La “Lettera al padre” di Kafka, una rilettura cristiana, di Maurizia Maiano

Kafka non smette mai di parlarci. La sua scrittura nasce da una estraneità profonda. L’opera estraniante di uno scrittore alienato? La società capitalistica, il lavoro in fabbrica, il lavoro della produzione industriale cominciavano a mostrare il loro volto alienante.  Erano anni di grandi stravolgimenti e di improvvise ricadute. Cambiare il mondo sarebbe stato possibile  e anche l’arte avrebbe potuto contribuire a questa trasformazione; ma per farlo occorreva negare la tradizione. Brecht lo farà nel teatro che da classico aristotelico, diventerà epico e sostituirà la catarsi con l’effetto di straniamento – il Verfremdungseffekt. Lo spettatore non deve immedesimarsi nelle emozioni rappresentate: deve restare vigile, assumere un atteggiamento critico verso la realtà e i rapporti sociali, così da poterli mettere in discussione e persino sovvertirli. Dall’arte una spinta rivoluzionaria o l’ennesimo tentativo di cambiare un mondo che si ostina a non cambiare. Le opinioni sono diverse.

La teorizzazione brechtiana desidera un’arte capace di educare, rendere consapevoli, spingere all’azione. La sua è la fredda ragione che osserva scientificamente la realtà. È l’uomo su cui Musil ironizza perché vorrebbe interpretare i fatti secondo il semplice principio di causa ed effetto, ad una azione ne segue un’altra che sarà certa. E’ l’illusione  di potersi proteggere dal caos. Ma la realtà è ingannevole, dietro questa illusione si nasconde una sola verità, l’eterno ritorno dell’eguale e nulla può davvero difenderci dal disordine del mondo.

Kafka, invece, non parte da astrazioni né da teorie. Il suo sguardo nasce sempre da situazioni concrete e vissute; si interroga sul proprio rapporto con la vita, con gli altri e lo sottopone a una riflessione che riguarda tutti e in cui tutti possono riconoscersi.

E chi meglio di lui può rappresentare la realtà in modo straniante? Solo chi vive l’alienazione in un mondo che non lo comprende e lo fa sentire inadeguato riesce a restituire con tanta precisione quel senso di smarrimento che è, in fondo, la cifra della nostra condizione.

L’identità di Kafka non è mai un luogo fisso, ma una sottrazione continua. Ovunque si trovi, è come se vi abitasse solo a metà. Il suo destino non è quello di appartenere, ma di osservare: questo lo condanna all’alienazione e al tempo stesso gli dà una lucidità unica. Le sue zone d’ombra possono essere riassunte in un elenco quasi geometrico:

Come ebreo, non appartiene al mondo cristiano.

Come ebreo indifferente, non  del tutto agli ebrei.

Come tedesco di lingua tedesca, non appartiene ai cechi.

Come ebreo di lingua tedesca, non  ai tedeschi della Boemia.

Come boemo, non  all’Austria.

Come figlio della borghesia, non  alla classe operaia.

Non si sente un impiegato, perché si pensa scrittore

Scrittore non lo è perché sacrifica le sue forze alla famiglia.

Scrive solo per sé, ma lo scrivere non la considera una professione

Il primato del padre: un retaggio antico

Kafka affonda lo sguardo nella storia di un ordine antico: il primato del padre, radicato nella nostra civiltà indoeuropea e inciso perfino nelle parole – padre, patria potestas, patrimonio. Il padre come legge, misura, autorità.

La Lettera al padre fu scritta da Franz Kafka nel 1919 e pubblicata solo dopo la sua morte, nel 1952. Si apre con parole che suonano familiari, quasi universali, ma lontane nel tempo:

Tu hai lavorato sodo per tutta la vita, hai sacrificato ogni cosa per i tuoi figli, soprattutto per me; io ho vissuto un’esistenza agiata, libero di studiare ciò che volevo, senza preoccuparmi di nulla. Non pretendevi gratitudine, ‘la gratitudine dei figli’, dici tu, ma almeno un po’ di gentilezza, un accenno di compassione. E invece io mi rifugiavo in camera tra i libri, nei miei amici stravaganti, nelle mie idee eccentriche.

Queste parole, pur appartenendo a un secolo fa, risuonano ancora oggi: riecheggiano la voce dei nostri nonni e dei nostri genitori, devoti ai figli in modo assoluto, e tuttavia mai del tutto soddisfatti dell’amore e del rispetto ricevuti. Sempre attenti alle aspettative, sempre pronti al sacrificio, sempre fragili nel loro bisogno di riconoscimento.

La tradizione biblica e la rivelazione cristiana rompono questo modello. Nel mondo ebraico, la patria potestas è già mitigata da un patto: dopo il diluvio Dio-Padre dice a Noè: non distruggerò più. Ma la svolta decisiva arriva con Cristo: per la prima volta un uomo osa chiamare Dio: Padre mio, con un’intimità prima considerata blasfema. Gesù non è solo figlio: è l’erede, colui che viene dal Padre e al Padre ritorna liberamente. In Lui nasce l’età del Figlio.

Cerchiamo un approccio diverso ed una possibile reinterpretazione con l’aiuto di Massimo Cacciari

Soffermandoci su alcuni passi fondamentali e a leggere tra le righe della Lettera al padre ritroviamo l’acuta sensibilità di Kafka. Egli sottolinea quella pericolosa diversità che   caratterizza il rapporto padre – figlio: 

eravamo così diversi e, in questa diversità, così pericolosi l’uno per l’altro. Tu mi avresti semplicemente calpestato, senza che di me rimanesse niente.  

Eppure non attribuisce colpe: 

non credo neppure lontanissimamente a una colpa da parte tua. Tu hai agito verso di me come dovevi agire

E in questo riconosce la maschera che spesso ci imponiamo o che l’educazione ci fa intendere sia quella giusta, ma che prescinde da quella dell’amore e così continua in modo lieve sottolineando la sua fragilità di bambino: 

ero un bimbo pauroso, ma anche testardo come lo sono i bimbi. Una parola gentile, un tacito prendermi per mano, uno sguardo buono avrebbero potuto ottenere da me tutto. 

Ma la   maschera, la tirannia paterna glielo facevano apparire:

avvolto per me dall’enigma di tutti i tiranni, il cui diritto è fondato sulla loro persona e non sul pensiero. Contro di te si era completamente disarmati. Incomprensibile mi è sempre stata la tua totale mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che potevi infliggermi

Parole violente che ferivano come una lama sottile. Quell’autorità inutile e spocchiosa che si manifestava inutilmente nella quotidianità:

quel che si metteva in tavola doveva essere mangiato, sulla bontà del cibo non si discuteva; ma tu spesso lo trovavi immangiabile, lo chiamavi “mangime” e affermavi che la “bestia” (la cuoca) l’aveva rovinato

A tavola regnava un cupo silenzio, interrotto da:

‘Più alla svelta, più alla svelta’E la tua fiducia in te stesso era tale che non avevi neppure bisogno di essere coerente, senza per questo smettere di avere ragione. Poteva anche accadere che tu su un certo argomento non avessi alcuna opinione, e quindi tutte le opinioni possibili in proposito dovevano essere sbagliate, senza eccezione. Potevi ad esempio insultare i Cechi, poi i Tedeschi, poi gli Ebrei, e non a un certo riguardo, ma sotto ogni punto di vista, e infine non rimaneva nessun altro a parte te.

