Nostra Signora dei Turchi: un’estetica dell’esperienza, di Michela Pellegrini

Mentre mi dispongo alla scrittura di questo pezzo, dalla finestra aperta della mia stanza, per questo autunno lieve, iniziale, arriva il suono prima metallico poi più pieno della banda. Qui nel mio paese è festa e io devo scrivere un pezzo su qualcosa che mi suona astratto come la religione e soprattutto che mi evoca troppo bande di paese, pianure e coste un po’ turche, santi e martiri e in generale un passo iniquo, sghembo. Penso che la letteratura, meglio, la poesia, abbiano questo odore. Se è così, la letteratura deve essere, prima di tutto, una sensazione, forse. È questo fatto un po’ ridicolo e dermico (intanto si è alzato un vento calmo che mi arriccia la pelle), è questo dubbio mal speso che voglio tenere dentro mentre scrivo, se questa banda non finisce di suonare, riprende sempre, continua.

Tommaso Landolfi nel suo Rien va scriveva che «La pittura non si fa con la pittura. La musica non si fa con la musica. La letteratura non si fa con la letteratura». Suggestiva e icastica, l’affermazione dello scrittore costringe a una interrogazione profonda sul senso della scrittura, sulle sue modalità, ma soprattutto, nel medesimo spazio, rivela un minus e un plus. Una insufficienza e un’eccedenza potenziale o già in atto dell’essenza letteraria, uno scarto. La sua pratica non basta ed eccede, sembra dire Landolfi. La frase lascia questa ironia inconclusa, un disturbo o un segreto sarebbe meglio dire, un segreto difficile da rilevare chiuso nel corpo profondo della letteratura. Esso, forse, è rintracciabile solo in alcune opere e non tutte le opere ci parlano di questa complessità.

 Esistono scritture nelle quali il segno letterario si presenta poroso, tanto da permettere di essere pensate opere oltre il libro stesso, di oltrepassare il dispositivo che gli è proprio, di vedersi altrove. Ciò accade almeno in due sensi: nella potenzialità dell’opera di essere tradotta in visione, (dunque il consueto passaggio dal libro allo schermo) e in una vocazione – questa più rara – già insita nella scrittura, a ibridarsi senza per questo tradursi, effettivamente, con la forma cinema. È quello che sembra accadere nella produzione di molte avanguardie del Novecento, ma non solo. 

Ci sono posizioni ancora più inaspettate e spiazzanti. Tra queste, a risultare interessante, smagliante di indisciplina, si trova il primo romanzo dell’attore, scrittore di scena e poeta Carmelo Bene: Nostra signora dei Turchi (1966). Se tre anni prima, in Italia, si costituiva la neoavanguardia del Gruppo 63 in rotta con i corposi romanzi neorealisti degli anni Cinquanta e a favore, invece, della sperimentazione (Marx nella mano sinistra e nella destra la filosofia strutturalista), il caso di Bene ne resta ancora fuori avvicinandosi a un estremo incollocato. A reggere l’opera, infatti, non c’è ideologia e la “Storia umana” – qualunque storia sia, da quella grande con le sue guerre, i suoi moti e gli uomini a una vicenda più modesta – è presente soltanto come un fondale di quinta deformato e soprattutto dai contorni sbavati o troppo illuminati perché possano essere decifrabili. Nostra Signora dei Turchi non ha trama, si compone, forse, di residui sfilacciati di una vita interiore possibile del suo protagonista: egli è un attore, un quasi santo, uno dei martiri d’Otranto nell’assedio ottomano del 1480. Tutto questo insieme e niente di tutto questo allo stesso tempo. Il personaggio vive in un meridione parodiato, continuamente sospeso tra il lirico e il comico dove unico riferimento storico al passato arabo e alla strage operata dai turchi, è un palazzo moresco «Attiguo a casa sua». È in questa atmosfera, in cui lo spazio-tempo appare sospeso, che l’uomo si prodiga in una serie di atti da attore alle prove (ma vedremo essere molto di più). Questa è la stessa atmosfera in cui incontra le sue apparizioni, una su tutte quella della Santa Margherita, un “deus ex machina” ancora una volta capovolto e rifiutato. La trama, poca cosa ma difficile a concedersi, si amalgama tutta nel procedimento stilistico e narrativo. 

                                                                                                                                                                             

Il racconto, infatti, sembra procedere davvero per sequenze, per lampi, scarni di fatti ma pieni di sensazioni e volute della scrittura e del pensiero. Voluta qui si legga davvero come una prova di volo e caduta, come un involamento, la cui traccia contenutistica è evidente nella parte del libro più celebre: un monologo quasi a sé stante, parlato-sognato dal protagonista a seguito di un suo rovinoso esercizio di volo («I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso»). È forse qui, in questo punto, che compare un segno della poetica che muove l’autore-attore a “dire”: quando in questo monologare, in questo involamento del narrato scrive che «è l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto». Ecco schiudersi una chiave di lettura dell’opera e della sua filosofia. Scrive a tal proposito lo studioso Marco Sciotto, «proprio etimologicamente “estasi” coincide con lo “star fuori da” ed è così che il protagonista di Nostra Signora dei Turchi cerca spasmodicamente la propria estasi che fa tutt’uno con il tirarsi fuori dal resoconto stesso del testo cui appartiene come protagonista». In questo passaggio, dunque, è ben sintetizzato quello che dal principio (o già dopo poche pagine) è chiaro, ossia che qui si legge una voce protagonista, la quale è continuamente alle prese con la propria fratturazione.

