Eduardo Savarese: “Una piccola luce” (Alter Ego, 2025), di Maurizia Maiano

C’è sempre, in ogni parola scritta, una piccola luce che tenta di fendere il buio. Il libro è un luogo dove il pensiero diventa casa, dove realtà e simbolo si confondono. Nel romanzo, che ci accompagna, il Castello e le Città dei Sensi Ottusi sono più che luoghi: sono metafore dell’animo umano e del nostro presente, un invito a ritrovare i sensi perduti a cui il mondo digitale sembra condannarci e a “abitare la distanza” che separa l’uomo dal mondo.

C’era una volta un bimbo orfano e senza memoria chiamato Bibo. Doveva intraprendere un viaggio con la sua gatta nera Susan, il suo violino e una piccola lampada di bronzo. Era stato dato loro il compito di  attraversare le Cinque Città dei Sensi Ottusi, dove ciascuna città aveva proibito l’uso di uno dei sensi, costringendo i cittadini a vivere nell’oblio della bellezza. Col violino Bibo avrebbe risvegliato il coraggio di città in città, con la lampada illuminato il mondo che giaceva nelle tenebre dell’incoscienza e della paura. Erano tempi  drammatici quelli che seguirono la Seconda venuta del Cristo. Cristo, constatando condizioni così disperate, aveva deciso di rimandare l’Apocalisse, e le città, per la paura della morte, si chiusero in se stesse.

Gli stili di vita si capovolsero e luoghi ricchi furono ridotti in miseria. La chiara distinzione tra realtà e irrealtà sbiadì. Centri di potere nuovi emersero, imponendo regole rigide e soffocando ogni libera espressione del sentimenti. Drammatici avvenimenti avevano lasciato Bibo orfano di entrambi i genitori. Ora egli appartiene ai figli della Grande Adozione, un’istituzione che si era insediata in un’isola antichissima fatta di terra rossa, altissime montagne e mari burrascosi, ora caldi ora gelidi. Agli occhi delle città, l’isola della Grande Adozione era un luogo perverso e inaccessibile. Il Consiglio dei Maestri e delle Maestre era considerato il male, e gli orfani venivano reputati portatori di disgrazia e sventura. A Bibo toccò come maestra una donna severa chiamata Pazienza, una donna minuta dai riccioli neri e guizzanti. La pazienza aiuta a comprendere gli altri, diceva. Soccorre nelle prove difficili, nelle privazioni, quando al corpo e ai sensi manca qualcosa d’essenziale. La realtà stessa era falsificata, diffondendo ovunque informazioni le cui origini restavano sconosciute.  

Gli esseri umani, presi dall’angoscia della fine, reagirono con un rigore che mascherava un odio profondo per la libertà di coscienza.

Giunse così il giorno precedente la partenza per le Città dei Sensi OttusiPazienza aveva preparato il piccolo bagaglio: la custodia col violino, due ricambi, la lampada e tre vasetti d’olio. Bibo e Susanna sarebbero stati invulnerabili, purché avessero mantenuto integri il violino e la lampada. Il violino è la Musica e la luce la coscienza e la speranza? Pazienza chiese: Vuoi portare le tue perle?

Bibo e Susanna viaggiano attraverso le cinque città, il cui nome richiama un senso:

Nontoccarmi: qui gli abitanti rinunciano al tatto a causa di una malattia della pelle sconosciuta e letale che li ha resi incapaci di sfiorare chiunque. si allontanano cosi l’uno dall’altro.

 Naricispente: l’aria è costantemente sanificata. L’unico odore è quello di alcol e sostanze chimiche, un vuoto olfattivo che domina ogni angolo.

Scontrosa: è una città che ha rinunciato all’udito perché sconvolta da gente chiassosa. Tale mancanza isola gli abitanti l’uno dall’altro e tutti hanno un’aria sdegnata, furtiva e supponente.  

Salsi: è la città dove il senso del gusto è stato annientato, è governata da un gruppo di fanatici, gli Apostoli dell’Igiene Alimentare.

Ombrina: qui una bruma  avvolge cose e persone e la luce non ha potere, nessun meccanismo di percezione. Gli abitanti quando si incontrano avvertono solo una presenza sfuggente l’uno dell’altro e affrettando il passo ripetono: Umbra et pulvis sumus. Ottenebrato I è il governatore che ha commissionato un sistema di filtraggio della luce. 

Ci muoviamo guardinghi tra queste città in cui anche i nostri sensi si sono come addormentati, mentre Bibo e Susanna hanno l’arduo compito di risvegliarli e indurre gli abitanti a immergersi nelle sensazioni perdute. Bibo non sempre ci riesce. Egli cerca di riportare attraverso le note del violino frammenti di memoria. Ricrea situazioni felici, ma a questi segue la sofferenza. Il bene e il male sono nettamente distinti o inestricabilmente intrecciati? Forse l’uno non esiste senza l’altro e per usare un riferimento a me caro, richiamo alla memoria Il contadino della Boemia di Johannes von Tepl,  a cui la morte strappandogli in giovane età la moglie lo spinse a concludere che non avrebbe potuto conoscere il bene senza conoscere il male. Dovremmo essere grati alla morte, è lei che riveste i momenti lieti della vita di una veste preziosa intessuta di sole e luna, valli e stelle. E parte subito un’eco verso le Intermittenze della morte di José Saramago. Senza la morte tutto avrebbe avuto un gusto insipido, ci saremmo schiantati contro la monotonia di giorni tutti uguali. 

Il romanzo funziona come un ipertesto, riporta ad altre storie, solleva interrogativi vecchi e nuovi. Riflessioni e combinazioni che richiamano ad un altrove nell’arte che già conosciamo.  Ripenso alla Leggenda del Grande Inquisitore, gli esseri umani sanno godere della libertà, la vogliono veramente? O di fronte all’angoscia della  fine reagiscono creando un rigore che maschera l’odio per la libertà di coscienza? Immagini letterarie, pittoriche e musicali si mescolano al raccontare. L’Isola  dei morti di Böcklin appare davanti ai suoi occhi confondendosi con il paesaggio nella città di Ombrina. Non c’era più quella immagine ma sapeva di averla vista quell’immagine in tempi passati in un museo. Ed ancora musiche di Beethoven e i Gurre Lieder di  Schönberg. Si incontrano  i personaggi delle fiabe e Barbablù racconta la sua ultima storia. E’ quello che succede nelle città dei sensi ottusi, un romanzo definito allegorico e onirico in un mondo postumo. Lo leggo invece come allegorico e reale del nostro presente. Il sogno, l’andamento fiabesco, che il raccontare assume, li colgo come elemento di straniamento che ci aiuta nella presa di consapevolezza del nostro esistere.  Una umanità che cambia prospettiva in cui le tecnologie ampliano i nostri spazi, ma riducono l’uso dei nostri sensi, romanzo che imita la tecnologia usando immagini di arte che abbiamo ammirato e interferiscono nel nostro vissuto sfumando il limes tra realtà ed illusione, artificio artistico che apre alle molteplici possibilità del reale che possiamo concepire.

