La mia scoperta di Nina Cassian, di Barbara Gramegna

Devo ammettere che, sino a poco tempo fa, non conoscevo Nina Cassian e il suo nome così “italiano”, un po’ veneto, mi ha simpaticamente attirato. Si tratta di uno pseudonimo; il suo nome completo è Renée Annie Cassian Mătăsaru. Me ne inviò una poesia un amico e così nacque la voglia di conoscerla meglio. Spesso bisogna ringraziare i nostri amici dell’anima per doni così preziosi.

Le informazioni che si trovano su di lei non sono ricchissime, alcuni dati sulla sua vita in Romania, che dura fino all’età di 41 anni e poi l’esilio negli Stati Uniti, dove muore a 89 anni.

Anche le traduzioni in italiano non sono molte e l’unico volume che ce la offre in un’edizione e in una traduzione linguisticamente attuale, di Anita Natascia Bernacchia, è quello uscito nel 2013 per Adelphi, a cura di Ottavio Fatica e dal titolo “C’è modo e modo di sparire 1945 – 2007”.

Il volume di Adelphi consente di gettare un ampio sguardo sulla produzione di Nina Cassian, sulle sue poesie fisiche, d’amore, di solitudine, sarcastiche, amare e poco convenzionali.

Nina Cassian nasce in Romania, a Galati, sul Danubio, nel 1924, da una famiglia ebrea, trascorre l’infanzia a Brașov in Transilvania, per poi trasferirsi a Bucarest a metà degli anni ’30. Cresce come artista poliedrica: recita, suona il pianoforte, dipinge e illustra libri per l’infanzia, traduce (Brecht, Celan, Morgenstern, Ritsos).

Due fra i poeti rumeni più in vista, Tudor Arghezi e Ion Barbu, la incoraggiarono a pubblicare, così escono i suoi versi per la prima volta nel 1945 sul giornale “Romania Libera” e, due anni dopo ancora nel volume  “La scara 1/1”, criticato però dal regime comunista come “decadente”. 

Il governo filo-sovietico si afferma in Romania all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, e si consolida maggiormente in seguito e dal 1965 con l’era Ceausescu assume tratti sempre più repressivi.

Nina cerca quindi per opportunità, non per opportunismo, di cui non è capace, di adeguarsi per un po’  alla linea retorica ed encomiastica vigente, ma la sua personalità dominante e orgogliosa non viene ben sopportata dai “compagni”.  

Dopo diversi tentativi di produzione di “poesie proletarie”, assolutamente lontane dal suo personale, irriverente modo di poetare, si rivolge, a partire dagli anni ’50, alla letteratura per l’infanzia, settore in cui trova la sua voce più autentica.

Nel 1985 riceve un invito in qualità di visiting-professor negli Stati Uniti, qui le giunge però la notizia dell’arresto e successiva uccisione dell’amico e dissidente Gheorghe Ursu. Questo evento determina la svolta della sua vita personale e letteraria, Nina decide di chiedere asilo politico e non rientrare più in Romania. La reazione del governo Ceausescu non si fa attendere, la sua casa viene messa sotto sequestro, i suoi libri rimossi da biblioteche e librerie, messi all’indice.

Ha così inizio, non senza trauma, la vita americana di Nina Cassian. La recisione è una ferita che emergerà da diversi suoi passaggi poetici e dalla continua ricerca di nuove appartenenze, come capitato a molte e molti autrici e autori esuli.

Nina Cassian saluta con stupore il fatto che le sue parole possano in un altro luogo e in un’altra lingua produrre un effetto: parole nuove anche per lei, parole che scaturiscono da una sostanza di sé, sia fisica che spirituale, diversa da quelle nella sua lingua d’origine.

Hannah Arendt, che, per motivi non lontani da quelli di Nina Cassian, si ritrova, oltre quarant’anni prima, suo malgrado anche lei cittadina americana, fa proprio del discorso sulla lingua “madre” un nodo del suo pensiero filosofico. 