Ecco, quindi, la sequenza di gesti compiuti dall’uomo, colto nel pieno di “un fare” e nel troppo pieno di un ambiente chiuso con cui ha inizio il racconto. Si ha la sensazione che per parlarne bisognerebbe abbandonarsi all’elencazione meccanica di questi atti, compiuti tutti in una foga ora più calma ora ossessa e non dire più nulla. A guardare bene, è questa serie di atti a comporre in modo chirurgico proprio la sclerotizzazione di ogni senso e di ogni narrazione possibile. Nelle prime pagine quest’uomo-attore si specchia e indietreggia dalla propria immagine riflessa, interagisce con oggetti ma è lo specchio a dominare il momento iniziale che diventa – nel racconto tutto all’imperfetto e in terza persona – un vero e proprio rituale senza magia. Si assiste, investiti totalmente, ad un uomo che è un attore mentre fissa se stesso allo specchio per annullarsi. L’abbondanza degli oggetti usati (proprio come se si fosse su una scena), sembrano concorrere anch’essi a questo obiettivo: oltre alla cancellazione del senso e della narrazione, si arriva a comprendere l’annullamento dell’identità, del personaggio. Il protagonista, infatti, sembra degradarsi a mero materiale di scena, truccato attraverso una pratica di rigore di “deformazione e ripetizione”: «Non aveva ancora terminato il trucco. E il trucco è meditazione. In fondo, in questi riti, salvo una o due volte soltanto, non era mai riuscito a superare i preamboli.». Reificato dunque. Ma in qualche modo sofferente, come un Pinocchio, a metà tra le piaghe del legno e della carne – e qui viene in mente l’ultima versione di Bene dell’opera collodiana, dove il burattino è definitivamente legno pieno, inorganico e senza agonie. 

È impossibile, in questa girandola fastosa e tragica, poetica e materica, inquadrare per un pubblico di lettori il genere cui essa appartiene. A concorrere semmai sono più generi incrociati, capovolti e “vampirizzati” che toccano più epoche e stagioni letterarie. Dall’epica medioevale ai romanzi modernisti, includendo anche il romanzo storico, sempre però attraversati dal movimento anchilosato del comico e dalla sua balbuzie.

Protagonista di quest’opera – non è forse un caso – che sia, latamente, il corpo, di cui componente imprescindibile è anche la voce da esso emessa. Ancora una volta, anche in questo senso, è la scrittura a sorprendere, perché non solo lascia trasparire la grana acustica come componente musicale dello stile, ma anche come traccia organica – di un organismo continuamente provato e votato alla distruzione – e presenza immateriale ma evocata. È a questo punto che la letteratura non basta più, che va oltre, intrappolata com’è, sapientemente, in una zona ibrida alle porte dell’oralità e della sua fisiologia. Perché l’immaginazione che offre la lettura di Nostra signora dei Turchi, non è la rappresentazione mentale e diegetica di un fatto – leggere per credere – ma pensiero in movimento in cui il suo autore fa giocare la filosofia. Voce che si fa visione.  

Il 1968 è l’anno in cui questa prova originalissima di letteratura che definire sperimentale sarebbe ancora parziale, esce dal dispositivo in cui è nata, per essere trasferita dallo stesso scrittore-attore sullo schermo e rivelare e aprire così le potenzialità larghe di una scrittura che elude ogni genere.

Nel film, il libro si ritrova smembrato ed espunto. Di quest’ultimo è una vera e propria traduzione in un altro linguaggio (quello del cinema), sebbene tale peculiarità fosse già in nuce. Senza trama e senza una consequenzialità di eventi, la pellicola non comincia dall’inizio del romanzo. Delle riprese allucinate, compiute con l’ausilio di lenti deformanti si muovono a inquadrare il palazzo moresco. È forse lui a parlare attraverso la voce fuori campo di Bene e a ricordare l’assedio di cinquecento anni prima, come si fosse riavuto da un oblio polveroso e riesumato attraverso la voce che parla; mentre la musica di Musorgskij insegue il dinamismo della macchina da presa, dei contorni e le volte della costruzione «sunto di storia ». Sembra di assistere ad un improvviso lirico, a un’aria da Opera per la vista, oltre che per l’ascolto. Compare Bene in un corpo quasi sempre malato o prostrato in qualche modo. Lo si vede, poco oltre la scena iniziale, dimenarsi nel tentativo di riempire una valigia nel bel mezzo di un incendio, o ancora dopo tentare un maldestro suicidio buttandosi dal balcone. Bene qui, meglio che nel romanzo, può disporre del suo corpo per mettere in scena un inconscio a cielo aperto. Egli lo usa tutto, lo disturba e lo disarticola poiché è il centro di espulsione di sé, è il mezzo con cui può o non può volare, può o non può diventare cretino. Non c’è una metafisica, è tutto nel mezzo e nel suo utilizzo. Allo stesso modo del corpo sembra intendere anche il cinema e la letteratura. Usati totalmente, sprigionandone ogni volta la loro intensità, ipotizzando le loro minorazioni ma promettendo ogni volta un di più. Il film – come anche il romanzo –, per non riuscire immediatamente a colpire la razionalità del pubblico, ne cattura per primo i sensi. Sembra in questo posto, nel luogo della sensazione, condensarsi in stile e poetica questa possibilità di sconfinamento e ibridazione della letteratura, questa promessa che fa pensare a un fenomeno proprio della medicina e della poesia chiamato sinestesia. Ecco allora la voce che si legge, la visione che si ascolta.    

