Ian McEwan: “Quello che possiamo sapere” (Einaudi, 2025, trad. Susanna Basso), di Edoardo Pisani

McEwan nel tempo – su Quello che possiamo sapere 

Ian McEwan è uno dei pochi grandi scrittori contemporanei ancora capaci di annoiare con diletto. Il nostro è un tempo di scrittori-intrattenitori, perché il mercato editoriale si assuefà sempre più ai gusti di un pubblico ipnotizzato dalle serie televisive e dai ritmi roboanti dei social network. Chi stenta a farsi leggere, chi vende poco, sembra non esistere, e bene o male anche i grandi scrittori devono esistere per essere considerati tali. Se la noia – o per meglio dire un certo “essere fatti di niente” – era la componente di molti grandi romanzi novecenteschi, nel nostro secolo i libri più letti e forse anche più riusciti hanno invece delle trame incalzanti. McEwan, abile costruttore di strutture romanzesche, non sempre fa eccezione, e tuttavia nelle sue opere più mature è anche capace di rallentare i tempi narrativi, procrastinando le storie che racconta e portando così la “noia” a uno stremo stilistico che impone i propri ritmi anche all’affaticato lettore contemporaneo. Questo è uno dei suoi pregi che amo di più.

Un altro pregio di Ian McEwan è l’intelligenza. Leggendo Quello che possiamo sapere, il suo ultimo romanzo, tradotto da Susanna Basso per Einaudi, ho pensato più volte a una pagina del suo romanzo precedente, Lezioni (Einaudi, 2023, sempre con la traduzione di Susanna Basso), nella quale il protagonista dice cosa pensa degli scrittori degli anni Settanta, ossia la generazione anteriore a quella di McEwan, che avrebbe dovuto formarlo. 

McEwan scrive: “Nessuno, uomo o donna che fosse, si prendeva la briga nei suoi scritti, o così la pensava Roland allora, di farsi qualche domanda sul mistero dell’esistenza o sulla paura di quel che l’avrebbe seguito. Si tenevano occupati con la superficialità mondana, attraverso graffianti descrizioni del sistema di classe. Nei loro racconti di immane leggerezza, il massimo della tragedia era una storia d’amore burrascosa, o un divorzio. Pochissimi parevano anche solo minimamente interessati a temi come povertà, armi nucleari, l’Olocausto o il futuro del genere umano o perfino al progressivo ridursi della bellezza del paesaggio sotto l’assalto delle tecniche agricole moderne.” 

Le ultime opere di McEwan rispondono ai temi che più stanno a cuore al protagonista di Lezioni e – suppongo – allo stesso McEwan. Quello che possiamo sapere infatti può essere definito un romanzo “ambientalista”, oltre che distopico. È il 2119 e Thomas Metcalfe si mette alla ricerca di un leggendario poemetto del grande poeta Francis Blundy, Corona per Vivien. È un testo su cui hanno fantasticato in molti e che però è stato letto da pochi. È stato scritto nel 2014 per la moglie di Blundy, Vivien, e da allora se ne sono perse le tracce; ciononostante Thomas Metcalfe, il narratore della prima parte del romanzo, è deciso a ritrovarlo. Perciò il libro di McEwan, dopo alcuni capitoli iniziali piuttosto lenti ma anche affascinanti – per ciò che è successo al mondo e all’uomo dopo di noi, per ciò che sarà la specie umana nel e dopo il 2119 – diventa un’avvincente caccia al tesoro. Stevenson, citato più volte nel romanzo, non è lontano, come a dire che la grande letteratura avrà sempre il suo spazio nel cuore dell’uomo.

Il tesoro – il poemetto – sarà trovato? Il lettore otterrà ciò che tanto brama di avere? La seconda parte del romanzo è una sorpresa e si svolge ai tempi nostri. Non voglio rivelarla. Ma davvero McEwan affronta i grandi temi contemporanei: la crisi ambientale, le malattie neurologiche, la morte, la violenza, il rimorso, il femminismo, il sesso, l’intelligenza artificiale, la procreazione, non da ultimo il perire di un certo tipo di letteratura e di poesia. “Tra cinquecento anni potrebbe ancora esserci un dipartimento di Letteratura in qualche punto del pianeta” scrive Thomas Metcalfe, nel 2119. “E tra cinquemila? Tra cinque milioni?” Di sicuro è avvincente interrogarsi su cosa significherà fare o studiare letteratura fra un secolo o due, o anche prima. L’uomo scriverà ancora? E qualcuno leggerà ciò che forse scriveremo? Ci sarà posto per l’arte? E per i sentimenti? 

