Sulla quotidiana riproduzione tecnica dell’umano e sulla società dello spettacolo, di Antonio Meola

Si è oltre la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Walter Benjamin definisce la riproducibilità tecnica come «tecnica della riproduzione» che «sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione», «moltiplicando la riproduzione», ponendo «al posto di un evento unico una sua grande quantità» e «consentendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione», attualizzando «il riprodotto», perciò privando l’originale del suo hic et nunc, della sua autenticità, «quintessenza di tutto ciò che di esso, fin dalla sua origine, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua testimonianza storica» e della sua autorità, quindi della sua aura. Dalla stampa, la fotografia, il cinema, la radio, si è arrivati quotidianamente a riprodurre il fautore stesso della riproducibilità tecnica, ovvero l’uomo, a detrimento della sua autenticità. Si potrebbe definire questo l’ennesimo stadio di decentralizzazione dell’uomo da se stesso avviato con le teorie copernicane, con la scoperta di un universo che nemmeno ha come suo centro la Via Lattea, con la messa a punto della psicanalisi e, negli ultimi anni, con la riproducibilità tecnica quotidiana dell’umano. 

Con l’avvento di televisione, internet, social network, e con il parallelo progresso raggiunto nelle altre tecniche di stampa, fotografia, radio, cinema, il confine tra la figura dell’operatore dello spettacolo e dello spettatore debordiani si è fatto labile. L’analisi benjaminiana, sebbene escluda l’avvento di televisione, internet e social network, lungimirantemente non esclude il coinvolgimento attivo dello spettatore che ha avuto luogo e sta avendo luogo tutt’oggi. Sebbene la riproduzione tecnica stessa demolisca l’aura insita nell’oggetto, un tempo possedeva anch’essa un’aura propria. Impensabile comprendere oggigiorno lo stupore che produssero le proiezioni dei cortometraggi di Méliès in quei primi spettatori smaliziati, atecnici. Lo spettatore contemporaneo, per intenzione o per nozionismo, indossa come occhiali la tecnica, poiché l’oggetto postcontemporaneo si pone come un trucco di magia seguito dalla logica e disvelante spiegazione del prestidigitatore dopo la sua esecuzione. Dagli scritti sul cinema dei registi sovietici del primo Novecento ai più pratici manuali e tutorial pubblicati oggi per impratichire l’individuo riguardo a tutto, spesso l’operatore fa seguire al suo operato spettacolare una spiegazione tecnica intelligibile pressoché a tutti, a detrimento dell’aura del suo operato.

Il gruppo Meta, proprietario di Facebook, Instagram e Whatsapp, offre un perfetto esempio di spettacolarizzazione quotidiana dell’umano. Facebook regolamenta i rapporti tra utenti con le amicizie, i Mi piace e le reazioni: gli utenti si inviano richieste tra loro e se uno dei due accetta l’altro si diventa amici, e salvo impostazioni della privacy specifiche, si è in grado sia di contattare l’altro, sia di visionarne le pubblicazioni sulla sua bacheca; le pagine, invece, al pari di blog, possono essere seguite e commentate mettendo loro Mi piace. Instagram, come X, non ragiona per amicizie, ma per seguaci e seguiti. Se nella concezione di Facebook la richiesta è un invito all’amicizia, nella concezione di Instagram si fa richiesta di ammissione ad un seguito. Anche Facebook ha poi integrato il concetto di seguito, ma su Instagram e X è la prima legge: ogni profilo ha il suo seguito, quindi intrinsecamente ogni persona virtuale ha il suo seguito. Si può così paragonare l’iscritto a Instagram, senza distinzioni di ceto o fama, alla star di Hollywood, la cui identità pubblica veniva e viene tutt’oggi ridisegnata per fini commerciali. Pertanto si è portati a comportarsi da star nel sistema Instagram, ma ci si comporta anche da medianoi spettatori nella società dello spettacolo siamo a tutti gli effetti diventati operatori dello spettacolo e spettacolo stesso, in quanto appariamo per come vorremmo apparire, non per come siamo. Debord delinea un passaggio verbale ed esistenziale dall’essere all’avere all’apparire. Nel tempo dei social, si è approdati all’apparire come si vorrebbe apparire. In sé la costruzione di una personalità social ingloba tutta la tecnica della fotografia e del cinema: si offrono determinati punti di vista fisici, intellettuali e morali come inquadrature, e al tutto fa da collante il montaggio, una disposizione tecnica soggettiva e mirata di punti di vista di un soggetto e un oggetto oggettivi, il tutto condizionato dai media onnipresenti sui social: se nel primo star system hollywoodiano la star assurgeva a modello comportamentale attraverso stampa, fotografia e cinema, ora la personalità social assurge a modello comportamentale attraverso il social stesso, ovvero uno strumento che offre potenzialmente, in ogni momento della giornata, tramite contenuti poveramente elaborati, modelli comportamentali. Quindi si appare non solo come si vuole apparire, ma anche come gli altri spettatori e operatori dello spettacolo vorrebbero che si appaia.

Checchè se ne dica, la pretesa rimane quella di avere a che fare con gli umani e si ha a che fare invece con umani tecnicamente riprodotti. Le stesse star comunicano un senso di superiorità e un invito all’avvicinamento irreali. La stessa forma di comunicazione è ora una consuetudine tra gli umani, che genera lo stesso risultato: la personalità social, che trova un antenato nella reputazione dell’individuo e nella sua personalità pubblica, non coincide con la vera personalità del soggetto tecnicamente riprodotto. Liberi delle pose e del montaggio, gli umani si rivelano essere per quel che sono, talvolta al di sopra o al di sotto delle aspettative, per un aspetto o per l’altro, mai coincidenti con queste. Eppure, perché riprodotti, gli umani perdono aura. Assume maggior grandezza di significato se tutto il mondo è spettacolo integrato e tutti gli uomini spettatori e operatori spettacolari.