Il compito di Bibo, qui temuto come portatore di disordine e morte, era  quello di portare una nuova piccola luce nel mondo dopo la Parusia. Tante sono le difficoltà! Al lettore la scoperta della complessità dell’essere umano spesso incapace di crearsi rapporti e situazioni semplici fondate su sentimenti di fiducia, rispetto, comprensione ed interagire ascoltando l’altra parte, audi alteram partem.

Eduardo Savarese è scrittore ed è stato magistrato dal 2004 al 2024. Dal 2025 è Professore ordinario di Diritto intenazionale presso l’Università Federico II di Napoli. Accompagna il suo intenso lavoro curando quelle che sono le sue passioni, amore per la Musica lirica e la scrittura e non trascura il suo impegno sociale: tiene corsi di scrittura creativa per persone con disabilità presso l’associazione A ruota libera. Un percorso che ne evidenzia la formazione culturale ecclettica, tutta la ricchezza interiore e sensibilità. Ogni aspetto della sua grande umanità, del suo amore per la scrittura e la Musica è racchiusa in questo romanzo. Nasce a Napoli nel 1979 e tiene a sollineare di essere per un quarto greco da parte di nonna paterna.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Odile Ayral-Clause: “Camille Claudel” (Castelvecchi), di Lavinia Capogna

La vita rubata di Camille Claudel

Camille Claudel affascina, le sue splendide sculture conquistano amanti dell’arte e gente comune, dalle prime biografie degli anni ’80 ce ne sono state altre in francese, italiano, inglese, spagnolo, tedesco. Dacia Maraini le ha dedicato un testo teatrale nel 1995.

Due film si sono ispiratati a lei, il primo interpretato e fortemente voluto da Isabelle Adjani nel 1988 tratto da una biografia scritta dalla nipote della scultrice e un altro, nel 2013, interpretato da Juliette Binoche (nota 1).

Senza nulla togliere alle altre biografie, quella scritta da Odile Ayral-Clause, docente di letteratura francese alla California Polytechnic State University, intitolata “Camille Claudel” è gradevole da leggere, scorrevole, approfondita ma non appesantita da troppi dettagli, basata su documenti autentici (lettere, diari). 

La tragica vita di questa geniale artista francese ha molti elementi che fanno riflettere. 

Bella, interessante, con intensi occhi blu, una folta chioma castana, era nata nel 1864 in un’antica cittadina, Fère-en-Tardenois, nel nord del paese. Presto la famiglia si era trasferita a Villeneuve-sur-Fère, un’altra cittadina dove sarebbe nato il fratello terzogenito Paul, futuro poeta e commediografo che tanta parte avrebbe avuto nelle sventure della sorella. 

Entrambi erano paesi assai suggestivi e il secondo influenzerà profondamente Camille che soltanto nel 1881, a 17 anni, si sarebbe trasferita a Parigi con la sua famiglia. 

Parigi era il cuore pulsante della Francia, la capitale dove tutto poteva accadere, il centro nervoso dell’Europa. I Claudel erano agiati, avevano delle proprietà, il padre era un funzionario. Sarà l’unico che avrà un grande affetto per la figlia e che cercherà di aiutarla. 

C’era anche una seconda figlia, Louise, che aveva lo stesso nome della madre. La madre era una donna di idee ristrette, molto convenzionale. Camille manifestò presto un carattere ribelle e determinato.

Scoprì da adolescente la sua vocazione: diventare scultrice. 

Parigi le offriva questa possibilità e si iscrisse ad una Accademia di scultura fondata da un italiano, Filippo Colarossi. I suoi primi lavori erano così interessanti che iniziò a prendere lezioni private. 

Qualche anno dopo diventerà suo maestro il celebre Rodin. Auguste Rodin era partito dal nulla ed era diventato il numero uno, il suo talento era innegabile. Era un parigino, nato nel 1840 in una famiglia proletaria ed era un autodidatta. Da quando aveva 24 anni conviveva con una sarta e lavandaia, una donna semplice, bella in gioventù (come risulta da una statua in cui la ritrasse), Rose Beuret, con la quale aveva avuto un figlio. Essi si sarebbe sposati soltanto nell’ultimo anno delle loro vite (morirono a pochi mesi di distanza), nell’allora lontanissimo 1917. 

Rodin intuì il talento di Camille che divenne la sua allieva. Egli era noto per le sue infedeltà ma anche come un uomo che rispettava le donne e le sue modelle. Nel 1887, Rodin e Camille si innamorarono: lui aveva 48 anni (che allora era un’età avanzata), lei 23.  

A causa di questa relazione, che durerà circa cinque anni, scandalosa per una ragazza borghese del tempo, esploderà l’astio della famiglia verso di lei. Camille frequentava artisti, aveva un’amicizia preziosa ed intellettuale con il musicista Claude Debussy e con due ragazze inglesi, anch’esse scultrici – un ambiente completamente estraneo e visto con grande sospetto da una famiglia borghese della Francia di fine secolo. 

Il fratello Paul, con cui ella aveva avuto inizialmente un rapporto di confidenza e che aveva ritratto in varie statue, da libero pensatore e anarchico era diventato improvvisamente un cattolico fervente cercando di affermarsi nell’ambiente letterario. 

Rodin cercò di aiutare Camille a farsi strada nel complesso mondo artistico parigino ma ella aveva tanto talento senza bisogno di lui, ottenne delle recensioni favorevoli e una fedele amicizia con un gallerista, Eugène Blot. 

Rodin aveva promesso a Camille (per iscritto) di fare un viaggio insieme in Svizzera e in Italia per sei mesi e poi di sposarsi. Camille era gelosa di Rose, Rose di Camille, Rodin forse sognava un’utopistica armonia in cui le sue amanti si fossero vicendevolmente accettate.

Non sappiamo se Rodin fosse geloso professionalmente di Camille: era l’unica artista che potesse competere con lui. 

Ma dopo qualche anno, nel 1892, le cose cambiarono: egli non aveva mantenuto neppure una delle sue promesse: Camille chiese a Rodin di separarsi da Rose, lui prese tempo, fece promesse, fu vago. È vero che egli conviveva con Rose da ben 27 anni ma è altrettanto vero che Camille lo amava davvero e che la sua relazione sentimentale l’aveva posta, secondo i pregiudizi dell’epoca, nel ruolo di “donna perduta” (cosa che non era: la sua unica storia d’amore fu quella con Rodin). 

Camille lo lasciò. 

Continuò a lavorare alacremente ma si ritrovò indifesa e discriminata. La sua situazione economica precipitò. 

Sviluppò allora un profondo astio verso Rodin. Da una parte era anche comprensibile, si sentiva ingannata dell’uomo che aveva promesso di sposarla.  

Sembra anche, secondo alcune indiscrezioni, che lei abbia avuto un’interruzione di una gravidanza (allora un reato penale) anche se non ci sono prove certe. 