Il lettore è questo che può ricavare – stordimento e gioco – se ben disposto e accogliente come per un improvviso di banda, non solo ad abbandonarsi ma anche a interrogarsi non già su cosa sia la letteratura o il cinema, ma prima di tutto su cosa sia un’ esperienza di lettura e di visione. Forse, ma questo è dubbio, rispondersi.

Michela Pellegrini

Michela Pellegrini. Laureata in lettere moderne teatrali. Studentessa magistrale. Appassionata di cinema e dei linguaggi mediali. Lettrice in cerca di meraviglia

James Baldwin: “La stanza di Giovanni” (Fandango, trad. Alessandro Clericuzio), di Gigi Agnano

I cento anni dalla nascita sono l’occasione per ricordare con un tocco di emozione quanto di bello e di interessante ci abbia lasciato James “Jimmy” Baldwin, lo scrittore, saggista e drammaturgo di Harlem, attivista per i diritti degli afroamericani e degli omosessuali, vissuto per diversi anni in Europa e morto in Francia, a Saint Paul de Vence nel 1987. New York in questi giorni – era nato il 2 agosto – lo sta celebrando con mostre e spettacoli e proiezioni di film e tour sulle sue orme, con partenza da Harlem fino alla sua ultima residenza americana nell’Upper West Side. La New York Public Library espone per la prima volta una serie di appunti e di documenti privati e i manoscritti di tutta la sua produzione letteraria. In Italia Fandango ne sta ripubblicando l’intera opera.

Personalmente, in un percorso estivo iniziato con Édouard Louis e Didier Eribon, “indirizzato” proprio dai due autori francesi, sono approdato con un ritardo imbarazzante a quello che è probabilmente il più famoso romanzo di Baldwin:  “La stanza di Giovanni”. Un romanzo che a metà degli anni Cinquanta nessuno voleva pubblicare, benché Baldwin fosse già uno scrittore apprezzato dalla critica e piuttosto noto per il precedente  “Go tell it to the mountain” del ‘53 (“Gridalo forte”), un lavoro teatrale e una raccolta di saggi “Notes of a native son” (“Mio padre doveva essere bellissimo”), oltre ad articoli per giornali e riviste prestigiose.

Il motivo del rifiuto è quanto mai ovvio se si considera il bigottismo della società americana degli anni Cinquanta: “La stanza di Giovanni” parla in maniera esplicita, molto prima dei movimenti di liberazione, di un amore gay e bisessuale. È in estrema sintesi la storia, per quei tempi inaccettabile, di David fidanzato con Hella, ma irrimediabilmente attratto da Giovanni. Non è più Jimmy il nero che scrive (Baldwin si era fino a quel momento occupato quasi esclusivamente di problemi razziali), ma James l’omosessuale, esiliatosi a Parigi per l’atmosfera insopportabile che si respirava nel suo Paese per le persone gay.

Il romanzo infatti, scritto nel pieno della guerra fredda e della presidenza Eisenhower, viene pubblicato nel ‘56 quando in molti Stati americani l’omosessualità è ancora illegale e l’America puritana celebra se stessa attraverso un modello di uomo forte, bianco e rigorosamente etero.

Gli esiti del racconto sono dichiarati già nelle prime pagine: David, il narratore, si trova in una casa del sud della Francia. È solo perché Hella, con la quale avrebbe dovuto sposarsi, l’ha lasciato per tornarsene in America dopo essere venuta a conoscenza della relazione dell’uomo con Giovanni, un barista italiano. Sappiamo anche fin da subito che Giovanni, abbandonato da David, ha commesso un omicidio, è stato condannato a morte e il giorno dopo verrà giustiziato.

Fin dall’inizio Baldwin si riserva la possibilità di muoversi liberamente tra presente, futuro prossimo e passato. Questi salti temporali hanno un effetto malinconico e commovente e riescono ad esprimere con più forza i rimpianti e i sensi di colpa che restano al narratore. Ecco per esempio come comincia il romanzo:

“Sono in piedi davanti alla finestra di questa grande casa nel sud della Francia mentre cala la notte, la notte che mi porterà al mattino più tremendo della mia vita. Ho un bicchiere già pieno e una bottiglia a portata di mano. Mi guardo riflesso nella luminosità che va oscurandosi sui vetri. Mi vedo alto, longilineo, dritto come una freccia, il biondo dei miei capelli si illumina. Il mio è uno di quei volti visti mille volte. I miei antenati conquistarono un continente facendosi strada attraverso pianure cariche di morti, finché non raggiunsero un oceano che si lasciava alle spalle l’Europa e guardava a un passato più oscuro.”

