Italo Calvino: “Il castello dei destini incrociati”, di Sonia Di Furia

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti. Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo. Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone- certamente anch’essi ospiti di passaggio, che mi avevano preceduto per le vie della foresta- sedevano a cena attorno a un desco illuminato da candelieri”.

Inizia così il racconto di Calvino, edito da Mondadori nella collana Oscar, con la presentazione dell’autore stesso e la postfazione di Giorgio Manganelli.

Il volume è composto di due testi: Il castello dei destini incrociati e La taverna dei destini incrociati. Nel primo le figurine che accompagnano il racconto riproducono il mazzo di tarocchi miniati da Bonifacio Bembo per i duchi di Milano verso la metà del XV secolo, che ora si trovano parte all’Accademia Carrara di Bergamo, parte alla Morgan Library di New York. Alcune carte del mazzo Bembo sono andate perdute, tra cui due molto importanti: Il Diavolo e La Torre.

Il secondo testo è costruito con lo stesso metodo mediante il mazzo dei tarocchi oggi internazionalmente più diffuso: L’Ancien Tarot de Marseille della casa B. P. Grimaud, che riproduce un mazzo stampato nel 1761 dall’incisore Nicolas Conver, maître cartier a Marsiglia e che, sbiadito e alterato dal tempo, è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Il mazzo marsigliese non è molto diverso dai tarocchi ancora in uso in gran parte d’Italia come carte da gioco; ma mentre in ogni carta dei mazzi italiani la figura è tagliata per metà e si ripete capovolta, qui ogni figura conserva la sua compiutezza di quadretto insieme rozzo e misterioso che la rende particolarmente adatta all’operazione di raccontare attraverso figure variamente interpretabili.

L’idea di adoperare i tarocchi come una macchina narrativa combinatoria venne a Calvino da Paolo Fabbri che, in un seminario internazionale sulle strutture del racconto del luglio 1968 a Urbino, tenne una relazione su Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi. Di quell’apporto metodologico di ricerca, l’autore ha inteso prendere l’idea per cui il significato di ogni singola carta dipende dal posto che essa ha nella successione di carte che la precedono e la seguono; partendo da questa idea, si è mosso in maniera autonoma, secondo le esigenze interne del suo testo.

Il riferimento letterario naturale è l’Orlando furioso; anche se le miniature di Bonifacio Bembo precedevano di quasi un secolo il poema di Ludovico Ariosto, esse potevano ben rappresentare il mondo visuale nel quale la fantasia ariostesca s’era formata.

Ogni carta è uno stemma e di carta in carta i narratori confessano le loro vicende tra incaute avventure e frettolosi amori. A uno a uno i taciturni ospiti seduti al tavolo diventano i protagonisti dei racconti e il lettore ne scopre vite e drammi, gioie e angosce infinite, in un gioco narrativo che coinvolge e sconvolge. A un certo punto nelle intenzioni dell’autore questo volume avrebbe dovuto contenere non due ma tre testi. Calvino avrebbe dovuto cercare un terzo mazzo di tarocchi abbastanza diverso dagli altri due. Ma quale avrebbe potuto essere l’equivalente contemporaneo dei tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Pensò ai fumetti, non a quelli comici, ma a quelli drammatici, avventurosi, paurosi: gangsters, donne terrorizzate, astronavi, vamp, guerra aerea, scienziati pazzi. Pensò di affiancare al Castello e alla Taverna, Il motel dei destini incrociati. Non andò oltre la formulazione dell’idea. Il suo interesse teorico ed espressivo per quel tipo di esperimento si era esaurito. Era tempo di passare ad altro.

Nel raccontare le storie altrui, quella dell’alchimista, della sposa dannata, del ladro di sepolcri, dell’Orlando pazzo per amore di Angelica, di Astolfo che sale sulla luna per recuperare il senno dell’amico racchiuso in un’ampolla (insieme a lacrime e sospiri d’amore, ozio, tempo perso nel gioco, desideri irrealizzati, doni fatti con speranza di ricompensa, tranne la pazzia, quella sta tutta sulla Terra), Calvino racconta la sua storia e la sua personale concezione della vita. Dissemina di qua e di là pensieri, riflessioni, opinioni, come quando scrive che: “Due diverse vie s’aprono a chi ha ancora da trovare se stesso: la via della passioni, che è sempre una via di fatto, aggressiva, a tagli netti, e la via della sapienza, che richiede di pensarci su e imparare a poco a poco“; oppure: “Il buffone ogni volta che apre la bocca, tra uno sberleffo e un lezzo, semina sospetti, dicerie denigratorie, angosce, allarmi“; o ancora riflette sul tempo che passa: “Per sentieri d’inchiostro s’allontana al galoppo lo slancio guerriero della giovinezza, l’ansia esistenziale, l’energia dell’avventura spesi in una carneficina di cancellature e fogli appallottolati“. E forse tutti ci riconosciamo in questo teatro della vita a cui Calvino ha tentato di dare ordine.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

“Ricette Letterarie”: Le madeleine di Proust, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura! 

