Lutz Seiler: “Stella 111” (Utopia Editore, trad. Paola Slaviero), di Claudio Musso

In queste pagine Lutz Seiler racconta i mesi immediatamente successivi al crollo del Muro di Berlino, ma non ne fa un romanzo storico né una cronaca politica. La DDR non viene mai nominata, la riunificazione resta sullo sfondo come un’eco lontana: al centro c’è un tempo sospeso in cui le certezze si sono dissolte e il presente diventa l’unico terreno da abitare. Tutto sembra avvenire fuori dal quotidiano in una dimensione che sfugge alla linearità della storia e che restituisce con forza l’esperienza di chi, in quel 1989, ha vissuto più il vuoto lasciato da ciò che era crollato che la promessa di ciò che sarebbe venuto.

Il titolo rimanda a una radio legata all’infanzia di Karl, il protagonista di questo romanzo: un oggetto che evoca un passato sereno, fatto di armonie familiari e scoperte, che non ha altro ruolo se non quello di segnale affettivo e memoria di un tempo perduto. Quel ricordo contrasta con l’animo inquieto del giovane, nutrito da una parte torbida e irrisolta. Karl porta con sé un passato disadorno e un rapporto disturbante con i genitori: li abbandona nella Turingia Orientale e li ritroverà anni dopo. La radio rappresenta allora un frammento di infanzia felice ma anche il limite oltre il quale quella felicità non si è più ripetuta.

L’incipit sorprende: non è il figlio, come molti suoi coetanei, a fuggire verso l’Ovest, ma i genitori, «interpreti principali della consuetudine», con una fuga studiata da tempo, a partire, lasciandogli la casa in una sorta di passaggio di consegne. Karl non cerca stabilità, non rincorre il benessere, ma si dirige, a bordo della sua eccentrica Zighuli, verso Berlino Est, verso la soglia dove si incontra la Storia. Qui si rifugia in una delle tante società a nicchia popolata da artisti, poeti, squatter, visionari e persone che si rifanno la carta di identità. Un luogo che si colloca ai margini sia fisicamente, nelle zone degradate della città, sia ideologicamente, fuori dalla propaganda ufficiale. E trova randagi come lui, senza più collari imposti, che cercano di fare branco e che popolano una sorta di libero ‘parco giochi’ di utopie. Al contempo si immerge in un tempo provvisorio, affidandosi alla precarietà e al qui e ora come forma di vita possibile, preferendo il margine alla sicurezza e la comunità improvvisata ma affiatata al modello dominante. Perché c’è un istante nella storia in cui tutto sembra possibile e nulla è ancora deciso. È quello tra un non più e un non ancora in cui le regole si allentano, i sogni si affacciano senza filtri e la mente elabora.

È qui che la dimensione psicologica si intensifica: nei volti dei personaggi che incontra, figure eccentriche, radicali, spesso borderline, Karl sembra ritrovare non solo nuovi compagni di strada, ma anche riflessi di sé, specchi deformanti che gli rimandano frammenti del proprio passato e di quello che non ha avuto modo di essere. Alcuni incontri hanno la concretezza ruvida del reale quotidiano, altri assumono quasi la consistenza del fantasma. Quelle cantine lasciate al logorio del tempo, quegli appartamenti abbandonati diventano così anche un nuovo spazio interiore in cui Karl, lasciandosi alle spalle «l’intero squallore della sua insufficienza» affronta i propri irrisolti e misura la propria capacità di trasformarli in possibilità di vita e, al contempo, di farne, senza sconti, la tara.

In quella che poi diventerà la celebre Prenzlauer Berg egli lavora come muratore e cameriere nel bar sotterraneo Assel, stringe legami con chi, come lui, sperimenta un’esistenza fuori dalle regole. Questa vita collettiva è instabile ma intensamente vitale: l’esperienza del presente prende il posto del futuro che non si conosce e del passato che non offre più appigli. Anche i genitori, dall’altra parte della cortina, scoprono che l’Ovest non è un approdo sereno ma un nuovo inizio fatto di difficoltà e adattamenti. Seiler mostra così che nessuno, in quel passaggio epocale, trova garanzie immediate: l’unico modo di esistere è muoversi nell’incertezza, trasformando la fragilità di passi incerti in possibilità.

La peculiarità del libro risiede soprattutto nella scrittura. Seiler proviene dalla poesia e si avverte: la sua prosa è densa, sensoriale, capace di trasformare gli oggetti quotidiani – una stufa, un mattone, un asello, una radio – in simboli vivi, dotati di una risonanza che travalica la materia. Ogni dettaglio diventa concreto e insieme poetico, restituendo non solo l’atmosfera di un’epoca ma la sua vibrazione più intima. Non è una lettura immediata: il testo è complesso, stratificato, ma proprio per questo riesce ad appagare il lettore con la ricchezza di immagini, la profondità dei personaggi e la densità di significati che emergono pagina dopo pagina, grazie anche all’attenta e vibratile traduzione di Paola Slaviero.

Da questa esperienza, controcorrente e, al tempo stesso, nella corrente, per Karl nasce l’approdo alla scrittura: non un gesto estetico ma la necessità di dare voce a un presente che altrimenti resterebbe muto. La poesia diventa l’unico modo per orientarsi in un mondo in trasformazione, per dare forma a ciò che è fragile, instabile, ma intensamente vissuto. Nello scrivere poesie egli attua una ricerca di identità in un mondo che gli sfugge, un gesto di resistenza contro la dispersione e la disgregazione che vede intorno a sé, un vissuto da elaborare per trasformare la propria esistenza in un linguaggio durevole, l’appartenenza ad una tradizione inserendosi, sopravvivendo, ad una comunità invisibile di voci.

“Stella 111” è dunque il romanzo di un passaggio: non documenta la storia, ma la trasfigura in esperienza universale. Racconta come, nel momento in cui le strutture di riferimento crollano, diventa possibile reinventarsi e cercare nuove forme di libertà e di definizione. Il gesto di Karl – lasciare la città per rifugiarsi nelle sue nicchie – non è soltanto un atto di ribellione, ma il tentativo di plasmare da sé la vita: perdersi pienamente, senza se, fuori dalla norma e dall’incasellamento, per poi ritrovarsi. È in questo smarrimento volontario che il testo trova la sua forza, come un invito a interrogarsi su cosa significhi oggi davvero abitare il presente quando ogni cornice sembra dissolversi. E, una volta compiuto questo primo passaggio decisivo, dare libero sfogo a forme espressive e strumenti interiori per orientarsi perché solo chi riesce a trasformare un tracciato di vita disorientata in occasione di riscatto può sentirsi veramente ‘a casa’ nel tempo che gli è dato.

Perché l’abitare l’oggi non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma un compito quotidiano, un esercizio di attenzione e di invenzione. È, riprendendo Rilke, vivere le domande. Così forse un giorno, senza accorgercene, vivremo dentro le risposte.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Vita, amori e opere di Victor Hugo, di Lavinia Capogna – parte 2 di 2

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SECONDA PARTE

Nei lunghi anni dell’esilio Victor Hugo continuò a scrivere “I Miserabili”, la sua opera più grande, che sarebbe stata pubblicata nel 1862.

Egli stesso raccontò come nacque l’idea: una sera d’inverno, di quelle in cui Parigi si copre di neve, egli vide una prostituta (erano riconoscibili perché dovevano indossare una striscia di tessuto colorato appuntato sul vestito) che venne aggredita da un bellimbusto in abito da sera: egli le mise della neve gelata nella schiena, delle guardie presenti ridacchiarono, lei insultò il borghese e venne arrestata. Hugo li seguì fino al commissariato. Spiegò al commissario come erano andate le cose per farla scagionare. Il commissario, sarcastico verso quel bizzarro e distinto signore, gli chiese il suo nome. Quando sentì che era Victor Hugo impallidì. Immediatamente fece scarcerare la donna. Victor Hugo riportò l’episodio nel romanzo attribuendo a ciò la causa della tubercolosi di Fanette, ragazza povera costretta in una Parigi indifferente se non crudele ad esercitare la prostituzione per non morire di fame. 