Il linguaggio ha infatti un ruolo decisivo per potere appartenere o non appartenere al mondo, non si tratta di mera “esecuzione linguistica”, ma indica la facoltà inalienabile del “prendere parola”, dell’”avere voce” nel senso civile e politico.

Entrambe esuli sono costrette ad abitare l’inglese e trovare nella nuova lingua una seconda madre-patria, una genitorialità, una casa del cuore, del pensiero, del “verbo”.

Distaccandosi entrambe fisicamente dal proprio Paese, operano, non senza sofferenza, anche una “dislocazione” del pensiero che deve ricollocarsi trovando parole nuove.

In “Ermetica” la Cassian fornisce un’immagine macabra del pensiero-grido, che abbisogna di un altro luogo in cui venire “conficcato”; l’associazione ad un verbo preciso, fisico indica qui un’urgenza espressiva libera e istintiva che fa uso di parole-lancia acuminate per potere andare a segno. Quando però la libertà viene inibita e l’urgenza espressiva non trova sfogo, anche la consistenza della lingua, neutralizzata, cambia, fuoriesce “pendula” e afasica.

Se ci fosse un luogo dove conficcare un altro grido

quale potrebbe essere, la roccia o il mare

 o l’occhio dell’uccello della notte, fisso e tondo, 

duro come la pietra, 

giallo come la luna? 

Ah, tutto è impenetrabile. 

E il grido viene fuori dalla bocca

pendulo come lingua d’impiccato.

Il rapporto di Nina Cassian con la parola, non si può dire certo statico; è traduttrice, abituata quindi a traghettare concetti, ad esplorare mondi fonetici e lessicali, inventa lingue come la spargă e la leopardă, caratterizzate da sonorità onomatopeiche, giocose e sovversive, ma trovare una nuova identità linguistica nell’inglese la mette in crisi, la fa sentire inadeguata, le pone un problema identitario e di riposizionamento.

Emblematici a questo proposito i versi:

Pur se verrò sepolta

in una terra aliena:

risorgerò un giorno

nella lingua romena.

Quasi a significare che, pur avendo ceduto al compromesso di appartenere al mondo attraverso l’inglese, questo ha comportato una sua morte spirituale, in confronto alla quale, la morte del corpo e l’accettazione di venire sepolta in terra straniera, sono comunque sopportabili.

Il tema del tormento legato all’esilio (fisico o metafisico, forzato o cercato) – pensiamo ad Ugo Foscolo, come ad uno dei primi esempi letterari più conosciuti – è qualcosa che non esita solo in poeti, artisti e intellettuali in dolorose reazioni.

Anche l’emigrazione produce, infatti, nelle persone, pur con velocità e processi diversi, sentimenti  simili: la necessità di ridefinire il concetto di identità, la ricerca di nuove appartenenze, la nostalgia, l’afasia prodotta dalla mancata conoscenza della lingua e quindi la frammentazione dei diversi domini della propria vita (sfera privata, professionale, scolastica, civile), la decostruzione di concetti familiari a favore di una riattribuzione di significati, la necessità di sentirsi rappresentati ed esercitare in maniera attiva la cittadinanza.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