Da oggi il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

Non potevamo non cominciare dalle Madeleine di Proust

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.


✨ Ricette Letterarie: Le Madeleine di Proust ✨

Inauguriamo la nostra nuova rubrica con un dolce che ha segnato la storia della letteratura: le Madeleine di Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. 🍰

Vuoi provare a ricrearlo a casa? Ecco come preparare queste deliziose madeleine:

Dose per 36 Madeleines oppure 72 Madeleinette

Tempo di preparazione: 30 minuti

Tempo di raffreddamento: 2 ore

Tempo di cottura: 10 minuti

Ingredienti

  • 2 uova medie (100g)
  • 115g zucchero bianco semolato
  • 15g miele di acacia
  • 80g latte intero tiepido
  • 180g farina bianca per dolci
  • 8g lievito per torte (1/2 bustina) 
  • 190g burro non salato e sciolto
  • 1/2 scorza di limone finemente grattugiata 

Procedimento

  1. In una bacinella capiente, unire le uova con lo zucchero. Sbattere con la frusta fino ottenere una schiuma chiara. Poi aggiungere il miele e mescolare.
  2. Nel frattempo sciogliere il burro a bagnomaria e intiepidire il latte (30 °C). Quando il latte è tiepido versare sul composto di uova, zucchero e miele. Mescolare utilizzando la frusta.
  3. In una bacinella a parte setacciare la farina con il lievito, poi versare  le polveri sul composto a base di uova e amalgamare bene utilizzando una spatola. Prestare attenzione a non formare grumi.
  4. Filtrare il burro sciolto a bagnomaria in un colino a maglie fini per eliminare eventuali impurità e versare sulla pastella. Mescolare con la spatola fino ottenere un composto liscio.
  5. Aggiungere la scorza di limone finemente grattugiata e amalgamare al composto sempre utilizzando la spatola.
  6. Versare la pastella in un sac a poche e riporre in frigorifero per almeno due ore.
  7. Passato questo tempo tirare fuori il composto dal frigorifero, preriscaldare il forno a 200*C e spennellare con un poco di burro fuso gli stampi da Madeleine (o Madeleinette nel caso dei dolcetti evocati da Proust). Poi riempire con la pastella le cavità, per i 2/3 della capienza.
  8. Infine cucinare i dolcetti in forno caldo abbassandolo a 190 °C per 10 minuti.

Servire con una tazza di tè o caffè.

Nota sulla conservazione.

Le Madeleines si conservano fuori dal frigorifero per 4/5 giorni, chiuse in un barattolo di vetro o alluminio, riposto in un luogo secco. Si possono congelare da cotte e conservare anche per due mesi. Una volta scongelate vanno tenute in frigorifero e consumate nel giro di 3 giorni.

Alferio Spagnuolo: “Mille motivi per un assassinio” (Robin Edizioni), di Vincenzo Vacca

In genere, quando iniziamo a leggere un giallo, ci aspettiamo una narrazione già in qualche modo strutturata: uno o più omicidi, un investigatore brillante e, infine, la individuazione della persona che ha commesso l’assassinio o gli assassinii. Naturalmente, possono esserci delle varianti, ma sostanzialmente è quello che ci aspettiamo. 

Invece, Alferio Spagnuolo con il suo libro “Mille motivi per un assassinio” sorprende positivamente il lettore, perché delinea con molta originalità il contesto ambientale ed esistenziale in cui maturano gli omicidi. 

Restituisce una serie di dinamiche relazionali attraverso le quali l’ omicidio viene pensato, attuato e reso quasi “legittimo” nella coscienza dei responsabili.

Il libro è ambientato a Napoli,  ma non una Napoli da cartolina o da “pizza e mandolino” con la tipica descrizione della città per la quale non possono mancare il mare, il sole, etc..