“I Miserabili” è uno dei capolavori della letteratura mondiale come i testi di Omero, Saffo, Shakespeare, Cervantes. Uno splendido affresco di Parigi e del suo popolo incentrato su un personaggio qualsiasi, Jean Valjean, un ex galeotto redento perseguitato da un odioso poliziotto, Javert. In mezzo scorre la storia di Francia: Waterloo, la Restaurazione, le barricate e personaggi indimenticabili come Fanette, sua figlia Cosette, Marius, il gran Borghese, il piccolo Gavroche. 

La traversata delle fogne di Parigi lascia senza parole i lettori. 

E l’epilogo di Javert (che vede il suo modo di guardare la vita ribaltato) è semplicemente geniale.

La produzione letteraria di Hugo è vastissima. Se si volesse parlare a fondo della sua opera si dovrebbe scrivere un saggio di due o trecento pagine. Egli scrisse nove romanzi, varie raccolte di intense e delicate poesie, opere teatrali, scritti politici, memorie, diari di viaggio, articoli, testi storici e una grande quantità di lettere. 

Il momento in cui si entra nel suo mondo si fa fatica a staccarsi dal libro, come dicevamo precedentemente, i suoi libri non sono belli solo per le trame ma per come sono scritti: il suo stile è travolgente, la sua forza è come un oceano, gli si perdona qualche (rara) riga di troppo, si trovano sagge intuizioni che butta là con nonchalance e non manca una bonaria ironia. 

Uno dei suoi elementi di forza è la sincerità. Victor Hugo denuncia le ingiustizie ma non assume la posa del moralista, dice schiettamente come stanno le cose e i lettori sanno che è sincero. Così come un bravo operaio che compie coscienziosamente il suo lavoro. 

Quando parla dell’amore risveglia, nei più sensibili, delicate emozioni provate nella giovinezza; quando parla della morte, senza indugiare in descrizioni, ci sgomenta. 

Non si deve poi dimenticare che Victor Hugo nasce come poeta prima che come romanziere e ciò si avverte. Anche la sua vasta esperienza teatrale ebbe un riflesso sui suoi romanzi. 

Il tema principale che attraversa tutta l’opera di Victor Hugo è quella di un personaggio reietto per la società che invece è migliore degli altri umanamente: così sono Jean Valjean, Marius, Quasimodo, Gillet e Gwynplaine, il bello deturpato da una banda di delinquenti in “L’uomo che ride”, il ricco diventato povero. 

Persino il pessimo Lanternac alla fine di “Novantatré” compie d’istinto una doverosa ed umana azione. 

Nei temi e nella passione sociale Victor Hugo assomiglia al suo grande contemporaneo britannico, Charles Dickens, anche se poi naturalmente il loro mondo e i loro stili letterari sono completamente differenti (nota 2). 

Entrambi si batterono per i diritti d’autore che allora non esistevano. I romanzi erano quasi sempre pubblicati sui giornali, capitolo dopo capitolo, se avevano successo venivano poi editi in un solo volume. 

(Spesso gli autori si impegnavano prima di scrivere il libro: Émile Zola firmò un contratto in cui garantiva di scrivere venti romanzi in vent’anni e ci riuscì, Silvio Pellico non guadagnò pressoché nulla da “Le mie prigioni” che fu poi un best seller, Dostoevskij fu obbligato, per fare prima, a dettare a una segretaria “Il giocatore” che si era impegnato a scrivere in poche settimane, cosa che ebbe però un esito imprevisto: in seguito lei divenne sua moglie).

Victor Hugo guadagnò molto vendendo “I Miserabili” a un editore ma l’editore divenne ancora più ricco. 

“L’ultimo giorno di un condannato” pubblicato anonimo nel 1829, scritto da Victor Hugo, è un bellissimo libro contro la pena di morte (che sarà abolita in Francia solamente nel… 1981! ).

Sembra esserci qualche similitudine con “La morte di Ivan Il’ič” di Lev Tolstoj, splendido racconto che sarà pubblicato nel 1886: due uomini si trovano davanti alla morte. Nel racconto di Tolstoj un ricco giudice pietroburghese a causa di un banale incidente domestico, nel romanzo di Hugo un condannato a morte di cui non sappiamo né il nome, né il reato che ha commesso. 

Il collegamento è che entrambi non hanno via di scampo. Come reagiranno? Gli illustri medici non possono salvare il giudice russo e i giudici che hanno condannato il francese hanno preso una decisione ineluttabile conforme alla legge scritta da altri uomini (“Si sono mai per caso soffermati sull’idea straziante che nell’uomo che sopprimono c’è un’intelligenza, un’intelligenza che contava sulla vita, un’anima che non è affatto predisposta a morire? No.”). 

Entrambi si trovano faccia a faccia con la loro interiorità: “Il mio corpo è rinchiuso in una cella, la mia mente imprigionata in un’idea” – scrive Hugo. 

Lo stile del libro di Hugo è conciso, sobrio, essenziale e proprio per questo ottiene il massimo risultato. 

Il lettore è solo insieme all’anonimo condannato difronte all’iniquità e all’assurdità del mondo che qui, nel testo del cristiano Hugo, anticipa quasi sfumature filosofiche alla Albert Camus. 

Altrettanto forte ma meno conosciuto in Italia è “Claude Gueux”, romanzo breve del 1834, ispirato ad un storia vera. Gueux in francese vuol dire mendicante. Lo stile è simile al romanzo precedente. Narra di un serio operaio che convive con la sua ragazza e hanno un bambino. A causa della povertà e della fame, Claude compie un furto. Arrestato viene condannato. Il direttore del carcere è uno stolto che abusa del suo potere.

Claude fa amicizia con un ragazzo, Albin, che gli cede sempre metà del suo misero pasto. Senza alcun motivo il direttore li separa. Alle reiterate richieste di Claude sul perché egli rifiuta di dare una spiegazione e infine Claude lo uccide e poi tenta un goffo suicidio (sembra un fratello del Raskòl’nikov di “Delitto e castigo” di Dostoevskij che sarà pubblicato trent’anni dopo):

“Novembre, dicembre, gennaio e febbraio trascorsero tra cure e preparativi; medici e giudici si affaccendavano intorno a Claude; gli uni curavano le sue ferite, gli altri preparavano il suo patibolo” scrive Hugo. 

Claude viene condannato alla ghigliottina. Lo scrittore non intende certo giustificare il crimine ma, nella seconda parte, condanna i politici, che lasciano “il popolo nella fame e nel freddo”, i giudici e il sistema carcerario (“riformate il vostro sistema penale, rifate i vostri codici, rifate le vostre prigioni, rifate i vostri giudici”), la pena di morte, la mancanza dell’educazione scolastica e chiede di diffondere il Vangelo. Il libro è un atto di accusa verso la società del tempo. 

Il popolo è il grande protagonista dei suoi libri e il popolo ricambiò l’affetto di Victor Hugo. Molti di loro quasi analfabeti leggevano esclusivamente i suoi libri e ai suoi funerali parteciparono, si dice, due milioni di persone, non solo tutta Parigi ma tantissimi venuti da fuori.

I personaggi femminili di Victor Hugo sembrano idealizzati, Cosette, Esmeralda, Déruchette, sono delicate, allegre, fiduciose, semplici, innocenti. Potrebbero però anche rappresentare un genere di ragazze ottocentesche reali.

Il tenero amore di Cosette e Marius occupa una parte importante de “I Miserabili”. Un caso a parte è Éponine, l’introversa ragazza del popolo, che muore sulle barricate travestita da ragazzo e segretamente innamorata di Marius. 