Niente riusciva ad apprezzare del figlio che non era riuscito a plasmare a sua immagine e somiglianza, che non aveva seguito la strada che gli aveva indicato: 

chiamavi gli impiegati ‘nemici prezzolati’. Urlavi, imprecavi e imperversavi come secondo la mia opinione di allora non accadeva in nessun’altra parte del mondo. E non soltanto imprecare, ma esercitare una tirannia gratuita. Ad esempio, con uno spintone scaraventavi giù dallo scrittoio merci che non volevi fossero scambiate con altre solo la sconsideratezza della tua collera ti scusava un poco e il commesso doveva raccattarle. 

Anche la madre era succube del padre e tale era l’esercizio dell’autorità del padre su di lei che Kafka scrive: 

se volevo fuggire da te (il padre), dovevo fuggire anche dalla mamma. E’ vero che presso di lei si poteva sempre trovare protezione, ma solo in riferimento a te. Ti amava troppo e ti era dedita con troppa fedeltà perché alla lunga potesse costituire una forza spirituale autonoma nella battaglia di suo figlio. E l’istinto infantile vedeva giusto, perché con gli anni la mamma divenne sempre più intimamente legata a te; mentre infatti, per quel che riguardava se stessa, conservò sempre la sua autonomia, entro strettissimi limiti, in modo bello e tenero, senza mai offenderti sostanzialmente, con gli anni accettò sempre più ciecamente e completamente, più col sentimento che con la ragione, i tuoi giudizi e le tue condanne nei confronti dei figli. La sua posizione era straziante e fino all’ultimo, snervante.

Quanto ad Irma, una nipote  che era stata presa a lavorare nel  negozio, e che per il padre aveva una venerazione, Kafka sottolinea l’innocenza con cui il padre  affermava che: 

non era stata una buona impiegata

L’ebraismo era, inoltre,   

vissuto come un gioco

non frequentava assiduamente la sinagoga e 

gli scritti ebraici gli davano la nausea

E da dove veniva l’incapacità del figlio di prendere una decisione e convolare a nozze:

se non da quella pressione generica dell’angoscia, della debolezza e del disprezzo per  me stesso?

Kafka e il ritorno impossibile

Kafka sembra collocarsi esattamente qui: nel luogo dove il ritorno al padre è desiderato e temuto, impossibile e necessario. La sua lettera è una sorta di parabola alla rovescia: non il figlio dissipatore che rientra e trova un abbraccio, ma il figlio che non ha mai potuto davvero uscire, e che tuttavia non riesce più a rientrare. Il padre di Kafka non è il padre evangelico che corre incontro: è un sovrano, un giudice, un gigante.

Il bambino che Kafka era – timido, pauroso, testardo come tutti i bambini – si sarebbe potuto spezzare sotto il peso di un’autorità così massiccia. Eppure non è accaduto: qualcosa lo ha mantenuto in vita, forse una tenerezza intermittente del padre, forse la protezione della madre, forse la pura imprevedibilità della vita. Ma quanto è accaduto, ammette Kafka, forse è anche peggio: la relazione non è crollata, ma si è trasformata in paura, vergogna, senso di colpa. Il padre appare a Kafka 

avvolto dall’enigma di tutti i tiranni, il cui diritto è fondato sulla loro persona e non sul pensiero

Un’autorità che non ha bisogno di essere coerente per essere vera. Un’autorità che giudica senza sapere. Che ferisce senza accorgersene.

Lui stesso scrive: era come se non avessi idea del potere che avevi su di me.

 Il bambino Kafka non vede un padre: vede un sovrano.

E pensa: posso sempre ricordargli tutto questo quando mi rimprovererà la mia ingratitudine.. Incomprensibile mi è sempre stata la tua totale mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che potevi infliggermi con le tue parole e i tuoi giudizi; era come se non avessi la benché minima idea del tuo potere. Anch’io sicuramente ti ho fatto soffrire con le mie parole, ma l’ho sempre saputo, mi dispiaceva, ma non riuscivo a dominarmi, me ne pentivo già mentre lo dicevo. Tu invece con le tue parole colpivi indiscriminatamente, non ti dispiaceva per nessuno, né durante né dopo, contro di te si era completamente disarmati.

La crisi dell’età dei Figli

Nel Cristianesimo il Figlio è erede. Ma se i figli, diventati eredi, dimenticano il Padre? Allora nasce il conflitto tra uguali, la guerra tra fratelli. Per questo l’Illuminismo aggiunse alla libertà e all’uguaglianza la fraternità: senza un legame che trascende i singoli, gli eredi diventano nemici.

La Lettera al padre è lo specchio oscuro di questo: figli liberi, eredi di tutto, ma inchiodati da un terrore senza volto. Senza un padre misericordioso, e senza fratelli, restano soli davanti alla propria libertà. 

Maria, la Misericordia dimenticata

Massimo Cacciari suggerisce che la filosofia e la teologia occidentali abbiano trascurato una figura decisiva: Maria, la Donna, simbolo di misericordia perfetta. La misericordia è ciò che tiene uniti i figli tra loro e al Padre. Non giudica, non punisce, non rivendica: ricorda semplicemente che siamo figli. È ciò che manca nella lettera di Kafka. È ciò che manca nella nostra civiltà: la capacità di essere eredi senza diventare accusatori. Dante lo aveva compreso: Maria è la prima a correre in soccorso dell’uomo smarrito nella selva.  In lei il Figlio si rigenera, e con Lui la nostra umanità. Una società che dimentica questa dimensione non genera più, non trasmette più, non riconosce più le sue radici. Conclusione: la nostra Abendland è la voce di Kafka

Gli eventi del nostro tempo ci invitano a riflettere su questo:  il nostro Occidente, sembra incapace di rinnovarsi perché ha dimenticato il suo codice originario: un padre che non è padrone, un figlio che è davvero libero, una fraternità che impedisce la guerra degli eredi, una misericordia che scioglie la durezza dei cuori. Kafka, nella sua lettera, non cerca una condanna: cerca un ritorno. Un ritorno che non trova. Un ritorno che può compiersi solo là dove il Figliol prodigo insegna a guardare: nell’incontro tra fragilità e perdono, tra autorità e accoglienza, tra padre e figlio.

Ed è forse questo il monito che ci consegna: una civiltà che non sa più tornare al Padre – o che non sa più essere Padre – finisce per smarrire anche i suoi figli.

Ebrei e cristiani mettono in dubbio questo primato. La patria potestas è vincolata ad un patto. Il padre stabilisce un patto con il figlio e dopo il diluvio dirà: “io Padre non ti distruggerò più”. Il salto diventa radicale con il Cristianesimo. Gesù afferma di essere Figlio di un Padre che è nei cieli e con il quale ha un’affinità che mai era stata affermata. Nel vecchio testamento era blasfemo dire ‘Padre mio’. Nei vangeli sinottici si afferma che la figura di Gesù è erede di tutto ciò che viene dal Padre. Gesù dice: “io sono la sola via verso il Padre” ma in contraddizione con il messaggio biblico precedente, Gesù dice: “amate il nemico”. 

Gesù apre la nostra età e la nostra età è l’età del Figlio. Il cristiano crede che Cristo sia Figlio di Dio. Quest’uomo è divino. E’ un uomo che si sovrumana e si trascende. Cristo è pieno erede del Padre. Gesù è la via per il ritorno al Padre. Il figlio non è più la patria potestas, è colui che viene dal Padre e al Padre ritorna in piena libertà. Il figlio è erede e in quanto erede totalmente libero. L’età del figlio è quella in cui i figli sono totalmente liberi di tornare al padre. Nella parabola del buon Samaritano il padre non esercita alcuna patria potestas e il figlio ritorna dal padre da cui ha ereditato tutto ed in quanto erede libero. Il figlio si sente in angoscia per l’assenza del padre e questo lo spinge a tornare.