Ella raggiunse l’apice della sua arte, un lavoro difficile, faticoso: lavorava tutto il giorno tra i vari materiali, tanta polvere e scalpelli. 

Le sue sculture erano/sono capolavori , piene di umanità, espressività, una delicata sensualità, intensi chiaroscuri, dolore e rivelavano una rarissima maestria. 

Una grande mostra nel 1984 a Parigi ha rivelato Camille Claudel al pubblico francese dopo decenni di oblio.

Parecchie opere si trovano al Museo Rodin, poi finalmente nel 2017 è stato aperto il Museo Camille Claudel a Nogent – sur- Seine, in rue Flaubert, nel nord est della Francia. Altre sono al Museo d’Orsay, quello degli Impressionisti a Parigi e in varie città, tra le quali Vienna e Washington, al The National Museum of Women in the Arts (NMWA). 

Verso il 1903 (Camille aveva 40 anni) c’era stata una rottura con la madre, il fratello Paul e la sorella Louise ma il padre di lei, molto anziano, cercava ancora, vanamente, una riconciliazione e segretamente l’aiutava economicamente. 

Camille incominciò a manifestare un malessere psicologico rivolto principalmente verso Rodin (che, anche se lontano, a volte l’aiutava tramite terzi, a volte l’ignorava), sviluppò idee esagerate: pensava che lui volesse rubare le sue opere artistiche o farla avvelenare, si trascurava molto, la sua casa era assai in disordine, aveva troppi gatti… 

Scriveva inopportune lettere alla polizia. 

Bisogna però dire che c’era veramente una scultrice che la copiava come emerge da un documentario realizzato recentemente su di lei (nota 2).

Nel 1913, quando Camille aveva 49 anni, 

la situazione precipitò in pochi giorni. Notate le date: il 2 marzo il padre morì. 

Non l’avevano avvertita del decadimento fisico di lui, del decesso e dei funerali (come avrebbero dovuto), venne esclusa dall’eredità (aspetto non insignificante), il 7 marzo venne compilato un breve testo (vergognoso) di un medico che nella biografia di Odile Ayral-Clause viene riportato integralmente. 

L’8 marzo la madre fece richiesta ufficiale di un ricovero. 

Il 10 venne eseguito. 

Erano passati solo otto giorni dal decesso del padre. Strano che Paul e la madre pensassero a come ricoverare Camille. 

E anche la burocrazia, sempre così lenta, si era dimostrata assai solerte in questo caso…

Camille non era pazza: aveva un disturbo psicologico a cui sarebbe disonesto dare un nome postumo (anche se parecchi lo fanno su internet) ma era una persona innocua, non aveva mai fatto nulla contro gli altri o contro sé stessa. 

L’istituto era a pagamento e si trovava in provincia. Per tutta la vita ella si illuderà che questa incarcerazione (il termine è esatto) fosse stato causata dall’influenza di Rodin sulla sua famiglia, scagionando così i suoi parenti. 

In realtà non era così. Rodin non aveva nessun potere sui parenti di lei però non la andò mai a trovare e nel 1907 iniziò un’altra lunga relazione con un’aristocratica rimanendo sempre con Rose. 

Per Camille incominciò un calvario indescrivibile che sarebbe durato per trent’anni fino alla sua morte nel 1943. Infatti lei non uscì più dai due Istituti in cui venne ricoverata. In mezzo ci furono decenni di cambiamenti sociali e di costumi e ben due guerre mondiali. 

Nell’Istituto c’erano persone con ogni tipo di problema psichiatrico ma anche persone soltanto “asociali”, fuori dalle regole o anche sani fatti scomparire da inaffidabili parenti e compiacenti medici. Camille si distinse per il suo comportamento gentile, tranquillo anche se interiormente disperato.

La famiglia, la scienza, la società borghese si trovarono concordi: Camille, geniale scultrice, doveva scomparire. 

E non c’era luogo migliore dell’Istituto dove la vita era scandita da inutili attività, dalle urla dei pazienti agitati, dai racconti sconnessi di altri. 

Nel tempo, un paio di medici più coscienziosi proporranno di farla tornare in famiglia, proposta che verrà rifiutata. 

Nel 1917 lei scrisse al dottore che aveva redatto il documento del 1913 chiedendogli gentilmente aiuto. Egli non le rispose. 

Paul, nel frattempo, aveva fatto una grande carriera, era diventato un poeta, un commediografo e un diplomatico di successo (in futuro avrà anche delle lauree honoris causa dalle università di Princeton, Cambridge e altre e nel 1951 la Légion d’honneur). 

Viaggiava oltreoceano, era sposato, padre di famiglia, molto benestante, assai apprezzato per le sue idee religiose anche se, lo dico da credente, il suo comportamento verso Camille non ebbe nulla di cristiano. 

In trent’anni andò a trovare la sorella tra le sette e le dodici volte (secondo le biografie). Aveva obliato la frase “ero malato e mi visitaste” del Vangelo secondo Matteo. 

Si noti che non sto criticando il lavoro letterario di Paul Claudel ma il suo comportamento verso Camille così come emerge dai documenti storici. 

La madre invece non andò mai a trovarla ma le inviava dolci e cioccolata…

Paul non andò neppure quando i medici lo avvertirono che lei era peggiorata a causa delle grandi privazioni alimentari, dovute alla guerra, e a problemi circolatori. Era il 1943 e lei aveva 78 anni. 

E fu assente ai funerali. Camille ebbe una povera tomba e poi una fossa comune. 

Furono presenti solo le infermiere, a lei molto affezionate. 

Il suo malessere psicologico si sarebbe potuto gestire nel 1913 proponendole di abitare con un’amica o un’infermiera e di vedere stabilmente un medico esperto di malattie mentali a Parigi. La psicoanalisi nel 1913 – data del suo ricovero – era già una disciplina avanzata. Il suo centro era a Vienna e a Zurigo ma Parigi non era certo un luogo sperduto.

Avrebbe potuto essere libera, stare meglio o guarire, incontrare un altro uomo, più sincero di Rodin, guadagnare, vedere il suo talento riconosciuto ma la sua vita le era stata rubata. 

Non c’è perdono per quello che è stato fatto a Camille Claudel. 

…… 

Nota 1) “Camille Claudel”, film, regia di Bruno Nuytten (1988)

“Camille Claudel 1915”, film, regia di Bruno Dumont (2013). 

Nota 2) Su Raiplay si trova un bel documentario francese, doppiato in italiano, intitolato “Camille Claudel, scolpire per vivere” diretto da Sandra Paugan (2024).

In teatro, oltre che il testo della Maraini, hanno scritto su Camille Claudel: Vera Giagoni, Chiara Pasetti e Francesca Martinelli. 

Io avevo già dedicato a Camille Claudel un articolo sul web più di vent’anni fa, intitolato “Camille Claudel, una donna straordinaria”, andato perduto.