Dea di “L’uomo che ride” più che una ragazza è una creatura celestiale, un elfo, bellissima ed eterea cieca che si esibisce nel Green – Box, carrozzone di saltimbanchi ambulanti. 

Lady Josiana nello stesso romanzo rappresenta invece la tentazione e la lussuria – è l’equivalente femminile di Claude Frollo – ma anche la stravaganza e la noia. 

I cattivi di Hugo sono diabolici ma mai scontati: il machiavellico Clubet che si maschera da probo così come il servile Barkilphedro che in realtà detesta Lady Josiana, l’invadente poliziotto Javert, lo stalker ante litteram Claude Frollo e l’esilarante coppia dei Thénardier (varrebbe la pena di leggere “I Miserabili” solo per Thénardier!) sono senza riscatto. 

“I lavoratori del mare” (che si potrebbe anche tradurre “La fatica del mare”) scritto in esilio nel 1866, a 64 anni, è ambientato invece nell’isola di Guernsey ad inizio 1800. Nel XX secolo è stata inserita come apertura del romanzo una suggestiva descrizione dell’isola che però rallenta la storia vera e propria (secondo me, si sarebbe dovuta metterla alla fine). Il protagonista, Gillet, è un ragazzo solitario, di buoni sentimenti ma guardato con diffidenza dai normanni che abitano l’sola di sua maestà la regina Vittoria. Egli compie un’impresa epica che costituisce il nucleo del romanzo. La compie del tutto disinteressatamente solo per amore di una ragazza soave, Déruchette. 

È un romanzo bello, potente, pieno di atmosfera sul tema del sacrificio molto interessante anche a livello antropologico. 

Nel 1869 Hugo pubblicò “L’uomo che ride” in cui riprendeva certe atmosfere di “Notre – Dame di Parigi”. Il libro si ambienta in Inghilterra nel 1690 e poi nel 1705.

È un libro bello e particolare (nella parte in cui Gwynplaine, saltimbanco, dice la verità ai Lord e in quella in cui medita il suicidio, diventa un capolavoro), alterna parti drammatiche ad altre ironiche o commoventi. Hugo si destreggia magistralmente e riesce a non farle risultare stridenti fra di loro, cosa non semplice. 

Narrare la trama sarebbe impossibile. 

Nella prima parte, bellissima, spira una palpabile angoscia: il bambino abbandonato che vaga sulla scogliera notturna sotto la neve, incontrando prima un impiccato, poi una donna deceduta e una neonata viva che egli soccorre e prende con sé, il suo vano bussare alle porte (tutti temono la peste scoppiata a Londra) è sconvolgente. Sarà Ursus, filosofo vagabondo, alchimista, che vende intrugli per guarire malattie, suonatore di flauto e viola da gamba, ex segretario di un Lord, che ha addomesticato un lupo bianco ad accoglierli, brontolando per celare la commozione. 

Una bottiglia contenente un segreto viene gettata da una nave in tempesta. 

Hugo scrive: “Le avventure dell’abisso non hanno limiti, in nessun senso; in esse tutto è possibile, anche salvarsi. L’uscita è invisibile, ma si può trovare”. 

“Novantatré” è l’ultimo dei nove romanzi dello scrittore pubblicato nel 1874, quando aveva 72 anni. È uno splendido romanzo ambientato nell’anno 1793, anno fondamentale nella Rivoluzione Francese e parla della guerra civile in Vandea e del Terrore. Si impara di più sulla rivoluzione leggendo questo romanzo che cento saggi storici. Hugo mette in scena anche il sanguigno Danton, l’esaltato Marat e il raffinato Robespierre tormentato da tic. 

Sarebbe impossibile ripercorrere la trama che è piena di eventi anche imprevedibili e con tre personaggi principali completamente opposti: il Marchese di Lanternac, che guida i monarchici, Gauvain, giovane comandante monarchico e Cimourdain, ex prete diventato rivoluzionario giacobino. 

Nel 1853 la famiglia Hugo ospitò a Jersey varie persone tra cui la scrittrice e medium, Delphine de Girardin. Inizialmente lo scrittore fu scettico ma poi decise di provare le sedute spiritiche, che lei gli aveva proposto, che sarebbero avvenute con un tavolo con vari partecipanti. 

I contenuti delle comunicazioni (che egli trascrisse fedelmente su un quaderno) lo convinsero della loro realtà. 

Nel 1857, Allan Kardec, che era un pedagogo e insegnante, seguace del famoso svizzero Pestalozzi, avrebbe pubblicato il volume “Il libro degli spiriti” che fu la prima opera della parapsicologia e che, tra parentesi, è un bellissimo libro. 

Victor Hugo ne divenne il più noto sostenitore. 

Eco di questa esperienza si ritrova in numerose sue poesie. Egli scrisse: “Tutto parla. E ora, uomo, sai perché

tutto parla? Ascolta attentamente. È perché i venti, le onde, le fiamme,

gli alberi, le canne, le rocce, tutto vive!

Tutto è pieno di anime”. 

Victor Hugo morì a 83 anni per problemi polmonari, il 22 maggio 1885. Nel suo testamento egli lasciò molti soldi ai poveri di Parigi e chiese di avere un funerale come loro – cosa che non venne rispettata. Egli riposa al Pantheon a Parigi, dove la Francia seppellisce coloro che le hanno dato lustro (ad oggi 75 uomini e solo 5 donne – cosa su cui lui non sarebbe stato d’accordo). 

Nella vita di madame Hugo c’è un episodio, infine, che deve essere ricordato: un giorno, durante l’esilio, 

ella prese la strada verso la villa dove abitava la sua grande e perpetua rivale, Juliette, che non aveva mai incontrato. 

Nessuno osò fermarla. 

Le due donne conversarono per ore, fecero amicizia e il giorno stesso Juliette si trasferì nella casa di lei e della famiglia Hugo. 

Ella aveva compreso quanto Juliette era stata ed era importante nella vita di suo marito. 

Bibliografia : 

Tutte le opere di Victor Hugo

Biografie in francese e inglese:

Sandrine Fillipetti Victor Hugo Éd.Gallimard (2011)

Alain Decaux Victor Hugo Éd. Perrin (2014)

Max Gallo Victor Hugo Éd. XO (2002)

Noel Gerson Victor Hugo: A Tumultuous Life – Lume Books Edition (2015)

Massimo D’Azeglio Ricordi della mia vita (Zanichelli)  

Nota 2) “La vita avventurosa di Charles Dickens” di Lavinia Capogna, che si può trovare online. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Vita, amori e opere di Victor Hugo, di Lavinia Capogna – parte 1 di 2

PRIMA PARTE

“La vita, la sventura, l’isolamento, l’abbandono, la povertà, sono campi di battaglia che hanno i loro eroi, eroi oscuri a volte più grandi degli eroi illustri”Victor Hugo

Non si potrebbe immaginare matrimonio più dissimile politicamente di quello di Brutus Hugo e Sophie Trébuchet nel 1797. Si erano conosciuti l’anno precedente, lui in realtà si chiamava Léopold Hugo ma come altri rivoluzionari francesi aveva preso il nome di un antico Romano, aveva 19 anni, lei 20. Lui proveniva da una famiglia di agricoltori e artigiani, lei da una famiglia “borghese” (ancora non esisteva la borghesia ma il terzo stato racchiudeva chiunque non fosse nobile o non facesse parte del clero), suo padre era capitano di una nave. 

Léopold a soli 14 anni aveva aderito alla rivoluzione che infiammava la Francia, aveva ideali progressisti ed era coraggioso in battaglia: in Vandea, dove infuriava la guerra civile, con soli 50 soldati aveva tenuto in scacco circa 4.000 monarchici.

Lei aveva visto ghigliottinare una sua amica ed era borbonica.

