A Napoli un tour letterario dedicato a Márai Sándor, di Mariarosaria Sciglitano

Sándor Márai visse a Napoli, nel borgo di Santo Strato a Posillipo, dal 1948 al 1952, un periodo che descrisse come tra i più belli della sua vita. Da Napoli, l’autore ungherese, esule a causa dell’invasione sovietica del suo paese, trasse l’ispirazione per scrivere “Il sangue di San Gennaro”, il romanzo che ha come cornice e protagonista la cultura, i paesaggi e l’umanità del popolo napoletano. Ed è da Napoli, passando per Capri e Sorrento, che da mercoledì 3 settembre parte un tour letterario dedicato a Márai Sándor in compagnia della storica della letteratura ungherese Juhász Anna e della traduttrice e giornalista Mariarosaria Sciglitano. Il tour si concluderà sabato 6 settembre alla libreria Feltrinelli di piazza dei Martiri a Napoli, dove dalle 18,30 si parlerà anche di letteratura ungherese contemporanea. Inutile dire che noi Randagi ci saremo!

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«A Pasqualino, perché aveva sei anni e ogni mattina portava giù l’immondizia, al pescatore monco, perché ammansiva il mare, a santo Strato, perché proteggeva il palazzo e i malati» (da Sándor Márai Il sangue di San Gennaro)

Parte da Napoli il successo mondiale dello scrittore ungherese Sándor Márai grazie a un libro che molti ricorderanno: Le braci (Adelphi, 2008, oggi alla 23ª edizione, tradotto in oltre 30 paesi), ma soprattutto grazie alla grande cura e competenza della sua traduttrice, Marinella D’Alessandro, docente di letteratura ungherese all’Istituto Universitario Orientale (oggi: Università di Napoli L’Orientale), ora in pensione, la persona alla quale devo la mia passione per l’Ungheria e la mia professione di traduttrice. Secondo Pietro Citati «…un libro straordinario per grandezza d’ispirazione e intensità di stile, da mettere accanto ai pochi libri bellissimi della sua epoca».

Le braci, risulta essere uno dei cinque titoli più venduti di sempre del catalogo Adelphi, ma nel corso di questo primo tour napoletano – che parte oggi e termina sabato alla Feltrinelli – ci soffermeremo anche e soprattutto su Il sangue di San Gennaro (Adelphi, 2010, trad. di A. D. Sciacovelli), ambientato a Napoli, città nella quale Márai visse tra il 1948 e il 1952, anni che ricorderà nei suoi diari come i più belli della sua vita. 

Ecco alcuni brani che, a mio avviso, lasciano intuire lo sguardo dello scrittore sulla città alla quale rimarrà legato per tutta la vita. 

[Il venditore di noccioline] A dire il vero non ama vendere, è un aspetto della sua attività che lo infastidisce. Sopra ogni cosa gli piace salutare: i clienti, i conoscenti che passano da quelle parti, il conducente del filobus. A salutare è bravissimo. Il busto che si piega appena in avanti sulla sdraio – senza mai sollevarsi troppo – il braccio alzato con noncuranza, il sorriso che rivela le gengive sdentate e annerite dalla nicotina nella cornice del volto non rasato: tutto ciò fa parte della sua attività, ma significa di più, e ben altro. Anche la Città ha avuto origine da un sorriso di tal fatta, il sorriso aristocratico. Così come la Vita Pubblica, quando i suoi avi, i coloni greci, sbarcarono tremila anni fa nella vicina Cuma. Forse, razionalmente, quest’uomo lo ignora, ma il suo cuore lo sa. Gli stranieri non possono far nulla contro la mitezza e la cortesia. I saraceni sono stati conquistati e scacciati dalla mitezza, come di recente i tedeschi e gli americani. Tutti loro, giunti su queste coste con le armi, se ne sono allontanati confusi, incapaci di fronteggiare un sorriso cortese.