Dopo i primi racconti e romanzi il giovane Ian McEwan era stato definito – forse troppo sensazionalmente – “Ian McAbre”, per via delle sue narrazioni spesso macabre. A partire da Bambini nel tempo (Einaudi, 1988) si è però liberato di quel nomignolo limitativo, aprendosi a narrazioni più complesse e per l’appunto ai grandi temi che tanto gli stanno a cuore. McEwan si ripete di rado, nondimeno ogni sua opera non potrebbe essere scritta da altri che da lui, e Quello che possiamo sapere ce lo conferma. È uno scrittore unico e grande e anche per questo a ogni suo nuovo romanzo abbiamo l’impressione che ci ricordi non solo cosa significhi saper scrivere ma anche cosa significhi saper leggere. Oggi e nel futuro che ci fugge davanti, nel mondo prossimo venturo che ci attende e finché la parola e l’uomo significheranno qualcosa, è bene avere fede nella letteratura, nei libri che amiamo e che ci hanno reso – che ci renderanno – ciò che siamo o ciò che vogliamo ma che forse ancora non sappiamo essere. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

Danza e Letteratura: “Giselle, il capolavoro del Balletto Romantico”, di Serena Cirillo

Il caso del balletto Giselle è del tutto particolare. Non si tratta di una coreografia che prende spunto da un’opera letteraria, il libretto è stato scritto appositamente per farne un balletto e non da un librettista di mestiere, bensì da un grande scrittore francese: Théophile Gautier. Esempio di come le arti si intersecano: la danza nasce dalla letteratura o dalla musica, e la letteratura nasce dalla danza e dalla musica. Gautier attraversò con la sua vita e la sua carriera quasi tutto il XIX secolo, un periodo politico e sociale molto tumultuoso in Francia che però nel campo artistico diede origine a tanta creatività e capolavori.  Personalità vivace ed eclettica, fu uno dei rappresentanti del romanticismo e punto di riferimento per molti movimenti letterari successivi come il Parnassianesimo, il Simbolismo, il Decadentismo e il Modernismo. Cominciò come poeta nel 1830 a 20 anni circa, in seguito all’incontro con Victor Hugo, per cui nutriva una grande ammirazione. Nonostante la giovane età, diede prova di avere già acquisito i modelli degli antichi e, cosciente della loro eredità, dimostrò una certa originalità usando una forma ben definita e una lingua precisa e chiara. Nel 1833 pubblicò una serie di racconti “Les Jeunes-France”, che rendevano in modo crudo la vita degli artisti e degli scrittori del Petit Cènacle; in quest’opera “barocca” Gautier fu testimone lucido e ironico dei “Précieuses Ridicules” del romanticismo. Dopo un paio d’anni cominciò la sua carriera di giornalista e contemporaneamente di romanziere; pubblicò la maggior parte dei suoi romanzi dal 1837 al 1866, tra cui Le roman de la momie, al quale si ispirò poi la trama del balletto “La figlia del faraone” del 1862. Per il giornale “La Presse” scrisse più di 2000 articoli come critico d’arte in una lingua chiara, sottile, impeccabile e brillante. Rivoluzionò il linguaggio della critica d’arte non limitandosi solo al giudizio, all’analisi, ma cercando di ricreare il giusto sentimento estetico. Il suo obiettivo era rendere con le parole le sensazioni visive e musicali suscitate dalla percezione diretta dell’opera d’arte, sia figurativa che performativa. Questo compito di cronista fu la sua missione per tutta la vita e fu recensore dei principali balletti andati in scena a Parigi fra il 1836 e il 1871, molti dei quali entrati nei classici della storia della danza.