Il matrimonio finirà abbastanza presto ma ebbero tre figli di cui l’ultimo fu Victor Hugo. Egli nacque a Besançon il 7 Ventôse dell’anno X, secondo il calendario rivoluzionario cioè il 26 febbraio 1802. Era un neonato piccolissimo (forse prematuro), debolissimo e il medico disse che non sarebbe sopravvissuto. La madre era impressionata da lui, il padre aveva paura che sarebbe stato mentalmente disabile. Rimase a lungo un bambino fragile, con un padre assente (Léopold conviveva con una donna, Catherine Thomas, che in seguito sarebbe diventata la sua seconda moglie). 

Egli scrisse in una celebre poesia: “abbandonato da tutti, tranne che da sua madre”. 

Nessuno avrebbe potuto prevedere che sarebbe diventato uno dei più celebri scrittori al mondo e uno degli uomini più influenti del XIX secolo. Solo per dire una curiosità: una volta Victor Hugo acquistò un gilet grigio chiaro e centinaia di parigini lo imitarono. 

Léopold fece una grande carriera militare, venne trasferito in varie città francesi, poi vicino Napoli dove arrestò il famoso bandito Fra Diavolo, poi in Spagna, divenne generale e conte.

Sophie detestava viaggiare con i bambini (i viaggi con le carrozze pubbliche erano molto lunghi e disagevoli nonché pieni di pericoli), lui era un uomo passionale, lei cercava di moderarlo ma alla fine si lasciarono e rimasero in contatto epistolare solo per i figli.

Il piccolo Victor era intelligente e sarebbe diventato il prediletto della madre. Egli ebbe un rapporto di grande affetto con lei ma amava anche il padre assente. Quando Léopold morì improvvisamente nel 1838 fu un grande dolore. 

I biografi, spesso, descrivono Sophie Hugo in modo duro anche se invece potrebbe essere stata solo una donna molto più indipendente e determinata di altre della sua epoca. 

Lei amava i bei abiti, nonostante non fosse ricca vestiva sempre con cura i suoi tre figli maschi e curò assai la loro educazione. Nascosto in una dependance nel giardino della sua casa parigina (che era situata nell’ex convento dei Feuillantines) c’era un uomo che era stato il padrino di Victor Hugo, il generale Victor Lahoire. Era un uomo colto che aveva la mania di organizzare improbabili complotti contro Napoleone. Era il nuovo compagno della madre.

Victor Hugo si distinse per il suo talento letterario e a soli quindici anni vinse un prestigioso premio poetico. I giurati erano increduli che il poema fosse stato composto da un ragazzino. 

Quando decise di dedicarsi alla letteratura scrisse al padre chiedendo di sostenerlo economicamente. Il padre gli rispose, prosaicamente, che lo avrebbe fatto se lui avesse deciso di diventare un medico o un avvocato ma non uno scrittore che Léopold vedeva evidentemente come una professione da spiantati. 

Victor Hugo aveva anche molto talento per il disegno. 

Nel 1821 Sophie morì, aveva solo 49 anni, sembra che avesse avuto un crollo emotivo da quando Lahoire era stato fucilato dopo che, anche in carcere, aveva tramato una ennesima congiura contro Napoleone. Victor Hugo, aveva allora solo 19 anni, soffrì moltissimo. Oltre ad essere sua madre, era la sola persona che lo avesse incoraggiato nella sua carriera letteraria. Lui era uno squisito poeta che viveva poveramente, e a 24 anni, nel 1826, avrebbe pubblicato la prima delle sue cinque raccolte poetiche. 

Ci sono molteplici descrizioni di Victor Hugo da adulto, tra le quali quella significativa dello scrittore Massimo D’Azeglio. 

Nonostante fosse una celebrità, Hugo era un uomo modesto, per nulla presuntuoso, un instancabile lavoratore che scriveva ogni mattina e ogni pomeriggio. 

Aveva un carattere affabile e cordiale, a differenza della stragrande maggioranza degli scrittori del suo tempo (ed attuali) sostenne molti esordienti, tra i quali il poeta Gérard De Nerval e difese “Madame Bovary” quando Flaubert dovette subire un processo per offesa al buon costume. 

Egli lasciò anche un testo commovente in cui descrisse la sua ultima visita a Balzac morente accompagnato dalla governante di lui in lacrime. 

Ma oltre che scrivere assiduamente, Victor Hugo si dedicava attivamente alla politica. L’evoluzione politica che ebbe nel corso della sua vita non fu dovuta a opportunismo ma bensì ad una maturazione: da giovane era stato un monarchico (borbonico) influenzato dalla madre, poi scomparso Napoleone divenne un suo sostenitore, infine fu un repubblicano con forti tinte socialiste.

Fu parlamentare dell’estrema sinistra e dal 1848 al 1851 Pari di Francia 

Si pronunciò contro la pena di morte, la povertà, il lavoro minorile, la prostituzione, il colonialismo, lo schiavismo, la spartizione della Polonia, per i diritti delle donne e l’indipendenza italiana, incontrò e ammirò Giuseppe Garibaldi, voleva gli Stati Uniti d’Europa, fondò un giornale politico (con i suoi figli Charles e François), durante la rivoluzione del 1848 arringò la folla col rischio concreto di esser preso a fucilate dai soldati e rimase sconvolto dai massacri monarchici.

Tornando alla sua gioventù, Victor Hugo, che era diventato un ragazzo abbastanza bello e dai lineamenti delicati, si era perdutamente innamorato di una ragazza che aveva già conosciuto quando erano bambini. 

Adèle Foucher era una ragazza bruna, una persona semplice, concreta, non aveva una passione per la letteratura, era cattolica osservante, in seguito appassionata di cucina. Victor Hugo le scrisse centinaia di lettere, le dedicò poemi ma sia i genitori di lei sia la madre di lui erano contrari al loro fidanzamento.

Un giorno egli percorse molti chilometri a piedi per rivederla solo un momento. Egli non aveva avuto nessuna relazione romantica ed esperienza sessuale. Attese fedelmente per tre anni prima che i genitori di lei acconsentissero al loro matrimonio.

Tuttavia quello del matriminio fu un giorno infausto perché un fratello di Victor Hugo, Éugene, anch’egli poeta, che aveva già dato segni di squilibrio mentale incominciò ad urlare disperatamente in chiesa. Sembra che egli fosse segretamente innamorato di Adèle.

Il giorno dopo distrusse la mobilia della sua stanza con una sciabola. Venne ricoverato in un istituto, ne usci l’anno seguente, il 1823, e un giorno, inaspettatamente, sferrò una coltellata a Catherine Thomas, la nuova moglie del padre. Ella si salvò solo perché Léopold riuscì a bloccare il figlio ingaggiando con lui una colluttazione. Éugene venne internato in un altro istituto. Poco dopo egli perdette delle facoltà cognitive e morì dieci anni dopo sempre ricoverato. 

Questa storia turbò molto il fratello Victor che, tempo dopo, gli dedicò un’opera letteraria.

Anche la sua ultima figlia, Adèle (si chiamava come la madre) ebbe dei problemi. Innamorata di un tenente inglese con cui c’era stato un fidanzamento ma che poi la sfuggiva lo raggiunse a Halifax in Nuova Scozia, Canada. 

Per una donna alto borghese del tempo trovarsi sola in un paese lontano era davvero inusuale. Ella continuò a perseguitare l’inglese, venne sostenuta economicamente dal padre che però le chiese di tornare. Alla fine venne riportata in Europa da una donna delle Barbados che non sapeva leggere ma che conosceva il nome di Victor Hugo perché egli si era battuto contro lo schiavismo. Adèle si salvò solo grazie a lei. Venne ricoverata in una lussuosa clinica privata dove rimase per il resto della sua vita. 