  Per Kafka il ritorno è impossibile…L’annuncio del figlio dice che tutti siamo eredi ma cosa avviene se questi Figli non si rivolgono al Padre? E’ la guerra tra i Figli che, essendo tutti eredi, non possono appellarsi solo alla libertà e all’eguaglianza. L’illuminismo introdurrà la parola fraternità perché senza la fraternità è guerra fra noi. Se i Figli non si accomunano ad un bene che li trascende daranno vita ad una lotta perpetua tra di loro. L’evento è irreversibile e La lettera al padre di Kafka è l’oscenità della nostra società. I figli pieni eredi ed insofferenti di ogni potestas non possono che finire nel terrore. Se i figli non hanno un rapporto di fraternità vorranno affermare una potestas filiorum contro gli altri. 

Cacciari dice che c’è una via che non è stata praticata né dalla filosofia né dalla teologia ed è la figura di Maria, la Donna. Maria è simbolo di perfetta misericordia. Perché la Donna è la misericordia? La Donna ricorda che si è figli ma figli nella misura di giustizia distributiva. Bisogna trascendere la condizione pattizia, la giustizia è misericordia e non deve volere pena e condanna ma perdono. Se dimentichiamo questa dimensione i Figli non saranno mai in un rapporto di fraternità. Lo scandalo della nostra civiltà è la totale dimenticanza di questa figura femminile all’interno dell’annuncio. I Figli atei mettono a morte il padre Lear e sono violenti come il padre. Dante mette l’accento sulla figura di Maria, è lei che si affanna per quell’uomo che si è smarrito nella selva. Questa Donna rigenera Dio e questo Dio che rigenera è il Figlio Gesù. Se non rileggiamo così la nostra società la nostra società non genererà più.

Gli accadimenti di queste ore ci servono per riflettere sullo stato delle cose e per cercare di capire perché questa nostra ‘Abendland’ stenta a cambiare e non riesce a dare una svolta definitiva al suo essere nel mondo.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Keanu Reeves e China Miéville: “Il libro dell’altrove” (minimum fax, 2025), di Valeria Jacobacci

Qualche citazione dal testo per approfondire “Il libro dell’altrove”pubblicato da Minimum Fax, e cosa esprimono, con molta sofferenza, i due autori, il fascinoso attore Keanu Reeves e il fantasioso fumettista China Miéville: “ Meglio l’insubordinazione che l’indipendenza” e “La storia ha fatto su e giù moltissime volte” e anche “Tutto quello che succede è già successo”. Vera protagonista è l’Entropia, come in tutti i romanzi distopici che si rispettino, una tendenza al Caos molto ben descritta e drammaticamente affrontata dalla coppia Unute, l’immortale che vuole morire, e Diana, la bella scienziata che tenta di salvarlo e di carpirne il terribile segreto. Davvero penosa l’esistenza di entrambi, circondata da soldati invulnerabili e scenari apocalittici, bestie umane e uomini bestiali, perpetuamente sporchi di sangue e lamentosamente cinici.

Salti mortali nell’epica e nelle religioni di tutti i tempi e risvegli in brevi scene di vita quotidiana con una donna che lava i piatti e si asciuga le mani nello strofinaccio. “Non voglio morire” cerca di spiegare l’eterno Unute, “Voglio la mortalità”, c’è una differenza! Diana comprende ma ha un dovere da compiere perché non è solo una scienziata ma un ufficiale dell’esercito del Governo, con tutta probabilità degli Stati Uniti d’America, ma non è specificato. Lo scopo del Governo è quello di tenere la situazione sotto controllo, Unute può infatti diventare un problema se l’immortalità si diffonde a partire da lui: che senso ha uccidere se chiunque muoia torna poi inopinatamente in vita? La guerra rischia di diventare ancor più problematica, un’estenuante opera di devastazione senza fine!

Ma perché Unute vuole morire? In realtà muore spesso ma ogni volta risorge da una sorta di uovo primordiale. “Professore, per favore, dica lei, è nato prima l’uovo oppure la gallina? Che figura! Il professore non lo sa!” cantava Natalino Otto sulla base di un boogie-woogie: il mistero resta irrisolto e Unute non ne può più di rinascere continuamente! Intanto, se vuole morire è altrettanto vero che vuole vivere, non è questo l’eterno dilemma dell’umanità? Purtroppo, fra gli innumerevoli  riferimenti alla letteratura di tutti i tempi, dagli Egizi, alla Bibbia, a Pinocchio e a Frankenstein, con accenni a Dorian Gray e a Osiride, fatto a pezzi dispersi ovunque e pronti a ricomporsi, gli autori non hanno pensato a Dante e alle acque del Lete, il fiume della dimenticanza. Il problema è proprio questo: senza dimenticare le vite precedenti, magari dopo aver fatto una nuotata in quel fiume, l’eroe Unute, che conta ottantamila anni, non sopporta più la vita, e questo è un problema.

L’umanità però ha un programma eutico, molti eroi, simili a Berserk, sono alla ricerca della verità. La bella Diana è decisa a venirne in qualche modo a capo, aiutata nell’impresa da altri volenterosi. Molti ostacoli si oppongono nel percorso, nessun mostro preistorico si è estinto, sono tutti presenti con i loro enigmi, niente è risolto, il brodo primordiale schiuma sempre più e ne emerge un cinghiale immortale, (in realtà muore e risorge anche lui, come Unute, con il quale ha un conto in sospeso, come accade a creature dello stesso genere, e lo insegue da millenni per ucciderlo) simile al Minotauro ma con caratteristiche dei Tre porcellini, si scompone e ricompone sanguinando, appunto, come al mattatoio. Urge almeno una teoria per dare un senso alla vicenda, ed eccola:  ”Dobbiamo spezzare una dipendenza. La nostra cultura è dipendente dalla negatività, e questo significa avere una dipendenza dalla morte. E’ una cultura della morte . Ecco cosa dobbiamo spezzare.“  Lo afferma un amico della bella Diana dando una svolta alla narrazione. Ed ecco la verità: Unute l’immortale è in realtà la morte stessa. E’ lui che bisogna uccidere per uccidere la Morte, l’unica vera immortale. Per questo il Governo ha messo a punto un progetto, Diana lo porta avanti, è il Life Project.  Unute è vicino a realizzare il suo proposito di porre fine alle innumerevoli vite, la conclusione è vicina. All’ultimo momento, l’Uovo primordiale si fa avanti. Unute e il cinghiale immortale non hanno più voglia di collaborare. Babirussa il cinghiale e Unute l’immortale ritornano ognuno nel suo uovo e tutto ricomincia.

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Fëodor Dostoevskij: “Umiliati e offesi” (Feltrinelli), di Lavinia Capogna

Fëodor Dostoevskij (1821 – 1881) è, come si sa, uno dei grandi autori della letteratura russa del 1800 e mondiale. Ebbe una gioventù molto difficile, sua madre morì di tisi quando lui aveva solo 16 anni, suo padre, un medico militare e possidente terriero, venne ucciso, probabilmente da uno o più servitori l’anno seguente (tragedia che si ritrova trasfigurata nell’ultimo romanzo, “I fratelli Karamazov”). 

Dostoevskij, che era in collegio, quando lo seppe ebbe un attacco epilettico. Fu il primo della malattia che lo tormenterà per tutta la vita e che avrebbe descritto in quel meraviglioso personaggio che è il principe Myskin nel romanzo “L’idiota”, nello squilibrato Kirillov ne “I demoni” e nella traumatizzata Nelly di “Umiliati e offesi”. 