(Il sangue di San Gennaro, pp. 59- 60)

Il pescivendolo arriva di primo mattino da Pozzuoli. Pure lui canta, giù nel giardino, come il postino e il venditore di legumi e frutta, come quell’altro che regge in capo il canestro con il pane. Perché vanno e vengono, sono sempre in movimento, sempre attivi. Nel mondo hanno fama di essere pigri. Ma non è vero.

Dall’alba alla mezzanotte sono sempre in giro a cercare lavoro. Non hanno tempo per lavorare, perché cercano lavoro. Certo, il lavoro lo disprezzano. Non lo ritengono un obiettivo esistenziale, né una soluzione. Si limitano a eseguirlo, quando ne trovano uno, con grande perizia e sensibilità manuale. Le diverse possibilità dell’uomo – l’azione, la creazione, il lavoro – li interessano solo da un punto di vista teorico. Non sono abbastanza crudeli per agire. E sono troppo stanchi per creare, perché hanno sprecato tutte le loro energie nel Rinascimento. No, non ammettono che il lavoro possa costituire una ragione di vita. Quello che veramente amano è l’attività.

Sono instancabilmente attivi. Attivi come gli uccelli che volano in circolo sotto l’oro del cielo azzurro. Sanno che l’attività non è azione. Né creazione. Né lavoro. Essere attivi è modificare le opportunità offerte dal momento. Ed è questo che sanno fare bene.

(Il sangue di San Gennaro, pp. 50- 51)

Non potendo ricevere la cittadinanza italiana, sarà in effetti costretto a lasciare Napoli e l’amato rifugio di via Nicola Ricciardi a Posillipo, per recarsi in America dove però non riuscirà ad attendere il momento storico delle prime elezioni libere in Ungheria nella primavera del ’90. A fine agosto del ’48, abbandonando il suo paese per motivi politici, aveva disposto che da quel momento le sue opere venissero pubblicate in Ungheria solo dopo le eventuali e tanto attese elezioni libere. 

Morirà suicida a 89 anni nel 1989 a San Diego, in California.

Mariarosaria Sciglitano

Mariarosaria Sciglitano: ha ottenuto la cittadinanza ungherese per chiari meriti. Traduttrice, giornalista, PhD in letteratura comparata, ha tenuto corsi di letteratura italiana contemporanea e di traduzione letteraria dall’ungherese all’Università ELTE di Budapest. Ha insegnato italiano come lettrice madrelingua all’Università Corvinus di Budapest per circa un trentennio; ha svolto corsi di lingua italiana livello avanzato all’Istituto Italiano di Cultura per l’Ungheria per un ventennio.
È stata docente a contratto all’Università di Firenze – FORLILPSI tra il 2020 e il 2024, dove ha condotto un Laboratorio di traduzione tecnica e di traduzione letteraria dall’ungherese, e cultrice della materia (Letteratura ungherese), all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale.
Ha collaborato alla comunicazione della Stagione Ungherese in Italia del 2002 e del 2013; con l’Ambasciata d’Italia in Ungheria ha curato la redazione di programmi radiofonici sulle eccellenze italiane; si è occupata di PR tra Università Corvinus di Budapest e istituzioni italiane in Ungheria.
Membro della Federazione Nazionale dei Giornalisti Ungheresi (MÚOSZ) dal 1995, collabora con media italiani (la Repubblica, il Manifesto, il Sole 24 Ore, RAI, Radio Popolare, Radio Mir) e ungheresi (ÉS, HVG, MTI, TV2, Magyar Rádió) occupandosi di cultura.
È stata giornalista accreditata presso il Ministero degli Esteri d’Ungheria per Radio Rai, Rassegna sindacale e Il Manifesto.
Svolge attività di consulenza per la traduzione letteraria dall’ungherese all’italiano presso l’Istituto Balassi, e continua a svolgerla presso il Petőfi Literary Fund. Collabora come consulente madrelingua per l’Italianistica con l’Ufficio Scolastico Nazionale – Oktatási Hivatal.
Traduce per editori come Garzanti, Feltrinelli, Bompiani, Il Saggiatore, Marsilio, Marietti, Neri Pozza, Hopefulmonster e altri sia italiani sia stranieri, conseguendo il riconoscimento per la traduzione “Frankfurt ’99”, nel 1997; il premio Déry Tibor per la sua attività di traduttrice nel 2018; il premio MIBACT – Fondo per il potenziamento della cultura e della lingua italiana all’estero nel 2020.
Ha curato la traduzione dall’ungherese e dall’inglese all’italiano di numerose sceneggiature letterarie e la sottotitolazione dei relativi film, nonché di opere teatrali.
Svolge regolarmente lavori editoriali di revisione, correzione, editing, nonché di organizzazione di eventi culturali tra Italia e Ungheria.

