Grammatica del doppio standard nella narrazione di Gaza
Hamas uccide. I palestinesi muoiono. Non è una provocazione. È grammatica. Quando un commando di Hamas uccide civili israeliani, il soggetto della frase è quasi sempre riconoscibile. Hamas attacca, i terroristi massacrano, i miliziani uccidono. Ci sono un soggetto, un verbo e una vittima. Qualcuno fa qualcosa a qualcun altro. La lingua conserva intatta la struttura morale dell’azione: un agente, un atto, una responsabilità.
Quando a morire sono i palestinesi, la grammatica cambia. Un raid colpisce una scuola. Un bombardamento provoca vittime. Un edificio viene distrutto. Venti persone muoiono nella notte. A volte compare perfino l’aggettivo “israeliano”: raid israeliano, bombardamento israeliano, attacco israeliano. Nessuno ha nascosto Israele. Eppure qualcosa è scomparso. È scomparso il soggetto che uccide. Tra “Israele ha ucciso venti civili” e “venti civili sono morti in un raid israeliano” non cambia necessariamente l’informazione fondamentale. Cambia la sua rappresentazione morale. Nella prima frase qualcuno agisce e qualcuno subisce. Nella seconda esiste un evento — il raid — e da quell’evento scaturiscono dei morti, quasi fossero una conseguenza naturale. La violenza entra nella sintassi e ne esce assolta.
In linguistica si parla di agentività. Ma non occorre conoscere la linguistica per percepire la differenza. “Hamas ha ucciso quattro persone” possiede un agente chiarissimo. “Quattro persone sono morte” non ne possiede nessuno. “Quattro persone sono morte in un raid israeliano” consente di ricostruire la causa, ma la responsabilità è stata spostata ai margini della frase. Israele non è più il soggetto di uccidere: è diventato l’aggettivo di raid. Non è necessariamente censura. È qualcosa di più sottile: de-agentivizzazione. Il responsabile non viene sempre cancellato dall’informazione; viene cancellato dalla posizione grammaticale che rende immediatamente visibile la sua azione.

Il TG5, l’11 agosto 2024, offre un esempio quasi perfetto: «Almeno 93 i morti tra i civili». Subito dopo: «Israele invece afferma di aver ucciso 19 terroristi». I civili sono morti. I terroristi sono stati uccisi da Israele. Stesso servizio, stesso scenario, stesso esercito. Ma quando l’obiettivo è militarmente rivendicabile, Israele torna a essere soggetto e il verbo uccidere diventa improvvisamente utilizzabile. Quando le vittime sono civili, restano soprattutto i morti.
Il problema, dunque, non è che i media non scrivano mai “Israele uccide”. Lo scrivono eccome. Dipende da chi viene ucciso. Ed è proprio questo a rendere il meccanismo interessante. Se la diversa grammatica comparisse soltanto confrontando giornali diversi, si potrebbe attribuirla allo stile di una testata o alla casualità di un titolo. Ma talvolta la trasformazione avviene nello stesso articolo, a distanza di poche righe.
Il 14 ottobre 2024 Il Foglio scrive che «Hezbollah ha ucciso quattro soldati». Nello stesso articolo, passando a Gaza, «almeno quattro persone sono morte» in un attacco aereo dell’IDF. Hezbollah ha ucciso quattro soldati. Quattro persone sono morte in un attacco dell’IDF. Nel primo caso c’è un soggetto che agisce e un verbo transitivo che attribuisce senza ambiguità la responsabilità. Nel secondo le vittime diventano soggetto del proprio morire, mentre chi ha effettuato l’attacco arretra ai margini della frase.
La7 offre un contrasto analogo. Il 16 ottobre 2024 riferisce che l’IDF afferma «di aver ucciso il capo delle operazioni droni di Hamas»; poco dopo informa che nei raid sulla Striscia ci sono state «almeno 61 persone morte nelle ultime 24 ore». L’IDF ha ucciso il capo di Hamas. Sessantuno persone sono morte nei raid. Qui non stiamo confrontando due ideologie giornalistiche, né due diversi modi di scrivere. La grammatica cambia dentro lo stesso racconto. E cambia insieme alla vittima. Quando il morto è il nemico, Israele uccide. Quando i morti sono civili, molto più facilmente accade un raid.
