Paul Auster: “L’invenzione della solitudine” (Einaudi, trad. Massimo Bocchiola), di Vincenzo Vacca

Il libro di Paul Auster, “L’ invenzione della solitudine” , si divide in due parti. La prima è intitolata “Ritratto di un uomo invisibile” e narra delle emozioni e dei ricordi di un uomo  – costituisce una parziale autobiografia dello stesso autore  – in ordine alle caratteristiche del  rapporto che sin dalla nascita ha avuto con il proprio padre.

Lo stile è semplice, particolarmente ricco di significati, e molto introspettivo e personale.

Auster segue l’ onda dei ricordi e, pertanto, scava senza infingimenti la figura del padre e come questi riteneva opportuno esercitare la sua figura paterna.

In realtà, il lettore verrà a conoscenza di una vicenda fortemente drammatica che investì il padre dello scrittore in tenera età, segnandolo profondamente. 

Di conseguenza, ne risentì anche l’ intera relazione tra genitore e figlio. 

Una relazione oscura, costituita da affetto negato o, quanto meno, non espresso.

Lo scrittore, dopo la morte del padre, si ritrova a dover svuotare la casa di quest’ultimo, “una abitazione imponente” che diceva molto “del suo mondo interiore”.

Una abitazione che non veniva pulita anche se esteriormente sembrava in un buon stato: un perfetto rispecchiamento di chi ci abitava, vale a dire di una persona che apparentemente sembrava equilibrata, calma ma, invece, era preda di una forte rabbia trattenuta a stento.

Il libro è una sorta di continua spola tra passato e presente, nonché è attraversato da una ricerca di significato nei confronti del comportamento delle persone ma anche nel rapporto tra le stesse e gli oggetti.

La morte del padre è per Paul Auster una causa scatenante per confrontarsi con se stesso, con il proprio passato e futuro. Uno sprone per cercare attivamente le risposte alle domande che la vita ci pone continuamente e provando, quindi, a non essere travolti dal caso.

È chiaro che il viaggio interiore porta a galla inevitabilmente emozioni assopite che adesso, con la morte improvvisa del padre, vengono a galla tutte insieme e l’ uomo prova quasi una sensazione di soffocamento. Infatti, fin da piccolo ha cercato inutilmente di avvicinarsi al proprio genitore, impermeabile alle emozioni.

Ha provato a legarsi a lui, a sentirsi amato, ma il tutto è rimasto nell’ ambito dei desideri.

Ecco perché la scrittura diventa lo strumento per andare a fondo in quanto lo scrittore si sente in qualche modo protetto dalle sue stesse parole.

La scrittura come ancora di salvezza per un uomo che ha avuto un padre che ha scelto la solitudine per sé e per tutti quelli che a lui sono vicini.

Con la  seconda parte del libro, intitolata “Il libro della memoria“, l’ autore analizza in modo meno lineare il proprio io nel rapporto con il figlio Daniel.

In questa seconda parte, volutamente frammentaria, composta di immagini, istantanee, citazioni e pensieri, Auster credo che voglia comunicare la difficoltà ad essere padre, il fondato timore di non riuscire a trasmettere fino in fondo l’ amore per il figlio.

Ne viene fuori, però,  una certa verbosità, non priva però di genialità e di originalità, basti pensare alle considerazioni sul caso e come esso può influenzare la nostra vita. 

È  sublime lo scavo dell’ intimità poetica che fa Auster di un bambino mentre gioca. Il gioco come anticipazione di un mondo a cui aspira il bambino. 

Lo scrittore, citando Freud, afferma che:

 ” l’ attività poetica quanto la fantasticheria costituiscono una continuazione e un sostitutivo del primitivo gioco di bimbi”

Paul Auster è stato un gigante della letteratura e questo libro permette di gustare molto bene il suo stile di scrittura. 

Vincenzo Vacca 

Alice Munro: un breve ricordo di Cristiana Buccarelli

Se n’è andata in punta di piedi all’età di novantatré anni la più grande scrittrice esistente del Nord America: Alice Munro

La Munro, premio Nobel per la letteratura 2013, è stata una vera maestra della short story ed ha rivoluzionato l’architettura del racconto, in particolare in relazione all’uso nelle sue narrazioni di continui flash back temporali, di costanti passaggi dal presente al passato e viceversa.