Intervista a Grazia Procino, di Lavinia Capogna

Grazia Procino, poetessa, la limpida voce della Magna Grecia

Grazia Procino è una delle più brave poetesse del nostro tempo. La sua limpida voce ci giunge da quelle terre dove il mare è intensamente blu, il sole accecante, le vallate hanno ulivi centenari e le notti sono dolci: il nostro sud che tanto ha affascinato nel tempo Goethe, il poeta Von Platen e altri viaggiatori, antropologi alla ricerca di antiche e misteriose magie, come Ernesto De Martino, e dove anche Ulisse si era smarrito essendogli ostile il dio Poseidone. I Greci la chiamarono “Magna Grecia” (Grande Grecia) e il legame con quel mondo arcaico, la Grecia, non si è mai spezzato nei cuori più sensibili. Grazia Procino, pugliese, di Gioia del Colle, docente di Lettere al Liceo Classico, autrice di ben sei raccolte poetiche, di cui l’ultima “Esercizi quotidiani di compassione” è stata pubblicata a fine giugno di quest’anno da Puntoacapo Editrice, pluripremiata, a cui hanno dedicato articoli anche quotidiani nazionali (che generalmente parlano assai poco di poesia), è una voce prestigiosa della poesia contemporanea che riprende sovente nella sua poetica quell’eco millenario ma non solo. 

I suoi componimenti poetici hanno uno squisito equilibrio tra forma e significato, non sono mai artefatti o banali, ma sono di una raffinata schiettezza, segno di una ricerca costante.

Grazia, puoi raccontarci come e quando è nata in te l’ispirazione alla poesia?

Non c’è stato un momento preciso e definito; ho sempre amato leggere anche la poesia, avevo scritto qualche poesiola alle scuole medie ma non avevo più proseguito. Dopo anni di letture appassionate e continue ho avvertito il bisogno di esprimermi attraverso la scrittura, componendo haiku, racconti e poesie. Questa esigenza è coincisa con una particolare fase della mia vita professionale: ero molto delusa e ho trovato nello scrivere un’energia che non avrei mai immaginato. Da allora, da circa dieci anni, non ho più smesso di scrivere poesia, senza un’imposizione precisa ma quando l’estro me lo detta. Non ho regole, non m’impongo orari; ci sono mesi in cui non scrivo neppure un verso, altri in cui sgorga un mare un parole.

Quali temi del mondo classico ti affascinano e quali dei suoi valori resistono in una società dominata dalle tecnologie e con guerre feroci in corso? La poesia può essere un conforto nel terzo millennio? 

