La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimanala nostra Anne ci propone il sorbetto di ananas ispirato a “Alta cucina” di Rex Stout, il quinto romanzo con protagonista Nero Wolfe, pubblicato nel 1938. Va apprezzata la scelta di Anne, perché il caso da risolvere è l’assassinio di uno chef.
*** IL SORBETTO DI ANANAS DI NERO WOLFE ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
Rex Stout, Alta cucina, 1938.
“Un paio di minuti prima che si cominciasse a entrare in sala da pranzo, arrivò Dina Laszio. I brusii cessarono. […] E non potevo certo disapprovare che si fosse fatta vedere alla festa, dato che era stato Nero Wolfe a chiedere a Servan di invitarla e di insistere perché anche lei fosse presente […]
Su ogni piatto trovammo, appena ci sedemmo, un menu stampato in rilievo:
Les Quinze Maîtres
Terme Kanawha, West Virginia
Giovedì 8 aprile 1937
CENA AMERICANA
Ostriche arrostite nel guscio
***
Tartaruga del Maryland – Biscotti macinati
***
Tacchinella alla griglia
***
Crocchette di riso con gelatina di mela cotogna
***
Fagioli di Lima alla panna – Tartine Sally Lynn
***
Avocado alla Todhunter
***
Sorbetto di ananas – Sponge Cake
***
Formaggi del Wisconsin – Caffè nero”
Ricette Letterarie: il sorbetto di ananas di Nero Wolfe
Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.
Sorbetto di ananas
Ingredienti per 4 persone
– 1 ananas maturo o 500 g di polpa di ananas fresco
– 130 g di zucchero
– 150 ml di acqua
– 1 cucchiaio di succo di limone
– 30 ml di rum (opzionale)
– 100g di panna fresca da montare più 10g per scioglierci la gelatina
– 1 foglio di gelatina (circa 2 g)
Preparazione
Come prima cosa prepara lo sciroppo di zucchero: versa lo zucchero in un pentolino antiaderente poi aggiungi l’acqua, mescola e porta a bollore. Fai sobbollire mescolando finché lo zucchero si è sciolto completamente. Spegni e lascia raffreddare.
Pulisci l’ananas: elimina la buccia e il torsolo, poi taglialo a rondelle e infine in cubetti.
Frulla l’ananas con lo sciroppo di zucchero e il succo di limone. Aggiungi il liquore (opzionale) e frulla ancora fino a ottenere un composto omogeneo.
Ammolla il foglio di gelatina in acqua fredda. Poi versa la panna fresca in una ciotola e montala non troppo ferma (lucida). Metti la ciotola in frigorifero.
In un pentolino scalda gli altri 10g di panna, poi strizza la gelatina e scioglila nella panna calda, mescolando bene per creare un composto omogeneo. Aggiungi questo composto di ananas e frullalo per distribuire uniformemente la gelatina.
Versa l’ananas frullato in una ciotola e incorpora la panna montata utilizzando una spatola di silicone. Poi metti la ciotola in congelatore.
Mescola il composto di ananas con una frusta (o una forchetta) ogni 30 minuti per due ore, quindi 4 volte in tutto.
Servi in bicchieri o coppette fredde, magari decorando con qualche fogliolina di menta fresca.
Le rovine del villaggio Querandì, osservate dall’alto grazie alle riprese da drone, mostrano i segni di un passato che resiste. I pavimenti sono irregolari, i muri attraversati da crepe, le fronde coprono i tetti scomparsi. La natura sta riconquistando il proprio spazio. Le costruzioni giacciono come scatoloni scoperchiati e svuotati. Il disfacimento procede paziente. Tra quelle rovine abita un uomo. Il suo nome nativo è Kam’ne, registrato dallo Stato argentino come Pedro Gonzales, nome imposto a Verónica, cittadina costiera della provincia di Buenos Aires. Il villaggio, fondato secoli prima su un terreno libero presso un bosco di ceiba, rientra oggi nel comune di Punta Indio.
Un tempo vivevano qui fino a cinquanta famiglie. I villaggi erano disposti a mezz’ora di cammino l’uno dall’altro, per razionare le risorse e facilitare gli spostamenti. In inverno si stringevano verso la costa, in estate si spingevano nelle Pampas per la caccia. Alcuni insediamenti, ritenuti esplorativi, furono scoperti lungo il Paraná. Le prime abitazioni erano tende di pelle e tessuto, smontabili in fretta. Con il tempo, le costruzioni divennero stabili: legno di ombù, resina, ciottoli e fango. Oggi restano solo frammenti.