La Munro è stata una scrittrice singolare, molto diversa non solo da altre scrittrici canadesi come Margaret Laurence, Mavis Gallant, Anne Michaels, ma in genere da tutti i suoi contemporanei nella scrittura del racconto breve. A volte parlando di lei, come sempre avviene per chi scrive racconti, si è citato Chechov, il quale in realtà non c’entra niente con la Munro, che ha avuto una grandissima metodicità nei suoi racconti, quasi sempre ambientati nell’Ontario e in cui si indagano la natura e i rapporti umani attraverso storie quotidiane. 

Della sua vastissima opera voglio ricordare la sua prima raccolta di racconti, Danza delle ombre felicidove nel racconto Maschi e femmine, molto verosimilmente autobiografico, si narra di come diventino adulti un fratello e una sorella figli di agricoltori: entrambi assistono all’uccisione di una cavalla ad opera del padre, e le loro reazioni a ciò sono molto differenti.

Alice Munro era appunto vissuta in una piccola fattoria con i propri genitori, ai margini di un paese dello stato del Western Ontario, in una zona piena di prostitute e trafficanti illegali di alcolici, con vicini bigotti, con una madre malata, con una vita sociale nulla. Per questo motivo non deve stupire che la Munro dichiarasse: <<quando cresci in un luogo in cui non hai rivali, ti fai un’idea esagerata di quello che puoi arrivare a fare nella vita>>.

In un’altra raccolta, Le bambine che restanoc’è un altro racconto a mio avviso straordinario: Il sogno di mia madre, in cui l’autrice narra come una giovane madre e moglie, inizi a fare del teatro in forma amatoriale e ad un certo punto, di colpo, arrivi a distruggere la famiglia che si è creata a causa di una sbandata per il regista. 

La scrittura della Munro ha sempre avuto un tono colloquiale e familiare, e si è realizzata attraverso una sorta di lente di ingrandimento, con l’osservazione di personaggi comuni, presi ad ogni angolo di strada.

La Munro ha fatto riferimento nella sua importante opera letteraria a ciò che lei stessa ha chiamato ‘economia emotiva del mondo’, con un richiamo preciso a felicità e infelicità nelle vite comuni e quotidiane dei suoi personaggi e lo ha fatto con grandissima incisività.          

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

Schivo, elegante, raffinato, uno squisito scrittore e letterato: Nico Orengo, di Stefano Pignataro

Schivo, elegante, raffinato, esponente di spicco di quella Letteratura che ben ha amalgamato l’impegno letterario con la professione giornalistica, Nicola Orengo detto “Nico” ( per meglio dire il Marchese Nico Orengo, titolo mai adoperato ne’ ostentato), lo scorso febbraio avrebbe compiuto ottant’anni.

Ottant’anni di cui esattamente cinquanta fa, con la pubblicazione de “Motivi per canzoni popolari,” per  Farigliano, Nicola Milano, 1964) furono dedicati alla Letteratura. Orengo, scomparso a Torino nel 2009, fu inserito di diritto nella Storia Europea della Letteratura italiana diretta dal Prof. Alberto Asor Rosa (con la collaborazione di Lucinda Spera e Monica Cristina Storini) pubblicata da Le Monnier Scuola. Asor Rosa, in questa opera monumentale, oltre ad una precisa analisi scientifica ed accademica delle opere di ottocento anni di storia letteraria, si prefiggeva di “far emergere il tessuto  di relazioni e di renderle evidente”, un progetto in cui “il dare e l’avere talvolta si sono contrapposti secondo equilibri e squilibri mutevoli”. Orengo, secondo il critico letterario scomparso da poco, spingeva la sua tecnica narrativa con squisita eleganza, memoria letteraria e memoria familiare si fondevano e si intrecciavano in maniera magistrale. Asor Rosa, in questa critica, si rivolgeva in ultima analisi al penultimo libro pubblicato, Hotel Angleterre (Einaudi, 2007), in cui lo scrittore compiva un reportage dalla Russia arrivando a conngiugere i due poli come San Pietroburgo e Sanremo in un filo di racconti e ricordi familiari (il tema della memoria) che unisce l’amore di Pushkin e Natalja con i ricordi di sua nonna che formava il futuro scrittore con le  fiabe che avevano come oggetto le  stravaganze della zarina e della sua corte sul lungomare.