Fu anche l’unica dei quattro figli di Victor Hugo e di sua moglie che sopravvisse al padre. I suoi fratelli, Charles, giornalista, e François, traduttore di Shakespeare, socialisti, morirono nella mezza età di malattia. Tra poco parleremo di Léopoldine. 

È necessario dire che le diagnosi psichiatriche relative alla figlia di Hugo, Adèle, che si trovano su internet non hanno nessun valore scientifico essendo lei deceduta nel 1915. Invece nel 1977 il regista François Truffaut le ha dedicato un bellissimo film, “L’Histoire d’Adèle H.” interpretato da Isabelle Adjani. 

Nel 1830, a 28 anni, Victor Hugo, stufo della paludata e verbosa letteratura del tempo scrisse una commedia, “Hernani”, che ebbe un successo travolgente. 

La sera in teatro il suo amico Théophile Gautier, scrittore, indossava un gilet rosso fiammante in segno di sfida verso la borghesia. Entrambi sostenevano il Romanticismo, la nuova corrente letteraria nata in Inghilterra per merito di poeti come Wordsworth, Coleridge, Keats, Byron, Shelley.  

La sua seconda opera in prosa, “Notre -Dame di Parigi”, che pubblicò a soli 29 anni, un capolavoro, gli diede imperitura fama. È la vicenda della bella gitana Esmeralda, in una bizzarra Parigi del 1400, perseguitata dall’arcidiacono Claude Frollo, uomo colto e lussurioso, soccorsa da Quasimodo, campanaro della maestosa cattedrale. È un romanzo talmente ricco di inventiva che è impossibile riassumerlo in poche righe. 

E come tutti i romanzi di Victor Hugo non è solo bellissimo per la trama ma per come è scritto. È da notare che lui fu il primo scrittore che diede dignità ad un personaggio disabile che prima di allora erano visti in modo alquanto inquietante. 

Tuttavia la fama non bastò a proteggere lo scrittore da una crisi familiare che lo tormentò per alcuni anni. 

Lui e sua moglie avevano avuto cinque figli di cui quattro erano arrivati all’età adulta. Dopo di ciò ella aveva deciso di trasformare il loro matrimonio in un rapporto solo amichevole: era esausta delle gravidanze. Lui la comprese. 

Lui aveva nella sua cerchia un amico, uno scrittore e accademico di nome Sainte – Beuve. Era un tipo piuttosto manierato, misantropo, molto religioso (Victor era credente ma molto anticlericale) e avrebbe poi fatto una grande carriera letteraria soprattutto come critico. Molto tempo dopo, nel 1909, Marcel Proust gli avrebbe dedicato un libro incompiuto intitolato “Contro Sainte – Beuve” dove tra l’altro lo accusava di non aver compreso il genio di Stendhal. Sainte – Beuve non aveva neppure compreso “Madame Bovary” di Flaubert tuttavia sembra che fosse un uomo di un certo garbo e premuroso e, verso il 1827, nacque un’amicizia tra lui e madame Hugo che sarebbe diventata poi una relazione sentimentale. Victor Hugo ne rimase ferito emotivamente ma fu magnanimo verso entrambi, mentre spesso gli altri mariti prendevano a pistolettate moglie e amante, lui, molto più saggiamente, chiese ad Adèle di scegliere tra lui e l’accademico. Lei scelse Victor: li univano l’affetto, vent’anni di matrimonio e cinque figli. Victor Hugo, senza fare scenate, mise alla porta l’accademico. Non altrettanto fece Sainte – Beuve: lo attaccò letterariamente con una recensione anonima, scrisse addirittura un romanzo ispirato a se stesso e a Madame Hugo (intitolato “Madame de Pontivy”), sparlava a destra e a manca di Victor Hugo con frasi sibilline e nel 1841 arrivò a scrivere nei suoi “Diari” che odiava madame Hugo! 

Questa vicenda rimase sconosciuta per ben cent’anni e fu scoperta solo grazie a delle lettere nel 1939. 

Victor Hugo e la moglie continuarono a vivere amichevolmente insieme per tutta la vita. Lei scrisse anche una pregevole biografia su di lui. 

Ma nel 1833 un nuovo amore attendeva lo scrittore nelle sembianze di un’attrice teatrale: Juliette Drouet. Lei aveva 27 anni, era bella e interessante. Oltre ad essere un’attrice era una cortigiana (cioè una donna che aveva apertamente delle relazioni sentimentali con uomini benestanti e talvolta artisti). Quasi inutile dirlo, le cortigiane erano malviste dalla borghesia. Juliette amava leggere, curava la figlia Claire che aveva avuto da uno scultore svizzero, James Pradier, abitava in un appartamento molto elegante con alcuni domestici e, quando incontrò Victor Hugo, aveva una relazione con un principe russo, Anatolij Demidoff che in seguito avrebbe sposato una principessa Bonaparte.

Victor Hugo la conobbe durante le prove di una sua commedia, si innamorò di lei e poco tempo dopo le fece una dichiarazione d’amore nel camerino del teatro. 

Dieci giorni dopo iniziò la loro relazione. 

Lei non era interessata economicamente, si era veramente innamorata.

Juliette Drouet non fu l’amante di Victor Hugo, come sempre viene definita, ma una seconda moglie: rimasero infatti insieme per ben 50 anni. 

Il loro carteggio di 22.000 lettere è oggi in gran parte pubblico. Venne pubblicato in parte nel 1939 e qualcuno si è chiesto se fosse stato legittimo. Effettivamente il carteggio di due innamorati, di due amanti sarebbe forse dovuto rimanere privato ma lettori e lettrici hanno una singolare attrazione per le corrispondenze private degli scrittori. 

Victor Hugo acquistò un appartamento per lei a dieci minuti da casa sua, lui abitava allora nella splendida Place Royale (oggi Place des Vosges) a Parigi e sostenne le spese di Claire (il collegio e tutto il resto), diede a lei una cifra mensile per vivere perché Juliette non aveva un gran successo teatrale. 

Victor Hugo era geloso di lei e dei suoi ammiratori e le chiese di non vedere più nessuno. Ciò era comprensibile ma lei fece di più: si sacrificò per lui, smise di avere una vita sociale, di vedere amici, lo seguì nel suo lungo esilio, lo aiutava anche nel suo lavoro, ricopiava i manoscritti, ne parlavano insieme. 

Sembra che Adèle, madame Hugo, detestasse Juliette. 

Verso il 1839, Léopoldine, 16 anni, figlia primogenita e prediletta di Victor Hugo, una ragazza bruna, delicata, malinconica, che scriveva poesie, incontrò Juliette. Fecero subito amicizia.  

Nel 1843, a 19 anni, Léopoldine sposò un giovane, Charles Vacquerie, che venne descritto come molto serio. Tutti approvarono il matrimonio. Victor Hugo però non fu del tutto felice, sua figlia sarebbe andata ad abitare in provincia e si sarebbero potuti vedere raramente. 

Durante una visita a lei, egli ebbe la netta sensazione che non doveva lasciarla. 

Poi partì insieme a Juliette per uno dei loro soggiorni estivi. 

Il 4 settembre 1843, in un hotel, egli si svegliò nel cuore della notte estremamente inquieto. Juliette cercò di rassicurarlo ma egli compose alcune poesie confuse sul tema della morte. 

Il 9 settembre quando si trovavano in una locanda, in una cittadina di ritorno verso Parigi, Hugo guardò casualmente una gazzetta appoggiata sul tavolo e lesse un articolo: esso annunciava che la figlia di Victor Hugo e suo marito erano deceduti in una disgrazia. 

“Nel destino di ogni uomo può esserci una fine del mondo fatta solo per lui. Si chiama disperazione” avrebbe scritto Hugo molti anni dopo in un romanzo. 

Juliette raccontò di come lo scrittore un attimo prima sorridente era diventato completamente pallido e si teneva una mano sul cuore, non riuscendo più a parlare. 