Emmanuel Carrère: “I baffi” (Adelphi), di Maddalena Crepet

Cosa ti ridi sotto quei baffi Analisi metaforica di Emmanuel Carrère

Il protagonista del romanzo I baffi, però, non ride affatto. Un bel giorno, un architetto di mezza età parigino decide di fare un cambio di look: si taglia i baffi di netto. È quello che, a tutti gli effetti, gli esperti di narrazione definirebbero “l’incidente scatenante”. Da lì, infatti, nulla è più come prima. E non solo perché il suo aspetto fisico è decisamente mutato – ora al posto dei baffi compare solo una macchia sbiadita dovuta alla mancanza di abbronzatura nella zona pilifera –, ma soprattutto perché da lì si innescano una serie di vicende, fraintendimenti, giochi, sfide, che determinano nel protagonista una confusione immane. La moglie, Agnès, lavora come ufficio stampa in una casa editrice francese. È bella, algida, di lei conosciamo non l’interezza, quanto piuttosto parti di corpo, vivisezioni. È come se Carrère ci volesse restituire uno sguardo non composto da un’omogeneità, quanto piuttosto da una scomposizione: è qui il nodo centrale. L’architetto non ci restituisce mai un’immagine di sé totale, ma sempre frammentata, e, in quei frammenti, fra quei frammenti, si insinua, si insedia, il seme del dubbio. Lui è convinto di aver sempre avuto i baffi lunghi, che, soltanto ora, ha deciso di tagliare. Lei è convinta dell’esatto contrario: il marito non ha mai avuto i baffi, fissato com’è nel radersi tutte le mattine.

L’architetto annaspa, suda freddo, non capisce. La sera della rasatura vanno a cena da una coppia di amici. È l’occasione perfetta per far comprendere ad Agnès che si sbaglia, che lui ha sempre posseduto un bel paio di baffi, che solo ora ne è privo! E invece nessuno pone domande, tutto scorre come se nulla fosse accaduto, come se il suo aspetto fosse sempre lo stesso, forse qualche segno di affaticamento di troppo, ma è solo eccesso di lavoro! 

Si cade con tutte le scarpe in una sorta di tragicommedia pirandelliana dove la parte è per il tutto, e il naso viene sostituito dalla parte inferiore del volto. Ogni elemento di realtà, ogni verità, sembra vacillare, sembra essere messa in discussione. Non solo i famigerati mustacchi, ma anche la cena dagli amici, l’opinione dei colleghi – anche loro sgomenti di fronte alla convinzione cieca del protagonista –, perfino quella di una donna per strada, tutto è vero e falso al contempo, quindi tutto è indefinito, vago, sfumato. Il lettore inizia a seguire questo filo di perle, e le perle non sono più le certezze, ma i dubbi stessi, ci cammina sopra con il passo dell’equilibrista, sperando quasi, alla fine, di non trovare più un’oggettività, ma un buco nero. E quel buco nero arriva davvero, con un finale che oggi riterremmo splatter, che Carrère probabilmente definirebbe, tuttora, come l’unico possibile. 

I baffi non è solo una tragicommedia, non è solo la risata dark, il racconto grottesco di un uomo che ha perso i suoi baffi, e, con essi, sé stesso. È una grande metafora, o meglio, una metafora nella metafora: da una parte abbiamo l’ombra lunga della moglie, dell’intransigente Agnès, o della folle Agnès, o della irreprensibile Agnès; di lei sappiamo che le piace scherzare, manipolare la realtà, è insomma avvezza allo scherzo che sfocia in qualcosa di più grande, forse ingestibile. Sembra che ogni volta che il protagonista si allontani da lei, esca dal suo cono d’ombra, respiri, viva nella libertà di credere a ciò che davvero è. Ma è autoconvinzione o tossicità? Agnès appare una presenza tossica nella vita del povero architetto; anche quando decide di prendere il primo volo, e finire niente di meno che a Hong Kong, lei lo insegue, si fa trovare nella sua stanza d’albergo, lo convince, ancora una volta, che tutto sia normale nella sua assoluta anormalità. È quella che la generazione dei nativi digitali classificherebbe come un malessere. O meglio, rappresenta, incarna, appieno questo concetto. L’altra metafora, quella contenitiva, è di carattere esistenzialista, o, per meglio dire, relativista: quanto ciò in cui crediamo, di cui siamo fermamente convinti, è vero? Quanto il nostro punto di vista può stridere, finanche confliggere, con quello altrui? E quanto, più in particolare, noi dipendiamo da quel punto di vista altrui? 