David lascia andare i pensieri e si proietta nel futuro immaginando il mesto ritorno in treno a Parigi; quindi si abbandona al racconto del primo incontro con Hella, per sprofondare in un ricordo remoto dell’adolescenza, quando ha il primo rapporto omosessuale con un compagno di scuola. I due passano la notte insieme e al risveglio:

Il corpo di Joey era scuro, sudato, la cosa più bella che avessi visto fino ad allora. Avrei voluto toccarlo per svegliarlo ma qualcosa me lo impedì. All’improvviso ebbi paura. Forse fu perché aveva un aspetto così innocente, sdraiato lì, così perfettamente fiducioso; forse fu perché era più piccolo di me, il mio corpo mi sembrò all’improvviso grossolano e pesante e il desiderio che mi montava dentro sembrava mostruoso. Ma, soprattutto, ebbi improvvisamente paura. Mi dissi: “Ma Joey è un ragazzo”.”

David, spaventato da quel desiderio che considera anomalo, eviterà di incontrare ancora Joey e non lo rivedrá mai più. Qualche tempo dopo, invece di andare al college, fugge dal padre e da Brooklyn e si trasferisce a Parigi “per ritrovare se stesso”. Qui, come già accennato, si fidanza con Hella, ma, mentre lei è in viaggio in Spagna, il giovane conosce Giovanni, il barman italiano:

Se ne stava, insolente, scuro e leonino, con il gomito appoggiato alla cassa, le dita che giocherellavano col mento, a guardare la mischia.”

È folgorato dalla sua bellezza e tra i due uomini inizia una relazione appassionata e intensa il cui palcoscenico è appunto la piccola, disordinata e sporca stanza di Giovanni. 

Ricordo che la vita, in quella stanza, sembrava svolgersi al di sotto della superficie del mare. Il tempo scorreva indifferente sopra di noi, le ore e i giorni non avevano significato. All’inizio la vita insieme racchiudeva una gioia e uno stupore che erano nuovi ogni giorno. Al di sotto della gioia, naturalmente, c’era angoscia, e sotto lo stupore, paura; ma non si fecero strada in noi finché l’iniziale euforia non divenne come aloe sulla lingua.”

Progressivamente la storia d’amore si riempie di ambiguità. David, che immaginava per sé una vita convenzionale con Hella,  vorrebbe reprimere i propri impulsi, ma, fin quando la donna non è a Parigi, non ci riesce. Vive una doppia vita, felice dentro la stanza, tormentata e dolorosa fuori:

Sapevo di non poter fare niente di niente per fermare la feroce eccitazione che era esplosa in me come una tempesta. Potevo solo bere, nella vaga speranza che così la tempesta passasse, senza fare ulteriori danni alla mia vita. Ma ero felice.”

Ma col ritorno di Hella tutto sembra tornare in ordine, ogni conflitto pare appianarsi: il desiderio di “normalità” e di adeguarsi alle convenzioni sociali s’impone sui sentimenti e sul desiderio. Prevale la cultura maschilista di cui il giovane americano è intriso, per cui l’omosessualità è riprovevole e disgustosa. C’è un passaggio in cui David osserva un capannello di uomini con atteggiamenti effeminati e li descrive con una serie di metafore animali, prima come pappagalli, poi come pavoni, infine come scimmie. Ma David disprezza anche e soprattutto se stesso, ciò che il corpo gli fa provare per quello dell’italiano.  È a disagio, ha paura, gli gira lo stomaco. Baldwin illumina perfettamente questo confine tra il desiderio e la repulsione, tra il piacere e la nausea. David lascia Parigi con Hella e abbandona Giovanni al suo destino catastrofico.

Con una scrittura lirica e impeccabile, una prosa chiara e incisiva, Baldwin esamina la relazione convulsa tra due uomini in cerca della felicità e la catastrofe che entrambi dovranno affrontare. Esplora con sensibilità la complessità psicologica di David, scavando e portando alla luce le sfumature del suo conflitto interiore, il desiderio, la paura, la vergogna e i sensi di colpa. Sa essere descrittivo e analitico, commovente e riflessivo come i grandi scrittori della tradizione americana che gli vengono generalmente accostati, su tutti Henry James e Ernest Hemingway.

Un’ultima annotazione: La stanza di Giovanni è il solo romanzo di Baldwin in cui tutti i personaggi sono bianchi. È l’unica volta in cui l’autore sembra disinteressarsi ai temi razziali, anche se sia Joey il ragazzino che Giovanni il barman vengono descritti come “scuri” (attenzione perché in quegli anni gli italiani venivano considerati in America, al pari degli altri europei meridionali, come “non bianchi”). Qui lo scopo preciso è di discutere finalmente di una sessualità che nessun altro autore fino a quel momento aveva affrontato nella propria narrativa. Pare ci dica che non ci sia bisogno di essere “negro” perché la società ti discrimini; in definitiva basta essere omosessuale. 