Ventenne, solo perché frequentava un circolo che si ispirava alle idee socialiste di Charles Fourier, venne condannato a morte . 

Il 29 dicembre 1849 lui (che aveva 28 anni) e gli altri furono bendati e con i fucili del plotone di esecuzione puntati addosso attendevano disperati che venisse dato l’ordine di far fuoco: allora arrivò la notizia che lo zar aveva concesso loro la grazia. Anche questa fu un’altra esperienza terrificante. 

Venne poi condannato a quattro anni di carcere che avrebbe descritto nello splendido “Memorie da una casa di morti” (1861).

Fu la letteratura che lo salvò: il pubblico amava le sue storie che parlavano di personaggi reali, spesso di povera gente come suona il titolo del suo primo romanzo, di sentimenti profondi, speranze sovente tradite, intrise di un sincero misticismo cristiano (specie nelle ultime opere), di violenze e di aspirazioni al bene, di pulsioni inconscie ben prima che fosse scoperto l’inconscio. 

La sua opera, annota Stefan Zweig, è composta di ben ventimila pagine.

Sembra che egli fosse affetto da una ludopatia, tema centrale del romanzo “Il giocatore” ma anche dalla necessità di guadagnare incessantemente del denaro perché aveva preso su di sé l’onere di mantenere i suoi numerosi ed esigenti parenti allargati oltre che la sua famiglia.

Si sposò due volte ed ebbe alcuni figli. La sua seconda moglie, Anna Grigor’evna Dostoevskaja, ha lasciato un prezioso libro di memorie intitolato “Dostoevskij, mio marito”. 

Egli dedicò gli ultimi vent’anni di vita alla stesura dei suoi grandi romanzi e ai viaggi all’estero, tra cui un lungo soggiorno in Italia. Morì pochi mesi prima di compiere 60 anni, nel 1881.

Dostoevskij descrisse i lati più oscuri ed insensati degli esseri umani (Raskolnikov in “Delitto e castigo”, Rogozin in “L’idiota”, Stravogin ne “I demoni” , Smerdjakov ne “I fratelli Karamazov”) ma anche quelli più puri (la delicata Sonia in “Delitto e castigo”, il principe Myskin, Aleksej Karamazov, il sognatore di “Le notti bianche”). 

“Umiliati e offesi” (in russo: Униженные и оскорблённые) pubblicato nel 1861, quando lo scrittore aveva 40 anni, è un bellissimo romanzo, meno noto in confronto agli altri. È il sesto dei suoi quattordici romanzi. 

Come in tutte le sue opere, fin dalle prime righe egli trasporta subito i lettori nel vivo della storia, senza alcun vano preambolo o prolissa descrizione, e in modo così convincente che immediatamente prendiamo a cuore le vicende di Vanja, il protagonista. 

Vanja è un giovane nobile d’animo, pieno di speranze nonostante un’incipiente malattia e grandi ristrettezze economiche. 

Ha composto un romanzo che ha attratto l’attenzione: un critico assai stimato lo ha recensito positivamente (nota 1) e sta tentando di scriverne un secondo. 

Vanja è un orfano cresciuto con due coniugi che lo avevano generosamente preso con loro: due fantastici personaggi che lo scrittore descrive accuratamente nell’arco della storia. 

Essi avevano già una figlia, Natascia, più giovane di lui di tre anni, del quale Vanja si innamora. Viene fatta tra di loro una vaga promessa di fidanzamento ma Natascia si innamora invece di Aloscia, il figlio del principe Valkovskij, tanto da andare a convivere con lui, fuggendo di casa e perdendo così i suoi genitori e la rispettabilità sociale. 

Se l’amore di Vanja per Natascia è tenero, sognante, quello di Natascia per l’immaturo e sventato Aloscia illustra invece la follia dell’amore, come perdita di razionalità, annullamento di sé, sacrificio. 

Se Jean Jacques Rousseau nel 1761 nel romanzo epistolare “Julie o la nuova Héloïse” aveva messo a contrasto l’amore passione (il bel Saint- Preux) e l’amore ragione (il noioso Wolmar), in “Umiliati e offesi” Dostoevskij narra invece l’amore che viene sublimato nella dedizione fraterna (Vanja), l’amour fou (Natascia), l’amore incoerente (Alioscia), l’amore platonico ed adolescenziale (Nelly), l’amore egoista ma sincero (Katja). 

Natascia è uno dei personaggi femminili più notevoli creati dallo scrittore: rinnegata dal padre, bella, innocente, sovente pensierosa, con le braccia conserte. Ella dice a Vanja, che è il suo grande amico fraterno: “In qualche modo bisognerà conquistare la nostra felicità futura con tanta sofferenza; acquistarla al prezzo di chissà quali nuovi tormenti. La sofferenza purifica ogni cosa… Oh, Vanja, quanto dolore c’è nella vita!”.  

Tuttavia in questo romanzo in cui l’amore ha un ruolo così determinante esso non è il tema dominante. Il tema dominante è la lotta etica tra il potere e il non potere, tra coloro che opprimono e gli oppressi (nota 2). 

Il potere trova qui un suo perfetto rappresentante nel principe Valkovskij, nei suoi inganni e in un torbido segreto del passato: cinico, sprezzante, manipolatore (illuminante la scena sulle scale al buio quando Vanja lo sente imprecare come “un vetturino”), avvenente, dotato di un’abile dialettica, egli si rivela in alcuni furtivi sguardi: “avrebbe forse voluto avere uno sguardo dolce e gentile, ma i raggi dei suoi occhi sembravano sdoppiarsi, e tra quelli dolci e gentili ne baluginavano altri, duri, diffidenti, indagatori, cattivi…” – scrive Dostoevskij. 

Servi del potere sono la terribile Boblova, il criminale pedofilo, e tutti gli aristocratici (eccetto Katja) – ricchi e poveri. 

Stanno in una zona più” grigia” il vecchio amico di Vanja alcolizzato e traffichino (che avrà un ruolo determinante nel romanzo) e l’anziano padre di Natascia. 

Il libro è una raffinata, avvincente, commovente (ma non retorica) opera psicologica a sfondo sociale in cui emerge una società variegata che è un bizzarro miscuglio tra occidente e oriente. 

Ha qualcosa in comune con certi romanzi francesi più impegnati (Dostoevskij aveva tradotto “Eugénie Grandet” di Balzac) e nel personaggio di Nelly vi è un chiaro riferimento (e non un plagio) a Charles Dickens anche nella scelta del nome (nota 3).

Scritto in modo semplice, diretto, senza una riga di troppo, con numerosi dialoghi e acute intuizioni ha un ritmo incalzante. A far da sfondo alle febbrili vicende dei personaggi, c’è la città di Pietroburgo ma non quella degli splendidi palazzi dorati o dei lungofiumi sulla Neva ma quella delle strade più dimenticate con case fatiscenti tra il fango e la pioggia. 

……….

Nota 1) La vicenda è autobiografica: dopo che Dostoevskij aveva pubblicato il suo primo libro ovvero “Povera gente” il noto critico Belinskij aveva bussato in piena notte alla sua porta e, abbracciandolo, lo aveva chiamato “il nuovo Gogol”. Gogol era considerato il padre della nuova prosa russa e Dostoevskij avrebbe detto “tutti noi siamo usciti dal cappotto di Gogol”. 

(“Il cappotto” è uno dei racconti più famosi di Gogol del 1844).