Dodici stagioni fa, il villaggio era popolato. Poi le partenze. Poche. Altre. Tante. Un giorno, rimase solo Kam’ne. Quando partì l’ultima famiglia, pianse. Come se avessero tagliato via un pezzo di sé. Arrivarono gli stranieri con grandi bestie di metallo. Presero i pascoli, chiusero il bestiame nei recinti, offrirono denaro, una nuova vita in città. Kam’ne non sapeva dove andare. Non sapeva cosa comprare. Tutto era già attorno e dentro lui.
La luce di Chachao illumina gli uomini, racconta. Il corpo crea ombre. Wualichú guarda le ombre. Kam’ne invita chi lo visita a osservare la propria, ma non a raccontarla. Contro le ombre esiste la musica. La sua pifilca di ombù ha tre buchi. Unica nel villaggio. Il secondo buco si fa dopo un grande dolore. Kam’ne lo scavò quando rimase solo. Il terzo giunse con la vecchiaia, quando comprese l’ombra dietro la luce. La risposta arriverà dopo aver dimenticato la domanda. L’attesa deve essere in movimento, come fa la natura.
La pifilca nasce per i rituali. Nascita. Maturità. Morte. L’uomo la mostra titubante. Nel rituale di nascita, alla prima luna piena, un anziano solleva il neonato al cielo. Il villaggio canta. La luce lo illumina. Dopo quattordici stagioni, ogni ragazzo decide dove farsi bucare. Kam’ne scelse la mano, per ricordare che le cose vanno via. Serve coraggio per crescere. Il rito di maturità è segreto. Per uomini. Per donne. Dopo tanti inverni, i segreti devono essere seminati, o morire. Nel rituale di morte degli uomini, un anziano riempie il buco. La luce non entra. L’ombra non esce. Il ciclo si chiude in equilibrio. Per le donne, un’anziana versa acqua nelle narici. Il sangue viene lavato. Le sofferenze si sciolgono. Anche qui, il ciclo si chiude in equilibrio.
La natura fa quello che deve fare. Il sole sorge dalla prateria, in linea con l’orizzonte. Kam’ne non ha bisogno di ricordarlo: lo guarda ogni mattina. Gaspar ha dormito nel villaggio con lui, su un tappeto logoro. All’alba, ha visto l’erba illuminarsi e Kam’ne lo ha condotto al vecchio pozzo, ai limiti dell’appezzamento. C’era ancora acqua.
Se il governo considera il villaggio abbandonato, Kam’ne lo sente vivo. Il governo appartiene agli uomini di città, ma il villaggio appartiene ancora al mondo.
La prateria si apre a crepacci, che restano nell’ombra o si riempiono di luce. I Querandì sono fili d’erba. Non possiedono nulla. Non c’è nulla da proteggere, né da perdere. Conta il qui-ed-ora. Il resto è ricordo, o fantasia. Non importa chi è andato o chi è rimasto. Ogni Querandì deve seguire la propria strada. Kam’ne resta. Finché rimane, il villaggio vive.
Spera che, un giorno o l’altro, da qualche parte, ci si rincontri lungo la via. Per piangere insieme. O ridere. Il popolo Querandì rimarrà vivo, attraverso i discendenti trasferiti nelle città, oppure si estinguerà con la scomparsa di Kam’ne?
___________
Apolae: si fa chiamare Apolae per scrivere liberamente. Suoi racconti compaiono online su varie riviste. Altri testi popolano la pagina Instagram apolae_fotoracconti. Ama la sua famiglia, la letteratura e la musica. Si impegna per coniugarle, ma non sa se riuscirà.
Il libro, dedicato all’amico Paul Wittgenstein, inizia con una sua esplicita richiesta a Bernhard: “Duecento amici verranno al mio funerale e tu dovrai tenere un discorso sulla mia tomba.” In realtà, al funerale andarono soltanto nove persone, e lo stesso Bernhard non poté essere presente, perché si trovava a Creta. Resta quindi il libro come testimonianza della profonda amicizia tra i due.