Carrère non ci pone di fronte a facili soluzioni, risoluzioni. Ci fa annaspare, a volte in cerca di una boa, a volte contenti di stare in mare aperto. È liberatorio nella sua crudeltà. E così anche noi ci ritroviamo in quella vasca da bagno, la stessa in cui, per la prima volta il protagonista decide di mutilarsi, e poi lo fa davvero, lo facciamo anche noi. Affoghiamo nelle domande, senza che ci possa essere una risposta univoca, una strada facilmente percorribile. Non siamo pazzi, forse siamo solo terribilmente umani.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Intervista a Roberta Lepri per “La gentile” (Voland, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 8 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.8 Roberta Lepri, “La gentile” (Voland).

In un’epoca dove i diritti delle donne alla libertà di scelta, all’indipendenza e all’autonomia, in primis di pensiero, vengono urlati nelle piazze e nelle istituzioni affinché vengano ascoltati e rispettati, mi sono imbattuta nel romanzo La gentile, ultimo lavoro di Roberta Lepri, già vincitrice dal Premio Chianti 2024 con DNA Chef

L’opera, che si presenta come un romanzo storico, sottolinea la necessità delle donne che abitavano un tempo non troppo lontano da quello attuale di affermare, attraverso il garbo, la propria identità femminile e lottare per l’autodeterminazione. 

Da una raccolta epistolare e una ricerca documentale sulla figura di spicco di Alice Hallgarten Franchetti, l’autrice disegna una parabola universale sulla colpa e sulla redenzione. 
​Non si tratta di una semplice cronaca storica, ma di una narrazione di scavo che utilizza la parola per illuminare gli angoli bui dell’interiorità delle protagoniste. Roberta Lepri dimostra una scrittura elegante e puntuale, capace di declinarsi in registri differenti per restituire la distanza tra i due mondi rappresentati. 


Da un lato abbiamo Alice, figura storica realmente esistita, che vive la filantropia come un disperato tentativo di colmare un vuoto affettivo; il suo registro è alto, riflessivo, intriso di una malinconia colta e corredato da un femminismo sottile appena accennato, ma preponderante. Dall’altro c’è Ester, figlia di contadini, per la quale l’autrice adotta un registro più asciutto, crudo e pragmatico, specchio di una realtà dove la sopravvivenza non ammette fronzoli linguistici. 

​Il rapporto tra le due donne è una spirale di DNA: vicine ma mai sovrapponibili, unite da un senso di responsabilità che diventa maledizione. Questa complessa dinamica è narrata con un forte distacco analitico: l’autrice osserva e descrive le differenti derive dell’animo umano senza giudizio, lasciando che i fatti risuonino nei comportamenti delle due protagoniste. Se Alice si rifugia nel rimpianto e nell’autoindulgenza della propria solitudine dorata, Ester incarna una cenerentola moderna che non aspetta il principe, ma impara a mettere da parte la gioia “come il grano in estate”, consapevole della sua estrema rarità e cogliendo il buono anche nella sventura con un coraggio senza pari.

Metafora del racconto è l’uroboro, simbolo di un’energia che si consuma e si rigenera, proprio come il legame indissolubile tra la baronessa Alice Hallgarten Franchetti e la giovane Ester, così come la forza di quest’ultima che riesce a rialzarsi con dignità anche in situazioni di estrema avversità. 


​Nonostante lo sfondo sia ricco di eventi cruciali (dalla Prima guerra mondiale all’ascesa del fascismo, fino alle ferite del secondo dopoguerra) la storia non schiaccia, ma funge da reagente chimico che svela la vera natura dei personaggi e ne caratterizza i dettagli. 

“La vita cambia di colpo e tu credi che non riuscirai a sopportarlo. Invece ti abitui e vai avanti. Poi, dopo un po’, quello che all’inizio pareva assurdo diventa normale. Continuare senza impazzire ha comunque un prezzo.” Questa citazione riassume la filosofia dell’opera: l’adattamento come forma di sopravvivenza, ma anche come mutilazione dell’anima. 