È una Napoli plumbea, vitrea, quasi a voler efficacemente ambientare dei rapporti umani ridotti al lumicino, scarnificati, retti da interessi molto terreni o da perniciose passioni.

Questo rende più chiara la narrazione del male, rispetto al quale nessuno può dichiararsi completamente estraneo, lontano dal proprio stile di vita.

Credo che Spagnuolo ci parli di un mondo del crimine che è specchio dell’ immaginario collettivo. 

Un immaginario costituito troppo dalla competizione, dal successo,  dalla voglia spasmodica di arricchirsi senza alcun scrupolo né di ordine etico, né di ordine giuridico.

Anche le eventuali proprie conseguenze di carattere penale, nella coscienza collettiva e/o personale, passano in secondo piano. Manco la paura della galera che pure dovrebbe essere una forte deterrenza, paragonata alla possibilità (non alla certezza) di evitarla, non fa da filtro alla decisione di commettere un reato efferato. 

Spagnuolo esagera con il suo giallo? Non direi, considerando quello che succede da diversi anni e tutti i giorni nella vita reale. 

Anzi, possiamo senz’altro condividere la considerazione per la quale la realtà ha superato l’ immaginazione. 

Per ovvi motivi si eviterà di anticipare tante cose del libro, ma è opportuno provare a offrire una chiave di lettura,  ancorché non esaustiva, del testo. Non si può non fare riferimento,  infatti, ai dialoghi che emergono dalla lettura del libro.

A mio parere, l’autore, attraverso delle riuscite pennellate letterarie, sottolinea la caduta verticale di tutto ciò che dovrebbe caratterizzarci come esseri umani. 

L’ uomo ridotto solo a far di calcolo, volto esclusivamente o quasi a stabilire ciò che è utile o meno per sé stesso.

Sembra che l’ autore voglia dirci che, se il denaro diventa l’ unico mezzo per acquisire beni e/o soddisfare bisogni, il denaro cessa di essere un mezzo e diventa l’ unico fine con il quale si vedrà eventualmente di ottenere dei beni e/o appagare bisogni.

Una vita umana ridotta a calcolo e che si illude di poter fare a meno della bellezza, della fantasia, di uno sano sguardo per l’altro. 

Credo che non sia un caso che Spagnuolo, pur avendo un protagonista principale nella figura di un commissario di polizia, in realtà, il suo libro ha una coralità di protagonisti, la cui descrizione e il cui operato delineano, a volte chiaramente a volte sotto traccia, lo stato del degrado valoriale. 

Spagnuolo non divide i protagonisti in buoni e cattivi, sia per quanto riguarda i poliziotti sia per quanto attiene i sospettati.

Egli fa una operazione molto più profonda con il suo giallo, facendoci percepire il male che non è allocato in una determinata persona o in uno specifico ambiente.

Infatti, nel libro in argomento vengono narrate delle operazioni di polizia svolte molto oltre i limiti di legge, e questo ci porta a riflettere sulla estrema delicatezza del concetto di giustizia. 

Una “giustizia” può molto facilmente trasformarsi in “ingiustizia” se fa propria la malsana idea che il fine giustifica i mezzi. I mezzi qualificano il fine e quest’ ultimo viene meno se non si prova a raggiungerlo con la mitezza del diritto moderno.

È il caso di evidenziare che il male, in tutte le sue declinazioni, ha un suo fascino e per questo tutti, in qualche modo, devono farci i conti scegliendo il giusto comportamento.

Il libro di Alfiero Spagnuolo è denso di colpi di scena, cattura e sorprende il lettore. Suscita la voglia di non sospendere la lettura per capire come, di volta in volta, si sviluppano le vicende. Vicende spesso aggrovigliate tra loro. 

Un giallo a tutto tondo, ma che non rinuncia a far riflettere, a porci delle domande, a insinuare dei dubbi. Insomma, a fine lettura ci induce a interrogarci ancora sullo stato della società nel suo complesso. Una fine lettura che può costituire un inizio, perché esaurite le dinamiche fattuali degli eventi delittuosi raccontati nel libro, proseguono nella mente del lettore le dinamiche che hanno reso possibili gli eventi in questione.

Abbiamo di fronte un libro che non ci rassicura, sulla scia della buona letteratura che non deve tranquillizzare le persone sul periodo storico che ci tocca vivere. L’ arte letteraria deve provare a fare luce sulle zone d’ ombra e, si sa, l’ ombra a tutti capita che si formi, di giorno e di notte.