Paul Wittgenstein è il nipote del più celebre Ludwig Wittgenstein, autore del Tractatus Logico-Philosophicus. Il racconto è bellissimo: due persone legate da un’amicizia profonda, nonostante sembrino non aver condiviso molti momenti, trovano nel reciproco legame il confronto con un mondo dominato dalla finzione. La loro realtà autentica è fatta di malattie, ossessioni e sofferenze condivise, uno “spazio” in cui si riconoscono e che sentono vivo. Entrambi erano ricoverati in ospedali vicini: Paul nel Padiglione Ludwig — un manicomio — e Bernhard nel Padiglione Hermann, un tubercolosario. Due strutture situate a circa duecento metri di distanza su due colline di Vienna. Entrambi avevano abusato della propria vita in modi diversi, manifestando un’avversione profonda verso se stessi. Quando quest’avversione raggiunse il suo culmine, ci furono i rispettivi ricoveri, che li plasmarono e li ristabilirono. Questa convivenza con la malattia, vissuta in contesti così opposti (la comunità di “pazzi” e quella dei “tubercolosi”), riflette la condizione umana come un costante rapporto con ciò che ci circonda. Paul e Bernhard erano uguali e diversi allo stesso tempo. Paul, ad esempio, si commuoveva davanti ai poveri: una volta scoppiò in lacrime vedendo un bambino povero al Traunsee, cogliendone l’innocenza e l’indigenza. Bernhard, però, vide invece la madre astuta che aveva messo lì il bambino per suscitare pietà. Questa scena rappresenta una chiave di lettura del Tractatus Logico-Philosophicus: i fatti sono ciò che vediamo, ma ciò che vediamo dipende dalla nostra prospettiva. Paul vede solo il bambino, Bernhard anche la madre, e così la realtà, i fatti, possono ingannare. È un richiamo all’inganno dell’informazione e del potere che può condizionarci con ciò che ci fa vedere o non vedere.
L’inganno della percezione si manifesta anche in momenti pubblici, come quando un ministro tiene una laudatio per Bernhard leggendone quattro appunti scritti da funzionari ignoranti e raccontando delle falsità su di lui (ad esempio che avrebbe scritto romanzi d’avventura o sarebbe uno straniero in Austria). Bernhard rispose con poche, frasi memorabili: l’uomo è un essere abbietto e la morte è certa per ognuno. Il ministro, furioso, lo insultò e se ne andò sbattendo la porta, seguito da tutti gli altri, compresi gli artisti e i critici letterari. Solo Paul rimase accanto a Bernhard, orripilato ma anche divertito dall’accaduto.
Il libro vuole essere il miglior elogio funebre per Paul, un amico che aveva profondamente migliorato la vita di Bernhard, rendendola possibile nonostante tutto. Le pagine fissano l’immagine di Paul, mettendo in luce ciò che li accomunava e ciò che li divideva. Non si tratta di un’amicizia semplice e spontanea, ma di un legame elaborato con fatica, mantenuto con cautela per proteggere la fragilità di Paul. La narrazione si chiude con una passeggiata di Bernhard per Vienna: lo Stadtpark, il Cafè Sacher — un luogo dove veniva rispettato e mai disturbato — e il Braunerhof, il tipico caffè viennese che, pur infastidendolo, frequentava per l’insopprimibile sindrome dei viennesi di “andare al caffè”.
Paul si lasciò dominare dalla propria follia; Bernhard ne fece invece uno strumento di vita, ma forse proprio questa differenza rende la sua follia ancora più estrema. L’amicizia tra i due è curiosa e complessa: Bernhard temeva l’incontro con Paul se questi si fosse presentato “nel suo abbigliamento da pazzo”, consapevole che Paul era il suo specchio e forse temeva se stesso. Per Paul era più semplice fare visita a Bernhard che viceversa. Questa ambivalenza rimane una domanda aperta, per una delle storie d’amore più strane e vere che abbia mai letto.
Informazioni sull’opera: Il nipote di Wittgenstein (titolo originale: Wittgensteins Neffe) è stato scritto da Thomas Bernhard nel 1982. La traduzione italiana, pubblicata da Adelphi nella collana Fabula (2013), è curata da Renata Colorni.
Maurizia Maiano*
*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
Il libro di Krisztina Tóth“Gli occhi della scimmia”, tradotto da Mariarosaria Sciglitano, è da considerare una opera letteraria capace di scavare nel destino delle persone che vivono sotto la cappa dei regimi autocratici.