Orengo era tutto questo: era memoria, era cultura, era attenzione al mondo della scrittura ed alle novità editoriali (per vent’anni fu Responsabile dell’inserto “Tuttolibri” de “La Stampa”, era lo scrittore attento a quella freschezza della Letterautura dell’infanzia; “A-ulì-Ulè”, quel libricino che nel’72 ebbe un notevole successo con le storie di Crapa Pelata e Tonio Romito associate a geniali ed orecchiali filastrocche che strizzavano l’occhio al nonsense ed al limerik.

In Orengo, il giornalismo andava di pari passo con la Letteratura come molti scrittori della sua generazione, una generazione che non aveva conosciuto la guerra personalmente e che fanno dello “scrivere bene” il tratto distintivo del loro stile.  Lo scrittore colto immette anche nei suoi “quadri di vita” (riprendendo una descrizione del prof. Asor Rosa). Scrittori come Claudio Magris, Vincenzo Cerami, Antonio Tabucchi, Daniele Del Giudice, che in una narrativa libera ed inventiva cercavano la loro opera.

Per Orengo, torinese ma ligure di origine, la sua Liguria era un topos letterario;sovente  i suoi romanzi sono ambientati nella amata riviera di Ponente, La curva del latte e La guerra del basilico sono tra questi o  o nella  Langhe (Di viole e liquirizia). Uno scrittore anche politico e sociale; Ne “Gli spiccioli di Montale” affrontò il tema della speculazione edilizia rea di aver rovinato quelle zone, quella stessa speculazione che recentemente e’ tornata alle cronache dopo la scoperta di un inedito dello stesso poeta genovese ad opera della  professoressa Ida Duretto, docente di Letteratura italiana all’Università di Kyoto ed ex alunna della Scuola Normale Superiore di Pisa, che, nell’archivio del Centro Manoscritti (Università di Pavia) ha rinvenuto una poesia scritta dal poeta  nel 1975 – in cui il poeta futuro Premio Nobel si scaglia contro l’Hotel Fuenti, primo “ecomostro d’Italia”.

Il giornalismo di Nico Orengo era come la sua scrittura, elegante ed a tratti anche sfuggente. Memorabile rimane la sua intervista ad un altro scrittore perennemente legato alla Liguria (e, forse non sarà un caso, anche autore di un volume dedicato alla speculazione edilizia) quale Italo Calvino. In questa intervista televisiva risalente al 1979, la conversazione portata avanti da Orengo verso l’autore della trilogia “dei Nostri antenati” nell’anno della pubblicazione de “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, e’ costituita da domande semplici, forse anche banali all’occhio di uno spettatore disattento e superficiale; “Che mestiere fai? “Come ti chiami” “Dove sei nato”? “Da bambino con che cosa e con chi giocavi?”, domande, al contrario, sagaci, profonde che costituirono terreno fertile per lo scrittore, come da suo stile che Orengo conosceva bene, per addentrarsi in percorsi di stile e di vita a lui tanto cari. Osservatore e defilato, Orengo era forse un insieme di tutti i suoi personaggi. Enigmatico ed a tratti inperscrutabile come la signora Waal, protagonista del suo libro pubblicato sempre per Einaudi in cui questa anziana olandese, vedova, racconta alle signore del Paese la sua vita che quasi si trascina mentre nel suo giardino si affollano storie su storie che non hanno bisogno, forse, di essere identificate. 

Recentemente, chiunque avesse desiderio di acculturarsi sull’opera di Nico Orengo può fare capo all’Università di Torino a Famiglia Orengo ha donato all’Università di Torino  dove tutto il patrimonio librario (quasi 7.000 volumi tra manoscritti, documenti, acquerelli e scritti artistici e per l’infanzia) ha costituito l’omonimo fondo del Centro studi “Guido Gozzano – Cesare Pavese ” a disposizione di studiosi ed appassionati.

“Si tratta di un archivio molto vasto – ha spiegato la Prof.ssa Mariarosa Masoero, del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino – considerata anche tutta la produzione dello scrittore: 20 romanzi, decine di raccolte di poesie, traduzioni, prefazioni, curatele e libri per l’infanzia. È un archivio molto composito che andrà tutto riordinato, condizionato in faldoni appositi, catalogato e messo infine a disposizione di studiosi e studenti, si pensa già da subito di portare avanti delle tesi di laurea magistrale e di dottorato”.