La mia devozione per l’umanità ha trovato nel mondo classico le sue radici, il senso profondo del mio stare al mondo. La persistenza dell’antico nell’attualità si concretizza in ciò che avviene, la guerra e l’impegno per la pace, la ricerca del bello in ogni sua forma e manifestazione, la tensione al bene comune; in tutte queste dimensioni vi è l’antico, ma anche nella pretesa superiorità della civiltà greca rispetto ai popoli non parlanti il greco, i barbari. È bene ravvisare nell’antica Grecia anche dei disvalori, per individuare anche gli aspetti negativi di una civiltà che ha fondato la visione occidentale. La società contemporanea, così permeata dal narcisismo e dalla disumanizzazione, manca del caposaldo della cultura greca: la misura, il mètron. Gli antichi Greci erano convinti che l’armonia derivi dalla moderazione, né troppo, né troppo poco; la potenza smisurata è nociva, come evidenziano i miti in cui il superamento dei confini della natura umana si converte nella tracotanza, la yubris, e la conseguente punizione divina. La loro saggezza ci insegna ancora che porsi e vivere entro certi limiti consente all’uomo di godere con intelligenza dei beni offerti dalla natura. Il valore della misura è da porsi come criterio per tutte le cose, anche nel rapporto con la tecnologia e l’intelligenza artificiale, da cui, per esempio, è possibile farsi aiutare per rendere meno pesante e fastidiosa la vita quotidiana.

La poesia oggi più che mai è preziosa perché ci offre prospettive inusuali e particolari che ci consentono visioni plurime, in grado di approfondire problematiche della realtà anche interiore. La poesia non consola o salva tutti, non è il rimedio dei malesseri ineriori, ma cambia coloro che si predispongono alla metabolè, al mutamento. Come sostiene il poeta Giancarlo Pontiggia, la poesia salva chi vuole essere salvato, chi avverte dentro sé la volontà del cambiamento. E questo è già tanto, in un mondo inaridito e incattivito.

Tu hai composto anche numerosi Haiku, cosa ti conquista di questa forma poetica di origine giapponese ? 

Scoprii gli haiku e i tanka grazie al mio professore di greco al liceo. Devo a lui alcune illuminazioni che sono rimaste nel tempo: l’amore per la letteratura greca, in special modo per la lirica e il teatro. Sono stata conquistata dagli haiku tanto da voler approfondire questa espressione così tipica del mondo giapponese, in cui l’amore per la natura, la ciclicità delle stagioni aprono mondi straordinari di visioni poetiche. Ammiro, inoltre, in queste forme la sintesi e il fren dell’arte, come Dante definì, il significante.

Quale spazio occupa l’amore nella tua poetica? 

Enorme. Non solo e tanto l’amore sentimentale quanto l’amore per l’individuo, per la mia terra, per la vita, per me stessa. L’amore è il motore che mette in circolo le energie vitali e propositive, la creatività. 

Quali sono i poeti che rileggi più volentieri? 

Sicuramente, i lirici greci, i poeti greci più recenti come Kavafis, Ritsos, Seféris, i poeti italiani Leopardi, Montale, Ungaretti, Penna, Rosselli, Anedda per citare i più frequentati.

Lavinia Capogna*

Due poesie di Grazia Procino:

Minimo dettaglio

Ti tengo stretto

nel luogo protetto

della mia anima.

Lì nessuno incede;

l’abisso avanza

lascia bave di buio.

Lì mi siedo 

come lumaca schiumo.

Mi faccio piacere

questo mondo scandito

da giorni slanciati

verso utopie incantate.

Eppure io so che

tutto è provvisorio

tutto si rompe

all’incrinarsi del vetro.

Quello che resta

Mi chiedete, quello che resta.

Davvero, non lo so.

Forse la tana dei vermi 

nel terreno grasso e umido.

Le vite dei santi e le stanze dei detenuti.

I giorni mai uguali l’uno all’altro

i minuti di sofferenza sempre uguali.

Le contusioni violacee, e il tempo

dopo le bufere. Tu che mi chiami

e mi dici:

<<Come stai?>>

Le voci querule di chi simula

stati di malessere. Il dolore

di ognuno infisso nelle pupille.

Tu che ammetti di stare sbagliando

a indovinare la vita

Grazia Procino, nata a Gioia del Colle, laureata in Lettere Classiche con 110 e lode e una tesi in Letteratura latina con il professor Paolo Fedeli; è docente presso il Liceo Classico di Gioia del Colle. Scrive per il settimanale “La voce del paese” e ha collaborato con il blog letterario collettivo “Diario di pensieri persi”. Dal 2017 ad oggi ha pubblicato haiku, cinque sillogi poetiche che hanno riportato diversi premi e una raccolta di racconti.