Naturalmente esistono controesempi. La7 e la Rai hanno più volte scritto senza ambiguità che palestinesi erano stati «uccisi dall’esercito israeliano»; Il Giornale ha usato formulazioni come «un attacco israeliano ha ucciso almeno 109 persone». È importante riconoscerlo. Non esiste alcun divieto assoluto, né avrebbe senso sostenere che la responsabilità israeliana venga sempre occultata. Il fenomeno è più interessante proprio perché non è meccanico. La domanda non è quante volte compaia la parola Israele, ma quanto spesso Israele venga costruito come agente umano di un verbo che ha per oggetto persone. Scrivere “raid israeliano: trenta morti” non equivale grammaticalmente a scrivere “l’esercito israeliano ha ucciso trenta persone”, anche quando il lettore può ricavare da entrambe le frasi la stessa dinamica dei fatti.
Basta poi confrontare il registro usato per il 7 ottobre. Hamas massacra, i terroristi rastrellano, i miliziani uccidono, gli israeliani vengono trucidati. Compaiono pogrom, orrore, mattanza, massacro. Parole forti, sia pure legittime davanti alla brutalità di quell’attacco. La domanda è un’altra: dove finisce quel vocabolario quando cambiano le vittime?
In una ricostruzione del TG1 del 6 ottobre 2024 l’attacco di Hamas è raccontato attraverso un linguaggio fortemente agentivo e morale; ciò che segue viene definito invece «rappresaglia israeliana». Anche qui la differenza è decisiva. Massacro definisce l’azione attraverso ciò che viene fatto alle vittime. Rappresaglia la definisce attraverso ciò che l’ha preceduta. La prima parola porta verso i corpi. La seconda torna indietro verso la causa. La prima produce responsabilità. La seconda produce spiegazione.
Su Libero questa struttura appare con una limpidezza quasi didattica. Nel bilancio pubblicato per il primo anniversario del 7 ottobre si parla del «massacro di Hamas» al quale avrebbe fatto seguito «la risposta di Israele contro Gaza». Due sintagmi bastano. Il massacro di Hamas. La risposta di Israele. La violenza di Hamas viene definita dal suo risultato e dalla sua qualità morale. Quella israeliana dalla sua collocazione nella sequenza causale. Il massacro ha vittime. La risposta ha ragioni. Una volta stabilita questa struttura, ciò che accade dopo il 7 ottobre può essere raccontato anche con precisione, persino enumerando decine di migliaia di morti palestinesi. Continueranno a essere, linguisticamente, i morti della “risposta”.
Anche Il Giornale offre esempi significativi. Il 14 ottobre 2024 presenta così un attacco a Gaza: «Raid delle Idf su un centro di comando in un ospedale a Gaza: quattro morti». Nel testo l’esercito israeliano “conduce un raid”; viene poi riportata la spiegazione israeliana secondo cui nell’ospedale sarebbe stato presente un centro di comando di Hamas. Non manca l’informazione. Manca la frase più semplice: “L’esercito israeliano ha ucciso quattro persone”. Al suo posto compare il raid. È una parola straordinariamente efficace. Tecnica, breve, pulita. Un raid viene condotto, lanciato, effettuato. Ha un obiettivo. Può riuscire o fallire. E può avere delle vittime. Il passaggio da uccidere a raid cambia la natura della scena. Non abbiamo più un soggetto che toglie la vita a esseri umani, ma un’operazione militare con un bilancio. Il corpo diventa statistica. La responsabilità diventa procedura.
La Verità offre una sequenza ancora più istruttiva. Il 14 ottobre 2024 presenta il bombardamento di una struttura ospedaliera attraverso una catena lessicale composta da «raid israeliano», incendio, munizioni nascoste dai terroristi, spiegazione dell’IDF; immediatamente dopo annuncia che è stato «eliminato» un organizzatore degli attacchi del 7 ottobre. Raid israeliano. Incendio. Munizioni dei terroristi. Terrorista eliminato. Quando le vittime sono civili palestinesi, il racconto si riempie di circostanze, oggetti, cause secondarie e spiegazioni. Quando muore il nemico, tutto torna semplice: è stato eliminato. La violenza dell’uno appartiene prevalentemente al vocabolario morale: massacro, pogrom, orrore, terrorismo, macellaio. La violenza dell’altro viene più facilmente collocata nel vocabolario strategico-militare: raid, operazione, risposta, obiettivo, pressione, eliminazione. La prima viene raccontata attraverso l’intenzione dell’aggressore. La seconda attraverso la razionalità dell’operazione.