Nota 2) Nell’ampia postfazione dell’edizione Feltrinelli scritta da Serena Prina, ella, tra l’altro, ci segnala una cosa importante e cioè che gli aggettivi al plurale in russo non hanno maschile e femminile e quindi il titolo originale potrebbe anche essere “Umiliate e offese”. 

Ed effettivamente le persone ‘umiliate ed offese’ nel romanzo sono Natascia, la signora Smith, Nelly e la madre di Natascia (repressa nei suoi sentimenti materni): tutte donne. 

Nota 3) Nelly o Little Nelly è una bambina/adolescente tra i personaggi principali di “La bottega dell’antiquariato” (The Old Curiosity Shop) di Charles Dickens, pubblicato in Inghilterra nel 1841.

Una curiosità: Dostoevskij e Tolstoj, pur ammirandosi reciprocamente letterariamente e nonostante le loro mogli si conoscessero, non si incontrarono mai personalmente. 

Bibliografia:

Dostoevskij 

Umiliati ed offesi (Feltrinelli)

Anna Grigor’evna Dostoevskaja “Dostoevskij, mio marito” (Bompiani) 

George Steiner 

Tolstoj o Dostoevskij (Garzanti)

Stefan Zweig  

Dostoevskij (Castelvecchi)

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Robert Musil: “L’uomo senza qualità” (Einaudi), di Maurizia Maiano

Incontro L’uomo senza qualità all’inizio del mio primo anno all’Università La Sapienza di Roma. Avevo diciannove anni e, con l’educazione ricevuta, era difficile capire – o forse accettare – perché qualcuno avrebbe dovuto scrivere di un uomo senza qualità. Ne fui subito colpita, era qualcosa che mi riguardava più profondamente di quanto allora potessi riconoscere.

Ulrich, il protagonista, viveva a Vienna, capitale della Cacaniala kaiserliche und königliche Monarchie – imperiale e regia, iperbole e sineddoche di un ordine fondato sull’immobilismo e sulle contraddizioni, sospesa tra sogno e declino. Era, almeno nelle intenzioni, un modello di convivenza; e qualcuno, come Hermann Bahr, scrittore ed interprete della fin de siècle viennese, vi aveva visto il primo tentativo di dare unità alla molteplicità dei  popoli che l’abitavano.  

Musil, con la sua lucidità quasi dolorosa, lo descrive come un organismo contraddittorio: il governo era clericale, ma lo spirito liberale regnava nel Paese. Davanti alla legge tutti i cittadini erano uguali, ma non tutti erano cittadini. C’era un parlamento, che faceva un uso così eccessivo della propria libertà da essere quasi sempre chiuso; e ogni volta che ci si rallegrava per il ritorno dell’assolutismo, la corona ordinava che si ricominciasse a governare democraticamente. Un luogo in cui la libertà veniva celebrata e allo stesso tempo soffocata. Bastava intuirne la fragilità per sentire che tutto stava per spezzarsi.

Ulrich mi sembrò subito un visionario, uno che guarda oltre la superficie delle cose. Restavo stupita dalla sua capacità  di raccontare la realtà nelle sue minime vibrazioni, nei suoi nodi invisibili, nelle sue possibilità latenti. Più lo leggevo e più sentivo che quel secolo che lui descriveva, con una scrittura precisa e rigorosa, diventava anche il mio: un luogo mentale, un modo di guardare. Per questo avevo denominato il romanzo la Bibbia dell’uomo del XX secolo, e lo sento ancora indispensabile anche per quello del XXI. Il primo volume era stato pubblicato nel 1930 e nel 1933 il secondo. Il terzo volume fu pubblicato postumo nel 1943. Casa Editrice P. Zsolnay Verlag.

Ulrich era un matematico che aveva scelto la letteratura. Questa scelta, in gioventù, mi confortava: anch’io non amavo i numeri. Il romanzo, I turbamenti del giovane Törless, mi aveva già insegnato quanto la matematica chiedesse un atto di fede: accettare gli assiomi, mai metterli in dubbio. Durante le interrogazioni a scuola non avevo altra via: se avessi rifiutato un postulato, non sarei potuta andare avanti nel  procedimento della descrizione di un teorema. A vent’anni avevo l’impressione che molte cose mi sfuggissero, e che alcune forse non le avrei mai pienamente comprese. Noi giovani della fine della seconda metà del XX sec. avevamo ancora punti di riferimento?

Chi è davvero questo uomo senza qualità?

Possedere delle qualità significa, in qualche modo, poterle riconoscere come reali, misurabili, quasi tangibili. Ulrich, invece, sembra privo di quel Wirklichkeitssinn, il senso della realtà che permette a ciascuno di noi di avere un’identità stabile,  un ruolo definito,  una traiettoria coerente. È naturale allora che un uomo incapace di trovare un punto fermo persino in sé stesso finisca un giorno per scoprire di non possedere alcuna qualità — o almeno nessuna che possa essere fissata una volta per tutte.

Musil sembra suggerire che le qualità non siano proprietà interne, ma emergano solo nella relazione: nel confronto continuo tra l’io e il mondo, tra chi guarda e ciò che viene guardato. Ulrich vive esattamente in questo spazio intermedio. Matematico per formazione, scienziato dell’animo per vocazione, osserva il reale come un insieme di fenomeni che si ricompongono ogni volta da capo, senza mai offrire una figura univoca o definitiva.

In questa prospettiva, il romanzo di Musil si intreccia con le intuizioni della filosofia di Popper. Contro l’ottimismo razionalista del Circolo di Vienna che sognava un universo completamente verificabile e separato dalla metafisica. Popper oppone l’idea di un sapere costruito sul dubbio: non è la verifica che fonda la scienza, ma la possibilità della falsificazione. È solo mettendo alla prova una teoria, esponendola al rischio di cadere, che si può parlare di vera conoscenza. Scrive Ulrich: nella scienza accade che ogni due o tre anni una cosa considerata un errore rovesci improvvisamente tutti i concetti o che una idea umile e disprezzata diventi regina di un nuovo mondo di idee, e tali avvenimenti non sono soltanto rivoluzioni ma conducono in alto come una scala celeste. … Ci si chiederà se davvero in questo mondo tutto proceda così alla rovescia da dover essere continuamente capovolto.

Il mondo — suggerisce Wittgenstein — è la totalità dei casi, un mosaico di possibilità che non si lascia mai chiudere in una formula definitiva. E Schnitzler, con la sua ferocia limpida, lo aveva già detto: Sicherheit ist nirgends, la sicurezza non esiste da nessuna parte.

Ulrich diventa il simbolo di questa modernità inquieta: un uomo che si muove tra le possibilità, privo di qualità fisse perché ogni qualità è sempre relativa, contingente, in divenire. Un uomo che non può aggrapparsi a nessuna certezza, e proprio per questo riesce a vedere ciò che gli altri non vedono? C’era qualcosa nella nostra fede nei valori e nella vita  che stava scricchiolando?

Ulrich si muove tra i casi, consapevole che l’uomo, fino ad oggi, si è affidato al principio di causa ed effetto per illudersi di essere al riparo dal caos. Ma egli ha compreso che il mondo non si lascia imbrigliare da questa logica lineare: pulsa invece secondo un principio di indeterminazione, fatto di variabili, deviazioni, possibilità. Ulrich è il Möglichkeitsmensch, l’uomo delle possibilità, colui che sa che la realtà non contiene soltanto ciò che è già accaduto ma anche ciò che non è ancora, ciò che potrebbe essere.