Può apparire distopico, ma, in realtà, il contenuto del libro rispecchia, in tutto o in parte, una concreta situazione in cui vivono già diversi popoli sotto la cappa asfittica di regimi tirannici che, non solo negano i diritti fondamentali dei cittadini, ma controllano con ogni mezzo le vite private delle persone con lo scopo di soffocare sul nascere qualsiasi comportamento che, in qualche modo, possa generare delle forme di ribellione o di semplice dissenso nei confronti del regime autoritario.
Nel libro si ipotizza che nel Paese in cui si racconta la storia – senza precisare né il nome, né il periodo e questo lo rende ancora più profetico – sia avvenuta una guerra civile che si è conclusa con l’ avvento di un sistema politico dispotico.
Questo, naturalmente, ha effetti anche sulla vita quotidiana di tutti gli abitanti che saranno indotti in modo diretto o indiretto a badare esclusivamente alle piccole incombenze delle loro esistenze, al ménage famigliare e a come conservare il proprio lavoro.
Infatti, una protagonista del libro a un certo punto dice: “…Del mio lavoro all’ università, è brutto a dirsi ma è così, mi vergognavo alquanto. Imbottivamo le teste degli studenti di menzogne, nella migliore delle ipotesi di mezze verità, inorridivamo se qualche volta ci facevano delle domande. Non sapevamo mai se ci stessero davvero chiedendo qualcosa o se si trattasse solo di una provocazione…”.
È il caso di evidenziare che, tra gli esiti della menzionata guerra civile, emerge una esasperata diseguaglianza sociale tale che coloro che fanno parte dei ceti poveri vengono confinati in zone del Paese circoscritte con l’ unica preoccupazione che entrino il meno possibile in contatto con i componenti dei ceti privilegiati. Una diseguaglianza sociale codificata, ritenuta insormontabile, data una volta per tutte.
Uno dei protagonisti principali del libro è un certo dottor Kreutzer, psichiatra, che tiene quotidiane sedute psicoanalitiche, ma il vero scopo di tali sedute non è quello di guarire i pazienti. Il vero scopo è un altro e lo scoprirà il lettore.
Inoltre, Kreutzer è una persona afflitta da una serie di ossessioni che vengono meravigliosamente e terribilmente raccontate dall’ autrice con qualche punta di ironia. Sì, anche di ironia perché il libro ha il pregio di una sua scorrevolezza, senza perdere una acuta finezza letteraria.
Sono davvero esilaranti le modalità con le quali la scrittrice descrive i rapporti tra il dottor Kreutzer e la sua famiglia, in particolare con la moglie, restituendo al lettore un idealtipo di una persona che fa parte dell’ ingranaggio tirannico a cui si è già accennato.
Ma un aspetto del libro che va particolarmente sottolineato è il fatto che l’ autrice sia riuscita a raccontare come anche persone non esattamente in cima alla scala sociale, grazie a un abile intreccio di omertà e sottili ricatti creati astutamente dal regime, si rendono complici di ingiuste e illegali azioni che tornano utili alla costruzione di un consenso di massa.
Infatti, basti pensare che a un certo punto una donna che lavora in un ospedale afferma: “…La maggior parte delle volte portavano giù i pazienti nell’ ufficio dell’ interrato per fargli firmare vari documenti. Bisognava provvedere quando erano ancora fisicamente in grado di farlo, vale a dire quando gli si poteva ancora mettere in mano una penna…la maggior parte di chi scriveva le dediche redigeva una lunga e dettagliata confessione dei crimini commessi durante la guerra civile, risarcendo spontaneamente lo Stato con la cessione di beni mobili e immobili…”.
Non manca l’ indicazione degli effetti di una certa campagna sovranista, così egemone di questi tempi, a tal punto che una donna dice (al lettore il compito di scoprire chi): “…c’erano alcune parole che la signora… era in grado di pronunciare solo con voce strozzata o accompagnandole con determinati gesti e mimica. Una di queste era la parola “straniero”.Quando in un dato contesto capitava questo termine, lei abbassava la voce e pronunciava la parola in modo sommesso, con prudenza, come un monaco medievale il nome di Satana, quasi a temere che al proferirla la persona potesse materializzarsi là, nel soggiorno…”.