Lavinia Capogna

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”. E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”. Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Davide Morganti: “Non è qui” (Editoriale Scientifica, 2025), di Edoardo Pisani

E un bambino li condurrà – su Non è qui, di Davide Morganti 

Hans Christian Andersen insegna che è sempre un bambino a gridare che il re è nudo. Analogamente, forse soltanto un bambino può credere davvero nelle meraviglie e nei miracoli che la religione e gli scritti sacri promettono essere autentici. Infatti, nonostante molte tiritere teologiche, di rado gli adulti si abbandonano alla fede con la disarmata ingenuità che essa richiede. L’adulto è scettico dinanzi all’impossibile, il bambino no. Così in Non è qui – pubblicato questo mese da Editoriale Scientifica – Davide Morganti si approccia ai temi di Dio e della Resurrezione con uno sguardo infantile, il proprio, rimembrando le sue perplessità al riguardo ma anche i suoi incanti per qualcosa che può anche essere possibile e dunque vero. 

Non è qui è un memoir sulla fede che si legge come un romanzo o forse, meglio, è una lunga divagazione intorno ai temi di Dio e della memoria che si svolge però in forma prettamente narrativa. Il titolo proviene dal Vangelo di Luca: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato.” O dal Vangelo di Matteo, citato nell’epigrafe: “Ma l’angelo disse alle donne: ‘Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove è deposto.’” Dunque il titolo si riferisce al cadavere di Cristo, che il bambino protagonista, Davide, animato da un “desiderio crudele di Dio”, sa essere veramente risuscitato e quindi altrove, non nella tomba in cui gli adulti lo cercano, loro che stentano a credere nell’impossibile. Ma quindi la morte cos’è? E la vita? Dove finirà ognuno di noi dopo la morte? “Dove ci metteremo tutti?” si chiede il bambino. “Saremo come meduse nel mare?” E ancora: cos’è l’aldilà? È forse una “discarica celeste”? 

Davide Morganti è un irregolare delle lettere italiane. In un suo libro precedente, l’ultimo volume del mastodontico Atlante della fine del mondo (Marotta&Cafiero, 2022), faceva scrivere a Emanuela Cocco – ma era probabilmente lui stesso a scrivere – che “Morganti si faceva volere bene ma era anche un presuntuoso […], la buona volontà non gli è mai mancata ma quel carattere difficile gli ha bruciato mille occasioni e la sua scrittura ne risente di questo fallimento”, come a dire che nei suoi libri c’è sempre qualcosa che si ribella non tanto allo scrivere quanto al saper scrivere, ossia che cerca non l’esattezza dello stile bensì la velocità dell’istinto che si fa parola e quindi narrazione, racconto.

Così negli anni Morganti si è andato forgiando uno stile a tratti anche orale che risente di un Céline forse mal digerito ma che raggiunge pure notevoli momenti di pathos e di esaltazione. Ha saputo giocare con la forma del romanzo, come in Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato (Wojtek, 2019), che potrebbe essere definito l’impossibile romanzo di un critico impazzito, o nel già citato Atlante della fine del mondo, che visita ogni Paese al mondo in compagnia dell’impacciato picaro moderno Casimiro Boboski, oppure in un romanzo che ha non poche cose in comune con Non è qui e che fu molto amato da un giovanissimo Roberto Saviano, il quale scrisse che aveva “il sapore di un classico”, cioè Moremò (Avagliano, 2006), un libro colorito e spericolato in cui il protagonista è a sua volta preda di ossessioni religiose, come il Davide di Non è qui

Non è qui è un romanzo che vive di alti e bassi, come sempre nella scrittura di Morganti. Ci si diverte spesso, talora ci si commuove, a tratti si imparano cose nuove. La lettura offre sempre un punto di vista inedito e originale sulla fede e di conseguenza su Dio, su cos’è Dio per noi mortali, per noi che siamo ossessionati dalla morte e che non possiamo credere che essa riguardi anche Dio, o Cristo, o persino noi stessi, noi che dunque abbiamo inventato i miracoli dell’aldilà e della vita eterna per nascondere la certezza paradossale di dover abitare il mondo anche da morti. Però i bambini lo sanno. E lo scrittore, se è tale, sa di dover tornare bambino per raccontarlo, per raffrontarsi a se stesso e a Dio, specchio dell’impossibile, un impossibile che soltanto un bambino, il bambino che è stato Davide Morganti e che anche noi siamo stati, può rendere credibile e infine reale.   

Di conseguenza il ricordo (parola che contiene la sillaba cor ed è quindi un ritorno alle intermittenze del cuore) diventa non soltanto racconto ma anche memoria e a tratti autobiografia, ed è qui che abbiamo le pagine più felici del libro, quando Morganti scrive, per esempio, di Ciro il Pellicano, fortissimo a pallone ma destinato a morire di overdose, o di altri suoi amici mai dimenticati, o della morte di mastro-don Gesualdo nel romanzo di Verga, o della signora Anna, una barbona miope con gli occhiali doppi attaccati con lo scotch, “sempre con molte buste della spesa rigonfie non so di cosa, la bocca incavata per i pochi denti rimasti, si diceva fosse stata una prostituta durante la guerra e che andasse in giro con i marinai americani, a me pareva strano immaginarla visto come era brutta, vecchia, malandata, di lei ricordo la puzza e la buona educazione, parlava a bassa voce, mia mamma per lei aveva piatto, bicchiere e posate a parte, le dava da mangiare e anche da dormire certe volte, la notte io sentivo la sua puzza ma nessuno di noi si lamentava, era normale fare queste cose, la signora Anna era come se non ti guardasse mai e parlava un italiano dolce, la voce affabile, ogni tanto spiccava qualche parola inglese, che mia mamma…” 

Il periodo della signora Anna va avanti per una pagina intera ed è esemplificativo di ciò che Morganti ha fatto con il proprio stile e con la lingua, spalancando ogni proposizione alla successiva, come in una matrioska russa, evitando però strutture composite o arzigogolate e rifacendosi all’oralità piuttosto che alla complessità. I grandi novecentisti ci insegnano che uno stile proprio si paga caro, che può essere a un tempo un limite e una forza, e così è per Davide Morganti, il quale in Non è qui affabula come solo un bambino sa fare, precipitandosi lungo le frasi con passione e meraviglia, nell’indomabilità stilistica e emozionale del ricordo, che da sempre – in letteratura e nella vita – ci insegna che siamo anche ciò che siamo stati: il bambino che ci osserva, il bambino che ci guida. 

“E un bambino li condurrà” dice il profeta Isaia, nella Bibbia ebraica. In questi tempi neri forse dovremmo davvero ritornare alle nostre infanzie e ai testi sacri, alla meraviglia di poter immaginare Dio. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

Dan Brown: “L’ultimo segreto” (Rizzoli, trad. Raffo – Scarabelli), di Cristi Marcì

La neurochimica della coscienza

Indagini su un’energia ancora inesplorata

Secondo lo psichiatra statunitense Daniel J. Siegel la mente umana rispecchia un continuo flusso di energia capace di plasmare un’architettura ben definita di ricordi ed esperienze che a nostra insaputa definiscono la neurochimica della coscienza.