Il 4 settembre Léopoldine e il marito stavano tornando dallo studio di un notaio via acqua (era frequente viaggiare così), erano accompagnati dallo zio di lui e dal nipote Arthur, di 11 anni, quando la barca si rovesciò nel fiume e tutti annegarono. Per otto volte, secondo i testimoni, Charles Vacquerie tentò di salvare la moglie. Léopoldine era incinta. 

Victor Hugo divenne quasi pazzo dal dolore. 

Per un lungo periodo non scrisse più, visse rinchiuso nella sua stanza dove consumava anche i suoi pasti. Disinteressato a ciò che lo circondava dopo un anno, nel 1844, ritornò nel mondo.

Fu una donna a destare il suo interesse: Leonie d’Aunet, bionda, esile, raffinata, 24 anni, che divenne la sua terza compagna per sette anni. Egli l’aveva già fuggevolmente incontrata qualche anno prima. Leonie, che aveva scritto il resoconto di una esplorazione in una remota isola della Norvegia, aveva per marito un pittore assai geloso. Avendo dei sospetti, un giorno egli seguì la moglie, la vide entrare in un portone e andò a denunciarla alla polizia. L’accusa di adulterio era grave: si poteva restare un anno in prigione ad attendere il processo e poi essere condannati ad almeno un altro anno di carcere. 

Victor Hugo e Leonie furono arrestati in un momento di intimità, il che deve essere stato assai imbarazzante per loro e suscitò non pochi ilari commenti nei caffè parigini. La maligna stampa di destra esultò. Victor Hugo venne liberato dopo parecchie ore. 

La ragazza invece restò in carcere per alcuni mesi nonostante lui smuovesse mari e monti per cercare di farla liberare.

Anni dopo, Leonie inviò a Juliette, che non sapeva nulla, forse per dispetto o forse per liberarsi di lei, le lettere che Victor Hugo le aveva scritto. Juliette lo perdonò.

Tra parentesi, nel 1848, si era suicidata a soli 19 anni, Claire, la figlia di Juliette a cui Hugo aveva fatto da padre adottivo. 

Tempo dopo Leonie, non paziente come Juliette, lo lasciò. 

Questo scandalo cambiò Victor Hugo: da timido divenne un dongiovanni. Rispettoso, affascinante, con la barba, la fronte alta, lo sguardo pensieroso ebbe da allora, sembra, centinaia di avventure e relazioni sentimentali: attrici, signore dell’alta società, borghesi, grisettes (ragazze, spesso venute dalla provincia, sartine o operaie, che frequentavano l’ambiente bohèmien). Anche la famosa attrice Alice Ozy e l’intelligente rivoluzionaria Louise Michel furono compagne di Hugo. La figlia di Louise, Victorine, era probabilmente sua. Louise non volle mai rivelare chi fosse il padre. 

A settant’anni Victor Hugo ebbe due relazioni con due donne poco più che ventenni: la assai bella Judith Gautier, poetessa, figlia del suo grande amico Théophile Gautier, che era sposata con un poeta abbastanza noto, Catulle Mendes (che la lasciò per questo) e poi con l’altrettanto bella attrice Sarah Bernhardt, che era stata ritratta dal famoso fotografo Nadar (che aveva ritratto anche lui in un dagherrotipo). 

Bisogna chiarire che Victor Hugo non fu mai un uomo importuno con le donne o equivoco, non si trova nelle migliaia di pagine scritte da lui neppure una parola misogina o maschilista, anzi, sapeva bene quando era il caso di tacere o di non insistere, forse fare l’amore era per lui un modo per anestetizzare il suo dolore interiore o una specie di droga. 

Vi fu invece solo un’amicizia epistolare tra Victor Hugo e George Sand, la più celebre scrittrice francese del secolo. Lui, a differenza di alcuni letterati assai misogini (tra i quali Sainte – Beuve, Baudelaire e Nietzsche), ebbe una grande ammirazione per George Sand, le dedicò una poesia e la chiamò “orgoglio del nostro secolo”. (nota 1)

Nel dicembre 1852, quando ci fu il colpo di stato di Napoleone III, Hugo corse il rischio di essere arrestato. Napoleone III aveva già fatto arrestare i suoi due figli e poi altre 26.000 persone in Francia. 

Victor Hugo avrebbe affrontato la prigione ma Juliette lo persuase (quasi lo obbligò) a raggiungere Bruxelles in Belgio (e in seguito le isole inglesi di Guernsey e Jersey nel Canale della Manica) e, come lui avrebbe scritto in seguito, gli salvò la vita. 

Napoleone III firmò un decreto di proscrizione e ordinò l’espulsione dal paese di 66 ex rappresentanti dell’Assemblea, tra cui Hugo.

Nel 1859, lo scrittore rifiutò l’amnistia del re rispondendo che, fedele alla sua coscienza, sarebbe tornato solo quando ci sarebbe stata la libertà. 

Aveva anche scritto un testo sul re, intitolato, con ironia tutta francese, “Napoléon Le Petit” (Napoleone il piccolo). Tra parentesi, Hugo aveva compreso che non poteva essere il vero nipote di Napoleone e recenti studi genetici su una ciocca di capelli di Napoleone III hanno confermato l’ipotesi dello scrittore. 

Hugo sarebbe tornato a Parigi solo nel 1870. Nel 1871 avrebbe appoggiato la rivolta della Comune, aiutando i congiurati, e che si sarebbe conclusa tragicamente. 

Madame Hugo morì improvvisamente per un ictus a Bruxelles nel 1868, Juliette a Parigi nel 1883, di tumore. Entrambe confortate da lui. 

Dopo il decesso di Juliette egli non scrisse più nulla. 

Sulla lapide di Juliette si legge una poesia di Hugo che termina con le parole: “Il mondo ha il suo pensiero, io ho il suo amore”.

FINE PRIMA PARTE (continua…)

Nota 1) per chi volesse approfondire mi permetto di suggerire il mio articolo “La ribelle George Sand” (anche pubblicato come “George Sand, una bella vita”) che si può trovare online.  

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Federico De Roberto: “I Viceré”, di Sonia Di Furia

Con l’unificazione, l’Italia divenne una monarchia costituzionale, regolata dallo Statuto albertino del 1848. Il nuovo Stato era rigidamente accentratore: nonostante la grande varietà di tradizioni, costumi, linguaggi, condizioni economiche e sociali delle numerose province e regioni italiane, le autonomie locali erano praticamente inesistenti. A tutta l’Italia venne estesa la legislazione sabauda, per quanto riguardava l’amministrazione, l’apparato fiscale, la scuola, l’esercito. Il Governo del paese era espressione di una ristrettissima minoranza: aveva il diritto di voto il 2% della popolazione, e si trattava in prevalenza di grandi proprietari terrieri. La gran maggioranza del popolo italiano restava esclusa dai diritti politici e non era in grado di incidere col voto nella vita politica della nazione. Al suffragio universale maschile si arriverà solo mezzo secolo dopo l’unificazione, nel 1913.

Le trasformazioni della base economica generarono naturalmente, seppur con lentezza, anche trasformazioni della struttura sociale italiana. Nonostante ciò, l’aristocrazia godeva ancora di grande peso e prestigio sociale, in quanto forniva  modelli di comportamento anche ai ceti altoborghesi che si andavano formando. Ne è uno specchio la letteratura, in cui i nobili appaiono largamente protagonisti di romanzi, novelle, drammi, grazie al fascino che i loro stili di vita esercitano sul pubblico e sugli stessi scrittori di origine borghese.