Artista eclettico, poeta, scrittore, giornalista, critico d’arte e di danza, animato da una profonda ammirazione per la danzatrice Carlotta Grisi, concepì per la prima volta nel 1841 una storia che sarebbe diventata la trama di un balletto. Aveva appena letto il saggio critico “De l’Allemagne” di Heinrich Heine ed era rimasto colpito dalla vicenda delle “Villi”, spiriti irrequieti delle fanciulle tradite e morte prima delle nozze, le cui anime sono destinate a danzare nelle notti di luna piena per vendicarsi dell’amato traditore. Quest’opera, insieme al poema “Fantomes” di Victor Hugo, gli diedero l’idea per la trama di Giselle, elaborata insieme al drammaturgo Jules Henri-Vernoy de Saint-Georges. In poco tempo fu scritta la storia basata su temi come l’amore eterno e impossibile, la morte e la follia. Adolphe Adam, incaricato di comporre le musiche, terminò il lavoro in soli 8 giorni in stretta collaborazione con gli autori del libretto. Gli autori vollero Jules Perrot per le coreografie, scelta contrastata dai vertici dell’Opera National di Parigi che preferirono Jean Coralli, per cui si decise che Coralli avrebbe curato le scene nell’insieme, mentre Jules Perrot avrebbe ideato i passi della ballerina interprete principale. La figura che incarnò perfettamente il ruolo di Giselle fu Carlotta Grisi, giovane ballerina italiana che, grazie al talento e alla fisicità luminosa catturò l’attenzione di Perrot che divenne suo maestro e partner nella vita. Il balletto ebbe un tale successo in tutta Europa che la Grisi divenne la star indiscussa di Giselle, interpretando il ruolo che Gautier aveva concepito come emblema della danza romantica. 

Il balletto fu concepito in due atti: il primo si svolge in una cittadina medievale tedesca dove Giselle, giovane contadina, si innamora di Albrecht, un duca che si finge contadino per corteggiarla. Quando Giselle scopre che è già promesso ad un’altra, la sua reazione è devastante: il dolore per il tradimento la spinge alla pazzia e la giovane, all’apice della disperazione, muore. Questo primo atto è l’espressione più concreta e realistica della drammaticità romantica, una storia d’amore, tradimento e disperazione che culmina nella morte dell’eroina. Il secondo atto è un viaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Giselle emerge dalla sua tomba come un’apparizione eterea e il suo spirito si unisce alle Villi, fantasmi di giovani donne morte per amore. In un paesaggio notturno gelido, le Villi danzano e per punire gli innamorati che le hanno tradite, li costringono a danzare fino alla morte. Il finale tragico vede Albrecht, pentito, destinato a danzare fino alla morte con lo spettro di Giselle, che però lo ha perdonato e cerca di intercedere presso la regina delle Villi, Myrtha, per salvargli la vita. Essendo la regina irremovibile nella condanna, Giselle lo salva con le sue forze sostenendolo ogni volta che, nella danza, vacilla e rischia di cedere. Alla fine, la vita di Albrecht è salva grazie a Giselle, che riesce a farlo danzare fino all’alba, quando l’incantesimo si rompe e le Villi scompaiono. Il balletto si chiude sull’immagine solitaria del giovane, salvato e riscattato da un amore che ha compreso troppo tardi.

Il balletto romantico, che vede la sua massima espressione in Giselle, segna un profondo cambiamento nel panorama della danza. Se prima era caratterizzato da temi aristocratici, ora si sposta completamente sulla figura femminile, esplorando mondi interiori, sogni e immaginazione. Il corpo della ballerina diventa veicolo per esprimere emozioni complesse, desideri e visioni, e il balletto si fa poesia visiva. Giselle non è solo una tragedia in senso classico, ma una sorta di sogno danzato. La ballerina non è più una figura teatrale fine a sé stessa, ma simbolo di mistero e bellezza; icona romantica, è al centro di un cambiamento epocale che segna la nascita del balletto moderno, dove la tecnica e l’espressione personale diventano protagoniste di una narrazione capace di toccare il cuore del pubblico. E sicuramente ci riusciranno le étoiles del teatro San Carlo di Napoli, che porteranno in scena Giselle dall’8 al 14 novembre 2025.

Serena Cirillo

Serena Cirillo: Laureata in Lingue e Letterature Straniere, già docente di comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli, specializzata in didattica dell’Italiano agli stranieri. Giornalista e critico di danza per il ROMA, Corriere dello Spettacolo e Cityweek. Redattrice della rubrica Danza e Letteratura sulla rivista letteraria “Il Randagio”.  Responsabile Stampa del Festival di danza Anima Flegrea. Senza aver mai smesso di studiarla, scrive, anzi narra di danza in tutte le sue forme.