Stefano Pignataro  

Stefano Pignataro (Salerno, 25 Gennaio 1994). Diploma di maturità classica presso il Liceo “Torquato Tasso” di Salerno, Laurea triennale in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Salerno con una tesi sul confronto letterario e storico su Pier Paolo Pasolini. Laurea Magistrale in Filologia moderna presso lo stesso Ateneo con una tesi su Carlo Levi. Consigliere di Facoltà dell’Università degli studi di Salerno, Presidente del Consiglio degli studenti del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università degli studi di Salerno. Iscrizione all’Albo dei Giornalisti pubblicisti presso l’Ordine regionale dei Giornalisti della Campania ed editorialista alla cultura di diverse testate giornalistiche regionali e nazionali. Idoneità Dottorato di ricerca in studi Letterari Dipartimento di studi umanistici. Collaborazione riviste letterarie universitarie di italianistica. Docente di Letteratura italiana contemporanea.

Materia, mistero e realtà nella scrittura folgorante di Flannery O’ Connor, di Cristiana Buccarelli

‘’Se uno scrittore vale qualcosa’’, ha detto Flannery O’Connor, ‘’ciò che crea avrà la propria fonte in un reame assai più vasto di quello che la sua mente cosciente può abbracciare, e sarà sempre una sorpresa maggiore per lui di quanto non potrà mai esserlo per il suo lettore’’.

Secondo la grande scrittrice statunitense la narrativa e quindi lo scrivere delle storie riguarda tutto ciò che è umano, e noi siamo fatti di polvere, quindi se si disdegna di impolverarsi non si può realizzare sul serio una narrazione.

Ciò significa che ogni persona che scrive deve entrare liberamente dentro una storia e lasciarsi immergere nei chiaroscuri, nelle bellezze e nelle mostruosità umane: essere in questa posizione di libertà significa avere il coraggio di sporcarsi le mani, e questo avviene solo se si è capaci di porsi in ascolto della realtà di ciò che ci circonda.

A Flannery O’Connor era inoltre assolutamente chiaro che le emozioni non devono mai essere descritte ma suscitate. E così l’autrice, con la sua capacità di far percepire direttamente al lettore e con il suo realismo preciso, che verosimilmente subisce l’influenza di William Faulkner, ci trascina nell’America del Sud, nella Bible belt degli Stati Uniti, nella cosiddetta fascia della Bibbia, in cui soprattutto verso la metà del Novecento, la religione aveva un ruolo di primo piano. E in questo contesto l’autrice ci narra di personaggi colti in una loro realtà spesso inesorabile e brutale, a volte spinti da veri e propri automatismi; si tratta quasi sempre storie di decadenza, di case fatiscenti, di esseri umani deprivati, di paesaggi scarni e desolati. 

Per esempio nel bellissimo racconto La vita che salvi può essere la tua, all’interno della raccolta Il giorno del giudizio e altri racconti (Il sole 24 ore) si legge:

‘’Lo sguardo pallido e acuto del signor Shiflet aveva già passato in rivista tutto nel cortile – la pompa all’angolo della casa e il grosso fico sul quale tre o quattro galline si preparavano ad appollaiarsi per la notte – e si era spostato su un capanno dal quale spuntava la parte posteriore di un’automobile, quadrata e rugginosa. <<Le signore guidano?>> domandò, <<quella macchina non va da quindici anni >> rispose la vecchia, <<il giorno che mio marito è morto, ha smesso d’andare>>.

In questa storia Flannery O’Connor ci racconta una realtà nuda e cruda; il signor Shiftlet persuade una vecchia signora a sistemarlo nella sua stalla, a farlo dormire nella macchina che era stata di suo marito, a dargli in moglie la figlia ritardata, a dargli tutto ciò che ha e a  farli partire con la macchina che ha rimesso a posto per il viaggio di nozze… in realtà vuole esclusivamente impossessarsi della vecchia automobile e trova il modo di abbandonare la ragazza, ma il racconto non finisce qui.        

Un altro racconto della stessa raccolta che lascia, a mio avviso, un segno fortissimo è Incontro tardivo con il nemico, in cui ci sono i due personaggi del centenario generale Sash e di sua nipote Sally Poker Sash di sessantadue anni. Lui riesce a parlare solo di donne ed è una specie di essere umano mummificato dal tempo, lei è una donnetta noiosa e petulante, la quale aspetta solo di portare il vecchio agghindato per presenziare al suo diploma. Ma il giorno della festa, mentre il generale viene spinto in carrozzina da un nipote di Sally, verrà dimenticato sotto il sole da quest’ultimo per farsi una coca cola. In questa narrazione c’è tutto lo spirito sferzante e disincantato della O’ Connor nel descrivere alcuni aspetti della natura umana. 