Esiste poi il passivo: «sono stati uccisi». Anche qui la grammatica fa il proprio lavoro. “Venti persone sono state uccise dall’esercito israeliano” conserva chiaramente il responsabile. Basta togliere tre parole: “venti persone sono state uccise”. Da chi? La frase non mente. Qualcuno le ha uccise. Ma il responsabile resta fuori dall’inquadratura.Nei titoli su Gaza questa struttura compare continuamente: uccisi a Gaza, morti nel raid, vittime del bombardamento. La notizia conserva il cadavere e perde l’agente. Può esserci prudenza giornalistica. Può esserci incertezza sulla dinamica. Può esserci il formato dell’agenzia, l’esigenza della brevità, il dovere di attribuire le fonti. Tutto questo esiste. Il doppio standard comincia quando la prudenza non viene distribuita nello stesso modo.
Anche la fonte può produrre distanza. “Secondo Hamas”, “secondo il ministero della Sanità di Gaza”, “secondo fonti palestinesi”. Attribuire correttamente una notizia è un dovere. Ma se le azioni dell’IDF vengono presentate come fatti operativi — l’esercito “ha colpito”, “ha individuato”, “ha eliminato” — mentre i loro effetti umani vengono costantemente introdotti come affermazioni altrui — “secondo fonti palestinesi sarebbero morte…” — si costruisce una gerarchia epistemica. Alcune cose accadono. Altre vengono riferite.
La propaganda più efficace non ha bisogno di nascondere i fatti. Può dire che una scuola è stata bombardata. Può dire che il raid era israeliano. Può dire che sono morti quaranta bambini. Può mostrare perfino le immagini. Ma tra “Israele ha bombardato una scuola e ha ucciso quaranta bambini” e “quaranta bambini sono morti in un raid israeliano contro una scuola” esiste una distanza enorme. Non necessariamente sul piano dell’informazione. Sul piano della responsabilità. Nella prima frase il lettore incontra un’azione. Nella seconda incontra una tragedia. Una tragedia può commuovere. Un’azione obbliga a giudicare.
Lo stesso doppio standard che incontriamo nel diritto può insinuarsi nella grammatica. Con il nemico la lingua diventa precisa: individua il soggetto, descrive l’intenzione, sceglie il verbo morale, attribuisce la responsabilità. Con l’alleato diventa tecnica. Il soggetto si trasforma in un raid, l’intenzione in un obiettivo, la morte in un bilancio, la responsabilità in una controversia.
Non occorre immaginare ordini dall’alto. È sufficiente una cultura politica nella quale una violenza venga percepita preliminarmente come criminale e l’altra come difensiva. A quel punto la sintassi segue.
Da anni l’espressione “doppio standard” viene usata per accusare chi sottopone Israele a una critica che non riserverebbe ad altri Stati. È un’accusa che, quando viene formulata seriamente, deve poter essere verificata. Ma esiste una domanda speculare, assai meno frequente: applichiamo a Israele lo stesso standard linguistico che applichiamo ai suoi nemici? Quando Hamas uccide, diciamo che Hamas uccide. Quando Hezbollah uccide, diciamo che Hezbollah uccide. Quando la Russia bombarda, diciamo che la Russia bombarda. Quando Israele uccide civili palestinesi, con quale frequenza diciamo semplicemente che Israele li ha uccisi? Non è una domanda ideologica. È una domanda grammaticale. E basta guardare i soggetti e i verbi. Le parole non sono un ornamento aggiunto ai fatti. Sono il luogo nel quale i fatti acquistano una forma comprensibile e quindi una forma morale. Per questo uccidere non equivale a morire. Massacro non equivale a risposta. Bambini uccisi dall’esercito israeliano non equivale a vittime in un raid israeliano. Le espressioni possono riferirsi agli stessi fatti. Ma non raccontano lo stesso mondo. In un mondo qualcuno agisce e qualcuno subisce. Nell’altro accadono operazioni militari dalle quali, quasi misteriosamente, risultano dei morti. È qui che il linguaggio giornalistico mostra la propria potenza. Non quando ci impedisce di vedere, ma quando ci insegna come vedere ciò che vediamo.
Il doppio standard più efficace è quello che non appare come tale. È nascosto nei passivi, nelle preposizioni, nei sostantivi, nella scelta apparentemente innocente fra due verbi. Hamas uccide. Israele effettua un raid. Gli israeliani vengono massacrati. I palestinesi muoiono. Eppure i morti non conoscono la grammatica. La conoscono i vivi. E sono i vivi a decidere chi, nella frase, avrà ancora un soggetto.
Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