La Tóth riesce a far percepire al lettore anche un tipico clima dei regimi assolutistici facendo riferimento a una certa entità, superiore a tutto e a tutti, che per l’intero libro viene indicata solo con un acronimo: “GUN”. E solo alla fine del libro viene svelato (anche questo lo scoprirà il lettore proseguendo la lettura). Può sembrare una cosa di poco conto, invece, a parere del sottoscritto, questo artificio letterario, considerato il contesto, rende l’intera narrazione ancora più immersa in una realtà sinistra, fortemente foriera di angoscia se non di terrore.
La lettura de “Gli occhi della scimmia” è stimolante. Ci pone di fronte a gravi domande sul presente e sul futuro prossimo. Ci fa assaporare cosa possono diventare, e in parte già sono diventate, le nostre vite in un contesto sociale e politico opprimente.
Scritto interamente in prima persona, le pagine di questo splendido romanzo danno voce a un vissuto familiare in grado di annientare a più riprese finanche l’ultimo briciolo di speranza.
Se da un lato la voce narrante di Marie trascina il lettore negli abissi più profondi dell’animo umano dall’altro i gesti materni di Eugènie, conosciuta da tutti in paese come Gènie la matta, confermano gradualmente come non sempre il desiderio genitoriale, specialmente quello materno sia in grado di aprirsi alle richieste di un figlio e ai suoi bisogni primari.
Tantomeno al più genuino dei suoi desideri: quello di un abbraccio.
Composto da una prosa a tratti delicata altre crudelmente diretta, Inès Cagnati descrive ed esplora le complesse dinamiche del rapporto tra una madre e una figlia dove il contatto è pronto a trasformarsi repentinamente in una distanza, una carezza in un possibile schiaffo e la ricerca di un luogo sicuro in un monito ripetitivo, sordo e travolgente: Non starmi tra i piedi.
La storia narrata dalla figlia Marie è quella di una bambina alla costante scoperta di un posto irraggiungibile in cui il linguaggio della madre è sempre più inaccessibile e il profumo degli abbracci un aroma pronto a dissolversi in vane aspettative.
È il diario attraverso il quale sia le parole che i ricordi tentano disperatamente di tracciare una linea di congiunzione tra un passato che si desidera rimuovere e tacere il più possibile e un presente fatto di gesti pronti ad allontanare ogni minima richiesta di contatto.
Il tempo non sempre guarisce le ferite
Un’unica trama dove vicende lontane si insinuano in modo vischioso nel cuore delle due protagoniste, rendendo il loro rapporto un’eterna etichetta sottoposta alla critica di molti e alla sensibilità di pochi e rispetto alla quale il desiderio di maternità viene puntualmente macchiato dalla vicenda che ne ha corrotto, se non addirittura insozzato, le fondamenta.
Le tematiche del trauma e dell’abuso viaggiano difatti sui binari prima del pregiudizio e poi dell’odio in maniera talmente silenziosa da corrodere inizialmente la vita di Eugènie, bandita sia dalla madre che dal resto della famiglia, e successivamente quella di una figlia non voluta e tantomeno desiderata ancora prima di venire al mondo.
Eppure quello che le pagine del diario svelano tra le innumerevoli tracce di inchiostro è la forte perseveranza a non mollare la presa anche quando tutto sembra ormai perduto, nonostante il crudo distacco alimentato tanto dal giudizio quanto dall’ostinazione a vedere un evento traumatico quale lo stupro come qualcosa di definitivo.
Nata da uno stupro Marie si scopre infatti portatrice di un vuoto che tanto il mutismo quanto l’isolamento materno pagina dopo pagina possono soltanto ingigantire, restituendole in maniera amplificata l’eco di una mancanza che ad occhi chiusi assume sempre più le sembianze di una preghiera.
Leggerlo non è semplice perché richiede un tempo dove la frustrazione si mescola chimicamente alla speranza creando una miscela in cui il sogno e il riscatto per una vita migliore fanno i conti con la recrudescenza dell’animo umano: capace soltanto di annientare i propri simili e ripetendo loro ancora una volta
Non starmi tra i piedi
La relazione madre bambino sotto il profilo perinatale.
La relazione tra la madre e il bambino inizia a fiorire già a partire dal periodo della gravidanza, la quale promuove il graduale sviluppo di un legame caratterizzato dal “comportamento di annidamento” (Grussu, P., Bramante, A., 2016).
Se da un lato il feto va percepito come una nuova vita di cui legittimare ogni forma di espressione non sempre viene percepito come tale; spesso infatti proprio perché la gravidanza non sempre risulta programmata e desiderata, da parte della madre può esserci una percezione distorta rispetto a chi porta in grembo percependo di conseguenza il feto come un intruso vero e proprio.
