissimo su tutte le situazioni rocambolesche che si intersecano con il gioco del burraco.

Fondamentale! È il campo di battaglia delle relazioni. Le partite sono il momento in cui si dicono verità che altrove non uscirebbero. E poi è anche un modo per ridere delle piccole vendette, delle alleanze strane, degli scivoloni comici che succedono quando le carte girano nel modo sbagliato. O giusto.

Ho assistito al SalTo a un incontro appassionato che hai tenuto anche con studentesse e studenti che hanno più o meno l’età di Mati, quanto è difficile avere una scrittura che abbracci generazioni così diverse?

È una sfida bellissima. Mati parla anche a chi ha 11 anni perché non è mai trattata con condiscendenza. Ma parla anche alle madri, alle nonne, a chi è passato per la preadolescenza e se ne porta ancora addosso le cicatrici e le risate. Io credo che se sei sincera e scrivi con empatia, le storie trovano la strada. Anche tra generazioni che sembrano non avere niente in comune – a parte, magari, un’estate sbagliata.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.