Gigi Agnano

Didier Eribon: “Ritorno a Reims” (Bompiani, trad. Annalisa Romani), di Gigi Agnano

Nei romanzi di Édouard Louis, di cui il Randagio si è occupato recentemente (leggi l’articolo), viene più volte citato come mentore e fonte d’ispirazione il sociologo Didier Eribon, in particolare per la sua opera più famosa che è “Ritorno a Reims”, uscita in Francia nel 2009 e pubblicata in Italia da Bompiani con la traduzione di Annalisa Romani. 

In un lavoro che è per metà autobiografia e per metà saggio sociologico, Eribon racconta il ritorno nella città natale a seguito della morte del padre. È l’occasione per rituffarsi con la memoria nell’ambiente d’origine da cui si era separato trent’anni prima. Sfogliando con la madre l’album fotografico, ricorda l’infanzia e l’adolescenza nel quartiere operaio della cittadina di provincia, i litigi incessanti in famiglia, l’odio per il padre, gli insulti e la vergogna per la propria omosessualità e il distacco definitivo dai parenti, da Reims e dalla sua classe sociale.

Per affermare una nuova identità, Eribon si trasferisce a Parigi, dove conosce Bourdieu e Foucault, intervista Claude Lévi-Strauss, scrive articoli per riviste e giornali, saggi tra cui “Riflessioni sulla questione gay”, intraprende la carriera accademica e comincia a godere di una discreta notorietà. Sono gli anni in cui prevale una forma di vergogna per l’umiltà delle sue origini, come fosse qualcosa da nascondere nel nuovo contesto intellettuale e borghese nel quale è ormai introdotto. Vergogna mista ad un’istintiva volontà di separarsi del tutto da un ambiente omofobo, limitato e violento e di esistere in un altro mondo, diverso da quello cui il destino sociale l’avrebbe condannato. Un mondo in cui è possibile far emergere la propria soggettività gay e affermare il gusto per l’arte e la letteratura. 

E’ un ritorno dell’autore a se stesso, una riflessione per definirsi, per ripercorrere le traiettorie e le contraddizioni del proprio percorso, le scelte spesso dolorose, gli sforzi per inventare e ricreare un sé nuovo e migliore. Siamo lontani da qualsiasi autocelebrazione o compiacimento, non c’è alcuna esibizione narcisistica – come accade in tanta autofiction così in voga negli ultimi anni con risultati spesso discutibili -, ma piuttosto la realizzazione di un’opera stimolante, fortemente “rivolta agli altri”, nata dall’esigenza impellente di mostrare che altre vite sono realizzabili e che ci possono essere prospettive alternative a quelle che una società opprimente tende ad importi (“la terribile ingiustizia di una distribuzione ineguale di opportunità e di possibilità”). 

E il ritorno alle origini, allo stesso tempo, poiché il processo di emancipazione aveva comportato un taglio netto col passato (“per inventarmi mi occorreva, prima di tutto, dissociarmi”), cicatrizza le ferite e produce una ricomposizione, una sintesi e ha un effetto terapeutico. La vergogna può trasformarsi in orgoglio:

“… questo viaggio, o piuttosto questo processo di ritorno, mi ha permesso di ritrovare questa “regione di me stesso”, come avrebbe detto Genet, da cui avevo così tanto cercato di evadere. Uno spazio sociale che avevo allontanato e uno spazio mentale in opposizione al quale mi ero ricostruito, ma che continuava ugualmente a costituire una parte essenziale di me. Così sono andato a trovare mia madre ed è stato l’inizio di una riconciliazione con lei. O, più esattamente, di una riconciliazione con me stesso, con tutta una parte di me che avevo rifiutato, respinto, rinnegato.”

Ma “Ritorno a Reims” non è solo un lavoro di autoanalisi, la testimonianza di un figlio di operai in un determinato contesto sociale e culturale. L’esperienza personale è il pretesto per proporre un’analisi più ampia sull’evoluzione della società e della politica francesi. 

Uno dei pregi del libro sta proprio in quest’intrecciarsi di storie intime e commoventi con stimolanti analisi teoriche. Uno degli obiettivi di Eribon, infatti, è quello di riportare alla ribalta una riflessione sulla classe operaia, di cui più nulla si dice nel discorso pubblico e politico, vittima di molteplici forme di violenza, tradita dal Partito Comunista e sempre più attratta dall’estrema destra. 

Egli stesso si rende conto, nel dialogo con la madre, di questa disattenzione anche nel proprio lavoro, di aver scritto molto fino a quel momento delle questioni relative all’omosessualità (del “verdetto sessuale”) e per niente dei rapporti di classe (della “vergogna sociale”); di aver cancellato ogni riferimento alle classi popolari, agli stili di vita e di pensiero della classe operaia.