È questa rivelazione a rendere L’uomo senza qualità un romanzo vertiginoso: la consapevolezza che il possibile non è un territorio esterno, un altrove astratto, ma vive già dentro le cose, come una tensione silenziosa. E tuttavia, il possibile della Monarchia danubiana — quel groviglio di popoli, lingue, illusioni politiche — si dissolverà come un sogno non realizzato, lasciando dietro di sé solo frammenti e nostalgie.

Musil racconta la fine di un Impero e, forse, anche la fine di un’Europa. Una Hilflose Europa, inerme, come la definì lui stesso in un saggio del 1922: smarrita, senza consiglio, priva di una politica estera comune, incapace di tradurre in realtà le proprie possibilità. Un’Europa che avrebbe potuto essere diversa e che ancora oggi, guardandola retrospettivamente, ci costringe a riflettere sul suo destino incompiuto.

La vicenda si apre a Vienna, nel 1913, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, quando l’Impero austro-ungarico, ormai un gigante stanco sull’orlo del collasso, tenta ancora di preservare l’illusione della propria stabilità. Ulrich, il protagonista, un uomo sulla trentina, non possiede un’identità sociale definita né un ruolo cui aderire pienamente: esiste in una sorta di sospensione, estraneo tanto a sé stesso quanto al mondo che lo circonda.

Coinvolto quasi per caso, Ulrich viene nominato segretario dell’Azione parallela, iniziativa promossa per celebrare il settantesimo anniversario dell’ascesa al trono dell’imperatore Francesco Giuseppe, prevista per il 1918. Celebrazioni che non avranno mai luogo: lo scoppio della guerra travolgerà tutto, e la battaglia di Vittorio Veneto del 4 novembre segnerà la fine definitiva di quell’Impero che voleva eternizzarsi nei fasti delle commemorazioni.

Ma perché chiamarla Azione parallela? L’idea nasce come risposta alle celebrazioni dell’Impero tedesco di Guglielmo II, che di anni ne avrebbe celebrati soltanto trenta. È l’occasione perfetta, per Musil, per mettere in scena una satira pungente della burocrazia, della società e dell’intellighenzia austro-ungarica: un mondo che discute, pianifica, prolunga riunioni interminabili senza concludere nulla, mentre tutt’intorno gli equilibri politici stanno già crollando.

Su questo sfondo si intravede anche una nostalgia sotterranea, quasi un dissidio interiore: da un lato i Grandi tedeschi, che sognano un vasto spazio  esteso dalla Germania alla Mitteleuropa attraversata dal Danubio fino al Mar Nero; dall’altro i Piccoli tedeschi, che desiderano solo una piccola patria  fondata  sulla identità linguistica. Avrebbe potuto mai la Cacania – questo impero variopinto, fragile e contraddittorio – rinunciare a sé stessa, al suo mosaico di popoli, culture e contraddizioni?

È in questa tensione, tra grandezza sognata e fine imminente, che Musil fa vibrare tutto il romanzo: l’ultimo respiro di un mondo destinato a scomparire, mentre ancora finge di poter durare per sempre.

Ulrich –  anche se non è elegante chiamare qualcuno soltanto per nome – è ancora un ragazzo, sospeso tra infanzia e adolescenza, quando, in un compito scolastico dedicato al patriottismo, scrive che in Austria questa materia è particolarmente difficile da trattare. In Germania, osserva, ai bambini si insegna semplicemente a disprezzare le guerre dei piccoli austriaci, e si ripete loro che i francesi discendono da libertini privi di coraggio, pronti a fuggire come lepri alla vista di un soldato tedesco con una grande barba. E, invertendo i ruoli, con qualche opportuno ritocco, le stesse caricature vengono impartite ai bambini francesi, russi e inglesi, tutti fieri delle proprie vittorie nazionali. È noto che i bambini sono fanfaroni, e dunque il patriottismo, nelle sue forme più grossolane, si può inculcare con una facilità disarmante.

In Austria, però, la questione è diversa. Pur avendo vinto tutte le guerre della sua storia, l’Impero ha quasi sempre dovuto cedere territori subito dopo: un paradosso che svuota il trionfo del suo stesso significato. Da qui la conclusione di Ulrich: un vero patriota non deve necessariamente considerare la propria patria come la migliore. E a questa riflessione ne aggiunge un’altra, ancora più audace. Secondo lui, persino Dio, quando parla del mondo, lo fa usando il congiuntivo potenziale, perché mentre lo crea pensa che avrebbe potuto già farlo diverso.

È questa frase, brillante ma ambigua, a scatenare lo scandalo. Ulrich rischia l’espulsione dalla severa Accademia Teresiana e si salva soltanto perché gli insegnanti non sanno decidere se le sue parole siano offensive verso la patria o verso Dio. L’episodio rivela già allora ciò che Ulrich diventerà da adulto: uno spirito critico, insofferente alle formule vuote, pronto a smascherare le contraddizioni dei discorsi ufficiali. La sua intelligenza curiosa, non conformista, mette in crisi un sistema educativo che pretende obbedienza più che comprensione.

Il piccolo scandalo non è dunque un semplice incidente scolastico, ma il primo segnale di un pensiero che rifiuta verità assolute e preferisce muoversi nel territorio del possibile, dove anche Dio — come suggerisce Ulrich — potrebbe immaginare un mondo diverso. In questa vicenda si intravede già l’uomo senza qualità che sarà: un individuo che non si adatta al già dato, ma continua a interrogare ciò che gli altri accettano senza dubitare.

Nelle città del primo Novecento vediamo così aggirarsi gli Schwärmer, i fanatici, gli entusiasti del dover essere e mai dell’essere, privi di qualsiasi realismo. Sono convinti di poter salvare il mondo e credono nella Erlösungla salvezza. Colgono le debolezze della loro epoca, ma ignorano quella fondamentale: la fragilità dell’essere umano stesso. Per questo falliscono, pur trascinando con sé i giovani, che infiammano e illudono con i loro entusiasmi. Dall’altro lato ci sono i reazionari e i conservatori, convinti che la salvezza consista nel proteggere ciò che esiste, nel custodire l’ordine. Ma a entrambi — fanatici e conservatori — sfugge la stessa cosa: la necessità dell’analisi, del pensiero critico. Accanto a loro compare un’altra categoria: quella degli stupidi, specchio deformante ma rivelatore della stupidità degli intelligenti. Per Musil, infatti, l’intelligenza deve sapersi legare alla realtà e alla possibilità; quando non lo fa, rivela la propria fragilità.

Arnheim, trasparente ritratto di Rathenau – l’industriale e politico tedesco assassinato dai fascisti -, incarna il tentativo di conciliare capitale e cultura. Rappresenta quella borghesia colta, da Goethe ai Buddenbrook, che ormai non esiste più. Thomas Mann aveva sognato un capitalismo illuminato, ma questa borghesia fallisce proprio perché non comprende la realtà e non sa analizzarla. 

Musil-Ulrich non descrive Il mondo di ieri di Zweig, ma il mondo di oggi: un mondo che non ha capito se stesso, che parla molto ma non analizza, che usa parole alte senza il sostegno di un pensiero scientifico e lucido. È un mondo che vorrebbe armonizzare tutto, ma non possiede la consapevolezza necessaria per governare le differenze. In Musil non c’è nostalgia: c’è la certezza del crollo. È il mondo del fraintendimento, quello che porterà alla Prima Guerra Mondiale e, più tardi, agli anni Quaranta e alla Seconda. Ciò che era appena abbozzato nella figura dei fanatici finirà per prendere il potere.