Vincenzo Vacca

Dal sito di Robin edizioni:

Il napoletano Alferio Spagnuolo esordisce nel 1987 con il romanzo “Nucleo impenetrabile” (Società editrice napoletana).

Il libro reca la dicitura “giallo a quattro mani” perché scritto in coppia con il poeta, nonché padre dell’Autore, Antonio Spagnuolo, con cui ha pubblicato nel 2006 il giallo napoletano “L’ultima verità” (Kairòs Edizioni, prefazione di Maurizio De Giovanni).

Nel 2017 esce la raccolta noir “Tra il nero e il rosa, racconti per una notte” (Aletti Editore).

Due racconti sono stati pubblicati nell’antologia Giallo Festival: “Nel paese delle meraviglie” (2020) e “Nel vortice della perdizione” (2023).

La collaborazione con Robin Edizioni ha inizio nel 2016 con la pubblicazione del thriller “Il mistero del giglio scarlatto”, prima indagine del Commissario Giulio Salvati, a cui faranno seguito “Soave, innocente filastrocca di morte” (2018) e “Il sentiero delle metamorfosi” (2021).

Nuovi Randagi: Silvia Roccuzzo con “Morgan e l’orologio senza tempo” (estratto)

Silvia Roccuzzo è nata a Livorno nel 1990, dove vive con la sua famiglia. Laureata in Ingegneria Biomedica e Robotica, lavora come Ingegnere in un’azienda di ricerca e sviluppo, partecipando attivamente alla stesura e allo svolgimento di progetti volti all’innovazione, anche in collaborazione con varie Università, fra cui l’Università di Pisa, che ha frequentato; parallelamente coltiva una grande passione per la scrittura, portata avanti collaborando come articolista presso alcuni giornali locali e stendendo manoscritti e racconti.

Il suo principale lavoro è il romanzo di avventura/fantasy “Morgan e l’orologio senza tempo” (Albatros), che presto vedrà probabilmente un seguito, altre sue pubblicazioni di spicco sono il manuale di gioco di ruolo “The World of Steam Machines” dall’ambientazione steampunk, e la raccolta di racconti di Natale “Tutti i racconti di Natale Vol.I“. Oltre ad avere altri lavori in cantiere (romanzi ed altre pubblicazioni), gestisce il conosciuto blog “Morgan’s Stories” dove riporta le proprie letture, recensendo libri di successo e di autori emergenti, oltre che trattare cultura pop, manga, viaggi e tempo libero e che conta su Instagram più di 14mila followers. La pagina dispone anche di un canale youtube per videorecensioni, oltre che video dedicati a racconti di vari autori (compresa se stessa) a tema halloween/natalizio.” Le sue pubblicazioni sono disponibili su Amazon

ESTRATTO:

“La lampada ad olio cadde per terra e delle vivide fiamme si propagarono sul pavimento di legno.

Fu allora che vide qualcosa luccicare sul pavimento alla luce di quelle fiamme.

I suoi occhi brillarono.

Raccolse il piccolo oggetto rotondo e metallico e lo osservò: ciò che teneva tra le dita era un piccolo orologio da taschino in argento brunito. Guardandolo meglio vide le lancette, tutte e tre ferme sulle dodici esatte. Sentendo il calore aumentare sempre di più a causa dell’incendio che si stava sviluppando, cercò di uscire dalla stanza, ma una trave infuocata le sbarrò la via di fuga. La maledisse, poi voltandosi, notò una vetrata rotta. Avvicinatasi, si sporse giù e vide il mare nero attendere placido. Rimanere là dentro significava andare incontro a morte certa, era meglio saltare. Chiuse gli occhi stringendo forte l’orologio nella mano, poi si lasciò andare, e cadde nell’oscurità totale.”

Intervista a Deborah D’Addetta per “Maleuforia” (Perrone, 2024), di Gabriele Torchetti

Lo straordinario esordio narrativo di Deborah D’Addetta è un fulmine a ciel sereno nel panorama letterario italiano. Maleuforia (Giulio Perrone Editore) è un romanzo di formazione, poetico e commovente, ipnotico, irriverente, sopra le righe, ambientato in una Napoli crepuscolare sospesa tra ombre e passioni proibite. 

Ciao Deborah e benvenuta a Il Randagio. Maleuforia è un ossimoro curioso, ma è anche una parola che non esiste nella lingua italiana, da dove è venuta fuori? E cosa racconta alle lettrici e ai lettori?