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Claudio Magris: “Tempo curvo a Krems” (Garzanti), di Maurizia Maiano

Claudio Magris, germanista e scrittore nato a Trieste nel 1939, non ha certo bisogno di presentazioni. È stato definito il “cantore” della finis Austriae e della cultura mitteleuropea: basti pensare a opere come Lontano da dove o Danubio. Ha dedicato attenzione anche ad autori italiani di confine, come Biagio Marin e Italo Svevo, e più in generale alla crisi della letteratura contemporanea. Accanto ai saggi, è autore di narrativa: tra le opere più significative vi è Tempo curvo a Krems, che dà il titolo ad uno dei cinque racconti della raccolta pubblicata da Garzanti nel 2019.

In questi testi i protagonisti fanno i conti con un tempo che sembra fermarsi, ma che continua a scorrere inesorabile verso la foce del Danubio. Non il Mar Nero, come si direbbe seguendo la geografia, ma Krems: la cittadina della Wachau che, nel racconto, diventa simbolicamente l’Oceano, un cerchio che abbraccia il mondo. Le sue acque scorrono e, nello stesso istante, ritornano; le rive si specchiano l’una nell’altra. È l’immagine di un tempo che smette di espandersi in linea retta e si curva, trovando una suggestiva raffigurazione anche nella copertina del libro.

Che cos’è un’immagine, se non l’intrinsecamente  statico in contrasto con lo scorrere eracliteo? I cerchi concentrici creati da un sasso gettato nell’acqua: un punto in cui passato e futuro si incontrano nell’eterno presente. E’ qui che letteratura e scienza si sfiorano. Può la letteratura illuminare concetti della fisica quantistica e, viceversa, la fisica aiutare la comprensione della letteratura? In queste pagine le immagini scientifiche si adagiano morbidamente sul racconto, trasfigurando la realtà in simbolo.

Il “cono di luce” di Penrose, per esempio, mostra che nulla può viaggiare più veloce della luce: alla base sta il passato, al vertice il futuro, all’interno un agitarsi di punti, di monadi che, incontrandosi, generano infinite possibilità. Stati finzionali (si chiamano così in fisica quantistica gli stati potenziali, tutto ciò che potrebbe essere) che, in letteratura e in filosofia, diventano lo spazio dell’anima: ciò che tutto contiene. L’indeterminismo quantistico, con le sue possibilità multiple, trova un’eco nell’invenzione letteraria, che crea universi possibili e li rende esperienza umana.

Il tema centrale del libro resta però la vecchiaia: un avanzare per indietreggiare, come scrive Magris:  ci si inoltrava in un territorio sconosciuto per sottrarsi alla realtà che premeva da tutte le parti spigolosa ed invadente. Il mondo continuava ad affluire generoso verso di lui ma a poco a poco aveva sentito  la necessità di arginarlo, di deviare se possibile quel fiume e di erigere qualche barricata contro la vita che avanzava. È il tempo in cui si erigono argini e si cercano ripari contro l’invadenza del mondo, mentre tutto continua a fluire intorno. 

Tempo curvo a Krems è il racconto più complesso della raccolta: qui il tempo fisico si piega e diventa quasi metafisico, toccando le corde dell’interiorità.

Lo spunto narrativo nasce da un episodio casuale: durante una conferenza a Krems, una signora triestina ricorda al protagonista la compagna di liceo Nori, di cui egli era innamorato a diciassette anni. Quel nome riaccende memorie sopite, che sembrano tornare a vivere come presenti. Il fatto che Nori le avesse parlato di lui lo stupì alquanto, ma si lasciò viziare da quella fantasia come da una musica. Era una dilazionata rivincita. Qualche tempo dopo, un amico a Roma gli dice di aver incontrato Nori e di aver parlato con lei di lui. Incuriosito, l’uomo la chiama: ma mentre tenta di presentarsi, dall’altro capo del telefono riceve un saluto festoso, come se fossero amici di lunga data. Un evento banale diventa allora un cortocircuito spazio-temporale, in cui effetto e causa si confondono, e il presente sembra modificare retroattivamente il passato.