Federico De Roberto si inserisce nel quadro dell’Italia postunitaria e verista e pubblica, nel 1894, il suo capolavoro “I Viceré”, di cui si legge ed esamina il volume inserito nella collana “I grandi classici” Crescere edizioni del 2011. L’opera è un vasto quadro sociale incentrato sulla storia di un’antica famiglia nobile siciliana, di cui vengono analizzate con implacabile freddezza le tare ereditarie, l’avidità interessata e la sete di dominio. Postumo, nel 1929, uscì “L’imperio”, purtroppo rimasto incompiuto, che continua I Viceré, narrando la scalata al successo politico dell’ultimo rampollo della famiglia Uzeda, Consalvo. 

Il romanzo narra le vicende della nobile famiglia siciliana degli Uzeda, discendente da antichi viceré spagnoli dell’isola, intrecciandole con gli avvenimenti storici tra il ’50 e l’80. Odi, cupidigie, meschinità, rivalità si agitano tra i numerosi componenti della famiglia, che sono perpetuamente in conflitto tra loro e sono uniti solo dall’orgoglio di casta e dalla difesa dei loro privilegi e della loro superiorità sociale. Tuttavia la decadenza della razza si rivela in un germe di follia che si manifesta in ciascuno di essi: tutti sono segnati da fissazioni e stranezze. La sete ossessiva di dominio caratterizza anche l’ultimo discendente, Consalvo, protagonista della parte finale del romanzo, che, dopo un’adolescenza dissipata, affronta con ambizione smodata e totale cinismo la carriera politica, abbracciando con opportunismo, lui aristocratico e intimamente reazionario, idee di sinistra. Egli è infatti convinto che al di là di ogni rivolgimento storico nulla può veramente mutare e che i privilegiati devono sapersi adattare alle nuove situazioni pubbliche, come quella successiva all’unità, per mantenere intatto il loro potere. 

Emblematico il brano in cui l’attenzione è rivolta alla politica, all’interesse di casta e decadenza biologica della stirpe (parte I, cap. IX). In esso, il duca Oragua, zio degli Uzeda, proveniente da una famiglia aristocratica borbonica e reazionaria, ma divenuto liberale per calcolo e opportunismo, durante la spedizione garibaldina in Sicilia acquista una grande popolarità senza alcun merito, grazie ad alcuni gesti demagogici. Alle prime elezioni del nuovo Stato unitario si presenta candidato al Parlamento, in base al principio: “Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri” che suona come cinica parodia della famosa frase di Massimo D’Azeglio (Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani). Contemporaneamente, dopo anni di attesa e di delusioni, la nipote Chiara sta per dare alla luce un figlio.

L’episodio si fonda sul montaggio in parallelo, condotto con notevole abilità, di due diverse sequenze narrative, il parto mostruoso e l’elezione del duca d’Oragua. Tale montaggio è evidentemente denso di significati che l’autore, in nome dell’impersonalità, si guarda bene dall’esplicitare, lasciando che le cose parlino da sé. Si può leggere innanzitutto in chiave naturalistica: da un lato la decadenza biologica dell’antica razza nobiliare, che ormai può solo dare origine a mostri; dall’altro, però, nonostante questo, l’inesausta sete di dominio e l’avidità interessata che inducono la nobiltà ad ogni sorta di trasformismo, senza alcuno scrupolo, pur di conservare il potere, anche ad accettare il nuovo Stato liberale e il principio delle elezioni dei rappresentanti del popolo. Ma il montaggio parallelo si può anche leggere in chiave simbolica: il mostro è l’equivalete oggettivo della mostruosità morale della famiglia Uzeda, che si manifesta sia nel cinismo dei suoi trasformismi politici sia nell’ottuso reazionarismo e nella chiusura ossessiva a difesa di interessi e privilegi. 

Pur attraverso l’impersonalità, traspare egualmente la dura condanna da parte dello scrittore. Ma De Roberto non prospetta alternative: la sua visione è fatalistica, come si può intuire dalla battuta del principe Uzeda: “Quando c’erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!”.  I dominatori mantengono immutato il loro potere, nonostante ogni mutamento politico. Le trasformazioni storiche sono solo fenomeni di superficie, ma nel profondo nulla può cambiare veramente. Il suo è un pessimismo affine a quello di Verga. 

Le tecniche con cui De Roberto costruisce la narrazione impersonale sono però diverse da quelle del Verga “rusticano”. Non vi è la “regressione” della voce narrante entro la realtà rappresentata. La narrazione si fonda sul dialogo, su didascalie descrittive e informative perfettamente neutre, e su discorsi indiretti liberi dei personaggi, più vicini al Gesualdo.  La narrazione tende ad avvicinarsi alla forma teatrale. De Roberto ne è perfettamente consapevole: nella Prefazione ai processi verbali (1890) afferma infatti: “L’impersonalità assoluta non può che conseguirsi che nel puro dialogo, e l’ideale della rappresentazione obiettiva consiste nella scena come si scrive pel teatro”. Solo raramente riaffiora dall’oggettività della narrazione una mossa sarcastica, che tradisce l’atteggiamento del narratore: “il prodotto più fresco della razza dei Viceré”; “egli doveva adesso parlare alla folla, aprire finalmente il becco”.

Nel quadro evolutivo dell’Italia unificata, teatro e palcoscenico de I Viceré, le sue strutture economiche erano ancora fortemente arretrate rispetto agli altri paesi europei come Inghilterra, Francia e Germania. La classe politica al potere nel primo quindicennio unitario, la Destra storica, erede del liberalismo cavouriano, era ostile a uno sviluppo industriale, poiché da un lato riteneva che l’Italia, essendo povera di materie prime, non avesse i requisiti adatti, e dall’altro temeva che il sorgere dell’industria, creando un proletariato di fabbrica, potesse generare enormi problemi sociali e innescare pericolose tensioni eversive, come accaduto in altre nazioni europee. Preferì quindi assegnare all’Italia la funzione meno avanzata di paese agricolo-commerciale, ritenendola più consona alle sue risorse naturali e alle sue tradizioni culturali. Convinta assertrice del libero scambio, applicò a tutto il territorio nazionale le tenui tariffe doganali del Regno di Sardegna, per favorire l’esportazione dei prodotti agricoli (vino, olio, agrumi) e l’importazione dai Paesi stranieri di prodotti industriali di cui vi era necessità, in una specie di divisione del lavoro internazionale. Una politica di industrializzazione avrebbe invece avuto bisogno di tariffe doganali molto alte, per proteggere i prodotti industriali interni dalla concorrenza di quelli esteri, più a buon mercato, per i minori costi derivanti da un’organizzazione più avanzata della produzione.

La scelta liberoscambista ebbe effetti disastrosi sulle industrie del Mezzogiorno, che sotto i Borboni erano state fortemente protette dai dazi, e che furono rapidamente spazzate via dalla concorrenza internazionale nei primi anni dell’Unità.

Il quadro comincia a cambiare con la svolta segnata dall’avvento della sinistra al potere (1876), che coagula gli interessi di gruppi sociali diversi. Tra questi gruppi cominciano ad avere peso anche gli imprenditori industriali. Le politiche della Sinistra subiscono il fascino del modello prussiano (non si dimentichi che l’Italia, rovesciando le tradizionali alleanze risorgimentali, nel 1882 si era unita con Prussia e Austria nella Triplice Alleanza) e inaugurano una politica di potenza, che spinge necessariamente alla corsa agli armamenti. Si potenziò l’industria siderurgica e in questo settore l’intervento dello Stato fu massiccio: esemplare il caso delle grandi acciaierie di Terni, fondate nel 1884, le quali avevano soprattutto il compito di fornire corazze e proiettili alla marina militare. 