    Ciao Gabriele e grazie per questo invito. Maleuforia è un neologismo coniato dal mio compagno in tempi non sospetti, quando ancora non ci conoscevamo. Nel corso di questi anni insieme ho colto il significato che lui gli dava e ci ho aggiunto un po’ della mia comprensione delle cose. Quando ho iniziato a scrivere il romanzo gli ho tassativamente proibito di pronunciare la parola per paura che perdesse efficacia. Ai lettori parla di uno stato d’animo vero e proprio, a cui ciascuno assegna una sua propria definizione. Se vogliamo semplificare, è il corrispettivo italiano dell’appucundria partenopea o della saudade lusitana. 

    Raffaele/Lèmon è un personaggio che entra nel cuore, durante la lettura assistiamo al suo percorso umano e identitario. Com’è nato?  Ha qualcosa in comune con te?

    Lèmon è un personaggio nato perché da sempre mi interesso al mondo dei femminielli napoletani e negli anni ho collezionato una serie di romanzi, racconti, saggi che trattano il tema del cross-dressing, del transgenderismo, della transizione, dell’identità e orientamento di genere. Mi affascina molto il conflitto interiore di queste persone, il percorso umano, le motivazioni alla base. Lèmon nasce perché dovevo dare un corpo alla maleuforia, che si piegasse ma non si spezzasse. Il suo conflitto intrinseco – quella sé in forma di femmina che sente dentro – è esattamente il punto di partenza della sua maleuforia.

    È un romanzo corale, un’umanità multiforme, colorata e atipica, chi sono gli altri protagonisti? 

    Ci sono cinque voci ben distinte nel romanzo, ognuna con le sue peculiarità, il suo tono, le sue cose da raccontare, tutte in prima persona: Lèmon, di cui abbiamo parlato, Linda e Cleo, le sue due migliori amiche, femminielli come lei, Maria, la santa puttana che introduce Lèmon nel bordello di Donna Sofia, e infine il Cavaliere, nel suo ruolo di pigmalione. Tutte le voci sono state pensate per creare un puzzle, uno sguardo collaterale che arricchisce di punti di vista la visione di Lèmon.

    Il tuo libro è implicitamente anche un’appassionata dichiarazione d’amore a Napoli. Una città perennemente in bilico tra i suoi contrasti, sacro e profano, miseria e nobiltà, poesia e monnezza: qual è il suo ruolo nella tua opera?

    Sarebbe stato molto facile rendere Napoli la protagonista del romanzo, ma io volevo assolutamente evitarlo. Non perché io non ami Napoli, al contrario: proprio perché ne sono innamorata da tanti anni non volevo cadere nell’errore di raccontarla in modo banale, piatto, oppure – peggio – rappresentarla come un insieme di cliché. Per questo motivo, la città, seppur massicciamente presente nel romanzo, viene relegata quasi in modo esclusivo in spazi chiusi: la casa d’infanzia di Lèmon, il bordello di Donna Sofia, la villa di Posillipo del cavaliere, il vascio di Linda e Cleo, lo strip club di Mergellina. Inoltre, più che reiterare una dicotomia ormai esausta che viene spesso usata per descrivere la città, quella di luogo in bilico tra sacro e profano, io insisto nel dire che Napoli oscilla tra osceno e benedetto. Il suo ruolo quindi, all’interno del romanzo, è quello di fondale teatrale: nel romanzo non pronuncio mai la parola “Napoli”, ma le persone capiscono perfettamente dove ci troviamo.

    I femminielli nella cultura partenopea sono quasi figure mitologiche e ancestrali, già raccontate magistralmente anche da Giuseppe Patroni Griffi e Annibale Ruccello. Eppure sei riuscita a decodificare il tema e a renderlo attuale senza cadere mai nell’anacronismo. Ci spieghi come hai fatto?

    Non so se effettivamente io sia riuscita in questa impresa, ma la guida imprescindibile di Patroni Griffi con il suo Scende giù per Toledo, di Annibale Ruccello con Le cinque rose di Jennifer, nonché Pedro Lemebel con Ho paura torero, hanno dettato un canone da seguire. Non potevo fare a meno di leggere le avventure erotiche di Rosalinda Sprint né andare a vedere a teatro Ruccello. Il modo di rendere attuale il tema è stato attraverso la trasformazione fisica di Lèmon: lei non si accontenta di rimanere un femminiello, ma intraprende un percorso che oserei dire “contemporaneo” di vera e propria metamorfosi. 