Magris gioca qui con le teorie della fisica e le trasforma in metafora esistenziale: può un passato che non è mai stato realmente vissuto essere creato da un evento successivo? Può il presente riscrivere ciò che è stato? Così, la legge newtoniana dell’azione e reazione e la relatività di Einstein diventano immagini narrative della memoria, del desiderio di eternità, della tensione tra apparire ed essere. Quella  familiarità  al telefono era dunque l’effetto di una conoscenza reciproca che per forza doveva esserci stata nel passato e quindi  modificava quest’ultimo, risaliva nel tempo a creare, decenni addietro, qualcosa che allora non c’era stato.  Può un passato che non è mai esistito  essere modificato dalla casualità di un evento presente?

Potremmo continuare con l’esperimento  di John Archibald Wheeler della doppia fenditura ed eseguito in laboratorio. L’ossservazione può influenzare retroattivamente il passato di un evento quantistico. La realtà non è fissata finché non viene misurata e l’osservatore gioca un ruolo attivo nella creazione della realtà.  Da qui la sua famosa sintesi: “Nessun fenomeno è un fenomeno fino a quando non è un fenomeno osservato.” 

In un esperimento classico decidiamo l’assetto prima che il fotone parta. Nel delayed choice (scelta ritardata), invece, il fisico decide dopo il passaggio del fotone durante il percorso.

Incredibilmente, l’esito sembra “adattarsi” alla scelta finale, come se la decisione presente influisse retroattivamente sul comportamento passato. Possiamo usare quanto affermato da Wheeler per lasciare una conclusione aperta al racconto di Magris?

La riflessione si allarga alla nostra epoca, segnata dal culto della giovinezza nella convinzione di poter sfuggire alla fugacità e transitorietà dell’esistenza. Magris, al contrario, offre una visione in cui il passato si allinea al presente, e la morte stessa diventa forma di eternità: Muori e divienicosì veramente sei,  riecheggia la massima goethiana. Eterno  dileguare, eterno  essere,  il  fiore  muore nel  frutto,  dunque  è  il  frutto. Non solo gli esseri viventi, ma anche gli oggetti, gli elementi del paesaggio  subiscono mutamenti  temporali dilatandosi in un tempo infinito.  Ma se non c’è più quel tempo, se non esiste, si può dire cos’era, com’era? Il non-essere non è. La Storia non si fa con i se e con i ma. Un semplice detto popolare che si applica alla Grande Storia e alla Storia personale di ogni uomo.  

Tempo curvo a Krems rimane di raffinata filosofia per l’anima,  ci invita a riflettere sul valore del passato, della memoria che diventano eterno presente: la leggera brezza estiva che entrava dalla finestra, vicina al telefono, era un vento degli spazi infiniti, in cui tutto è presente e simultaneo, il roteare di un pianeta e la luce di una stella che giunge da tanto lontano. Forse il Danubio nei pressi di Krems era l’Oceano. Per noi Krems diventa la metafora che abbraccia i passaggi della vita e medita sul crepuscolo dell’esistenza. E cos’è la vita eterna se non la limpida luce che splende negli occhi immortali di Nori, che non invecchia. Paradosso temporale poiché la trasformazione sul cono di luce all’infinito è possibile solo per corpi fisici senza massa. La familiarità tra i personaggi è descritta come un effetto della relatività ristretta di Einstein secondo cui  si tratta di fenomeni che  avvengono in assenza di gravità dove due eventi non possono essere ordinati nello spazio-tempo in modo assoluto, mentre il tempo curvo fa parte della relatività generale dove la gravità causata da massa e energia determina la curvatura dello spazio e quindi il tempo scorre in modo diverso a seconda  della sua posizione gravitazionale. Allora l’amore, l’amore tra i personaggi è oggetto di un maleficio o di un paradosso temporale?