L’università sotto tutela: dal controllo tecnocratico al dominio governativo, di Vincenzo Franciosi

L’università italiana si trova oggi di fronte a una trasformazione che mette in questione la sua stessa ragione d’essere come istituzione libera e critica, in una parola democratica. Il progetto di riforma dell’assetto di governo universitario (mi rifiuto di utilizzare l’osceno termine governance), discusso in questi mesi e anticipato il 16 ottobre 2025 dal quotidiano il manifesto con un articolo di Luciana Cimino dal titolo eloquente Le mani del governo sugli atenei, rappresenta un salto di qualità nel lungo processo di subordinazione dell’università al potere politico. L’inserimento di membri nominati dal Ministero nei Consigli di amministrazione, la possibilità per il Governo di imporre “linee generali” vincolanti alle politiche degli atenei, la prolungata e condizionata permanenza in carica dei rettori e il pieno controllo ministeriale sull’ANVUR costituiscono tasselli di un disegno coerente: riportare l’università nell’alveo dell’obbedienza governativa. 

Questa svolta non nasce dal nulla, ma è l’esito logico di una deriva avviata ormai da vent’anni, quando, sotto la retorica della “valutazione” e della “meritocrazia”, venne istituita l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca). Creata nel 2006 ed entrata in funzione nel 2010, l’agenzia si è presentata come un organo “indipendente”, ma in realtà strutturalmente subordinato al Ministero, che ne nomina i vertici e ne definisce gli indirizzi. Con i suoi algoritmi e le sue classifiche, ha imposto una visione economicista e produttivista della ricerca, fondata su indici bibliometrici, impact factor e su un’idea di “qualità” ridotta a quantità di pubblicazioni. È così che la valutazione, anziché incentivare il merito, ha introdotto una burocrazia del consenso, omologando i linguaggi scientifici, punendo la lentezza del pensiero e disincentivando ogni forma di sperimentazione critica. L’università è stata progressivamente svuotata della sua autonomia interna e culturale, mentre i docenti, anziché liberi studiosi, sono stati spinti a diventare funzionari della produzione accademica, intenti a compilare schede e a inseguire punteggi.

Il sistema ANVUR ha dunque rappresentato il primo passo verso la neutralizzazione del sapere: un controllo tecnocratico mascherato da modernizzazione.

La storia dell’ANVUR, dall’origine nel 2005 fino a oggi, è un esempio della capacità del potere politico italiano di mantenere una linea di continuità perfetta dietro l’alternanza apparente dei governi di centro-destra, centro-sinistra e dell’attuale di estrema destra. Su questo terreno è esistito un consenso trasversale intorno all’idea che l’università dovesse essere valutata, disciplinata e controllata secondo criteri amministrativi esterni alla comunità scientifica. Il primo passo avvenne, durante il terzo governo Berlusconi, con la legge Moratti del 2005, che delegò al governo la creazione di un’agenzia nazionale per la valutazione. Dietro il linguaggio modernizzatore e la retorica dell’efficienza si celava già una visione aziendalista: la ricerca non più come ricerca di verità, ma come prestazione misurabile. La successiva attuazione della legge, nel 2006, durante il secondo governo Prodi con Fabio Mussi al Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica, non modificò la sostanza del progetto: l’agenzia fu istituita formalmente con il Decreto legislativo 262, conservando la stessa logica di fondo, ovvero la sottrazione del giudizio scientifico alla comunità accademica per affidarlo a un organo centralizzato, tecnicamente dipendente dal Ministero. Che fosse un governo di centrosinistra non cambiò nulla, dal momento che la “valutazione” divenne un dogma condiviso, una parola intoccabile che bastava a giustificare ogni riduzione di autonomia.