E in quegli anni, i genitori, da comunisti convinti sono diventati elettori del Fronte Nazionale; i fratelli, che non hanno conosciuto alcun successo, lo sono sempre stati dal raggiungimento della maggiore età. Quella che un tempo era un’affiliazione “naturale” delle classi popolari al Partito Comunista si è tramutata negli anni ’80 in un progressivo spostamento verso l’estrema destra, a partire, sostiene Eribon, dalle elezioni del 1981 che vedono l’affermazione dei Socialisti e la partecipazione al governo del PCF. A suo parere, l’abbandono delle politiche di classe da parte dei partiti di sinistra a favore di politiche neoliberali e la disattenzione per le questioni economiche e sociali che colpiscono i lavoratori (disoccupazione, bassi salari, condizioni di lavoro precarie, minori tutele, disuguaglianze crescenti) ne hanno determinato la progressiva disaffezione. L’abbandono delle classi popolari da parte della sinistra ha avuto l’effetto di lasciare uno spazio vacante che il Fronte Nazionale è riuscito ad occupare con un inganno, ovvero valorizzando il francese (contro lo straniero) piuttosto che l’operaio (contro la classe dominante capitalista). 

L’intreccio di introspezione autobiografica e di critica sociale, di personale e di politico, non può non rimandare ad un’altra voce fondamentale della letteratura contemporanea francese, sia per tratti biografici, che per tematiche e stile, ovvero ad Annie Ernaux, con la quale Eribon condivide in primo luogo le origini operaie. Entrambi hanno scritto ampiamente della loro formazione, degli sforzi per migliorare la propria condizione sociale e, nel contempo, dello spaesamento e dei sensi di colpa per il tradimento delle proprie radici. Sia Eribon che Ernaux (in particolare ne “La vergogna”, “Il posto”, “Gli anni”) hanno analizzato il contesto storico e sociale a partire dalla propria esperienza; ambedue affrontano riflessioni teoriche e sociologiche con uno stile sobrio, essenziale, rigoroso, rendendo in tal modo i propri ragionamenti alla portata di ogni tipo di lettore.

Didier Eribon, Annie Ernaux e Édouard Louis

Un altro scrittore cui Eribon dichiara in “Ritorno a Reims” di far riferimento è James Baldwin (1924-1987), che, da nero e omosessuale, ha raccontato il razzismo e l’omofobia della società americana. Uno dei numerosi punti in comune è l’odio nei confronti del padre, incarnazione di un mondo da cui entrambi hanno preso le distanze, spiegato non tanto dal punto di vista psicologico, bensì storico e sociale. Eribon cita Baldwin più volte per rappresentare la similitudine delle loro esperienze, in questo caso a proposito della reazione al lutto:

Avevo detto a mia madre che non lo volevo vedere perché lo odiavo. Ma questo non era vero. Era solo che lo avevo odiato. Non volevo vederlo come un relitto: non era un relitto quello che avevo odiato.”

O ancora:

Credo che una delle ragioni per cui le persone rimangono aggrappate così tenacemente ai loro odi sia perché intuiscono che, una volta sparito l’odio, saranno costrette ad affrontare il dolore.

Ma “Ritorno a Reims” è un’opera estremamente ricca e complessa, che riprende – rinnovandole e attualizzandole – molte tematiche della letteratura del secolo scorso (l’identità sessuale, le dinamiche sociali, la memoria, la critica alle classi dominanti) e che ha significativi legami con la tradizione naturalista e realista dell’Ottocento (la povertà, l’ingiustizia sociale). D’altro lato, essendo anche un saggio sociologico e politico, il libro dialoga col pensiero critico in particolare di Sartre e Bourdieu.

E il lettore non potrà non rallegrarsi del valore complessivo di un libro toccante nei suoi capitoli più “intimi” e letterari alternati a riflessioni politiche e sociologiche stimolanti e profonde.

Di Didier Eribon L’Orma Editore ha recentemente pubblicato “Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo” con la traduzione sempre di Annalisa Romani.

Gigi Agnano

Il bitinicco arrabbiato – Vita agra di uno scrittore in libreria (Secondo Sberleffo), di Davide D’Urso

IL BITINICCO ARRABBIATO

VITA AGRA DI UNO SCRITTORE IN LIBRERIA

Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle”. 

Così scriveva Bianciardi, qualche tempo fa. Io sarò più misurato, mi limiterò a rompervi le palle.

SECONDO SBERLEFFO 

E comincerò raccontando di questo spettro che si aggira non so se per l’Europa, di certo qui da noi, alla periferia dell’impero. Una figura che si riconosce da lontano, mentre pian piano si avvicina alla libreria. È la signora che vuole effettuare un cambio. Entra, ci porge lo scontrino, poi dice: è un doppione! In passato, i clienti restituivano il libro avvolto dentro una confezione regalo. Oggi, non più. Oggi sono essi stessi gli artefici dell’acquisto. 