Un P.S. al commento

Quanti libri ci consentono un viaggio nel tempo, in quanti libri ritroviamo luoghi in cui abbiamo vissuto, esperienze simili del nostro vissuto, ricordi che si affacciano e che attraverso le pagine riviviamo. Nel regno dei libri, tra le sue pagine, tutto acquista un’aureola di strana bellezza, il segno diventa simbolo, ciò che non avremmo mai potuto vedere. È come sentirsi parte di un mondo di eletti in piena consapevolezza.

Ho comprato il libro perché il titolo Tempo curvo a Krems mi ha fulminato, cosa racconterà Magris, anche Magris conosce Krems? Un luogo in cui avevo vissuto da ragazza.  Krems, cittadina della Wachau, valle in cui scorre il Danubio l’Oceano che stringe in cerchio il mondo, acque che scorrono e nello stesso istante ritornano, rive che  si rispecchiano  sempre  nelle  sue  onde e sulle cui rive si stagliano silenziosi, severi e colmi di Storia conventi che accoglievano le scuole per i cadetti della nobiltà ed alta borghesia austro-ungarica come Stift Goettweig, che vedevo dalla finestra della mia stanza ed ancora Stein, Klosterneuburg, Stift Melk und Weisskirchen. Tutto mi riporta indietro nel tempo.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Intervista a Michele Ruol per “Inventario di quel che resta dopo che la finestra brucia” (Terrarossa, 2024) – Capitolo Zero: Ep.3 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.3 Michele Ruol, autore di “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” (Terrarossa, 2024).

Ci si può davvero anestetizzare a vita dopo un grande dolore? È possibile raggiungere un distacco tale da osservare la sofferenza senza esserne travolti? Questi interrogativi esistenziali risuonano come un’eco persistente nella narrazione di “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia”, il caso editoriale che ha saputo conquistare critica e lettori.

L’opera di Michele Ruol, un oggetto letterario sperimentale e sfuggente, sfida le convenzioni del romanzo tradizionale. Qui non troverete la canonica struttura del “viaggio dell’eroe”, né dialoghi espliciti o l’applicazione pedissequa del “show, don’t tell”. Ruol ci guida in un’esplorazione che nega il lieto fine, pur lasciando uno spiraglio di speranza, immergendoci in un’atmosfera di profonda riflessione sulla natura della perdita.

Il libro è un lento stillicidio di sofferenza, veicolata non attraverso l’azione, ma tramite gli oggetti, i relitti di una normalità perduta.

La storia di una famiglia borghese, con le sue ordinarie frizioni coniugali e le banali ribellioni adolescenziali, viene improvvisamente oscurata da un evento traumatico. Un’ombra cala su tutto, annientando ogni apparenza di serenità e lasciando dietro di sé solo frammenti, che il tempo, pur lenendo le ferite, non può che trasformare in una cicatrice indelebile.
È proprio attraverso questi resti che l’autore intesse il suo inventario della memoria, dimostrando che la normalità è, in fondo, un’illusione precaria.

Nella nostra recente intervista per Capitolo Zero, Ruol, un professionista diviso tra la medicina, la scrittura teatrale e la narrativa, offre uno sguardo intimo sul suo processo creativo.

Egli ci svela come le sue esperienze professionali e artistiche si siano contaminate per dare vita a questo libro, celebrato dalla critica e onorato dal Premio Strega, con l’ingresso in cinquina.

Un delicato passaparola ha investito questo esordio letterario, portando alla luce un libro in cui la lungimirante casa editrice, Terra Rossa Edizioni, ha fortemente creduto.

Durante la nostra chiacchierata, l’autore riflette sul suo stupore e la sua gratitudine per il successo inatteso, accennando anche alla “magia” del centesimo capitolo, un elemento che ha coinvolto molti lettori in una partecipazione attiva.