Il passo decisivo si compì nel 2010, sotto il quarto governo Berlusconi e con Mariastella Gelmini al Ministero. Con il D.P.R. 76/2010 e la legge 240/2010, l’ANVUR fu finalmente resa operativa: i membri del consiglio direttivo venivano nominati dal governo, le valutazioni della ricerca (VQR) divennero condizione per i finanziamenti e la carriera dei docenti venne legata ai parametri fissati dall’agenzia. Da organo tecnico “autonomo”, l’ANVUR si trasformò in strumento di controllo ministeriale. Il linguaggio dell’efficienza nascondeva ormai una vera gerarchia amministrativa: chi non produceva secondo i criteri fissati dall’alto, semplicemente spariva dal sistema. Da allora, nessun governo ha rimesso in discussione questo assetto. I governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, tutti di area moderata o “riformista”, hanno consolidato e perfezionato la macchina burocratica, introducendo nuove procedure di valutazione e accreditamento e facendo della “qualità” un meccanismo premiale che in realtà ha accentuato le disuguaglianze tra atenei e discipline. Neppure i due governi Conte hanno alterato la logica del sistema, né il primo, “populista”, né il secondo, con Gaetano Manfredi ministro, anzi, la subordinazione ai parametri ANVUR si è fatta ancora più pervasiva. E oggi, con il governo Meloni, quel controllo si compie nel modo più diretto e ideologico. L’attuale governo di estrema destra non fa che raccogliere i frutti di un processo che centrodestra e centrosinistra hanno pienamente legittimato, trasformando una macchina di valutazione in uno strumento politico. In questa prospettiva, l’ANVUR non appare come un incidente, ma come la chiave di volta di un progetto ventennale, ovvero quello di svuotare progressivamente l’università della sua autonomia, prima con il linguaggio della modernità, poi con quello della disciplina, infine con quello della fedeltà. Ogni governo ha contribuito a un tassello della stessa costruzione: la conversione del sapere in amministrazione e la riduzione della cultura a funzione del potere esecutivo. Non c’è stato bisogno di un’imposizione autoritaria dal momento che la neutralizzazione è avvenuta in nome del merito, dell’efficienza e della responsabilità, parole che, una volta interiorizzate, hanno reso superflua ogni resistenza.

Oggi, con la riforma affidata a Ernesto Galli della Loggia, si chiude il cerchio. Non più soltanto valutare, ma governare; non più misurare la produzione universitaria, ma indirizzarne i contenuti e sceglierne i dirigenti. Galli della Loggia, custode di una visione elitaria e autoritaria della cultura, interpreta il proprio ruolo come restaurazione dell’ordine, propugnando un’università disciplinata, depoliticizzata e funzionale all’ideologia del potere. Egli è divenuto il paradigma dell’intellettuale di regime, che scambia l’autorità del sapere con la subordinazione al comando e giustifica la perdita di libertà in nome dell’efficienza e del prestigio nazionale.

L’università non sarà più una comunità di ricerca autonoma, ma un’articolazione dell’esecutivo; i rettori, dipendenti dalla benevolenza ministeriale; i consigli di amministrazione, luoghi di fedeltà e non di competenza; i docenti, sempre più precarizzati e condizionati dalla logica dei finanziamenti “premiali”. In questa prospettiva, l’università smette di essere il luogo della libertà di pensare e diventa una struttura amministrata, dove l’unico sapere ammesso è quello conforme.

Il controllo governativo dell’università è dunque un attacco alla società nel suo insieme. Svuotare di autonomia le istituzioni del sapere significa indebolire la capacità critica del Paese, ridurre lo spazio del dissenso e formare generazioni di studenti addestrati all’obbedienza più che alla riflessione. Difendere l’università dal controllo governativo non è una rivendicazione corporativa, ma un atto di resistenza civile: significa difendere la libertà di pensiero, la pluralità delle idee e la possibilità, sempre più rara, di un sapere non asservito, ma indipendente.

Non è dunque corretto leggere la trasformazione dell’università italiana come una deviazione imprevista di un progetto nato in buona fede. La valutazione, così come fu concepita nella legge Moratti e realizzata attraverso l’ANVUR, non era un semplice strumento di miglioramento, ma il dispositivo originario di un nuovo regime del sapere, fondato sull’idea che la conoscenza debba rendere conto al potere. Già l’istituzione di un’agenzia “esterna”, incaricata di misurare la qualità della ricerca e di distribuire risorse in base a parametri quantitativi, implicava la sfiducia nella comunità scientifica e l’abbandono del principio cardine dell’università moderna: l’autonomia del giudizio tra pari. Dietro la retorica della trasparenza e della meritocrazia si nascondeva una visione profondamente autoritaria, quella di un sapere che deve essere controllato, verificato, normalizzato. L’ANVUR non è stata quindi un errore tecnico o una degenerazione burocratica, ma il primo atto di un disegno politico più ampio, volto a ridurre la libertà di ricerca a funzione dell’amministrazione pubblica e l’università a branca del potere esecutivo.