Questo fenomeno ha preso vita qualche anno fa, a causa delle trovate di marketing di una casa editrice particolarmente aggressiva. Si dice sempre così, oggi, quando si vuole annacquare la verità. L’italiano possiede una gamma pressoché infinita di termini che consentono a chiunque intenda guardare in faccia la realtà, di tratteggiare con notevole precisione i contorni di qualunque personaggio. Ma la lingua è uno strumento che va adoperato con cautela, perché se utilizzata con sincera onestà intellettuale può rivelarsi particolarmente dolorosa, diventa letteratura. E allora, in luogo di azienda senza scrupoli che tende a rastrellare il maggior numero di clienti vendendo loro sempre lo stesso libro, meglio editore aggressivo. Insomma, questo editore disegnava copertine che richiamavano alla memoria altre copertine, pubblicava romanzi che rievocavano altri romanzi, con dei titoli che ricalcavano precedenti successi. In copertina quasi sempre campeggiava l’immagine di un uomo che indossava un saio davanti alla porta di una antica chiesa, e sulla testa di quest’ultimo spiccava la parola cattedrale o monastero (basilica no, suonava consolatorio invece che inquietante). Oppure vangelo, manoscritto o codice (tomo o volume, niente da fare. Nemmeno trattato o saggio. Evocava burocrazia invece che profezia). Infine, seguiva l’aggettivo proibito, o maledetto. Al massimo antico. Ulteriori aggettivi che riconducessero al gotico non ve n’erano e così l’editore s’è arrangiato rispolverando l’antico gioco delle tre carte riproposto in salsa editoriale, sciorinando una serie pressoché infinita di cattedrali maledette, vangeli altrettanto maledetti oppure proibiti, come le antiche profezie dei monasteri, proibite a loro volta, a causa per lo più di un templare.

Per farla breve, a furia di scrivere sempre lo stesso libro col medesimo titolo e copertina pressoché identica, i clienti finivano per fare una gran confusione, ritrovandosi poi tra le mani il famigerato doppione. Doppione che poi, come il Glen Grant che girava di casa in casa negli anni ’80, passava di mano in mano fino all’inesorabile epilogo, la bancarella.

La signora, quella del cambio, mastica un altro genere di narrativa. Ma il risultato non cambia, è sempre lo stesso libro, sempre lo stesso plot. Eccolo. Il romanzo della scrittrice del momento (nasce una scrittrice ogni momento. Scrittori, niente. Non si ha memoria di un uomo che figuri come autore di queste storie) narra le prodezze di una giovane donna (giovani uomini, niente. Non si ha memoria di un uomo che risulti protagonista di queste storie) che nell’Italia rurale che va tra la fine dell’800 ai primi anni ’60, grazie alla sua intelligenza, sensibilità, pervicacia, carisma, e mille altre doti, riesce a emanciparsi dalla propria condizione. La copertina, da La solitudine dei numeri primi in poi, non può non raffigurare un volto. Ma, vista l’ambientazione, si è reso necessario il passaggio dalla fotografia al dipinto. E così le librerie traboccano di ritratti di dame dell’800 che guardano assorte all’orizzonte.

Fortuna che ci sono i giapponesi a dare colore alle copertine. E a rassicurare i consumatori con le loro storie di rinascita – poi il cerchio si è allargato agli orientali tout court per cavalcare più efficacemente il business. In questi romanzi, insieme ai luoghi, hanno molta importanza le bevande. Tè e caffè su tutti. Il sakè no, chissà perché. Poi si è passati alla cioccolata. E invece delle cattedrali, a ospitare queste storie, oltre che ristoranti e caffetterie, ci sono librerie e biblioteche, oppure lavanderie e minimarket. E gatti, gatti dappertutto. Nemmeno un cane.