Tutti gli attuali “civili” viventi fanno parte dello spettacolo. L’ultima generazione prespettacolare se ne sta andando, dopo aver per giunta nutrito un forte entusiasmo per esso; la prima generazione e la seconda generazione spettacolari si può dire che l’abbiano combattuto negli anni Sessanta e Settanta, conformandovisi poi; le generazioni a venire, inclusa la nostra, difficilmente sanno riconoscere cos’è spettacolo e cosa realtà. Debord, per assurdo, pone la realtà esattamente al contrario dello spettacolo, e per delinearne i meccanismi consiglia la “frequentazione” di uomini prespettacolari. Grande importanza al dialogo con gli antichi la attribuiva anche Seneca. Si può dire che sia una costante di ogni tempo, quella di doverli frequentare tutti per comprendere bene il proprio, ma direttamente il tramandamento generazionale della prespettacolarità, purché liberato dalla retorica del «Si stava meglio quando si stava peggio», a breve, non sarà più possibile.

Tornare indietro è impossibile. Debord stesso, oltretutto, asserisce che una critica alla società dello spettacolo fatta con i mezzi stessi dello spettacolo tramuta in un moto inconscio di adesione ad essa. Deleterio sarebbe anche solo dare adito a discorsi idealistici, in un’epoca dove la morale ha fallito ancora una volta con l’ideologia del Bene. Quello che emerge però è che le generazioni coinvolte sempre più dallo spettacolo abbiano un rapporto più equilibrato con esso, rispetto alle generazioni prespettacolari superstiti e a generazioni neospettacolari come quelle coinvolte nelle grandi contestazioni degli anni Sessanta e Settanta. Uomini e donne di mezza età e anziani mediamente si rapportano al mondo dello spettacolo attribuendogli l’idea del mondo prespettacolare con una fiducia del tutto immotivata. Le nuove generazioni sono più consapevoli di cosa sia spettacolo o meno, seppur con difficoltà: paradossalmente, l’uso che le nuove generazioni fanno dei social è più consapevole, più accorto, basti pensare a quanti uomini di mezza età e anziani cadano facilmente in truffe e disinformazione e giudichino personalità pubbliche con sempre meno giudiziosità di quanto invece i giovani facciano. Questo perché le nuove generazioni hanno più consapevolezza del fenomeno, e con la consapevolezza viene il controllo. Molta consapevolezza di cosa sia o non sia la società dello spettacolo può venire dalla lettura di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter BenjaminLa società dello spettacolo e Commentari alla società dello spettacolo di Guy Debord.

Antonio Meola

Antonio Meola nasce nel 1999 ad Asola, in provincia di Mantova, da genitori salernitani. Nell’aprile 2021 esordisce con il romanzo di narrativa La fine della notte, Helios Edizioni. Nel settembre 2021 pubblica tre poesie sul numero 9 “Tempo” della rivista I quaderni del Caffè, edita Il Rio Edizioni (La DonnaPassato e Persistenza) e nel giugno 2022 collabora con il collettivo poetico Freesocialpoetry pubblicando tre poesie per la chiamata poetica “Nudes poetici #2” sulla rivista elettronica Crocevia (MutaPoesia e Ricordo). 

Un’ora in balia di Irène Némirovsky, di Teresa Lussone

Siamo a Parigi, all’inizio del Novecento. Il Carnevale di Nizza, testo che dà il titolo alla raccolta di racconti di Némirovsky appena pubblicata da Adelphi, si apre con uno scorcio su una delle piccole piazze più eleganti della città, Place de la Trinité, con il suo famoso giardinetto. L’inverno volge a termine, l’aria è mite. Si vedono due innamorati che passeggiano, lei con un abito lungo che striscia sulla ghiaia, lui con una paglietta e i baffi all’insù. E poi bambini che giocano, una bambinaia che culla un neonato mentre scherza con un soldato. Come se fosse un film, Irène Némirovsky immagina la musica che potrebbe fare da sottofondo alla scena, un valzer in cui si mescolano motivetti del tempo. Ecco comparire un vecchio dongiovanni con monocolo e ghette chiare. E poi una donna col volto coperto da una veletta di tulle con ricami su ricami che lasciano appena scorgere gli occhi luccicanti e inquieti di chi sta per raggiungere il proprio amante. Su di lei si posa lo sguardo da donna onesta di Simone, la protagonista del Carnevale di Nizza.

Simone è una tipica bellezza dell’epoca, un visetto fine e segnato, una vita florida. È la perfetta moglie borghese. Appena tornata a casa, nella sua cucina deliziosa come una casa di bambole, comincia a impastare… Eppure, un viaggio inaspettato a Nizza, durante il periodo del Carnevale, fa vacillare ogni sua certezza. Pur continuando ad amare il marito, Simone avverte dentro di sé sentimenti nuovi… Dopo un salto temporale di molti anni, la donna tornerà a riflettere su quell’episodio: nei suoi pensieri riconosceremo allora un’emozione tipicamente némirovskiana, una dolce nostalgia che accomuna molti racconti. A questo tema, però, se ne affiancano parecchi altri che ci danno idea di quanto è varia la scrittura di Némirovsky. 

I testi dedicati a Nonoche, con cui si apre la raccolta, sono delle scenette «infantili e allegre», come le definì l’autrice. Vi troviamo una ragazza un po’ sopra le righe, alla ricerca di un marito che la mantenga. Primissime prove della scrittrice, questi dialoghi comici saranno una sorpresa persino per i lettori più appassionati di Némirovsky. 