L’attuale progetto di riforma non fa che rendere esplicito ciò che era implicito, ossia il passaggio dalla sorveglianza tecnocratica alla direzione politica del pensiero. Si è partiti dal mito dell’oggettività numerica per giungere al commissariamento della cultura, dal linguaggio neutro della valutazione al linguaggio esplicito dell’obbedienza. È un percorso perfettamente lineare, il cui esito era scritto fin dall’inizio: la fine dell’università come luogo autonomo di conoscenza, e la sua riduzione a strumento di legittimazione del potere di governo.

Difendere oggi la libertà accademica significa riconoscere questa genealogia e rompere con l’illusione che la valutazione sia mai stata neutra. Solo restituendo alla ricerca il suo carattere intrinsecamente critico e al sapere la sua irresponsabilità verso il potere sarà possibile riaprire uno spazio di verità dentro un sistema che, da due decenni, tende a trasformare il pensiero in amministrazione e la conoscenza in obbedienza.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Remo Rapino: “Fubbàll” (Minimum Fax), di Gigi Agnano

“Certi giorni mi sento un albero di mele marce, altri un randagio smarrito che si allena a far finta di niente.

C’è un calcio che non esiste più da raccontare, un calcio periferico o di provincia giocato su campetti sterrati e polverosi, fatto di sacrifici e passioni autentiche, lontano dai riflettori, dal business e dai troppi soldi. In quegli stadi improvvisati, a bordo campo o dietro una porta senza rete, che ci fosse un sole africano, o il freddo e la pioggia, c’erano i tifosi, custodi di una passione che si tramandava di padre in figlio, che vociavano e urlavano, soffrivano e si dimenavano. C’era la poesia che va scritta di quei ricordi intimi, di un mondo di sentimenti che ancora scorre nelle vene di chi quel calcio perduto l’ha vissuto e masticato.

Con Fubbàll, Remo Rapino compone questo canto popolare, attacca con la colla di farina le figurine sull’album Panini dei calciatori anonimi, dimenticati, sempre perdenti tranne che in rare occasioni epiche, di un’epica da bar di paese che vale la pena celebrare e ascoltare.

Dodici biografie di uomini semplici – una per ciascun ruolo più quella dell’allenatore – che raccontano un calcio che si misura col sudore, le delusioni, i ricordi, le cicatrici e i rimpianti. Dodici uomini – avrebbe detto Gianni Mura e lo diceva di Pelè – “con niente di speciale”: dal portiere anarchico Milo il gatto con la dote del silenzio, che con quelle mani poteva fare solo il portiere o il carpentiere, al difensore coraggioso e macellaio, “limitato ma di cuore”, che si fa apprezzare non tanto per il talento ma per l’anima che mette in campo; passando per centrocampisti saggi e generosi, poesia e geometria, che fanno l’ uncinetto con i piedi “balzanti e sbirolenti”(Gianni Brera); fino all’attaccante segnato dalla vita e dagli infortuni. Dice il terzino Glauco: “non sempre la vita ti regala poesie, anzi spesso te le toglie”. 

I calciatori di Rapino ci portano con la mente alla poesia popolare di Saba, che in “Tre momenti” raccontava il calcio come un atto gioioso di comunione umana (“Festa è nell’aria, festa in ogni via,/ se per poco, che importa? “) e al Pasolini frequentatore assiduo a Bologna dello stadio Comunale e dei prati di Caprara (“i pomeriggi più belli della mia vita”), quello della rubrica “Il caos” per il settimanale Il Tempo dove poneva il suo sguardo critico sul “corpo dell’atleta”, evidenziando contraddizioni sociali e culturali che ancora oggi si rispecchiano nello sport. I personaggi marginali di Rapino hanno l’umanità e l’ironia delle voci di Soriano, quelle dei giocatori “tristi che non hanno vinto mai” di De Gregori, che affrontano la fatica e non si arrendono; richiamano alla memoria il calcio di “splendori e miserie” di Eduardo Galeano, per cui quando c’è la partita “si ferma il respiro del Paese, tacciono i politici, i cantori e i ciarlatani da fiera, gli amanti frenano i loro amori e le mosche interrompono il volo”.

Fubbàll è così la testimonianza che si fa canto corale di un calcio che non c’è più, ma che sopravvive pulito e genuino nei cuori di chi l’ha amato, un atto di memoria che restituisce dignità e valore a vite altrimenti anonime e sogni sui quali “si deve leggere la scritta Fragile”. Il lettore non legge solo storie di calcio, ma di quelle storie riconosce il pregio anche se il calcio non gli interessa affatto, perché Rapino, con uno stile in bilico tra l’ironico e il poetico, tratteggia esistenze polverose, intrise di nostalgia e va al nocciolo di un mondo complesso e passionale, profondamente umano. I suoi personaggi non sono supercampioni tatuati dalla testa ai piedi, ma persone normali che, come tutti noi, si accapigliano con la vita e perdono palla all’ultimo dribbling.