’lui se ne infischiava totalmente del suo diploma ma non aveva mai dubitato che sarebbe vissuto fino ad allora. Era talmente abituato a vivere da non riuscire a concepire un’alternativa’’  

E infine: ‘’C’era un lungo dito di musica, nella testa del generale, e frugava in molti punti che erano parole, e vi lasciava cadere un po’ di luce, aiutandole a vivere. Le parole cominciarono ad avanzare verso di lui, e lui disse <<Che Dio vi fulmini, ve lo proibisco!>>’’   

C’è molto spesso nei racconti della O’Connor una realtà quasi agghiacciante ma sempre pervasa da un senso del mistero e di rivelazione di uno stato di grazia; infatti lei stessa ha sostenuto: ‘’Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero, naturalmente può darsi che lo riveli a sé stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche darsi che non riesca a rivelarlo nemmeno a sé stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza’’.

Infatti Flannery O’Connor aveva ben chiaro come i due elementi della materia e del mistero non siano per nulla in contrasto: è proprio attraverso il suo realismo puntuale che la scrittrice pervade le sue storie della dimensione del mistero e così chiede indirettamente ma maniera decisa una predisposizione nell’accogliere questo mistero, attraverso lo svelamento della parola. 

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019, presentati tutti in edizioni diverse al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2020 è stata pubblicata a sua cura la raccolta Sguardo parola e mito (IOD Edizioni). Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato all’interno di Vibo Valentia Capitale italiana del libro 2021 al Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere e nel Festival Alchimie e linguaggi di donne 2022 a Narni. Con I falò nel bosco ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni).

La deriva letteraria di Milan Kundera e Bohumil Hrabal, di Antonio Corvino

Perché Milan Kundera se ne andò da Praga?
E perché Bohumil Hrabal invece restò?

Quale fu il discrimine, l’elemento scatenante?
E qual è il rapporto di Praga e dei Praghesi con Kundera e con Hrabal oggi?
Indifferenza? Amore? Rancore? Rabbia?
E la letteratura, la poesia di Kundera e di Hrabal dove nascevano e dove si
alimentavano?
Ho girato in lungo ed in largo Praga nel mio ultimo soggiorno. Sono andato in cerca dei
luoghi di Kundera e dei luoghi di Hrabal.
Cercavo la magia, questa volta la magia della poesia, della letteratura e con essa anche
qualche risposta a tutti quei quesiti.
E vi era ancora, latente dentro di me, un altro quesito che finalmente lasciai salire in
superficie: perché tutto questo mio interesse per le storie contrapposte dei due scrittori?
Non potevo fermarmi alla loro poetica? Al confronto dei loro paradigmi letterari e poetici?
O meglio ancora non potevo accontentarmi di leggere le loro opere e gustarle fino in fondo
come si fa quando ti trovi davanti ad un’opera d’arte? Goderla per il suo contenuto
estetico, emozionale e amen?

Il murales di Hrabal


Il fatto é che Praga dissemina la sua magia ovunque: nell’aria che respiri, nelle guglie
delle sue chiese, nelle Sinagoghe, nei vicoli di Staré Mesto, la vecchia città, quella raccolta
tra il Ponte Carlo e la piazza dell’Orologio, in Mala Strana, la piccola città con il Castello e
la Cattedrale, il vicolo degli alchimisti, nel muro dipinto dell’isola di Campa (Lennon Wall) e nella vena creativa dei suoi poeti e scrittori. Mi son fatto l’idea che questi ultimi traggano da quella
magia la loro forza, la loro immaginazione.
Perché alla fine il mistero che ti avvolge a Praga e che respiri a pieni polmoni è la magia
della dimensione primordiale dell’Umanità, i suoi valori ancestrali. Niente altro.
Certo ogni poeta, ogni scrittore possiede una cifra letteraria, creativa, immaginifica che lo
differenzia da tutti gli altri ma qui a Praga ciascuno alimenta quella cifra direttamente nella
magia che rende unica questa città. E se te ne allontani quella magia la perdi e diventi
qualcun altro.
É quello che successe a Milan Kundera allorché se ne andò o fuggì da Praga.
Cessò di essere un poeta ed uno scrittore legato alla magia, alla dimensione primordiale
ed ancestrale di questa terra. Cessò di essere un poeta e scrittore praghese.
Semplicemente.
Bohumil Hrabal si rifiutò di andarsene o di fuggire e restò immerso sino alla fine in quella
magia.
Perché tu puoi essere diverso da chiunque altro ma la magia in cui ti muovi é la stessa per
tutti.
Tereze, la protagonista de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” a cui Milan Kundera
affidò i sentimenti per la sua ormai ex città, la sente ancora, prepotentemente, la magia di
Praga. Ella si sarebbe voltata una , due, dieci, cento volte a guardare Praga mentre si
allontanava salendo lungo i viottoli della collina di Pettrin.
La città le si mostrava, la chiamava, la inondava di tristezza e di nostalgia, avrebbe voluto
trattenerla, ma sapeva che lei non si sarebbe fermata nonostante la guardasse e la
invocasse come la più bella di tutte le città del mondo.
Quel Romanzo scritto nel 1984 a nove anni dalla partenza o fuga da Praga è ancora
intriso di bellezza primordiale, di emozioni e sentimenti che scavano nei valori ancestrali
più profondi. Gli stessi che aleggiano, seppur violati, traditi e oscurati dal regime che nega
persino, anzi prima di tutto, la libertà individuale, ne “ Lo scherzo” il primo romanzo
praghese di Kundera del 1967 per nulla apprezzato dall’onnipresente regime.
Poi via via la scrittura di Kundera si stacca dalla dimensione primordiale che dà vita alla
magia della più bella città del mondo e diventa altra cosa. Diventa pensiero raffinato,
diventa ricerca intima e razionale del proprio essere e divenire sino a sfociare nel pensiero
disincantato seppure pervaso di quella stessa tristezza e malinconia di Tereze sulla collina
di Pettrin.

Molte scelte, potendo disporre del sapere necessario o magari delle conoscenze,
sensibilità acquisite strada facendo, forse non le avremmo fatte, comunque sarebbero
state diverse, sembra confessare Kundera nel suo ultimo scritto francese “La festa
dell’insignificanza
”.
Ma è qui che si erge, in tutta la sua forza, la scelta di Bohumil Hrabal.
Perché Hrabal non fuggì, non scappò e preferì tenersi stretta la magia della sua terra, una
magia che a sua volta si alimentava della volontà della gente letteralmente decisa a
vivere nonostante tutto.
Certo Il panorama urbano che poteva osservare Bohumil era diverso rispetto a quello in
cui era immerso Milan.
Il quartiere Liben in cui abitava Hrabal era un quartiere popolare dove giravano operai e
contadini, uomini e donne alle prese con una quotidianità dura. Le case erano povere
case, le piazze erano spiazzi invasi da erbacce, le trattorie erano poca cosa e a pranzo la
gente andava in una specie di grande mensa allestita dal regime da cui si portava via
qualcosa da mangiare frettolosamente. Il quartiere era in piano e nessuna guglia
disegnava l’orizzonte e nemmeno il Castello vi compariva. Solo case basse e le ciminiere
di qualche birrificio, i depositi dei rifiuti da mandare al macero compresi i libri non graditi al
regime. E ovunque, in ogni istante, la necessità di strappare la vita lavorando in una
fabbrica o un’altra, su un cantiere o un altro, cercando di coltivare alla meglio un pezzo di
terra, qualche patata, qualche ciliegio o pero o melo. Praga non passava di meglio a
Bohumil Hrabal quanto a condizioni di benessere materiale, ma gli consentiva di vivere in
una dimensione comunitaria piena e totale fatta di solidarietà e compassione, di amicizia e
sentimenti dove l’amore, quando scoppiava, era amore vero e durava una vita intera come
il suo amore per la moglie Pipsi. E non è che Bohumil non se ne rendesse conto. Certo la
fatica al termine della giornata lo sfiancava, come tutti. Certo trovava nelle birrerie il
conforto a giornate piene di fatica. Ma egli si muoveva consapevole della sua condizione
e di quella di tutta la gente che viveva lì. E sapeva che in quella gente vi era la fonte della
sua poesia e della sua magica creatività ironica e sarcastica, malinconica e pugnace.
E scelse di non andarsene.
Perché egli sapeva di potersi e doversi specchiare in quella gente così come quella gente
si specchiava in lui.
Era un intellettuale Hrabal, aveva fatto l’università, la facoltà di giurisprudenza.
Non era nato da una famiglia borghese o aristocratica né tanto meno la sua famiglia si era
riciclata nei quadri della nomenclatura del partito comunista.
Era nato per caso, frutto dei tentativi di una madre che provava a raddrizzare la vita che
andava per conto suo, ossia male.
E aveva fatto un sacco di lavori, e tutti manuali, per raddrizzare anche la sua vita, ma
sempre guardandola dritto negli occhi che poi erano gli occhi di quanti gli vivevano intorno
e che dovevano andare avanti nel bene e nel male, lavorando, in un contesto difficile
come poteva essere difficile il dopo guerra che aveva segnato la fine dell’impero
austroungarico in quella che allora era la Cecoslovacchia e che egli brillantemente
descrisse con sarcasmo ed ironia impareggiabili nel romanzo “Ho Servito il Re
d’Inghilterra” da lui ambientato nello straordinario, elegante nelle sue fioriture liberty, ed
esclusivo Hotel de Pariz, sempre a ridosso di Staré Mesto e dove chiunque può, come ho
fatto io con la mia amica praghese Eva, estimatrice ella pure di Hrabal, andare, ancora
oggi, a fare colazione o prendere un aperitivo o pranzare a prezzi assolutamente normali.

L’Hotel de Paris a Praga

Poi era seguita l’occupazione nazista e la guerra e l’avvento del regime sovietico che per
un ventennio, dal 1948 al 1968 avrebbe stretto in una morsa di silenzio il Paese intero
concedendo privilegi a pochi e miseria intrisa di violenza a tutti gli altri. E lui decise di
rimanere dove gli altri erano costretti a stare. Anche dopo la drammatica fine della
primavera praghese del 1968 che riportò nuovamente il paese sotto il calcagno della
dittatura sovietica.

Avrebbe potuto andar via.
Certo che avrebbe potuto.
Hrabal era uno scrittore noto in patria ed all’estero.
Dal suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati” era stato tratto un film con sceneggiatura
da lui firmata che aveva vinto l’oscar come miglior film straniero, appena qualche anno
prima, nel 1966.
In seguito capi di stato esteri, con il poeta e drammaturgo praghese Václav Havel,
presidente della Cecoslovacchia finalmente libera, e Bill Clinton presidente degli Stati
Uniti in visita a Praga lo vollero incontrare e si recarono addirittura a trovarlo nella birreria
da lui frequentata, da “U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro).

“U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro)

Egli era il riflesso dell’anima praghese, l’interprete della sua magia. Colui che salvava il
sapere dei libri mandati al macero dal regime e che perpetuava la dimensione primordiale
ed i valori ancestrali dell’umanità violati dalla dittatura comunista praghese teleguidata dal
Cremlino. Colui che salvava la magia di Praga e la custodiva per i tempi a venire.
A Praga tutti amano Hrabal.
Lo sentono come l’espressione del loro stesso essere.
Sono andato in giro, con la mia amica praghese Eva, per il suo quartiere, il quartiere
periferico n.8.
Della sua casa al n. 24 della via Liben é stata salvata la facciata insieme a quella di altre
casette vicine, tutte trasformate in un murale di oltre duecento metri a lui dedicato, prima
di far posto alla metropolitana.
Bohumil vi appare insieme ai suoi gatti, alla sua macchina da scrivere, con il suo viso da
adolescente caparbio ed anche un po’ ingenuo, con il viso che gli ride mentre gli occhi
scrutano tutto ciò che esiste intorno a lui.
Brani dei suoi romanzi sono riportati nelle intercapedini dei muri.
Tutto intorno non c’è più nulla, solo una enorme ed anonima piazza, ma lo spirito di
Bohumil vi aleggia integro. E lo si incontra nel Teatro Pod Palmovkou e nelle trattorie del
quartiere che spesso prendono il suo nome.
Nel vecchio mulino sulle sponde del vicino canale che confluisce nella Moldava,
trasformato di recente in centro culturale, ho visitato una mostra a lui dedicata. Un gruppo
di artisti ungheresi l’ha organizzata per lui, a Praga, nel suo quartiere a due passi dalla sua
vecchia casa.
Lo stesso amore non lo trovi per altri scrittori. Almeno a me non è capitato di intercettarlo.
Il centenario della nascita di Kafka è passato invano a Praga.
La casa natale di Kafka in Staré Mesto fu demolita per far posto ad un nuovo palazzo.
All’angolo di esso un piccolo busto ricorda il grande scrittore mentre una scultura sotto
forma di spirale attorcigliata su stessa ne ricorda l’opera sulla vicina piazza. Scriveva in
tedesco Kafka e questo lo ha escluso dalla magia praghese. Celebrato nel mondo qui é
pressoché ignorato.
È la stessa sorte toccata a Mikan Kundera.
Anch’egli, una volta partito, smise di scrivere in ceco e prese a scrivere in francese. Oggi
viene addirittura considerato uno scrittore francese.
Della magia praghese é rimasta la nostalgia ed il rimpianto forse nascosti dentro alla sua
ultima opera “La festa dell’Insignificanza”.
Kundera partì da Praga nel 1975. Sette anni dopo la fine della primavera praghese
stroncata violentemente dai carri armati sovietici.
Milan era un privilegiato, viveva nella Nuova Città, quella attaccata a Staré Mesto ed a
Mala Strana con l’isola di Campa a due passi e la collina di Pettrin a far da sfondo. Il
teatro dell’opera e la facoltà di lettere e cinema da lui frequentata in gioventù erano da
quelle parti, lungo la Moldava. Anche l’elegante caffè Slavia era sulla stessa strada. Mi ci
sono recato, con Marisa, la mia amica italiana trapiantata a Praga, grande estimatrice di
Kundera. È grande il caffè Slavia. L’arredamento retrò ti rimanda piacevolmente indietro nel tempo. Il personale è gentile, i prodotti di qualità. Qui ci venivano gli intellettuali,
durante il regime comunista. Era una specie di zona franca, sempre che qualcuno non
raccontasse alla polizia politica cosa si diceva lì dentro.
Alle pareti le foto di scrittori, musicisti, poeti, intellettuali.
È antico il caffè Slavia ed elegante. Di fronte il teatro dell’opera frequentato dalla famiglia
Kundera.
Ci andava anche Kafka in quel caffè e pure Bohumil, ogni tanto, che ci incontrava i suoi
colleghi compreso Milan.
Il regime comunista era stato lieve per la famiglia Kundera. Il padre era direttore del
Conservatorio musicale e, si sa, l’appartenenza alla nomenclatura riservava privilegi tra i
soviet ma imponeva anche obbedienza e totale allineamento.
Come Bohumil ed altri intellettuali, sarebbe potuto restare e vivere la vita di quanti erano
rimasti. Certo il prezzo che il regime gli avrebbe imposto sarebbe stato caro. Magari
avrebbe comportato anche l’impegno alla delazione per denunciare gli intellettuali ribelli.
Scelse di andarsene a Parigi.
E probabilmente il suo capolavoro “l’insostenibile leggerezza dell’essere” fu l’ultimo riflesso
della magia di Praga che, allungatasi sino a lui attraverso la tristezza di Terese, è forse
sopravvissuta in fondo al suo animo per scomparire allorquando egli tagliò definitivamente
il cordone ombelicale rinunciando alla stessa sua lingua.
Sono stato al caffè Slavia per respirare l’atmosfera raffinata ed elegante cui era abituato
Kundera e sono salito sulla collina di Pettrin in cerca di qualche segnale che evocasse il
suo spirito senza tuttavia trovarlo.

Caffè Slavia

E mentre nel quartiere Liben ancora oggi tutti amano Hrabal così non è nella Nuova Città.
Quando lessi “l’insostenibile leggerezza dell’essere” mi innamorai di quel romanzo.
La fuga dello scrittore dalla dittatura comunista mi sembrò un’epopea degna di Odisseo.
La lotta di un uomo in nome e per conto dell’umanità intera.
Mi sbagliavo, quella era solo frutto di rievocazione, eco lontana di un mondo scomparso.
Era Hrabal e tutti gli intellettuali come lui rimasti nell’inferno comunista di una Praga
tramortita ma non doma, che avevano assunto su di sé la fatica di vivere e custodire la
magia.
E tuttavia l’eco di quella magia sopravvisse nella letteratura di Kundera, almeno mi illudo,
sino a manifestarsi nella resipiscenza nostalgica de “La festa dell’insignificanza ”.
Chissà, in essa, la riflessione dello scrittore forse fa il paio con la nostalgia di Terese che
sulla collina di Pettrin proprio non riusciva a staccare gli occhi dalla più bella città del
mondo.

Antonio Corvino*

* L’articolo è stato scritto dall’autore nel corso del recente soggiorno praghese ospite dell’Istituto Italiano di Cultura dove ha presentato il suo “Cammini a Sud”.

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.