Nella Njanjia, invece, viene narrata la storia struggente di un’anziana donna che è stata costretta ad abbandonare la Russia e che non riesce ad adattarsi alla vita di Parigi, dove la neve non arriva mai… 

La sinfonia di Parigi racconta la storia di Mario, arrivato nella capitale pieno di belle speranze… Quanto ci ricorda Rastignac di Papà Goriot di Balzac? 

NataleLe rive feliciUn amore in pericolo svelano l’ipocrisia della vita borghese, come Némirovsky farà anche in Suite francese. La frustrazione per l’ambiente familiare torna anche nei Fumi del vino, vicenda ambientata durante la Guerra civile finlandese in cui vediamo in scena le più atroci passioni umane. E poi c’è Fraternità, dedicato a un’altra questione cara alla scrittrice, l’impossibile assimilazione di un ebreo.

La raccolta si chiude con I giardini di Tauride, ritrovato di recente da Elena Quaglia all’Institut Mémoires de l’Édition Contemporaine (a Caen), dove sono conservati tutti i manoscritti dell’autrice. Si tratta di un testo incompiuto in cui la storia della protagonista si alterna a delle annotazioni, un vero e proprio diario della scrittura in cui Némirovsky si interroga sulla forma del racconto e sulle differenze di questo rispetto al romanzo. Il racconto, difatti, non è il parente povero del romanzo, bensì un genere con caratteristiche proprie. La brevità della forma richiede una concentrazione della scrittura che non ha paragone con il romanzo. Nel racconto, si dice Némirovsky, occorre rinunciare al superfluo, «tutto deve essere fatto rapidamente», solo in tal modo si otterrà quell’intensità, che fa sì, come scrive Poe, maestro della forma breve, che in quell’ora consacrata alla lettura di ciascun testo, l’animo di chi legge sia completamente «in balia dello scrittore».

Teresa Lussone

Teresa Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014).
Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta  preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier. Ha curato per Adelphi la raccolta di racconti “Il Carnevale di Nizza” in libreria dal 21 gennaio scorso.

“Prigionieri del tempo”, un racconto di Letizia Vicidomini per il Giorno della Memoria

Un mese di vacanza al mare è lungo, molto lungo. Specialmente se sei una donna giovane e sola, dal lunedì al venerdì sera, e con due bambine da accudire. Certo, nel week end diventa tutto più bello, la famigliola si ricompone e io sono felice. Lo sono anche le piccole pesti, che si arrampicano sul povero papà, distrutto da una settimana di lavoro e due ore di viaggio per raggiungerci. Abbiamo ragionato molto sulla necessità di questa separazione forzata, arrivando alla conclusione che fosse necessaria per il benessere delle nostre figlie, Martina soprattutto, affetta da una perniciosa asma bronchiale che le toglie il fiato. Fatti i dovuti conti, che non tornano mai, abbiamo preso in affitto questa bella casetta sulla spiaggia, una villetta unifamiliare che mi consente di non dover usare la macchina per portarle al mare. La zona non è di quelle turistiche per giovani leoni, e non ha molte attrattive neppure per gli stranieri, però il mare è pulito e l’aria è tanto tersa e salmastra da pizzicare il naso, la mattina presto. Quella è l’ora giusta per portare le bambine a salutare il mare, come le ho insegnato, spiegando che ci si va quando non c’è molta gente perché lui, il mare, ama il silenzio. 

 

Anch’io lo amo, ma è decisamente molto più divertente quando in spiaggia c’è almeno qualche bagnante con cui scambiarsi un sorriso e un buongiorno. A volte siamo talmente sole che le bambine si riaddormentano, stese sulle stuoie all’ombra, cullate dal respiro del mare, ed io mi ritrovo a non sapere cosa fare del mio tempo. Leggo, tantissimo. Ascolto musica in cuffia per ore. Penso tanto, all’importanza del tempo e alla sua duttilità, che lo fa adattare ai nostri stati d’animo, alle stagioni della vita, all’intensità dei sentimenti. Rifletto sul fatto che siamo un po’ suoi prigionieri, del tempo, intendo, che diventa padrone dei nostri spazi, delle esistenze stesse.    

Mi guardo intorno, mettendo a fuoco mille dettagli, per impegnare i lunghi intervalli tra la colazione e il pranzo, tra la merenda e la cena. Proprio di fronte all’ombrellone che pianto sempre nello stesso punto, in linea d’aria con la nostra casa ma leggermente più a destra, c’è un’altra costruzione bassa, a due piani. E’ certamente una casa molto più vecchia di quella che abitiamo, anche se tenuta bene, e proprio per questo motivo c’è un particolare che ha colpito la mia attenzione dal primo momento. La terrazza del piano superiore, quasi interamente circondata da piante belle e rigogliose che ne assicurano la riservatezza, è letteralmente dominata da un grande orologio che si vede persino dalla spiaggia. Il quadrante è rotondo e bianco, mentre la cornice e le lancette grosse e puntute sono nere. Somiglia ad un classico orologio da stazione e molte volte al giorno, in modo automatico lo sguardo corre a consultarlo, rimanendo invariabilmente delusa. Sì perché, ed è questa l’anomalia, l’orologio è fermo ad un’ora che è sempre la stessa, le 10 e 25, di mattina o di sera non è dato sapere. In una casa bella e curata come quella è un dettaglio stonato, un pugno in un occhio, e tante  volte ho pensato di dirlo ai proprietari, appena ne incontro qualcuno. In effetti c’è un bel po’ di gente che anima la casa sulla spiaggia, durante il giorno e la sera, ma nessuno di loro esce mai a fare la spesa in paese o una passeggiata sul bagnasciuga. Probabilmente lo fanno in orari diversi dai miei, comunque sulla terrazza c’è sempre movimento.