    Questo libro è frutto di un lungo lavoro antropologico di ricerca. Quali sono state le tue bussole per orientarti in questo mondo inesplorato?

    Oltre alla ricerca di tipo accademico – quindi romanzi, saggi, testi che trattavano il tema della transizione di genere e della cultura dei femminielli, delle case chiuse, dei quartieri a luci rosse di Napoli e Genova – ho pensato che la cosa migliore da fare per cercare di capire un mondo a cui non appartengo fosse calarmici. Ho parlato con donne trans, con prostitute, le ho intervistate, mi sono fatta raccontare la loro storia, le ho fotografate. Ho tentato di immedesimarmi nei loro percorsi di vita. Lèmon, Cleo e Linda sono il risultato di queste conversazioni.

    Il sesso è molto presente tra le tue pagine, a volte è gioioso e spudorato altre squallido e veniale. Che importanza ha l’eros nella tua scrittura? Secondo te come mai non riusciamo ancora a parlarne liberamente?

    Mi è stato detto che ogni cosa che scrivo, dal romanzo ai racconti agli articoli ai pezzi saggistici (e mi trovo d’accordo), è attraversata da una corrente erotica facile da catturare. Il genere erotico, che sia nella letteratura, nel cinema, nell’arte, nella fotografia, mi interessa da quando sono adolescente e mi era proibito di indugiarvi. Trovo sia molto superficiale e ingiusto relegarlo a genere di serie B e questo per una questione molto semplice: scrivere erotico non è facile. Si cade nel grottesco, nel comico, nel surreale. Eppure abbiamo esempi di letteratura erotica di livelli eccelsi: pensiamo a Lolita di Nabokov, ad Apollinaire, lo stesso Lemebel, a De Sade, a Anaïs Nin, Angela Carter, nonché (quelli che personalmente preferisco) autori giapponesi che del genere erotico hanno fatto arte, come Kawabata, Mishima, Tanizaki. Di erotismo parliamo, ma male e con i termini sbagliati: l’erotismo si confonde con la pornografia e una mera questione di sesso. Non è così. Il problema è che, nel nostro Paese (e non solo), tutti fanno tutto ma si nasconde la polvere sotto il tappeto. È un’ipocrisia bella e buona: la solita facciata pulita del “si fa ma non si dice” e poi, nel privato, com’è giusto che sia, si consumano le migliori perversioni. Si dovrebbe essere più sinceri.

    Maleuforia ha una struttura circolare, finisce come inizia. Perché?

    L’incipit del romanzo, che ho riscritto circa trenta volte, si aggancia all’ultimo capitolo, o forse sarebbe meglio dire il contrario: l’ultimo capitolo riprende la stessa identica ambientazione per chiarire i connotati fumosi del principio. Non è chiaro a tutti quello che succede non appena il romanzo inizia. La chiusa serve, intanto, a sigillare un cerchio e questo perché amo particolarmente i romanzi circolari, e secondo, perché risolve degli irrisolti. È come una cerniera: i due lembi – l’incipit e la conclusione – fisicamente imprigionano la storia di Lèmon nei loro denti.

    So che scrivi racconti, puoi consigliarci tre racconti imprescindibili?

    Sì, amo molto i racconti e le raccolte di racconti. Posso consigliare di più, tre raccolte i cui testi brevi sono tutti capolavori: La foresta in fiore di Yukio Mishima, cinque racconti giovanili dell’autore giapponese che trattano temi come le divinità, l’introspezione profonda, le tradizioni; Puttane assassine di Roberto Bolaño, credo non abbia bisogno di presentazioni; e infine, I pericoli di fumare a letto di Mariana Enriquez, una delle mie autrici contemporanee preferite, dodici storie brevi che intrecciano perturbante, weird, realismo magico e oscura eleganza. 

    Deborah D’Addetta, è nata in Puglia nel 1986, vive a Napoli. Fa parte del collettivo Spaghetti Writers, per cui scrive racconti ed è redattrice, recensisce libri per Critica Letteraria ed è contributor di varie testate, tra cui Italy Segreta, Mar dei Sargassi, City News – Napoli Today. Molti suoi racconti e scritti di natura saggistica sono stati pubblicati su riviste letterarie. Vince il premio letterario “L’Avvelenata” con “Blam” 2021. Maleuforia è il suo romanzo d’esordio, pubblicato nel maggio 2024 da Giulio Perrone Editore.

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.