Si può pertanto ipotizzare che una scarsa relazione tra la madre e il feto possa inficiare successivamente quella tra la madre e il bambino.
Tra quelli infatti maggiormente predisponenti possono esservi la storia personale pregressa e familiare che possono risultare idonee e positive ad un quadro psicopatologico generale o specifico per il periodo perinatale.
Quanto colpisce è come la suscettibilità circa l’esordio di una condizione psicopatologica e/o psichiatrica sia determinata e ancor di più preceduta da fattori di ordine biologico, psicologico, ormonale e non ultimo di tipo psicosociale (Treloar, S, A., 1999, Harris, B., 1996).
Tutto questo in epoca perinatale può avere ripercussioni sulla salute materno-neonatale e sul successivo sviluppo del bambino (Oates, M., 2003).
Le cure antenatali non sempre infatti risultano sostenute da una buona presa di consapevolezza materna e da una rete sociale adeguata; spesso donne con una storia psichiatrica alle spalle non solo risentono di una mancanza di supporto, ma cosa ancor più invalidante mancano di una valida autonomia decisionale che eviti di spingerle o meno ad avere rapporti dalle gravidanze inattese (Barkla, J., Byrne, L., 2000).
Come sottolineato da Bennedsen questi fattori possono essere collegati ad outcome cioè ad esiti materni fetali e neonatali negativi; inoltre come ripreso da Christian, intercorre uno stretto legame tra i meccanismi biologici sviluppatesi nel corso della vita materna e le complicanze osservate in gravidanza (Bennedsen, B, E., Mortense, P, B., 2001).
Se quindi i genitori e nello specifico la madre, registrano su di sé una difficoltà nel sapersi prendere cura in maniera reciproca, tale aspetto si ripercuoterà a livello cognitivo e comportamentale nel bambino e ancor prima che venga al mondo, si evidenzierà come sottolineato da O’Donnel una predisposizione all’astinenza neonatale; aumentando così il rischio di un’esposizione fetale rispetto sia a fattori preesistenti sia alla gravidanza e non ultimo rispetto al parto (O’Donnell, M., Nassar, N., Leonard, H., 2009).
Laplante ha infatti rimarcato come l’epoca prenatale sia un periodo di estrema suscettibilità e più nello specifico come il tono dell’umore materno possa provocare ricadute sul cervello fetale, attraverso l’alterazione dell’asse ipotalamo ipofisi surrene materno; valorizzando sempre più il rapporto tra livelli di cortisolo della madre e quelli fetali trasmissibili attraverso la placenta (Laplante, D, P., Barr, R, G., 2004).
Alcuni studi hanno confermato ed evidenziato come livelli elevati di ansia e dunque di cortisolo materno in gravidanza possano predire e determinare in epoca prenatale una condizione definita cortisolemia (Sarkar, P., Bergman, K., 2007), portando così il bambino ad un probabile futuro sviluppo di pattern ansiogeni.
Nondimeno, come indicato da Sandman e Tegethoff, la correlazione tra condizioni psicosociali disfunzionali ed un probabile background materno psicopatologico, può rappresentare indicatori di salute che verranno trasmessi alla prole.
Un’ esposizione fetale prolungata rispetto a questi fattori risulta pertanto di cruciale importanza (Sandman, C, A., 2012, Tegethoff, M., 2011).
Le nostre esperienze dunque non si dispiegano nel vuoto ma al contrario prendono vita, forma e sviluppo all’interno di un corpo con una propria vulnerabilità legata sia a sequenze nucleotidiche inerenti i geni, sia a meccanismi epigenetici che ne controllano e ne modificano l’espressione.
Ciò che nel genitore si riflette come qualcosa di non risolto determina l’emergere di una gamma di comportamenti che prende il nome di “paradossi biologici”, i quali – come riportato da Hesse – non solo forniscono al bambino una specifica interpretazione della sicurezza ma interferiscono con lo sviluppo dei processi di regolazione affettiva, di funzioni narrative e integrative (Hesse, E., Main, M., Abrams, K, Y., 2003).
Il rischio principale è dato quindi dalla possibilità che l’adulto trasmetta al futuro bambino processi disfunzionali e disturbanti di auto organizzazione e autoregolazione.
Cristi Marcì*
* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»