Durante le mie minuziose osservazioni ho notato anche un curioso alternarsi degli occupanti, una sorta di turnistica che ho scoperto essere sempre uguale. Dopo tre settimane di permanenza sono certa di aver individuato una rotazione fissa: di mattina giovani, di sera anziani, mai tutti insieme. Al principio pensavo fosse un caso, dopotutto non è che stavo a guardare il terrazzino di continuo. Ne ho parlato anche con Paolo, mio marito, ma lui si è messo a ridere, poi ha detto che era un fatto normalissimo. I giovani vanno al mare, hanno voglia di sole e di fare casino in spiaggia, le persone anziane se ne stanno in casa e la sera cenano al fresco. Mi è sembrato tutto sommato realistico, anche se ricordando le mie estati da ragazzina mi viene in mente qualcosa di diverso. Noi la mattina volevamo dormire, dopo aver fatto le ore piccole, e quindi scendevamo al mare a mezzogiorno, mentre i miei genitori erano in spiaggia alle sette del mattino, per prendere il sole migliore. Allora mi sono messa d’impegno ad osservare la strana famiglia “dell’orologio”, così come l’ho battezzata. Ho contato, di mattina, sette giovani occupanti del terrazzino, quattro maschi e tre femmine, tutti sui diciotto/vent’anni. Al riparo del mio ombrellone, li ho visti ogni giorno apparire e sparire tra le piante messe a protezione della loro privacy. Belli, biondi e castani, ben vestiti, forse solo un po’ classici per i nostri giorni, mai in costume da bagno. Stanno lì forse un’oretta, poi rientrano in casa e non li vedo più sino alla mattina successiva. Per scorgere altro movimento mi tocca aspettare la sera, dopo le dieci, quando sul terrazzo bagnato dalla luce morbida di alcune lampade, arrivano gli adulti. Sarebbe meglio dire i vecchi, se mi si passa il termine rude. Sono anche loro sette, a pensarci bene. Quattro uomini e tre donne, anziani. Raffinati, discreti, sempre perfettamente abbigliati, come dovessero andare ad una cena importante.  Invece stanno lì, parlando a bassa voce e cenando. Si sentono solo i rumori lievi dei piatti che si toccano, il tintinnio dei bicchieri e qualche sommessa risata, ogni tanto. Stanno insieme poco: un’ora, un’ora e mezza al massimo, poi si ritirano in casa. Li rivedo la sera successiva e tutto si ripete. Il mese di villeggiatura è quasi passato, e questo è l’ultimo fine settimana nel quale Paolo ci raggiungerà per poi riportarci a casa. Finalmente, penso io. E’ stato un mese lunghissimo, buono solo per preparare la piccola ad un inverno meno complicato e regalarci un colorito uniforme e sano. Io ho sofferto enormemente la solitudine, e ho già deciso che, da oggi in poi, le vacanze si fanno tutti insieme e basta.

L’unico diversivo è stata l’osservazione della famiglia “dell’orologio”, che però non sono riuscita a conoscere. Allora mi prende un puntiglio che stenta a lasciarmi, una fissazione che non passa. Non posso andarmene senza aver chiesto ai vicini di casa perché non rimettono in funzione il grande orologio del terrazzo. Magari è un reperto storico, magari non sanno chi possa andare ad aggiustarlo, magari è un oggetto d’arredamento ed è proprio così che dev’essere, fermo alla stessa ora per sempre. Ho deciso, vado a bussare alla casa. Prendo le bambine, una per mano e l’altra nel passeggino, e mi dirigo verso la villetta. Suono al campanello, già quasi pentita dell’impulso irrazionale che mi ha preso, ma non mi risponde nessuno. Sono le sei del pomeriggio e forse sono tutti fuori. Faccio una passeggiata, come tutte le sere, e mi dirigo verso il centro del piccolo paesino che ha ospitato la mia solitaria vacanza, per passare nell’unico bar dell’unica microscopica piazza e prendere un caffè. La signora Rosa, la proprietaria con la quale scambio volentieri qualche chiacchiera gentile non c’è, stranamente. Mi accoglie una signora grassoccia, con i capelli biondo platino, che dice di essere la cognata. Racconta di una sciatica violenta che costringe la signora Rosa a letto, e si lancia in una filippica infinita sulla presunta incoscienza dell’assente, rea di non avere troppa cura di sé. Tra elenchi di medicinali e digressioni sui suoi, di dolori, riesco finalmente ad incuneare una domanda. “Mi sa dire qualcosa della famiglia che abita nella casa vicino alla nostra?” –  “Perché?” mi chiede con gli occhi sgranati.       

Io rimango un po’ spiazzata, non mi sembra di aver chiesto qualcosa di tanto strano.  “Volevo salutare qualcuno dei ragazzi, oppure le signore che vedo la sera sul terrazzo, ma ho bussato e non mi ha risposto nessuno …” dico un po’ imbarazzata dalla sua espressione che continua ad essere attonita. Finalmente, dopo un minuto che mi sembra eterno, la vedo riaversi e guardarmi ancora, stavolta dubbiosa.  Forse riflette sul mio stato mentale, considerato quello che mi racconta subito dopo. Al rientro sono ripassata davanti alla casa, ho provato a bussare il campanello ripetutamente e senza speranza, ancora incredula per le parole della signora del bar, che si chiama Iole ed è molto chiacchierona. Quello che mi ha detto, con un sorriso complice, sembra inventato, ma ormai sono sicura che sia la verità. Non credo che lo racconterò a nessuno, ecco perché lo scrivo, mentre cerco una spiegazione che non c’è. Io, però, sento di essere stata spettatrice di qualcosa di speciale. Forse l’unica, e chissà per quale scopo. Ripenso alla storia che mi è stata raccontata con un brivido.