Accanto a questi impulsi all’industrializzazione patrocinati dallo Stato, un altro fattore si aggiunse a partire dal 1880: la crisi agraria, in conseguenza dell’arrivo nei mercati europei di enormi quantità di grano americano a buon mercato, che fa crollare i prezzi. L’effetto di tutto ciò fu un ulteriore impoverimento del Mezzogiorno che, già privato delle primitive industrie dalla politica liberoscambista, si vede ora danneggiato dal protezionismo nell’esportazione di prodotti pregiati (vino, olio, agrumi) ed è costretto a comprare prodotti industriali a prezzo maggiore dal Nord, che nel frattempo si è andato industrializzando: il rapporto tra il Sud e il Nord si precisa sempre più come un rapporto di tipo coloniale, fondato sullo scambio ineguale “prodotti agricoli contro prodotti industriali”. Si profila quindi nettamente, sin dai primi decenni dell’Unità, la “questione meridionale”, quel divario nello sviluppo dell’economia e della società civile tra il Nord e il Sud della penisola.

Nonostante ritardi e limiti, l’Italia degli anni Settanta e Ottanta vedeva comunque gli inizi di uno sviluppo capitalistico moderno, che tendeva, come al suo sbocco inevitabile, all’industrializzazione. Se ai nostri occhi, col senno di poi, quei primi fenomeni della modernizzazione appaiono molto timidi e arretrati, con ben altra forza dirompente dovevano presentarsi agli occhi di chi viveva immerso fra essi e vi assisteva per la prima volta. Per questo le idee correnti fra scrittori e uomini di cultura di quegli anni avevano come termine di riferimento, esplicito o implicito, la nuova realtà economica e sociale che si andava affermando. Ancora, però, le masse rurali, al Nord come al Sud, rimanevano totalmente estranee al nuovo Stato unitario, ne ignoravano i principi ispiratori, non sapevano neppure chi fosse il re o contro chi si combattevano le guerre in cui erano chiamati a morire. Significativo è l’episodio dei Malavoglia in cui, nel piccolo villaggio di pescatori siciliani, giunge l’eco della battaglia di Lissa (1866, scontro navale sul mar Adriatico, nell’ambito della terza guerra di indipendenza tra la marina imperiale austriaca e quella italiana) durante la quale muore Luca, come un fatto favoloso, avvenuto non si sa bene dove e perché.

 I ceti popolari continuano a vivere in un’altra dimensione, estranea a quella della società civile, relegati in un orizzonte linguistico puramente dialettale e in una cultura tradizionale, folklorica, magica e primitiva. Queste condizioni erano più gravi al Sud, data la situazione di maggiore arretratezza di quelle regioni, ma il quadro non è tanto differente anche al Nord. Nonostante l’unificazione politica vi erano insomma due Italie, non solo in senso geografico, ma anche in senso sociale: una frattura netta, una vera barriera separava i ceti superiori dotati di istruzione, di un reddito e di condizioni di vita civili, e le masse popolari. In quel momento mette radici quel fenomeno doloroso e di grandiose proporzioni, che fu l’emigrazione all’estero in cerca di lavoro; fenomeno che interessò non solo il Sud, ma le masse proletarie di tutta la penisola.

De Roberto, con I Viceré, fornisce un affresco dai toni forti e disillusi dell’Italia pre e post unità, da cui emerge il fallimento degli ideali risorgimentali e la descrizione impietosa e ironica del popolo italiano. Quando venne pubblicato il romanzo, c’era stato da poco lo scandalo della Banca Romana e la fondazione della Banca d’Italia; erano scoppiate le manifestazioni dei Fasci Siciliani dei lavoratori; Giolitti si era dimesso e Francesco Crispi era salito al potere. Quella dello scrittore appare come una vera e propria denuncia al tradimento degli ideali risorgimentali in una Italia abitata da loschi arrivisti, nobili opportunisti, determinati a non perdere ricchezze e prestigio sociale, politica clientelare. Un libro che sradica la visione romantica e idilliaca dell’Italia unita e riporta alla luce un processo lungo e complesso, non privo di corruzione, lotte di potere, lacerazioni e spregiudicato trasformismo. Un romanzo sempre attuale che può contribuire a comprendere meglio l’Italia di oggi.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Alexandre Dumas: “Cagliostro” (Roberto Nicolucci Ed.), di Cristi Marcì

C’era una volta Cagliostro 

Ambientato agli albori della rivoluzione francese la figura di Giuseppe Balsamo viene magistralmente introdotta da Alexandre Dumas quale abile stregone e schietto illusionista, in grado di forgiare la trama di uno dei più grandi capolavori storici della letteratura.

Attraverso le inestimabili pagine, impregnate di politica, intrighi di corte e desiderio di riscatto lo scrittore e drammaturgo francese invita i suoi ignari lettori a perdersi tra i vicoli e i palazzi di un’epoca lontana ma al contempo adornata di sfumature e imprevedibili colpi di scena.

Sin dalle prime pagine, il padre di Edmond Dantès traccia un impervio sentiero che porterà il conte di Cagliostro all’interno di un nascondiglio dove le sorti del mondo dovranno obbedire solo ed esclusivamente a un’unica legge: abolire la monarchia vigente in Francia e presente al contempo nelle restanti parti d’Europa.

Il tutto costituendo le prime logge massoniche attraverso le quali ridisegnare un nuovo ordine mondiale dove sia la fratellanza sia l’uguaglianza difficilmente potranno vedere la luce del sole.

La scienza dell’illusione

Il personaggio di Giuseppe Balsamo, in arte Conte di Cagliostro, in arte Conte di Fènix si introduce abilmente tra i salotti damascati della monarchica vigente ordendo complotti e manovrando le vite dei principali reggenti della corona.  

La stregoneria è infatti uno degli strumenti maggiormente impiegati dal negromante capace peraltro di sedurre tanto il fascino della nobiltà parigina quanto la curiosità di chiunque desideri perdersi tra le pagine di questo splendido romanzo.

Scienza e illusione si mescolano vicendevolmente creando un’alchimia pronta a vacillare al minimo schiocco di dita, rimettendo in discussione un equilibrio dove la ragione cede sovente il posto alla pura follia e alla perdizione del proprio senno.

L’arte dell’inganno e dell’illusione creano quella miscela di ingredienti che dalla penna di Dumas si tramuta celermente in una pozione dal retrogusto amaro, in grado finanche di avvelenare il palato più fine e di obnubilare l’ultimo residuo della propria coscienza. 

Tuttavia attraverso questo viaggio ricco di colpi di scena conosciamo non solo la figura di Cagliostro bensì quella di tanti altri indimenticabili personaggi come quella di Althotas, maestro e precettore del protagonista e detentore di una antica verità che cercherà in tutti i modi di raggiungere: anche a costo della morte.

Storia e alchimia si fondono in un susseguirsi di fuochi d’artificio svelando in chiave simbolica quei numerosi materiali grezzi e atavici, di cui è connotata la psiche umana ma che all’unisono devono sottoporsi al travaglio di un’intima maturazione che spesso e volentieri rischia puntualmente di dissolversi.

La nigredo alchemica

L’aspetto nondimeno affascinante risiede proprio nella visione, nonché nella descrizione dell’animo umano adombrato da una corruttibile nigredo alchemica, la quale in maniera perpetua si riflette esclusivamente su una ubris sempre più inafferrabile.

Secondo la visione proposta dallo studioso junghiano James Hillman la corruttibilità dell’anima umana risiede proprio in un ripiegamento della propria immagine al di fuori della propria psiche a discapito di quanto già si custodisce ma non si conosce ancora.

In base a quanto proposto dallo psicoanalista americano e in relazione alle vicende storiche prerivoluzionarie proposte in questo romanzo, l’opera di Dumas non solo offre uno spaccato socio culturale tra la nobiltà e il popolo francese bensì quella cupidigia che da ambo le parti altro non desidera se non la propria affermazione a discapito dei propri simili.

Ed è proprio tra le strade di Parigi e la reggia di Versailles che spiccano le figure di Luigi XV, di Madame Dubarry (la favorita del re) del conte di Richelieu e di Gilbert, le quali sembrano illusoriamente manovrate dalla voce magistrale di Acharat: negromante per natura, alchimista per eccellenza e illusionista per diletto.      

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»