Intanto – e questo mi sembra il punto e, insieme, la nota dolente del discorso – molte case editrici sono diventate aggressive, nel senso annacquato di cui sopra. E così succede che, mentre l’editore che ha dato vita al filone di successo, seguita a pubblicare i libri dello stesso autore citando orgogliosamente (per non dire riproducendo clamorosamente) copertina titolo e storia del libro campione d’incassi, le altre, che intendono cavalcare l’onda delle vendite, si devono arrangiare. Ed ecco che sugli scaffali ci ritroviamo tutti insieme: A volte basta un gatto (Garzanti), insieme a I gatti di Shinjuku (Einaudi), Se i gatti scomparissero dal mondo (Einaudi), La mia vita con i gatti (Einaudi) e il più recente Indagine di un gatto (Mondadori). Lei e il suo gatto (Einaudi) è già un ricordo. Una novità invece è Un gatto per i giorni difficili (Rizzoli). Ma come dimenticare Cronache di un gatto viaggiatore (Garzanti). E poi, col tempo – un tempo brevissimo, ormai. Le novità commerciali durano qualche mese in libreria, poi un nuovo gatto, pardon, un nuovo libro sostituisce la precedente novità. Col tempo, dicevo, i titoli finiscono per accavallare un tema di successo all’altro. Sembra quasi che si parlino tra loro. Il caffè della luna piena (Mondadori) è ambientato in una caffetteria, naturalmente. Ma chi gestisce il locale? Un gatto! Il magico studio fotografico di Hirasaka(Feltrinelli) ha come protagonista un fotografo. Però c’è un gatto in copertina, ci sarà una ragione. Spero. E Mentre aspetti la cioccolata (Garzanti), Ci vediamo per un caffè (Garzanti). Per pranzo invece suggerisco Le ricette perdute del ristorante Kamogawa (Einaudi), senza dimenticare Le ricette della signora Tokue (Einaudi) e La cucina degli incontri della signora Megumi(Rizzoli). Dopo pranzo, ci vuole il dolce. Ecco La pasticceria incantata (Mondadori). Dopodiché, se vi doveste macchiare con tutte queste smielate pietanze, c’è Una piccola lavanderia a Yeonnam (Nord), tra Il grande magazzino dei sogni (Mondadori) e L’emporio dell’amore della famiglia Botero (Giunti), Alla fermata dei desideri (Garzanti), dov’è Il minimarket della signora Yeom(Salani). Conosco bene la zona. Poiché sono un lettore forte, passo spesso da quelle parti, per salutare Le libraie Kichijoji(Einaudi). Pare che i tempi non siano favorevoli per i libri. Fortuna che ci sono i gatti. Pensano a tutto loro. C’è Il gatto che voleva salvare la biblioteca e Il gatto che voleva salvare i libri, entrambi per Mondadori. Ah, non fatemi ricordare I miei giorni alla libreria Morisaki (Feltrinelli), ne ho passati lì di bei momenti – per la cronaca, anche qui c’è un gatto in copertina. Come del resto sono stati belli I miei giorni alla libreria della felicità (Newton Compton). Poi basta, ho smesso. No, non di leggere, di entrare in libreria.   

Davide D’Urso


Davide D’Urso. Scrittore, libraio, operatore culturale. Dal 2013 dirige il punto vendita flegreo di Librerie.coop. Ha pubblicato “Il paese che non voleva cambiare” (Manni, 2007). “Incontri notevoli di un libraio militante” (Valtrend, 2012). “Tra le macerie”, (Gaffi – Italo Svevo, 2014). “I famelici” (Bompiani, 2021). “Fuoco sulla città” (Ad Est dell’Equatore, 2013) include il racconto, “Fuocoefiamme”. Nel 2022 viene scelto da Filippo La Porta per l’antologia “Gli occhi di Napoli” (Iod, 2022). I contigui è pubblicato all’interno dell’antologia “Napoli stanca”, a cura di Mirella Armiero (Solferino, 2023).

Le letture estive suggerite da Raimondo di Maio – Napoli

Abbiamo chiesto a Raimondo di Maio, “il libraio” di Napoli, che dalla sua piccola libreria da cinquant’anni promuove e diffonde cultura letteraria, di suggerire ai “Randagi” cosa leggere quest’estate.
Ecco cosa ci ha risposto, come sempre dotto ed esaustivo. 

“Cari amici del Randagio,

mi chiedete di consigliare qualche libro per l’estate. L’estate era chiamata dai napoletani “la bella stagione”, probabilmente per la maggiore disponibilità di tempo libero… 

C’era allora un disco per l’estate, si lanciavano un numero di canzoni popolari capaci di allietare le vacanze e i sogni della maggioranza degli italiani (e non), lungo le coste e le isole del Paese.

Non c’era ancora il Papeete e di là da venire erano le lobby, in italiano “logge” , delle concessioni balneari.

Un libro dovrebbe corrispondere al libro giusto per la lettrice e il lettore che avrà la ventura di incontrare. Non potendo conoscere i dieci lettori che seguiranno i consigli, dichiaro “libri per l’estate” i seguenti libri:

1° Erri De Luca, Dialogo per un amico, Feltrinelli € 14,00

[L’avvincente e avventurosa storia di un’amicizia, quella vera];

2° Maria Orsini Natale, Francesca e Nunziata, Sellerio € 14,00

[La straordinaria rivoluzione della produzione della pasta, un’epopea che abbiamo appena attraversato];

3°  Peter Flamm, Io?, Adelphi € 18,00 

[La rocambolesca storia di un’identità chiusa nell’interrogativo di un io];

4° Donatella Di Pietrantonio, L’età fragile Einaudi € 18,00

[Storia sospesa di una famiglia nel trauma, parole non dette chiuse nel cuore di una montagna dell’Abruzzo che è allo stesso tempo memoria e paesaggio];

5° Adelia Battista, L’Angelo bianco Anna Maria Ortese, Dante & Descartes € 14,00

[L’infanzia Tripolina della Ortese raccontata, che spiega da dove arrivano quelle visioni letterarie];

6° Gino Riccio, Peccato ubbidire, Olisterno editore € 12,00

[L’avventurosa storia del prete Antonio Maione, che non ha mai ubbidito senza sapere perché];

7° Marco Raio, La stagione, Bompiani € 18,00

[Marco ha la capacità di presentare la nostalgia del passato che tutti abbiamo inconsapevolmente attraversato].

Buone vacanze!

Raimondo di Maio

IL RANDAGIO RACCOMANDA: COMPRATE IN LIBRERIA!