Remo Rapino, abruzzese, è stato docente di storia e filosofia. Dal 1993 ha pubblicato numerose opere di poesia e narrativa. Nel 2019 esce con Minimum Fax il suo romanzo più noto e apprezzato “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, che si aggiudica l’edizione 2020 del Premio Campiello, risulta finalista del Premio Napoli e candidato allo Strega. Sempre con Minimum Fax ha pubblicato nel 2021 “Cronache dalle terre di Scarciafratta” e nel 2023 la raccolta di racconti Fubbàll, vincitore del Premio per la Letteratura Sportiva Gianni Mura. In questi giorni è in uscita la sua ultima fatica dal titolo “La Scortanza”.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Considerazioni di una lettrice fuori tempo/2, di Francesca Chiesa

Un romanzo è una giostra

Credo da sempre nel romanzo ottocentesco, quello in cui i personaggi sono memorabili, la trama complessa, le caratterizzazioni straordinarie, il ritmo incalzante, l’ambientazione magnifica. Non mi appassiona molta narrativa recente che non ha storie e nemmeno protagonisti, che non ha grandi amori né grandi conflitti, che non è in alcun modo romanzo.” 

Matteo Strukul

Un romanzo di ambientazione storica non è necessariamente un romanzo storico.

Il romanzo storico è un racconto che presenta vicende fortemente condizionate dal periodo in cui si svolgono, e personaggi saldamente connessi con l’ambiente storico e culturale dell’epoca.

Poi ci sono i romanzi di ambientazione storica, che potremmo decisamente paragonare a quelle opere che si prestano a essere allestite con ambientazioni e costumi diversi, senza che ne siano alterati spirito e messaggio. Otello ma non Madame Butterfly, tanto per dire.

Proviamo a soffermarci sui due più noti romanzi di Lev Tolstoj : Guerra e Pace e Anna Karenina

Nel primo, ambientato all’epoca della spedizione in Russia di Bonaparte, la vita e il carattere dei protagonisti sono fortemente influenzati dalle vicende storiche che questi vivono: l’esempio più immediato è quello di Pierre Besucov, giovane infiammato dal fermento intellettuale della Parigi post-rivoluzionaria e napoleonica, insicuro, intelligente ma non razionale, a disagio nella Mosca alessandrina d’inizio ‘800. Più che le vicende personali, sul suo sviluppo spirituale incideranno le dolorose vicende della sua città e della sua patria, che lo trasformeranno da ingenuo rivoluzionario convinto di poter fermare Napoleone, in un saggio proprietario terriero, devoto alla Santa Madre Russia.

Senza Napoleone da amare e poi odiare, questo cambiamento non sarebbe avvenuto.

Anna Karenina, la cui pubblicazione segue quella di Guerra e Pace, è stato definito il capolavoro del realismo e il romanzo più bello del XIX secolo. Fosse stato ambientato nel Ventesimo secolo a Roma, e trattato dalla penna di un Moravia, di un Bevilacqua o di un Bassani, avrebbe comunque mantenuto il suo fascino di storia che eternamente si ripete, negli incroci d’amore di uomini e donne. La storia, qui, è un accessorio; sono i mobili scelti per arredare la scena.

Matteo Strukul ha scritto svariati, affascinanti romanzi storici e un libro che io ho già letto cinque volte senza riuscire a catalogarlo e che, quindi, mi piace tantissimo.

La giostra dei fiori spezzati è un’opera che non può essere catalogata come romanzo storico – le vicende narrate non sono necessariamente vincolate all’epoca in cui si svolgono – ma non possono, allo stesso tempo, essere considerate del tutto indipendenti dall’ambiente in cui si sviluppano. 

Fermiamoci qui, per il momento e andiamo a vedere il contesto storico in cui Strukul ambienta il suo racconto.

Negli anni ’80 e ’90 dell’Ottocento l’economia padovana conosce un discreto incremento, che porta alla nascita di nuove industrie e a un progressivo, anche se ancora parziale, abbandono delle campagne. 

La città di Padova, a fine secolo, fiorisce di imprenditori e magnati e letterati. 