Quest’ultima infatti se da un lato rappresenta un ponte di collegamento fra i rispettivi stati psichici e il corpo che abitiamo dall’altro evidenzia un campo ancora inesplorato in grado tuttavia di connettere la nostra parte più intima, e spesso invisibile, con una dimensione dalle fragranze oniriche ma che non sempre riusciamo a filtrare attraverso i canali cognitivi della veglia.

La neurochimica della coscienza indica pertanto quel grado di consapevolezza che ciascun individuo orienta nei confronti di quanto prova sia a livello intrapsichico sia a livello interpersonale, eppure quello che sovente viene definito “stato alterato di coscienza” suggerisce un distacco tanto dai parametri ordinari con cui si è soliti orientarsi nel mondo quanto una vera e propria rielaborazione grazie alla quale riconnetterci con la parte più antica che ci caratterizza.

L’epilessia nella letteratura psichiatrica ottocentesca

A partire dai primi studi condotti da Louis Jean Francois Delasiauve su soggetti epilettici è stato possibile inquadrare lo stato di coscienza come un calo dell’energia psichica che dal corpo si propagava e si distribuiva nei differenti distretti cerebrali, apportando non solo una modifica comportamentale dell’individuo bensì una vera e propria ristrutturazione dell’architettura neuronale in grado di compromettere la soglia di consapevolezza di chi veniva colpito dal cosiddetto “male sacro”.

La letteratura psichiatrica e neurologica hanno difatti promosso nei secoli precedenti lo studio del cervello quale custode di una fitta rete di comunicazione che oggi conosciamo con il nome di reti sinaptiche, le quali quotidianamente operano una revisione circa le modalità con cui interagiamo prima di tutto con noi stessi e poi con gli altri.

Se le odierne neuroscienze hanno permesso un maggior approfondimento rispetto al sottile legame che intercorre tra la mente e il corpo preme tuttavia ricordare come non abbiano permesso di approdare a quello che Dan Brown nel suo ultimo romanzo ha brillantemente definito “l’ultimo segreto”.

Quello che maggiormente mi ha affascinato di questo romanzo è stata l’esplorazione di quelle tematiche rispetto alle quali ognuno di noi cerca le proprie risposte, indagando così quell’invisibile rapporto tra la vita e la morte inteso non tanto quale decadimento progressivo della “crassa materia” bensì quale crocevia tra due stati energetici dove lo spirito si libera dalla materia fisica: dove l’oblio subentra alla veglia destando quei filtri ancora silenti.

Tra i vicoli di Praga e le sue vene medievali adornate di fascino ed esoterismo Robert Langdon e Katherine Solomon offrono al lettore l’opportunità di sondare ciò che è sconosciuto e all’apparenza irrazionale, decifrando quei misteriosi meccanismi che la mente umana e ancor più la coscienza stessa potrebbero essere in grado di farci conoscere.

Nondimeno quanto viene proposta è un’indagine rispetto a quei (corto)circuiti che a livello neurobiologico innescano una predisposizione a riproporre schemi neuro-comportamentali che sovente possono intaccare l’equilibrio della nostra psiche.

Grazie agli studi condotti nel secolo scorso da Donald Olding Hebb la neurotrasmissione cerebrale riflette un’attività psichica ed energetica capace di ripristinare quei distretti psicosomatici grazie ai quali lo stato di coscienza assume gradualmente una fisionomia più olistica, in grado cioè di racchiudere tante più connessioni quanti sono i nostri stati della mente.

Eppure non sempre gli stati energetici della coscienza promuovono un’adeguata potatura sinaptica ma al contrario possono intaccare considerevolmente la nostra omeostasi, dunque quelle risposte neurochimiche che se frequenti producono in maniera disadattiva un nuovo stato della mente disadattivo e circoscritto ad un passato dal quale non sempre è facile prendere le distanze.

La psicogenesi del trauma

Le esperienze passate, specialmente se di natura traumatica e ripetitiva sono in grado di forgiare un’impalcatura neuronale e sinaptica dove la neurotrasmissione del proprio vissuto rischia sovente di riflettersi in una modalità ripetitiva intrapsichica e interpersonale del tutto disadattiva: favorendo così l’insorgere di un nuovo stile comunicativo della coscienza che rischia purtroppo di limitare il nostro stare al mondo.

Quest’ultima infatti se nella letteratura psichiatrica ottocentesca aveva fornito a Cesare Lombroso le basi per stilare il profilo anatomopatologico del soggetto criminale partendo dagli studi e le indagini condotte sui soggetti epilettici, oggi viceversa offre la possibilità di svelarne i suoi numerosi volti: peraltro non sempre ben interconnessi.

La psicopatologia della coscienza si presenta tra le pagine di questo romanzo attraverso diverse sfumature che non solo si ripercuotono sul cosiddetto cablaggio neuronale e sulla riproposizione di specifici distretti cerebrali, ma soprattutto sulle capacità di autoregolazione emotiva che rischiano di sfociare in vere e proprie risposte dissociative: rispetto alle quali la coscienza stessa sembra sdoppiarsi assumendo diversi volti.

L’aspetto centrale e al contempo affascinante di questa storia risiede proprio nella fisionomia che la coscienza in qualità di energia psichica assume attraverso le sue numerosi manifestazioni le quali attraverso il sottile rapporto tra l’epilessia e il trauma delineano un quadro dissociativo pronto a svelare le sue innumerevoli identità.

Se quindi l’epilessia riflette un fenomeno psicopatologico di natura “transitoria” entro cui vengono aboliti i consueti parametri cognitivi quello che viene identificato come contenuto clinico potrebbe invece suggerire come ogni manifestazione psicologica porti con sé un atto di trasformazione, che finanche nei quadri più gravi come la dissociazione è finalizzata al ripristino di un nuovo equilibrio.

Rendendo la malattia un’occasione grazie alla quale l’energia che ci abita può finalmente trasformarsi in una nuova consapevolezza, svelando perfino durante il momento del trapasso: l’ultimo segreto. 