La famiglia che abitava la casa dell’orologio era composta, sessant’anni prima, da tre sorelle e quattro fratelli, oltre ai genitori. Erano stati proprio loro a chiudere in cantina i figli, dopo averli storditi con del sonnifero, per nasconderli ai tedeschi che stavano rastrellando ebrei. Non avrebbero mai permesso che portassero via i ragazzi, piuttosto prendessero loro, avevano pensato. Così era stato, erano stati fatti prigionieri e portati via, con uno dei treni ormai tristemente famosi. 

I figli si erano risvegliati nella cantina buia e ancora piena di scaffali sui quali, un tempo, venivano conservate le bottiglie di vino pregiato che il padre teneva come reliquie. Avevano cercato di uscire, scoprendo con orrore che la porta non si apriva dall’interno. Forse avevano gridato sino allo sfinimento, chiedendosi perché, mille volte perché, fino a quando la morte li aveva presi, uno dopo l’altro. Li avevano trovati molto tempo dopo, al termine della guerra, e la spiegazione dell’accaduto era stata offerta da un bigliettino lasciato dai genitori sulla credenza. Poche righe nelle quali dicevano ai figli che al loro risveglio non li avrebbero trovati, ma che preferivano morire, piuttosto che vederli nelle mani dei nazisti. Loro dovevano vivere e divertirsi, perché erano giovani e avevano una vita da vivere. Mai avrebbero pensato che il destino fosse tanto beffardo, e che se li prendesse tutti, con una zampata sola.

Mi giro e rigiro nel letto, e non riesco a prendere sonno, in questa ultima notte al mare. Paolo russa piano, non ha intuito nulla del mio stato d’animo, forse è troppo stanco per guardarmi con attenzione.  Allora esco fuori, e mi dirigo sulla spiaggia silenziosa e buia. Prima esito, ma poi mi giro e guardo in su, verso la terrazza e verso l’orologio fermo sempre alla stessa ora, quella che ha determinato la fine di sette giovani vite che avevano tutto il futuro davanti. Avrebbero vissuto fino a diventare vecchi e saggi, così come li vedevo la sera, nelle infinite e pacate cene, dopo essere stati giovani e spensierati, come mi si presentavano alla luce del sole. Il tempo li ha fatti prigionieri, e li tiene legati da qualche parte. Sempre uniti, eternamente insieme. Volevano che qualcuno lo sapesse e hanno scelto me. Forse dovrei sentirmi orgogliosa, penso, mentre dietro le piante sul terrazzo vedo una mano agitarsi, in un saluto. Ricambio, commossa, e me ne ritorno a letto. 

Letizia Vicidomini

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ma raggiunge Napoli da vent’anni per lavoro, e ne ha fatto lo scenario privilegiato delle sue storie.

E’ stata speaker per le maggiori emittenti nazionali e regionali (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte, Radio Punto Nuovo), attrice e e voce pubblicitaria. Alcuni suoi scritti sono diventati pièce teatrali ad opera dell’attrice e regista Ramona Tripodi.

La prima pubblicazione è del 2006, il romanzo “Nella memoria del cuore” edito da Akkuaria, così come “Angel”, del 2007. Nel 2012 è la volta della storia ambientata tra la Puglia e l’Argentina, “Il segreto di Lazzaro”, edito da CentoAutori e impreziosito dalla prefazione di Maurizio de Giovanni.

Nel 2014 per Homo Scrivens pubblica “La poltrona di seta rossa”e l’anno successivo, sempre con la stessa casa editrice, passa al noir con “Nero. Diario di una ballerina”. Il romanzo è nella sestina dei finalisti del premio “Garfagnana in giallo 2015” e Menzione speciale al Festival Giallo Garda. La “trilogia dei colori” si completa con “Notte in bianco” (2017), di nuovo finalista in Garfagnana. Nel 2019 pubblica, sempre per Homo Scrivens, “Lei era nessuno”. Ad aprile 2021 Homo Scrivens ripubblica “Il segreto di Lazzaro” in una versione aggiornata e rivista, che vince il Premio Internazionale Giallo Garda, VII Edizione.

Suoi racconti sono inclusi in numerose antologie. Tra le principali “Una mano sul volto” e “Diversamente amici” , curate da Maurizio de Giovanni (Ed. A est dell’Equatore), “Napoli in cento parole” e “Napoli a tavola in cento parole” (Perrone Editore), “Free Zone” (Echos) e “Il bivio” (Oakmond Publishing), “Attesa. Frammenti di pensiero“, “Un giorno per la memoria” (Homo Scrivens). Pubblica nella collana di Mursia Giungla Gialla curata da Fabrizio Carcano, “La ragazzina ragno” che trionfa nell’edizione 2021 del Garfagnana in giallo, in finale anche al Premio Misstery legato al Festival del Giallo a Napoli. A novembre 2022 esce “Dammi la vita” con la stessa casa editrice, che entra nuovamente nella cinquina votata dai lettori del Premio Misteri.

A marzo 2023 pubblica per SetteChiavi il thriller “Salvami“, racconto lungo che apre la collana Passepartout curata da Diego Di Dio, che si piazza sul podio della X edizione di Giallo Garda. Viene menzionata da Ciro Sabatino nella “Storia del giallo a Napoli” (Homo Scrivens 2024) tra le rappresentanti di spicco della “scuola napoletana” capeggiata da Maurizio de Giovanni.