Si stampano giornali – tra fine Ottocento e inizio Novecento, i principali quotidiani di Padova erano La Sentinella, Il Veneto e La Provincia di Padova – si avviano opere di pubblica utilità e beneficenza, si potenziano i settori dell’economia che già erano in via di sviluppo. Il tessile, la siderurgia e la stampa. 

Come se la città fosse tornata al benessere cosmopolita di Ezzelino. 

Ancora una trentina d’anni, forse meno, in cui la comunità ebraica fiorirà e produrrà frutti che purtroppo non resisteranno al tempo.

Chiedete in giro com’era invece  il Portello a fine ‘800: incubi notturni e nulla che profumi di panni stesi al sole.

In questo Porteo, così lo chiamano, non si vede che immondizia; i carretti che vendono verdura e pesce e i mucchi di rifiuti hanno tutti lo stesso colore e lo stesso odore. 

La strada principale che viene dalla grande porta, quella da cui entra in città chi viene da Venezia e dalla sua campagna, è come un paese ma un paese dell’inferno: tutta fiancheggiata da casette, dove sembra che si ammassi una quantità enorme di persone. Pare che qui il sole non riesca ad arrivare, sarà il fumo dei fuochi sempre accesi per scaldarsi o far da mangiare. 

Che poi fuochi, ma cosa bruciano? Le porte e gli scuri delle stamberghe, in cui si ammassano la notte e quando piove; vecchi mobili recuperati chissà dove, magari nei palazzi abbandonati, che sono tanti da queste parti, e quello che raccolgono in giro.

Vivono tutti del lavoro delle donne, e c’è solo un tipo di lavoro che una donna può fare da queste parti, vendere: verdura e pesce se è capace di procurarseli, lavori di cucito se li sa fare, se stessa se è disperata.

Queste sono le donne che racconta Strukul, i suoi fiori spezzati che esercitano al Portello ma non solo; nate per vivere male e morire ancora peggio, straziate come bestie da una bestia più feroce di loro.

Fossero rimaste in campagna – se fosse rimasto del lavoro nelle campagne – sarebbero morte di pellagra ma nel letto, circondate dalla famiglia, da quelli che ancora non erano morti.

Non ė un’invenzione di Matteo Strukul che le porta a morire in città, ma uno di quei giri di valzer che la storia ha fatto e rifarà, con il nome di rivoluzione industriale, nella seconda metà del XVIII secolo in Inghilterra e, nel nostro caso, tra ‘800 e ‘900 nel padovano.

La meccanizzazione del lavoro agricolo consente una diminuzione della mano d’opera a pari rendimento, quindi la forzata urbanizzazione degli abitanti delle campagne, lo sviluppo delle fabbriche, la creazione delle nuove classi sociali di borghesia e proletariato.

Per lo sviluppo della borghesia ė necessario l’aumento del numero dei proletari e, parallelamente, la salvaguardia delle concezioni morali su cui si basa la società borghese presuppone l’ampliamento del mercato della prostituzione.

L’eccessiva disponibilità di manodopera genera disoccupazione in campagna e in città e spinge all’emigrazione.

Miseria, ignoranza e frustrazione generano violenza: tanto in chi ne è causa quanto in chi ne diventa vittima.

Questo lo scenario in cui nasce e si sviluppa La giostra dei fiori spezzati, un romanzo che non dipende dalla contingenza socio-economica della Padova di fine Ottocento ma descrive uno stato di cose che generalmente si verifica in presenza di determinate condizioni, alle quali non è peraltro rigidamente vincolato.

Quindi, un particolare tipo di rapporto tra storia e vicende narrate, quello che ha instaurato Strukul con questo romanzo. Che è un romanzo a tutti gli effetti, non un vagabondare dell’autore intorno a se stesso.

Una domanda, per finire: perché la giostra? In un primo tempo avevo ipotizzato che potesse rappresentare la macabra danza delle fanciulle uccise. 

Oggi credo si riferisca piuttosto alla ruota del tempo che non smette mai di girare, sempre uguale a se stessa.

Francesca Chiesa*

Di seguito il link al precedente: 

Considerazioni di una lettrice fuori tempo/1

Un romanzo è un romanzo, un’autoanalisi è una noia

https://ilrandagiorivista.com/2025/09/04/considerazioni-di-una-lettrice-fuori-tempo-1-di-francesca-chiesa/

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.