​Centrale è il tema della famiglia, come in altre opere dell’autrice, intesa non come luogo di accudimento ma come fonte di ferita e tradimento. Il romanzo ci ricorda che la cicatrice inflitta da chi dovrebbe amarti è l’unica da cui non si può fuggire, nemmeno attraverso la filantropia o la ricchezza. 

La riflessione disincantata del finale è tanto sconcertante quanto vera: la vita è assurda e necessitiamo tutti della qualità dell’arrendevolezza di fronte agli eventi, una “gentilezza consapevole”, ascetica, filosofica, quasi buddista, che permette di cogliere piccole sfumature di colore in un’esistenza segnata dal buio di sofferenze e sogni infranti. 

La gentile è un romanzo che racconta la vita vera e che interroga il lettore sul costo della benevolenza e sulla crudeltà dell’esistenza. Roberta Lepri ci consegna una storia dove non ci sono vincitori, ma solo esseri umani che cercano di non soccombere sotto il peso del proprio destino. 
È un passaggio perfetto per chiunque voglia capire come il passato continui a vibrare nel presente, proprio come un filo intrecciato in un telaio antico.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Virginia Woolf (25 gennaio 1882 – 28 marzo 1941) – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

Adeline Virginia Stephen – Woolf sarà il suo nome da sposata – è stata tra i più importanti scrittori inglesi, voce innovatrice del romanzo modernista e pioniera del femminismo letterario. Nata a Londra il 25 gennaio 1882 in un contesto intellettuale vittoriano, perde precocemente i genitori e una sorellastra, lutti che coincidono con le prime crisi depressive che l’accompagneranno per tutta la vita. Studia Storia e Lettere Classiche al King’s College di Londra e nel 1912 sposa Leonard Woolf, con cui fonda una piccola casa editrice, la Hogarth Press, e anima il Bloomsbury Group, una cerchia di artisti, scrittori ed economisti. Autrice di romanzi fondamentali nella storia della letteratura mondiale – come La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927), Orlando (1928), Le onde (1931) -, nonché di saggi in cui critica la società patriarcale, le gerarchie di generi e la dipendenza economica delle donne (Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee), la Woolf si toglie la vita il 28 marzo del 1941. A 144 anni dalla nascita, Maestro Missile ci propone la traduzione della lezione Ted-Ed dedicata alla grande scrittrice inglese.

Buona visione!


Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.

Napoletano in pillole: Lezione 3, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“T’aggia fà abballà ‘ncopp’ ô cerasiello” è una di quelle minacce napoletane che fanno ridere mentre mettono in riga. Nel sottotesto c’è una regola sociale antica: non montarti la testa, non alzare troppo la voce, non trasformare una discussione in un comizio.

Letteralmente questa espressione è assurda (far ballare qualcuno su una piantina di peperoncino), ed è proprio lì il trucco: l’esagerazione serve a dire “ti tengo in tensione, ti faccio passare la voglia di fare il gradasso”. Qui “ballare” non è inteso come “divertirsi”, bensì come agitarsi, strafare, mettersi in mostra.

Il cerasiello diventa così un palcoscenico pericolante: fragile, inadatto a sostenere pesi e vanità. Per questo l’area semantica del detto incrocia un’altra espressione molto comune: “stà ‘ncopp’ ô cerasiello”, usata in tono sarcastico per prendere in giro chi si mette in cattedra, chi è borioso e supponente.

Nella pratica quotidiana, il contesto è quasi sempre relazionale: una lite tra amici, una persona che “sale di tono”, qualcuno che fa il saputello. E allora la frase diventa un modo elegante di chiudere la partita senza fare danni, strappando una risata e raffreddando gli animi. Ma intanto il colpo arriva preciso: scendi di tono, prima che ti fai male da solo. 

Simona Iaccio e Stefano Russo

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Buon divertimento!