A ottobre 2024 pubblica “Non si uccide il passato. Il male sporca Napoli” (Mursia Editore), che riceve immediatamente riscontri positivi da blog e lettori.

Il conte di Montecristo, opera aperta? di Francesca Chiesa

Lunedi 13 gennaio RAI Uno trasmetterà la prima puntata di una nuova  miniserie dedicata a Il Conte di Montecristo.

Siamo a 180 anni esatti dalla pubblicazione in feuilleton dell’ultimo capitolo del capolavoro di Alexandre Dumàs: a quell’epoca, 1845, il romanzo aveva già richiesto al suo autore un anno e mezzo di fatiche.

L’ultima puntata della fiction televisiva andrà in onda il tre febbraio e la fine della storia sarà quella che tutti conosciamo.

Un mese da trascorrere con Edmond Dantès, dunque, il che mi sembra un’ ottima occasione per accennare a un interrogativo rimasto fino a ora senza risposta: Alexandre Dumàs ha mai ideato un seguito a Montecristo

Secondo Claude Schopp – massimo esperto dell’opera di Dumàs – anche nel caso di quest’opera pare che Alex (come lui amava firmarsi)  abbia durato gran fatica a separarsi dal personaggio con cui aveva convissuto per lungo tempo, …a lasciarlo scomparire dietro la linea dell’orizzonte mediterraneo.

Schopp ci presenta tre fatti e nessuna risposta: 

– l’ultima nota dell’ultimo capitolo della edizione originale del romanzo: L’editore si ripropone di pubblicare prossimamente un epilogo che l’autore sta attualmente rifinendo. Siamo nel 1845, gennaio come abbiamo detto;

–  successivamente, nel marzo del 1851, il nostro romanziere scrive ad Auguste Maquet – il suo principale collaboratore – esortandolo a pensare a un possibile finale alternativo per Montecristo.: per Claude Schopp Dumas si riferirebbe qui a un adattamento teatrale del romanzo, dal titolo Villefort : drame en cinq actes et dix tableaux;

–  il 16 dicembre del 1853, quasi una decina di anni dopo la pubblicazione dell’ultimo capitolo del suo capolavoro,  Alex Dumàs e l’editore Alexandre Cadot firmano un contratto dal quale risulta chiara la volontà di dare un seguito a Il conte di Montecristo. Vediamo l’articolo 2: “Le parti si riservano di stabilire un contratto speciale per il seguito di Montecristo, che non è compreso nei presenti e di cui, al rifiuto di monsieur Cadot, monsieur Dumas potrà trattare con altri etc…”

Dopo di che il silenzio sembra calare sull’ipotesi di una diversa conclusione, o addirittura di un seguito, per Il Conte di Montecristo. 

Emersioni

La sezione Libri del motore di ricerca Google è un ricettacolo di meraviglie. 

L’altro giorno ne stavo scorrendo i titoli in cerca di qualche periodico del 1859 che desse notizia del passaggio di Alexandre Dumàs a Hermoupolis, capoluogo di Syros, isola delle Cicladi dove vivo da circa cinque anni.

Durante la ricerca mi è passato sotto gli occhi il frontespizio di una pubblicazioncina ottocentesca: “Il conte di Villefort ed il conte di Montecristo dramma in cinque atti e nove quadri di A. Dumas ed A. Maquet”.

Se non fosse stato per quei due nomi che attiravano l’attenzione, vale a dire il Maestro e il suo principale ghostwriter, l’insieme non attirava certo alla lettura ma me la sono ugualmente sobbarcata.

Ricevendo alla fine la mia ricompensa che riporto così com’è, di poche parole.

SCENA ULTIMA,

Massimiliano, Monte Cristo e Valentina.

(Una figura coperta da un velo scende dalle rocce e s’ avvicina lentamente alzando il velo. È Valentina coronata di bianche rose).

Mas. Dio! il cielo s’ apre per me e ne discende un angelo …. esso assomiglia a quello che io ho perduto.”

Val. Massimiliano! Massimiliano! 

Mas. Valentina! Valentina! 

Val. Mio adorato Massimiliano! 

Mon. Valentina, ora più non avete il diritto di separarvi da colui che vi ama ….. da colui che se io non era si sarebbe ucciso sul vostro cadavere. lo bo reso l’uno all’ altra: la mia missione è compiuta: ho punito i colpevoli, ho ricompensato i buoni. Dio mio! se mi sono ingannato abbiate misericordia di me! e nel giorno finale ponete sull’infallibile vostra bilancia tutto quel poco di bene che avrò operato.

Fine”

Confrontando questa scena con il capitolo CXVII/Il 5 ottobre che conclude Il conte di  Montecristo, risulta evidente che non c’è corrispondenza: niente di male, salvo che gli autori di questa ultima scena sono gli stessi di quell’ultimo capitolo, che la precede di circa sei anni.

Il dato più eclatante è che nella pièce teatrale, più recente rispetto al romanzo, non troviamo traccia della dolce schiava greca Haydée, innamorata da sempre di Montecristo. 

Potrebbe trattarsi di un primo abbozzo per una conclusione diversa da quella consegnata? Quella che evidentemente non soddisfaceva l’autore anche perché, a voler dire le cose come stanno, non sembra essere stata frutto di una scelta meditata e consapevole. 

Ce lo racconta lo stesso Dumas che, da istrione qual era, nel suo Grande dizionario di cucina, ci presenta il bozzetto di una festa di matrimonio in cui il testimone della sposa, che è poi il grande scrittore in persona, circondato da convitati allegri e ridanciani afferra una penna e in pochi minuti consegna ai presenti in festa le pagine finali  di Montecristo

Fosse stato presente Rossini, suo grande ex-amico per questione di maccheroni, avrebbe sicuramente ammirato la scarsa serietà professionale con cui Alex abbinava i piaceri della scrittura a quelli della gola. Chissà, com’è andata davvero! 