DESCRIZIONE DE “L’ULTIMO SEGRETO” DI DAN BROWN:

Robert Langdon è a Praga insieme a Katherine Solomon, con cui ha da poco avviato una relazione. Un viaggio di piacere in veste di accompagnatore dell’esperta di noetica, invitata a una conferenza in città per esporre le sue innovative teorie sulla mente. All’improvviso, gli eventi prendono una piega inquietante: la mattina del quarto giorno Katherine sembra sparire senza lasciare tracce e Robert assiste, sul ponte Carlo, a una scena che sfida la razionalità e di fronte alla quale reagisce d’istinto, finendo nel mirino dei servizi di sicurezza cechi. Intanto, a New York, una misteriosa organizzazione mette in campo risorse all’avanguardia per distruggere il manoscritto che Katherine ha consegnato al suo editore e che raccoglie le sue rivoluzionarie ricerche. Ma come mai quello che dovrebbe essere un saggio teorico attira così tanto interesse? In poco più di ventiquattr’ore, Langdon dovrà dimostrarsi in grado di ritrovare Katherine, seminare le forze dell’ordine della città e quelle dell’ambasciata americana e oltrepassare le porte di un laboratorio segreto in cui vengono condotti esperimenti indicibili. La posta in gioco è altissima: una nuova concezione della mente, una visione che può regalare un futuro diverso all’umanità ma che potrebbe, anche, diventare un’arma dall’impatto devastante. A quasi dieci anni dal suo ultimo successo, Dan Brown torna con il suo romanzo più ambizioso ed emozionante: una nuova caccia di Robert Langdon dove, come sempre nei suoi libri, nulla è più pericoloso della conoscenza, e nulla è più efficace di una mente affilata.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Italo Calvino: “Sotto il sole giaguaro”, di Dino Montanino

Sotto il sole giaguaro è un’opera di Italo Calvino pubblicata postuma, nel maggio 1986, dall’editore Garzanti. Calvino si proponeva di scrivere cinque racconti dedicati ai cinque sensi ma la morte improvvisa non gli consente di portare a termine il suo progetto. Il libro dell’86 contiene i tre titoli compiuti: Il nome, il nasoSotto il sole giaguaro, Un re in ascolto, dedicati rispettivamente all’olfatto, al gusto e all’udito. 

Il racconto Sotto il sole giaguaro è la storia di un viaggio in Messico. Chi racconta è il protagonista maschile che viaggia con Olivia, la sua compagna. Il racconto si apre con la descrizione di un dipinto. Siamo a Oaxaca, tra Città del Messico e il Chapas e, in una saletta che porta al bar dell’hotel dove sono ospitati i due viaggiatori, c’è una grande tela oscura che rappresenta “una giovane monaca e un vecchio prete, in piedi, affiancati, le mani leggermente staccate dal corpo, quasi sfiorandosi”. Una didascalia nella parte bassa del quadro ci racconta che lui era stato il cappellano e lei la badessa del convento. Si tratta del convento di Santa Catalina successivamente trasformato in albergo. Nella didascalia si trova un’affermazione strana che cattura l’attenzione dei due viaggiatori. Si dice che la donna, di nobile famiglia, era entrata in convento all’età di diciotto anni e che lui era stato il suo confessore; i due erano ritratti insieme per l’amore che li aveva legati per trent’anni. Quando lui era morto lei, più giovane di vent’anni, si era ammalata gravemente ed “era spirata d’amore per raggiungerlo in cielo”. Che amore poteva essere quello che legava il cappellano alla badessa? Sicuramente un “amore difficile” per citare Calvino al punto che il narratore sente di trovarsi “in presenza d’un dramma o d’una felicità” che impedisce ogni commento; che intimidisce, suscita timore e comunica un senso di malessere. Olivia, di fronte al dipinto, resta in silenzio poi esprime il desiderio di mangiare chiles en nogada, peperoncini rossobruni in salsa di noci. Perché, dopo la vista del dipinto, Olivia afferma di voler mangiare? Ce lo spiega il suo compagno, di viaggio e di vita. Pochi giorni prima, in un ristorante di Tepotzotlán, anche questo ricavato da un vecchio convento, i due avevano assaggiato pietanze preparate secondo le antiche ricette delle monache. Pietanze raffinate ed elaborate che richiedevano ore e ore di lavoro. Quelle monache passavano intere giornate in cucina? La curiosità di Olivia è legittima ma le viene spiegato che le figlie di famiglie nobili entravano in convento “portando con sé le proprie donne di servizio; cosicché per soddisfare i veniali capricci della gola, i soli a esser loro concessi, le monache potevano contare su uno stuolo alacre e infaticabile d’esecutrici”. Risultato: piatti nati da “vite intere dedicate alla ricerca di nuove mescolanze d’ingredienti e variazioni nei dosaggi, all’attenta pazienza combinatoria, alla trasmissione d’un sapere minuzioso e puntuale”. Piatti capaci di generare un’estasi barocca e ridondante, una mescolanza tra tradizione india e cultura ispanica che ricorda gli eccessi degli edifici coloniali. La sfida tra le antiche civiltà d’America e lo sfarzo barocco introdotto dai conquistatori dall’architettura si era estesa alla cucina dove era avvenuta una mirabile e inattesa fusione. “Attraverso bianche mani di novizie e mani brune di converse, la cucina della nuova civiltà ispano-india s’era fatta anch’essa campo di battaglia tra la ferinità aggressiva degli antichi dèi dell’altopiano e la sovrabbondanza sinuosa della religione barocca…”.  

Ma torniamo a Olivia e al suo desiderio di mangiare. Da quando è iniziato il viaggio in Messico, la donna mangia in modo diverso. “Le labbra d’Olivia nel bel mezzo della masticazione indugiavano fin quasi a fermarsi, ma senza interrompere del tutto la continuità del movimento, che rallentava come non volendo lasciar allontanare un’eco interiore, mentre il suo sguardo si fissava in un’attenzione senza oggetto apparente, quasi come in allarme”. Ma, nonostante possa sembrare un approccio teso a vivere in solitudine l’esperienza della scoperta di nuovi sapori, in realtà la donna sente continuamente il bisogno di condividere le sue emozioni gustative coinvolgendo continuamente il suo compagno “come se in quel preciso momento i nostri incisivi avessero triturato un boccone di composizione identica e la stessa stilla d’aroma fosse stata captata dai recettori della mia lingua e della sua”. Il narratore gradisce moltissimo il bisogno di condivisione manifestato dalla sua compagna anche perché, dall’inizio del viaggio in Messico, l’intesa fisica con Olivia sta vivendo un momento di rarefazione e la nuova complicità costruita a partire dalla degustazione di cibi esotici porta l’uomo a notare con compiacimento come “certe manifestazioni della carica vitale di Olivia, certi suoi scatti o indugi o struggimenti o palpiti, continuassero a dispiegarsi senz’aver perso nulla della loro intensità, con una sola variante di rilievo: l’aver per teatro non più il letto ma una tavola apparecchiata”. Ma la speranza che dalla tavola apparecchiata si possa tornare alla ritrovata pratica dell’amore fisico è destinata, almeno per ora, a restare frustrata. La cucina messicana evoca e stimola il desiderio, ma si tratta di un desiderio che trova soddisfazione solo nell’ ambito che lo ha fatto nascere: il cibo. E, di conseguenza, si alimenta mangiando sempre nuovi piatti senza, per questo, investire l’intimità amorosa.