Nel confronto incessante tra vecchio e nuovo si aprono dispute interminabili, chiacchiere che si travestono da dibattiti. Voci sedicenti innovative si contrappongono a posizioni conservatrici, quando non apertamente reazionarie. Chiacchiere che danno  corpo a idee inconsistenti, illusorie e persino pericolose.

Si discute di Pace all’interno di un impero che si vuole multiculturale, ma che in realtà è già una polveriera di nazionalismi pronti a esplodere. Si sogna un capitalismo capace di incorporare in sé lo spirito, anzi di assorbire la cultura nello spirito del denaro, nel tentativo disperato di tenere insieme Kultur e Zivilisation: la cultura autentica, che sono le nostre tradizioni, e cultura come modo di essere: quella modernità senz’anima che avanza inesorabile. E’ l’America? L’Amerikanertum di Heidegger? Edonismo, economicismo, way of life, il sogno americano che ci travolgerà? Saremo dopo ancora capaci di riconoscerci?

E oggi, nel pieno degli anni Venti del XXI secolo, quella complessità filosofica e quella visionarietà storico-politica risuonano ancora, come un monito rivolto al presente?

In questa Cacania che fatica a morire e continua a vivere per inerzia, si intrecciano molte storie. Vorrei soffermarmi su quelle che più mi hanno colpito: il caso Moosbruggerla storia di Walter e Clarissa e, naturalmente, l’enigmatico rapporto fra Ulrich e sua sorella Agathe.

Clarissa, moglie di  Walter e Walter amico di Ulrich fin dall’adolescenza, è una presenza inquieta, vulnerabile e insieme intensa, capace di illuminare  e complicare la dinamica tra i due. Clarissa è per Walter fonte di inquietudine. E’ per lui dovere affettivo e morale, un modo per sentirsi ancorato a terra. La osserva riversare un’energia quasi mistica nella cura dei malati di mente, fino a consumarsi in quella stessa follia che vorrebbe comprendere.

Nel legame tra i due uomini, Clarissa non è un semplice contorno: è una forza che introduce tensione, fragilità e domande senza risposta. Per Walter rappresenta una sorta di dovere affettivo e morale, un legame che lo richiama a terra, alla vita concreta.  Per Ulrich Clarissa è un enigma, gli appare di una sensibilità troppo acuta. Ulrich  osserva,  attratto e turbato a un tempo, quel suo modo di consumarsi nel sentimento e nell’idealità. In lei riconosce qualcosa che sfugge alla sua razionalità: un eccesso di vita, di dolore, di ardore. Così Clarissa diventa lo spartiacque tra i due. Walter, incapace di vivere il reale, la sua tiepidità lo fa sentire smarrito e inetto di fronte alla forza con cui Clarissa dona la sua disponibilità agli altri, mentre Ulrich ne coglie l’aspetto tragico e simbolico. 

Walter si perde nella sua passione per la musica dalla quale pretende qualcosa che nel quotidiano non può trovare, perché rimane confuso. Il suo legame profondissimo con Nietzsche ne fa avvertire tutta la tensione tra apollineo, perfezione della forma, e dionisiaco, slancio emotivo e irrazionale. La sua è una frustrazione creativa, sente di non essere abbastanza grande. Tutto questo lo porta a vivere l’impulso artistico come una ferita, un profondo senso di inadeguatezza, mentre Clarissa rappresenta il dionisiaco, la vita.

Non è un triangolo amoroso ma qualcosa di più sottile. Clarissa svela nel suo comportamento il limite umano del sogno estetico di Ulrich e del tentativo di concretezza di Walter.

Tra i tanti fatti che accadono a Vienna, in quel mondo in cui tutto sembrava avere una sicurezza ed una misura precisa, si staglia in modo quasi sorprendente la figura di Moosbrugger, un operaio ambulante, con un passato di operaio e di vita vagabonda. Egli viene accusato dell’omicidio brutale di una prostituta, ha una psiche instabile, allucinazioni e deliri.

Moosbrugger, antesignano delle tristi notizie di cronaca che affollano i nostri giornali e della nostra difficoltà di giudizio,  sembrava vivere in uno stato intermedio, come se non appartenesse del tutto né al mondo dei sani né a quello dei folli. L’incapacità di trovare un equilibrio tra psicologia, legge e morale là dove è venuta meno la responsabilità individuale. Ognuno vedeva in lui ciò che la propria scienza pensava di vedere Il giudizio si incrina non per una mancanza di prove ma per mancanza di un soggetto definito. Se un comportamento violento deriva da traumi neurologici, da disturbi borderline, scompensi chimici, psicosi episodiche non esiste più una netta distinzione tra malattia e normalità. Può una persona non padrona di sé essere colpevole. C’è in Moosbrugger un nocciolo oscuro dell’umano che nessuno, nessuna disciplina e nessun sistema riescono a decifrare del tutto. Profeta inquieto del nostro presente. 

Potremmo provare un confronto azzardato con la Beatrice di Dante?

Ulrich si reca al funerale del padre e, in quell’occasione, ritrova la sorella Agathe.  Agathe gli stava di fronte come un pensiero che egli non aveva ancora formulato.  Da questo incontro nasce un dialogo ininterrotto che accompagna entrambi fino alla morte di Ulrich, senza mai trovare una conclusione. È precisamente in questo colloquio sospeso che affiora una domanda decisiva: se la scienza probabilistica può offrire una rappresentazione attendibile del mondo, può estendere la propria validità anche all’anima? Può esistere una misura del sentimento, una formula capace di coglierne l’essenza? 

Accostare Agathe alla Beatrice di Dante è un gesto temerario, è come avvicinare due stelle lontane che illuminano due mondi diversi. Eppure, nel loro modo diverso di farsi luce, qualcosa risuona: entrambe sono figure attraverso cui un uomo tenta di varcare il limite del mondo visibile. Ritorna l’attrazione per quell’eterno femminino, das ewige weiblicheche è in noi.

Beatrice  appare a Dante come un soffio divino incarnato, creatura che porta in volto il riflesso del Paradiso. In lei lo sguardo non è domanda, ma certezza; non ricerca, ma rivelazione. Accoglie e conduce, e la sua parola non vacilla mai. È l’asse verticale su cui Dante si innalza fino alla visione ultima, là dove ogni desiderio si placa nella luce di Dio.

Agathe non rivela. Non guida. Non salva. È la sorella gemella dell’inquietudine, l’altra metà di un pensiero che non trova requie. Accanto a lei, Ulrich avanza in una regione dove il linguaggio è solo simbolo di un significato che non potrà mai essere detto, dove la ragione non aiuta, e il sentimento non si può più misurare. Agathe è l’altro stato, la compagna di un’ascesi rovesciata, non verso l’alto, bensì verso un nucleo senza forma: il punto in cui il mistico va a toccare l’indicibile. Sono la stessa cosa, ricerca e tensione sono le stesse, ma il linguaggio cambia.

Beatrice accompagna Dante e gli apre le porte del Paradiso, Agathe accompagna Ulrich fino alla soglia — e lo lascia lì, davanti a un Paradiso che non si lascia rappresentare. Non luce, ma bagliore; non compimento, ma desiderio di compimento. Una tensione romantica che si ripete nel XX secolo?

Agathe è una Beatrice secolarizzata di un mondo senza Dio, di cui ne conserva la nostalgia ed è così che si ferma là dove la parola manca e il silenzio comincia: è la mistica.