Strutture

Non si può negare che il veliero lontano sulla linea dell’orizzonte, che scompare portando con sé il Vendicatore placato e la sua giovane pupilla, sia e sia stato per molti l’immagine-simbolo della vicenda di Edmond Dantès, emblema di  un certo tipo di successo che sicuramente ha affascinato anche Dumàs, uomo dalle mille concubine come lo definisce Schopp. Potere, ricchezza, fascino e la donna ideale al proprio fianco: giovane, bella, esotica e soprattutto schiava. 

Ma Alexandres Dumàs – figlio di Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie detto “il Generale Dumas” e nipote di Alexandre Antoine Davy, marquis de La Pailleterie – è un’ altra cosa, è uno scrittore di rango.

Ovvero, uno scrittore che conosce gli schemi classici e li applica a contenuti fortemente innovativi, come nel caso di Montecristo, la cui vicenda può essere parzialmente sovrapposta a quella dell’Ulisse omerico. 

In sintesi: Ulisse, perseguitato da un dio che gli impedisce di tornare in patria a causa di un peccato di hybris/orgoglio, non può ribellarsi ma solo cercare di resistere e superare le difficoltà; diventa eroe quando distrugge gli uomini che si sono impadroniti della sua casa e della sua donna e riconquista il suo stato di re.

Montecristo si presenta ugualmente colpevole, peccando d’orgoglio nel momento in cui si sente invulnerabile e non riconosce i nemici da cui è circondato.

Per punizione gli viene tolto tutto quello che ama – padre, donna, famiglia – ma lui dimostra di essere ingrado di resistere alle prove che deve affrontare: carcere, auto-formazione, fuga. 

Tornato nel mondo, distrugge – come Ulisse – coloro che lo avevano privato della sua vita. 

A questo punto le storie divergono, apparentemente a causa del diverso comportamento delle due donne in attesa, Penelope e Mercedes. Ma è proprio così?

Si tende spesso a dimenticare, quando si parla della fedelissima Penelope, che Ulisse si ripresenta a corte proprio nel momento in cui la sua sposa si è convinta ormai di essere la sua vedova e ha indetto una gara di tiro con l’arco tra i suoi pretendenti: il vincitore otterrà la regina in moglie.

Non molto diversa è la situazione della catalana: sfiancata dall’inutile attesa e dalla povertà, si rivolge allo spasimante che le sta da sempre accanto. Quello che a Dantes appare come tradimento è un cedimento, riprovevole ma non colpevole: soprattutto e prima di tutto, Mercedes non smette mai di amare Edmond. 

Amor, che traverso fortune, non intermette dall’essere eterno.

L’abbiamo provato in molti.

La ricerca continua

Se le cose stanno così, se Alex Dumas ha infisso nel cuore del personaggio Mercedes l’ amore per Edmond, se non ha cancellato dal cuore di Dantes il volto di colei che era stata la sua promessa sposa, perché non li riunisce? Perché non lo fa finalmente celebrare, questo matrimonio mancato?

Forse perché non è un cantore errante ma un uomo dai gusti dispendiosi, amante della buona cucina e delle belle donne?

Perchè Haydée la greca rappresenta l’ideale esotico del suo tempo?

Perché la fuga dell’uomo maturo con la giovane innamorata è tema più attraente, e quindi far vendere di più rispetto a un ritorno al vecchio amore che è quasi una moglie?

Eppure abbiamo visto che, in fin dei conti, Dumàs non era soddisfatto: forse perché quella scelta gli appare per quello che di fatto è, un ripiego. 

Un eroe non si rassegna a perdere la donna amata, perbacco!

Allora?

Mercedes è a Marsiglia, non spera nulla ma c’è.

Francesca Chiesa

Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023

“Paura sotto la pelle: perché scrivo noir”, di Letizia Vicidomini

Mi chiedo, e mi chiedono molto spesso, quali siano le cause che mi spingono a raccontare e a scrivere storie noir, perciò ho deciso di provare a chiarirlo a chi il nero lo legge, di sicuro animato dalle stesse motivazioni. 

Non tutte le spiegazioni sono semplici e immediate, alcune hanno radici profondamente interrate nel subconscio che non ho neppure voglia di dissotterrare, anche se posso certamente affermare che molte abbiano a che fare con la paura.

Sebbene io sia una persona estremamente luminosa, solare, si direbbe più spesso (è un termine molto frequentato) posso affermare con sicurezza che sia tutto merito e riflesso della parte più oscura e profonda che tutti custodiamo, e a volte nascondiamo.

Mi piace aver paura, tutto sommato, ed è per questo che ho avvicinato sin da molto giovane la letteratura di genere, amando moltissimo il giallo e le sue derivazioni.  Nelle migliaia di pagine lette sino a notte fonda trovavo brividi, emozioni e paura, anche. Ma il vero incontro importante fu con il Maestro assoluto, Alfred Hitchcock, curatore di una raccolta di racconti brevi assolutamente magnifica. 

In realtà poi scoprii che Hitch appariva come nome di richiamo, ma non prendeva parte personalmente alla scelta dei racconti, lasciando il compito a fidati collaboratori come Robert Arthur, ma poco importa.

Da queste pagine era stata tratta una serie tv andata in onda negli anni cinquanta (ma io ancora non ero nata), poi riproposta nell’ 85 (allora sì, che ero nata) intitolata in Italia “Alfred Hitchcock presenta”, che seguivo con interesse totale e dedizione quasi religiosa. 

La trasformazione in immagini delle storie lette su carta mi forniva l’opportunità di comparare e fondere le emozioni, di verificare la potenza di un mezzo piuttosto che l’altro, alternativamente più potenti.

Detto questo, ribadisco la passione per il brivido, per quel soffio d’aria che sento a volte sul collo in una stanza perfettamente chiusa, mentre leggo un buon libro, oppure il rizzarsi dei peli sulle braccia alle note di una colonna sonora appropriata.

Inevitabile che nella mia narrazione entrasse la paura, anche se i miei colori sono sfumati, e la tensione si trova essenzialmente nei sentimenti e nella loro corruzione o alterazione. La paura che corre sotto la pelle dei miei romanzi è essenzialmente quella del rovescio della medaglia delle relazioni: familiari, amorose, amicali, tutte possono diventare incubi quotidiani e terribili.  I personaggi che descrivo sono persone semplicemente vive, avvolte in un tessuto di rapporti belli, forti, “normali”, che diventano d’improvviso trappole mortali. 

Analizzando queste dinamiche racconto le storie di legami importanti, essenziali come quelli con la madre, i figli, radici e rami del proprio albero di vita. Legami che possono costringere e soffocare, oppure germogliare e diffondere ciò che la pianta produce, a seconda di mille variabili.

Mi colpisce a fondo la trasformazione degli amori, della passione che sconvolge e travolge e poi diventa possesso, prigione, e non solo per chi ne è vittima, ma anche per gli stessi carnefici. 

È così che nascono le paure più profonde, quelle che si imbevono della sicurezza che parrebbe scontata nel proprio piccolo mondo emotivo. Là dove ognuno crede di essere protetto e tutelato, in casa propria o tra le braccia della persona amata, è più forte la paura di perdere ciò che ci appartiene per diritto.

In sostanza mentre amo la paura che posso far sparire accendendo le luci o spalancando le finestre alla luce del sole, scrivo di quella che si annida tra le pieghe delle anime e dei sentimenti.

Scrivo noir perché mi consente di analizzare un mondo interiore, un universo parallelo e nascosto che riserva continuamente sorprese, allenando a gestire il dolore.

E sono le medesime ragioni per le quali voi leggete me e quelli come me.

Paura, eh?

p.s. Giacché, come dicevo, mi piace aver paura, consiglio tre libri che mi hanno terrorizzata e che vanno assolutamente letti (anche se avete visto la trasposizione cinematografica): “Misery” di Stephen King, “Il silenzio degli innocenti” di Thomas Harris e “Almost Blue” di Carlo Lucarelli.

Letizia Vicidomini

Letizia Vicidomini è nata a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ma raggiunge Napoli da vent’anni per lavoro, e ne ha fatto lo scenario privilegiato delle sue storie.

E’ stata speaker per le maggiori emittenti nazionali e regionali (RTL 102.5, Kiss Kiss, Radio Marte, Radio Punto Nuovo), attrice e e voce pubblicitaria. Alcuni suoi scritti sono diventati pièce teatrali ad opera dell’attrice e regista Ramona Tripodi.

La prima pubblicazione è del 2006, il romanzo “Nella memoria del cuore” edito da Akkuaria, così come “Angel”, del 2007. Nel 2012 è la volta della storia ambientata tra la Puglia e l’Argentina, “Il segreto di Lazzaro”, edito da CentoAutori e impreziosito dalla prefazione di Maurizio de Giovanni.

Nel 2014 per Homo Scrivens pubblica “La poltrona di seta rossa”e l’anno successivo, sempre con la stessa casa editrice, passa al noir con “Nero. Diario di una ballerina”. Il romanzo è nella sestina dei finalisti del premio “Garfagnana in giallo 2015” e Menzione speciale al Festival Giallo Garda. La “trilogia dei colori” si completa con “Notte in bianco” (2017), di nuovo finalista in Garfagnana. Nel 2019 pubblica, sempre per Homo Scrivens, “Lei era nessuno”. Ad aprile 2021 Homo Scrivens ripubblica “Il segreto di Lazzaro” in una versione aggiornata e rivista, che vince il Premio Internazionale Giallo Garda, VII Edizione.

Suoi racconti sono inclusi in numerose antologie. Tra le principali “Una mano sul volto” e “Diversamente amici” , curate da Maurizio de Giovanni (Ed. A est dell’Equatore), “Napoli in cento parole” e “Napoli a tavola in cento parole” (Perrone Editore), “Free Zone” (Echos) e “Il bivio” (Oakmond Publishing), “Attesa. Frammenti di pensiero“, “Un giorno per la memoria” (Homo Scrivens). Pubblica nella collana di Mursia Giungla Gialla curata da Fabrizio Carcano, “La ragazzina ragno” che trionfa nell’edizione 2021 del Garfagnana in giallo, in finale anche al Premio Misstery legato al Festival del Giallo a Napoli. A novembre 2022 esce “Dammi la vita” con la stessa casa editrice, che entra nuovamente nella cinquina votata dai lettori del Premio Misteri.

A marzo 2023 pubblica per SetteChiavi il thriller “Salvami“, racconto lungo che apre la collana Passepartout curata da Diego Di Dio, che si piazza sul podio della X edizione di Giallo Garda. Viene menzionata da Ciro Sabatino nella “Storia del giallo a Napoli” (Homo Scrivens 2024) tra le rappresentanti di spicco della “scuola napoletana” capeggiata da Maurizio de Giovanni.

A ottobre 2024 pubblica “Non si uccide il passato. Il male sporca Napoli” (Mursia Editore), che riceve immediatamente riscontri positivi da blog e lettori.