Tornando alla badessa e al cappellano, il narratore è convinto che, come stava accadendo a lui e a Olivia, anche quell’amore immortalato nel dipinto, se riusciamo a sconfinare oltre la cornice del quadro e al di là delle parole contenute nella didascalia, dobbiamo immaginarlo come un sentimento “perfettamente casto, e nello stesso tempo d’una carnalità senza limiti in quell’esperienza dei sapori raggiunta per mezzo d’una complicità segreta e sottile”.

Il racconto potrebbe finire qui. Utilizzando la metafora del viaggio potremmo dire che siamo arrivati alla meta. Il percorso del narratore e di Olivia li ha portati a una scoperta inattesa, a ritrovare una complicità nuova e mai immaginata. Ma quando si viaggia evitando di ancorarsi a programmi rigidi è possibile scoprire in ogni momento realtà e suggestioni impreviste. È quello che accade ai viaggiatori protagonisti del racconto che, come molti turisti in Messico, vanno a visitare, in prossimità di Oaxaca, gli scavi archeologici di Monte Albán. Monte Albán “è un complesso di templi, bassorilievi, grandiose scalinate, piattaforme per i sacrifici umani”. Tre civiltà si sono succedute a Monte Albán: Olmechi, Zapotechi, Mixtechi. La guida che accompagna il narratore e Olivia è un uomo grosso di nome Alonso che fornisce le sue spiegazioni accompagnandole con ampi gesti teatrali; si sofferma a lungo sui bassorilievi detti «Los Danzantes» che raffigurano scene legate a riti sanguinosi e a sacrifici umani. Si fa riferimento anche a gare sportive: “figure che corrono o lottano o giocano a palla”. Quella gare non hanno nulla di olimpico, di pacifico. Coloro che gareggiano sono prigionieri di guerra obbligati a entrare nell’agone per decidere chi di loro dovesse salire per primo sull’altare del sacrificio. E, con grande sorpresa di Olivia, si scopre che erano i vincitori a essere sacrificati per primi: avere il petto squarciato dal coltello d’ossidiana era un onore. La donna, sempre più incuriosita, chiede ad Alonso quale fine facessero i corpi delle vittime, le loro membra, le loro viscere. Le bruciavano? Alonso, interdetto e imbarazzato, risponde che non venivano bruciati, venivano lasciati in pasto agli avvoltoi. Olivia incalza l’uomo come se sapesse che non sta dicendo tutta la verità, come se avesse capito che c’è dell’altro che Alonso non vuole riferire. Lui continua a illustrare lo scavo ma Olivia è pensierosa e resta in silenzio per tutta durata della visita.   

Quando rientrano in albergo scoprono che in una delle grandi sale dell’ex convento è in corso una manifestazione elettorale in occasione delle imminenti elezioni presidenziali. Tra i partecipanti compare Salustiano Velazco, un amico di Città del Messico che aveva dato alla coppia molti consigli sul viaggio che si accingevano a compiere. L’uomo va incontro ai due viaggiatori e si informa su quello che, fino a quel momento, hanno visto. Quando gli viene raccontato che sono di ritorno da Monte Albán, Salustiano fa fatica a contenere la sua emozione e, nel fragore della sala, comincia a parlare di sangue, coltelli di ossidiana, sacrifici. Lo fa con un misto di partecipazione ammirata e di sacro orrore e Olivia non si lascia sfuggire l’occasione di chiedergli quello che non era riuscita a sapere da Alonso: il cibo che gli avvoltoi non si portavano via… come finiva? Salustiano risponde e non risponde. Parla di sacerdoti che assumevano le funzioni del dio, di cerimonie segrete, di pasto rituale, di cibo divino… Olivia non si accontenta e chiede come si svolgeva questo pasto. L’interlocutore risponde che, in verità sono solo supposizioni, che forse anche i principi e i guerrieri partecipavano a quel pasto, che la vittima era già parte del dio perché trasmetteva la sua forza divina… e che “solo il guerriero che aveva catturato il prigioniero sacrificato non poteva toccare la sua carne… Stava in disparte piangendo”. Quello che Olivia aveva sospettato si rivela terribilmente vero. Le vittime venivano mangiate, il pasto rituale era fondato sul cannibalismo. Ma alla donna non basta questa sconcertante scoperta, vuole sapere di più. Chiede come veniva preparata quella carne perché, dicono, non è buona da mangiare e allora, forse, ci volevano condimenti forti, per coprire quel sapore. Ma magari quel sapore veniva fuori lo stesso, non era possibile coprirlo. E i sacerdoti? Non hanno lasciato qualche indicazione scritta. Sembra incredibile ma in pochissimo tempo siamo passati dalle raffinate preparazioni delle monache, all’ipotesi di un ricettario utile a preparare piatti a base di carne umana. Salustiano non può dare risposte precise. Ribadisce che quei riti restano avvolti nel mistero e che quella era una “cucina sacra… doveva celebrare l’armonia degli elementi raggiunta attraverso il sacrificio, un’armonia terribile, fiammeggiante, incandescente…”. Poi resta in silenzio e si congeda dalla coppia di amici. 

Durante la cena, Olivia e il suo compagno non possono fare a meno di ritornare sul cannibalismo e sulle modalità con cui venivano preparate le pietanze a base di carne umana. Forse, ipotizza Olivia, il sapore di quella carne “non si poteva, non si doveva nasconderlo… Altrimenti era come non mangiare quel che si mangiava… Forse gli altri sapori avevano la funzione d’esaltare quel sapore, di dargli uno sfondo degno, di fargli onore…”. Come in tutto il racconto, Olivia assume su di sé il ruolo dell’osservatrice attenta del mondo che la circonda. È una viaggiatrice-antropologa che indaga usando strumenti originali. Pone domande, come tutti gli antropologi, e si aspetta risposte esaustive. Ma la sua indagine va ben oltre le modalità consuete. Lei vuole scoprire il mondo anche attraverso i sensi, in particolare attraverso il gusto. E la scoperta del cannibalismo la porta a desiderare di squarciare il diaframma che separa la modernità, a cui lei e il suo compagno, in quanto viaggiatori-turisti, appartengono a pieno titolo, dalla misteriosa e indecifrabile cultura mesoamericana.  