Il linguaggio della scienza non riuscirà a restituire la vibrazione dell’anima: Non tutto ciò che conta può essere detto. La mistica, il silenzio si fanno carico di ciò che sfugge al calcolo. E tuttavia l’uomo continua a violare quel silenzio: si sente costretto a parlare proprio dove le parole mancano, perché vi sono luoghi dell’esperienza in cui non è lecito tacere.

Il rapporto tra Ulrich e Agathe costituisce il cuore più enigmatico dell’Uomo senza qualità ed è la via attraverso cui Musil esplora l’altro stato cioè una forma di esperienza che sospende le categorie razionali e morali dello stato del giorno. Nel ritrovarsi, i due fratelli riconoscono una somiglianza originaria che li spinge verso una comunità a due, una sorta di mistica laica che dissolve i confini individuali. Tra loro si stabiliva un’intesa che non aveva bisogno di giustificarsi: era come se pensassero nello stesso luogo. L’inclinazione erotica che attraversa il loro legame non è semplice trasgressione, ma simbolo della volontà di oltrepassare le strutture istituzionali e psicologiche dell’esistenza moderna: nell’unione incestuosa si cela il tentativo di raggiungere un’unità radicale, analoga alle esperienze di annullamento del sé della tradizione mistica. Agathe diventa così la controparte speculare di Ulrich, la figura che ne risveglia la sensibilità verso un modo di essere più intenso e possibile. Tuttavia questa utopia rimane incompiuta: l’altro stato appare come un’esperienza-limite, un lampo di possibilità che non può essere stabilizzato nella vita quotidiana.

L’uomo senza qualità è, in fondo, un romanzo che avrebbe voluto avere una trama definita; ma il modo stesso in cui Musil racconta la realtà, urtando contro i fatti e contro i personaggi che li incarnano, lo conduce verso un’analisi sociale e filosofica così ampia che una narrazione lineare diventa impossibile. Ed è proprio da questa impossibilità che nasce la forza vertiginosa del romanzo

Bibliografia:

Progetto Musil – L’utopia della vita esatta

Aldo Venturelli

Edizioni Bulzoni 1980

Paradiso e naufragio

Massimo Cacciari

Einaudi 2022

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Sebastiano Martini: “Il frastuono del mondo” (Voland, 2025), di Valeria Jacobacci

La vicenda inizia sul Molo Audace, ci troviamo a Trieste, protagonista un agente immobiliare di cinquantacinque anni, una persona comune, fatta eccezione per una sensibilità particolare che gli fa volgere lo sguardo intorno cogliendo ogni sfumatura, ogni colore e, soprattutto, ogni suono, o, meglio, rumore.

E’ un fastidioso acufene il segnale di un disagio interiore più profondo, che emerge come una rimozione freudiana ostinata e intransigente.  Lo vediamo scrutare il Grattacielo Rosso, come lo chiamano i triestini, un grande palazzo del Novecento, Palazzo Aedes, oppure Palazzo Berlam, dal nome dell’architetto.

E’ lì dentro che Orlando dovrà entrare per svolgere il suo lavoro di intermediario per l’affitto di appartamenti, incarico ricevuto via internet dal Gruppo Generali che nel Palazzo ha sede. L’incarico non è particolarmente prestigioso né abbastanza remunerativo da giustificare il viaggio da Asti, città dove risiede. Inoltre non è il solo ad essere stato ingaggiato, un gruppetto di persone aspetta come lui l’ora dell’appuntamento. Orlando non si unisce agli altri, aspetta per conto suo che siano le tre e mezza in punto, orario dell’incontro. Il senso di estraneità è contemperato dall’aria profumata di salsedine che il vento solleva mitigando la calura di un’estate particolarmente afosa.

E’ questo il pregio dell’autore, porgere ogni senso all’immaginazione di chi legge, trascinandolo in una realtà virtuale che è il segreto della letteratura.

Con Orlando Ferrero siamo in piedi di fronte alla mole del Palazzo Rosso, in fastidiosa attesa, dominati dalla struttura e sul punto di sparirvi all’interno. Messaggi affettuosi partono dal cellulare e trascrivono non le impressioni ma la concretezza degli impegni e delle azioni di sempre, concludendosi con “Un bacio”. Quel bacio tranquillizzante interrompe il fastidio dell’acufene e dell’attesa.

Dopo l’appuntamento di lavoro Orlando è libero di gironzolare in città, sceglie come alloggio l’Hotel Tre merli, con accesso al mare. Perché non andare a fare una nuotata? Quello che per gli altri è svago e refrigerio per lui è oppressione e fastidio, non gli piace il chiasso dei bagnanti e quello sovrastante dei bambini, quando la pausa del pranzo li sostituisce con l’acciottolio di piatti e bicchieri non è ugualmente possibile sostituirli con lo sciabordio delle onde sugli scogli o con quello dello stridio dei gabbiani.

Ogni singolo rumore è insopportabile e amplificato, non serve coprirlo con la musica in cuffia, percepita come falsa, neanche il silenzio è possibile, perché allora il rombo del sangue nelle orecchie o del respiro si impongono petulanti e inarrestabili.

Dopo un breve riposo Orlando è per strada, in cerca di un posto appartato dove prendere un caffè lontano dai turisti. Gli affari si portano avanti senza troppi inconvenienti, fra il fastidioso ronzio dell’albergo e i giretti per una città bella ma oppressa dalla calura.

Solitudine e acufeni intervallati dai messaggi al cellulare. Che cosa ha realmente condotto Orlando Ferraro a Trieste? Un nome prende forma in una pagina del giornale “Il Piccolo”, sfogliato per caso al tavolino di un bar. E’ Simone Nardi. Si fa strada nel buio di un passato adolescenziale del tutto dimenticato. L’acufene incalza, bisogna consultare un otorino, perché non farlo nei tempi vuoti a Trieste, senza aspettare di far ritorno ad Asti?

Ci troviamo seduti in una sala d’attesa, ognuno seduto con un cellulare fra le mani, Orlando sofferma lo sguardo sulle pareti, dove sono esposte fotografie dell’artista Anne Gerdes. Bambini, di solito neonati o appena sbocciati nella corolla di un fiore, fiabescamente rappresentati dall’obiettivo della fotografa australiana, alludono a una possibile realtà di felice poesia.

Poi tocca sottoporsi alla visita, soddisfacente per l’udito di Orlando , definito perfetto, del tutto insoddisfacente per l’acufene, che non ha nessun possibile rimedio. Impossibile liberarsene.

Come è impossibile liberarsi del nome Simone Nardi. L’amico dei quindici anni emerge dal passato, è l’inizio di una serie di flash back.  Appuntamenti in un luogo convenuto per i compagni di scuola, “la fioriera”, sicuramente dotata di “muretto”, ad Asti, come nelle città degli anni ’70, un po’ ovunque in Italia. Amicizie e primi amori, una ragazza amata da entrambi, Orlando e Simone,  un futuro davanti e la passione condivisa per una chitarra, che Simone suona benissimo mentre Orlando sta provando  come si fa a ricavarne i motivi di moda. Poi una notte, un incidente. A Trieste Simone si è trasferito con la famiglia dopo quella notte che ha segnato un destino.

Sono passati quarant’anni ma, per quanto ci si possa illudere, il passato non passa, non come avevamo pensato che sarebbe passato. Impiccato e imbavagliato, un uomo che si chiamava Simone Nardi è stato ritrovato sotto un ponte. Che cosa l’ha indotto a uccidersi? Qualcuno l’ha ucciso? E’ possibile rintracciare la famiglia? Quale rapporto può esserci con l’antico incidente? Comincia così un thriller, non solo nell’intreccio della vicenda, ma nell’intimo della coscienza di Orlando Ferrero.

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.