L’intervista lascia in sospeso una domanda cruciale: dove si trovano la foresta e le fiamme menzionate nel titolo? Questo mistero, che noi Randagi vi sfidiamo a svelare come un viaggio di scoperta tra le pagine del libro, promette non solo un piccolo giallo, ma un’opportunità per scrivere il proprio finale.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Agustina Bazterrica: “Cadavere squisito” (Eris, 2024, trad. Francesca Signorello), di Silvia Lanzi

Marcos lavora nel mercato della carne da sempre, è un’attività di famiglia. Ma ora le cose sono cambiate, in modo radicale e irreversibile. Un virus ha attaccato gli animali, sia domestici che selvatici, per cui sono stati tutti sistematicamente abbattuti e la loro carne non può assolutamente essere consumata. Ora la carne che tratta è diversa, speciale, perché i governi di tutto il mondo hanno dovuto affrontare la situazione e hanno deciso di rendere legale l’allevamento, la produzione, la macellazione e la lavorazione della carne umana.

Marcos si è dovuto adattare, cerca di non pensare a cosa fa per vivere, e fa del suo meglio per stare dietro a fornitori, clienti, ordini e consegne, perché deve pagare la casa di riposo in cui vive suo padre. E ora che sua moglie lo ha lasciato deve pensare a tutto da solo.

Dalla sinossi del libro

Crudo, è proprio il caso di dirlo. 
Una narrazione molto intensa.
Una storia incredibile sulla crudeltà umana.
Un finale ineccepibile.
Tutto questo è “Cadavere squisito” di Agustina Bazterrica, un libro che si legge in fretta ma che lascia tracce indelebili. E non credo sia successo solo a me.
Di solito diffido dei “casi editoriali” e non mi sento particolarmente attratta dalla letteratura sudamericana (complice un incontro non troppo felice con “Cent’anni di solitudine”).
Questa volta ho fatto un’eccezione. E il risultato è stato al di là di ogni aspettativa.
La storia, raccontata con maestria e senza sbavature, è costellata di dilemmi etico-morali che si risolvono nella domanda: “Cos’è un essere umano?”.
Secondo Kant ciò che ci distingue dalle altre forme di vita è la capacità di pensiero astratto.
Le bestie del libro, che altro non sono che uomini privi di questa capacità – non ci è dato sapere il perché e questa non-conoscenza rende ancora più terrificante il racconto ponendo domande di senso cui non si può trovare risposta – sono “semplicemente” carne da macello – letteralmente.
Chi decide? Con quale criterio?
Chi si arroga il diritto di scegliere che un essere umano nasca per essere mangiato? 
Che differenza c’è tra i due se entrambi appartengono alla specie homo sapiens?
È più bestia la “bestia” o l’essere umano? A tal proposito mi viene in mente il celeberrimo discorso di Shylock nel “Mercante di Venezia”.


Il nuovo tipo di società adombrata dal romanzo, sembra portare all’estremo quello che nel 2002 Patricia Piccinini aveva già intuito con il gruppo scultoreo “The young family”.
Per marcare la differenza tra gli esseri umani e il loro cibo – la consapevolezza che ciò che hanno nel piatto è in tutto e per tutto come loro – i personaggi del libro utilizzano un linguaggio volutamente tecnico, disumanizzato.
E chi non si adegua al nuovo andamento viene considerato pazzo e rinchiuso.
E se il protagonista venisse in possesso di un capo di bestiame femmina, cosa potrebbe succedergli?
Lui che, in lutto per la morte di un figlio in fasce è abbandonato dalla moglie, troppo annichilita dal dolore per stargli accanto?
Tutto questo, e molto di più, è “Cadavere squisito”.
Si dice che sia una sorta di critica al capitalismo e alla società attuale: tutto vero. Ma credo che ci sia anche qualcosa di più profondo ed ineffabile: una riflessione, non più procrastinabile,  sull’essenza umana.
Un libro unico, intenso. Una lettura per stomaci forti che a tratti ricorda Margaret Atwood, Joyce Oates e George Orwell.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).