Anche per il narratore l’incontro con il cannibalismo rituale rappresenta un elemento di forte novità. Lui, contrariamente alla sua compagna, non sembra interessato a scoprire i misteri che nascondono gli antichi riti precolombiani. Lui è interessato solo a Olivia, osserva lei perché vuole capire in che modo il rapporto della donna con il cibo messicano possa rappresentare l’occasione per ritrovare gli amplessi rimossi. E dopo le rivelazioni sui banchetti rituali nei quali si serviva carne umana, a cena, osserva Olivia con occhi nuovi. La guarda masticare ogni boccone delle pietanze che ha ordinato e gli sembra di sentire i denti di lei che lo azzannano, che si conficcano nella sua carne, sente la lingua della donna che penetra la sua bocca fino al palato e, poi indietro, sotto la punta dei canini. “Ero seduto lì, davanti a lei ma nello stesso tempo mi pareva che una parte di me, o tutto me stesso fossi contenuto nella sua bocca, stritolato, dilaniato fibra a fibra”. Una situazione di grande intensità ma, anche, di grande reciprocità. Perché mentre viene “masticato” da lei, sente di non essere vittima passiva delle sue fauci. Mentre era “divorato” si convince che sta trasmettendo a Olivia “sensazioni che si propagavano dalle papille della bocca per tutto il suo corpo: era un rapporto reciproco e completo che ci coinvolgeva e ci divorava”. Il narratore non ha la vocazione dell’antropologo. Ci appare, più che altro, un sognatore innamorato desideroso di indagare i comportamenti della sua compagna per immaginare tutte le possibili strade che lo portano a lei, per ritrovare l’intimità perduta. Per questo motivo, quando scopre il cannibalismo rituale, sogna di stabilire con Olivia un rapporto erotico attraverso il cibo arrivando a immaginare di essere “mangiato” per vivere fino in fondo un’unione totale: se mi mangi io posso entrare completamente in te provocando nel tuo corpo vibrazioni mai vissute. 

Ma è un’illusione. Olivia non condivide i desideri del suo compagno. Lo accusa di restare sempre chiuso in se stesso, indifferente al mondo, insipido. Insipido? Se lui è insipido la cucina messicana, forse, può venirgli in aiuto. I suoi sapori accesi potrebbero aiutare Olivia a nutrirsi di lui, della sua sostanza. Ma lei azzera ogni speranza. “La cucina è l’arte di dar rilievo ai sapori con altri sapori, ma se la materia prima è scipita, nessun condimento può rialzare un sapore che non c’è!”. Il viaggiatore, agli occhi di Olivia, è insipido perché non ha nessuna voglia, nessuna intenzione di rompere il diaframma che lo separa dal mondo arcaico. Lui resta un uomo del nostro tempo e le suggestioni che provengono dai cibi messicani lo attirano solo perché possono portarlo alla donna che desidera. 

Con l’amico Salustiano Velazco vanno a visitare uno scavo ancora poco conosciuto. C’è una statua che rappresenta una figura umana semisdraiata che tiene un vassoio posato sul ventre. È il chac-mool. Su quel vassoio venivano offerti al dio i cuori delle vittime. Il narratore chiede come avveniva l’offerta agli dei e Salustiano prefigura varie ipotesi. “Potrebbe essere la vittima stessa, supina sull’altare, che offre le proprie viscere sul piatto… O il sacrificatore che assume la posa della vittima perché sa che domani toccherà a lui…”. In quei riti misteriosi non è facile stabilire la linea di confine tra il carnefice e la vittima. Vigeva una sorta di reversibilità dei ruoli e la vittima accettava di essere tale perché “aveva lottato per catturare altri come vittime…”. Il narratore tira le conclusioni: i sacrificati potevano essere mangiati perché erano loro stessi mangiatori di uomini. Ma Salustiano non lo ascolta perché sta parlando del serpente, l’animale che simboleggia la continuità della vita e del cosmo.

Dopo la visita al chac-mool il narratore crede di aver capito dove ha sbagliato con Olivia: per essere mangiato da lei deve essere lui, per primo, a mangiarla. La sera a cena ordinano due piatti di gorditas pellizicadas con manteca, polpette mantecate al burro, e lui le divora immaginando di mangiare “tutta la fragranza di Olivia attraverso una masticazione voluttuosa”. Quando, dopo cena, si ritrovano in camera da letto, per la prima volta, dopo tanti giorni, ritrovano l’intesa fisica che sembrava assopita. Le proiezioni fantastiche del narratore sono state finalmente appagate. Lui e Olivia hanno fatto l’amore, è riuscito nel suo intento e il racconto, ancora una volta, potrebbe terminare qui.

Ma il viaggio in Messico continua nei territori dei Maya e, di conseguenza, continua anche il racconto. E, nel finale, ci attende una svolta che potrebbe mettere in discussione molte delle nostre osservazioni. A Palenque il narratore visita il Tempio delle Iscrizioni. Olivia, che non ama salire le scale, decide di non seguirlo. Assistiamo ad un improvviso rimescolamento dei ruoli. Lei, l’antropologa indagatrice, resta da sola “confusa nella folla di comitive chiassose di suoni e colori che i torpedoni scaricavano e ingurgitavano di continuo nello spiazzo tra i templi”. Rinuncia per sempre a cogliere il mistero che ammanta quelle affascinanti civiltà e si lascia risucchiare dalla modernità, dalla caciara dei turisti numerosi e disattenti. Lui, al contrario, sale fino al bassorilievo del Sole-giaguaro ed entra nella cripta sotterranea dove c’è la tomba del re-sacerdote. Quando ritrova la luce e comincia la discesa prova una sensazione inattesa. “Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re-sacerdote giù dagli alti gradini sulla selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese, l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito e in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo”. L’uomo che ha vissuto tutto il viaggio nella posizione privilegiata di osservatore di Olivia ha scoperto una vocazione nuova? La sensazione di vertigine che lo avvolge, l’esperienza panica che vive, per un attimo ci fanno pensare a uno scambio di ruoli. Come se dopo gli amplessi notturni, Olivia avesse ceduto al suo compagno il suo desiderio di aprire un varco per andare oltre i limiti angusti della modernità. Ma è un attimo, un’illusione. La “selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese” sono lì davanti a ricordare che il nostro destino è segnato. Pure i viaggiatori più attenti e raffinati, coloro che sono capaci di cogliere la raffinatezza dei cibi esotici e la misteriosa e inquietante profondità di civiltà arcaiche, sono ancorati al tempo limitato e angusto del turismo di massa che può solo immaginare di collegarsi al tempo ciclico e tragico che caratterizzava le civiltà precolombiane. Ma, nonostante tutto, anche nel tempo del turismo di massa il viaggio può assumere una funzione importante. Forse non sarà mai possibile varcare la soglia che dall’oggi ci conduce nei meandri delle società del passato, ma due viaggiatori sensibili come Olivia e il suo compagno riescono a trovare comunque una strada originale per ritrovarsi. Quando sono a tavola, nell’ultima scena del racconto, i denti dei due amanti, per la prima volta, si muovono lentamente con pari ritmo e il loro sguardi si fissano l’uno nell’altro con l’intensità dei serpenti. “Serpenti immedesimati nello spasimo di d’inghiottirci a vicenda, coscienti d’essere a nostra volta inghiottiti dal serpente che tutti ci digerisce e assimila incessantemente nel processo d’ingestione e digestione del cannibalismo universale che impronta di sé ogni rapporto amoroso e annulla i confini tra i nostri corpi e la sopa de frijoles, lo huacinango a la veracruzana, le enchilladas…”.

Il cannibalismo universale riferito al rapporto tra i due protagonisti chiude la storia con una suggestiva e problematica ipotesi di pratica dell’amare e del viaggiare che, fino alla fine, non può prescindere dalla degustazione condivisa di cibi raffinati. 

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali.