All’inizio del XX secolo, l’aumento del benessere coincide anche con una crescita della domanda culturale e dei bisogni della lettura che, pur rimanendo ancora un fatto limitato, sollecita nuovi spazi di intervento. Da un lato persiste la funzione, anche pratica ed educativa, di una editoria di tipo popolare (rappresentata soprattutto dal milanese Sonzogno), mentre i giornali continuano a pubblicare sulle loro pagine le puntate dei romanzi d’appendice (ma il fenomeno si esaurirà negli anni del dopoguerra). D’altro lato l’industria editoriale tende ad affinare la qualità del prodotto letterario, venendo incontro ai gusti nuovi e più selettivi del settore medio-alto. La preziosità del libro, nella sua veste editoriale, esalta il prestigio di un autore, come nel caso di D’Annunzio, i cui testi, per il successo incontrato, uscirono in edizioni riccamente illustrate e decorate nella copertina, nel frontespizio e all’inizio dei capitoli. Si potrebbe ricostruire un’interessante vicenda del rapporto fra l’illustrazione delle opere (il nome più prestigioso è quello di Adolfo De Karolis) e il decorativismo del liberty, che trova nell’espressione grafica (si pensi anche ai manifesti pubblicitari) un nuovo campo di applicazione industriale, trasformando anche il libro in un prodotto di lusso. Il maggiore editore italiano resta, a Milano, Emilio Treves, che pubblica, oltre agli stranieri, quasi tutti i più importanti scrittori italiani, con un programma di penetrazione commerciale a largo raggio: dalle opere amene e di successo a quelle artisticamente più impegnate ed elaborate.

Accanto all’editoria di mercato, che punta su autori dalla fama consolidata o su testi di più sicuro consumo, cominciano ad aprirsi spazi significativi, anche se più ristretti, per un’editoria legata alle nuove tendenze della cultura militante. Le riviste affiancano spesso una vivace attività editoriale: dalle Edizioni di “Poesia”, promosse da Marinetti, alla Libreria della “Voce”, fondata da Prezzolini nel 1911, dove uscirono alcuni fra i testi più significativi della contemporanea letteratura italiana. Oltre a dirigere “La Critica”, Benedetto Croce avviò e sostenne l’importante attività saggistica della casa editrice Laterza.
Anche il giornalismo, oltre a migliorare e potenziare le strutture e i servizi dell’informazione, tende a elevare la qualità del livello culturale. A Milano, verso la fine del secolo XIX, entra in crisi il maggiore organo della stampa democratico-popolare, “Il Secolo”, che per primo aveva superato la tiratura delle 100.000 copie; si afferma così decisamente l’organo antagonista, il “Corriere della Sera”, il quotidiano della media e dell’alta borghesia che è già, all’inizio del Novecento, il più importante e autorevole giornale italiano. Il Corriere, che riceverà un grande impulso dalla direzione di Luigi Albertini (1871-1941), si assicura la collaborazione dei più prestigiosi scrittori italiani (da D’Annunzio a Pirandello) continuando quella politica delle grandi firme che lo porterà ad avere la terza pagina più prestigiosa della stampa italiana (analoghi obiettivi verranno perseguiti da altri giornali, come “La Stampa” di Torino, “La Tribuna” di Roma e “Il Mattino” di Napoli).
Anche la stampa periodica si propone di venire incontro alle esigenze sempre più differenziate del pubblico. Dal Corriere della Sera derivano tre importanti riviste: “La Lettura” (1901), diretta inizialmente da un letterato e commediografo di successo, Giuseppe Giacosa, che propone testi letterari e servizi di interesse culturale; la “Domenica del Corriere” (1899), settimanale di attualità con intenti divulgativi ampiamente popolari, che diventerà famoso anche per le sue copertine illustrate; il “Corriere dei piccoli” (1909), destinato a un pubblico infantile e diffusissimo ancora nel secondo dopoguerra. Mentre Treves continua la pubblicazione dell’“Illustrazione italiana”, con i reportage e i servizi che ne avevano fatto “il giornale di prestigio delle classi alte” (Dossena), si affermano le riviste di moda e di attualità destinate specificamente a un pubblico femminile (nel 1905 viene fondata “La donna”).
A tutte queste riviste collaborano ampiamente gli scrittori del tempo (sullo stesso Corriere dei piccoli, ad esempio, scriveranno fra gli altri Guido Gozzano ed Elsa Morante), con una produzione che, oltre a tradursi anche in una fonte di guadagno economico, aumenta la diffusione e l’importanza della letteratura, anche come fatto di costume. Comincia a formarsi un concetto più moderno di pubblico, che condiziona le caratteristiche del mercato editoriale. Il fenomeno acquista anche una particolare rilevanza sociologica, che comincia a sollecitare l’interesse della critica: nel 1914 Renato Serra pubblica un volumetto, Le lettere, in cui prende in esame la produzione letteraria dell’anno precedente, distinta per generi: la lirica, la narrativa, la critica. Accanto agli scrittori più significativi compaiono anche gli autori abitualmente considerati minori, compresi quelli dei generi più popolari e di consumo. Ne risulta una specie di bilancio esemplare, che offre una fotografia articolata della letteratura italiana prima della guerra, in relazione alle sue principali tendenze e agli stessi gusti del pubblico.
L’editoria culturale prosegue a Bari con l’attività della Laterza, dove continua a pubblicare le sue opere Benedetto Croce, che ne sosterrà l’attività ancora nel secondo dopoguerra. Il rapporto editoria-cultura conserva uno dei suoi centri più importanti a Firenze, dove assume un particolare rilievo, nell’ambito della produzione saggistico-accademica, la casa editrice Sansoni (fondata nel 1874), che ha in Giovanni Gentile il suo consulente più autorevole. Molto forti restano in questa città i vincoli con la letteratura militante: la “Vallecchi”, dopo aver stampato alcune fra le più importanti riviste del primo Novecento, dal “Leonardo” a“Lacerba”, continua in questo vivace settore di attività, pubblicando oltre al “Selvaggio”, le riviste degli ermetici “Il Frontespizio”, “Campo di Marte”, le loro opere e gli studi critici che accompagnano o fiancheggiano il movimento.
Il rapporto fra le riviste e l’editoria resta un altro degli aspetti caratterizzanti. Un esempio è quello di Piero Gobetti, la cui influenza delle idee è soprattutto persistente a Torino, dove sorgono alcune case editrici che svolgono un’azione anticonformistica, estranea e tendenzialmente polemica nei confronti delle direttive del regime: la “Silva”, che pubblica traduzioni di autori russi, con la consulenza di Leone Ginzburg, e la Frassinelli, presso cui Pavese introduce gli scrittori americani. E in questo clima, e con il medesimo gruppo di collaboratori, che Giulio Einaudi fonda nel 1933 la casa editrice che porta il suo nome. Dopo aver esordito con la pubblicazione di una rivista “La Cultura”, il giovane editore avvia una serie di iniziative che, rafforzandosi via via, svolgeranno un ruolo decisivo per lo sviluppo della cultura italiana fino ai nostri giorni. Si può dire che l’Einaudi abbia fatto conoscere in Italia molti dei testi capitali della cultura straniera.
Sul piano della grande editoria di mercato si esaurisce la spinta della casa editrice Treves, che verrà assorbita, nel 1939, dalla Garzanti. Al suo posto si afferma la Mondadori che, nata nel 1907, finirà per pubblicare tutti i maggiori scrittori contemporanei, sia quelli consacrati dalla più alta tradizione ufficiale, da D’Annunzio a Pirandello, sia quelli che incontrano i maggiori consensi del pubblico. La Mondadori si pone a capo di un processo di trasformazione dell’’editoria in senso modernamente industriale, che raggiungerà la sua più tipica espressione nel dopoguerra. Un percorso analogo si può indicare anche per la Rizzoli, che vede la luce nel 1924, occupandosi della pubblicazione di periodici illustrati, per passare poi dal 1929 anche nel campo librario.
In questo panorama un ruolo profondamente innovatore viene svolto dalla casa editrice fondata nel 1929 da Valentino Bompiani. In un mercato ormai saturo, egli ebbe il merito di puntare soprattutto sui nuovi narratori, raccogliendo ben presto intorno a sé molti fra gli scrittori più rappresentativi del Novecento: da Alvaro a Brancati, da Moravia a Savinio, da Vittorini a Zavattini, via via fino ai tempi relativamente più recenti, con la pubblicazione de “Il Nome della rosa” di Umberto Eco. Bompiani si giovò della loro collaborazione anche per varare importati collane “Idee nuove”, “Pantheon”, “Corona”, dando ampio spazio alla traduzione degli autori stranieri e in particolare degli americani, ad opera soprattutto di Vittorini, che lavorò all’interno della casa editrice fino al 1943. Al vertice di questi sforzi e di queste aperture si può collocare il progetto del “Dizionario letterario delle opere, dei personaggi e degli autori di tutti i tempi e di tutte le letterature” che, dopo una lunga lavorazione, verrà completato nel dopoguerra.
Sempre nel dopoguerra proseguono la loro attività le più importanti case editrici nate tra le due guerre, alcune di grandi dimensioni e dall’organizzazione industriale, come Mondadori e Rizzoli, altre di dimensioni più artigianali, come Bompiani, Garzanti, Einaudi. Le case maggiori diventano dei veri e propri colossi dalla produzione estremamente differenziata, che va dalla narrativa italiana e straniera ai classici, alla saggistica, ai manuali, alla letteratura di massa; al di là dei libri, la loro attività si estende poi ai rotocalchi di informazione e popolari, ai quotidiani, ai fumetti. Con l’acquisizione della Mondadori da parte della Fininvest si è venuta anzi a creare una vasta concentrazione multimediale, che unisce libri, giornali, reti televisive, distribuzione cinematografica: in tal modo i vari prodotti possono godere di numerosi canali di promozione che si intersecano (in particolare quello più potente e a penetrazione più capillare, la televisione, può propagandare libri, riviste, film). Le grandi case editrici offrono così sul mercato una massa di prodotti dai livelli più diversi, dal saggio di elevato valore culturale al romanzo giallo o di spionaggio al rotocalco. Anzi, proprio i prodotti più commerciali consentono di tenere in piedi iniziative, come le collane di classici e di saggistica, che sono inevitabilmente in perdita.
Una fisionomia culturale più definita possiedono le case editrici medie. Case come Einaudi, Garzanti, Bompiani hanno rivestito un ruolo centrale nella cultura italiana, diffondendo i libri che più hanno contato, nella narrativa come nella saggistica. Ad esse nel dopoguerra si sono aggiunte molte iniziative nuove. Cito ad esempio la Feltrinelli, nata nel 1955, che ha pubblicato grandi best-sellers come Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa o Il dottor Zivago di Pasternak o Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez, ma è stata anche l’editrice della neo-avanguardia; la Adelphi, fondata nel 1962 da un transfuga della Einaudi, Luciano Foà, casa estremamente raffinata e di alto livello intellettuale, che ha soprattutto contribuito a diffondere la cultura mitteleuropea, conquistando con il rigore delle sue scelte un vasto pubblico. Tutte le case editrici citate operano sia nel settore della narrativa sia in quello della saggistica; specializzate nella saggistica o nei classici sono invece case come Laterza, Il Mulino, Sansoni, La nuova Italia, Mursia; altre, come Bulzoni o Liguori, si rivolgono a un circuito prevalentemente universitario. Un fenomeno interessante di questi anni, che testimonia la vitalità della cultura italiana nonostante i molti fattori avversi che ostacolano la diffusione del libro, è il sorgere di una miriade di piccole case editrici dalle iniziative coraggiose, che hanno saputo scoprire e valorizzare autori o filoni letterari del passato raffinati ma dimenticati, o trascurati dall’editoria maggiore, oppure ancora proporre interessanti autori nuovi. Tra le tante ricordiamo almeno la Sellerio di Palermo, nata nel 1969, con la collaborazione di Leonardo Sciascia. Si tratta di un’editoria fatta con passione e intelligenza, che si trova sempre sul filo della sopravvivenza per problemi di finanziamento e di distribuzione. Spesso queste piccole case editrici, pur conservando il loro marchio, sono costrette ad appoggiarsi alla rete distributiva delle maggiori, o sono a volte di fatto inglobate da esse. Anche nel settore editoriale si manifesta la tendenza alla concentrazione, tipica dell’industria moderna: per reggere alla sfida tecnologica e per resistere sul mercato le varie case sono costrette ad associarsi o a fondersi.
Abbracciando con uno sguardo complessivo la politica editoriale italiana di questi decenni, due fenomeni soprattutto si pongono all’attenzione. Il primo è l’avvento dei best-sellers, libri di successo che riescono a raggiungere un numero altissimo di copie vendute, dell’ordine delle centinaia di migliaia. Si tratta per lo più di romanzi, il genere più agevolmente letto e più gradito ai vari strati di pubblico: si ricordi “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, poi “Il giardino dei Finzi Contini” di Bassani, “La ragazza di Bube” di Cassola, “Il dottor Zivago” di Pasternak, “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez, “La storia” della Morante, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Kundera, “Il nome della rosa” di Eco. Ma diventano best-seller anche libri di giornalisti famosi come Biagi, Bocca, Pansa, che trattano argomenti di stretta attualità, oppure una saggistica superficiale, che fornisce al pubblico rassicuranti banalità. Ma sicuramente il successo non è mai casuale: il libro che vende, di qualunque livello e valore sia, tocca sempre qualche corda segreta del pubblico, dà corpo ad aspettative profonde. Concorre, certo, il lancio pubblicitario, ma non è determinante. “Il nome della rosa” non uscì come best-seller annunciato, l’editore calcolava di venderne al massimo diecimila copie: in quel caso il successo è stato un meccanismo a valanga autoalimentatosi. In ogni caso lo studio delle ragioni di un clamoroso successo di vendite, condotto con gli strumenti della sociologia, della psicologia di massa, della psicanalisi, della semiotica, consente sempre una radiografia profonda della società e della mentalità di un determinato momento storico.
L’altro grande fenomeno che ha caratterizzato questi decenni è stato il diffondersi dei tascabili. Sin dall’immediato dopoguerra esistevano collane che offrivano classici della letteratura mondiale di tutti i tempi a prezzi contenuti: la Bur, Biblioteca Universale Rizzoli, e la BMM, Biblioteca Moderna Mondadori. Soprattutto la BUR ha offerto a generazione di studenti la possibilità di formarsi una biblioteca, rivestendo una funzione culturale e sociale di inestimabile portata. Ma il vero boom dei libri economici si ha negli anni Sessanta, ed è legato al benessere e al diffondersi della scolarizzazione, che aumentano la domanda culturale. Si moltiplicano, in accanita concorrenza fra di loro, le collane di tascabili, che arrivano a essere vendute persino nelle edicole. La più diffusa è stata la collana degli Oscar Mondadori, che offre, accanto ai romanzi moderni italiani e stranieri, classici di ogni epoca, saggi, manuali; ma vanno ricordati i Grandi libri Garzanti, i Tascabili Bompiani, l’Universale Economica di Feltrinelli, la Grande Universale Mursia. Anche la gloriosa BUR negli anni Settanta si è riproposta in una nuova veste. Sono collane che offrono, a prezzi accessibili, testi accurati, con pregevoli apparati critici, dovuti a studiosi di prestigio. In seguito si è aggiunta un’iniziativa che ha raggiunto un successo strepitoso, quella dei tascabili a mille lire, lanciati dalle edizioni di Stampa Alternativa e in seguito dalla Newton Compton. È un prezzo incredibile, consentito solo da tirature altissime, ma anche da una veste grafica povera e da una cura dei testi non di prim’ordine. Un’atra iniziativa di larga diffusione è quella dei volumi a dispense, venduti nelle edicole, che offrono enciclopedie, manuali, classici.
In conclusione, si può dire che nel dopoguerra si sia veramente creata in Italia un’industria culturale, con il relativo mercato; il libro è diventato una merce in tutto e per tutto nel bene come nel male; da un lato è infinitamente più accessibile a chiunque, ma dall’altro, dovendo sottostare alle leggi spietate del mercato, rischia sempre di scadere di qualità, o di snaturarsi del tutto, perdendo la sua fisionomia culturale.
Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

