Vita e opere di un genio. La biografia di Balzac di Francesco Fiorentino
Solo Balzac. Un nome basta a intitolare uno studio tra biografia e analisi letteraria, la vita di un grande scrittore che si fa tra metamorfosi di dolore e passione, determinazione e disciplina. Edito per Laterza, il nuovo libro di Francesco Fiorentino, francesista, professore emerito dell’Università degli Studi di Bari e romanziere è la storia di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, come fu riconosciuto da Victor Hugo nel discorso pronunciato alla sua morte: «Il nome di Balzac si mescolerà alla traccia luminosa che la nostra epoca lascerà nell’avvenire».
In uno stile sobrio, l’autore riempie le pagine raffinate di questa biografia in cui lo studioso dialoga con l’amante appassionato senza mai abbandonarsi a virtuosismi patetici o digressioni erudite. Non si diventa Balzac senza aver fallito innumerevoli volte, ma anche senza che ci si sia rialzati altrettante volte; per diventare Balzac non basta un semplice desiderio di affermazione, occorre fare della scrittura una ragione di vita; occorre avere una visione più ampia e profonda della vita. Nella lettera riportata da Fiorentino la fame d’amore materno mai saziata emerge con durezza: «La freddezza delle sue maniere frenò lo slancio delle mie tenerezze. […] cercai di commuoverla con l’eloquenza di un’arringa affamata d’amore, i cui accenti avrebbero scosso una matrigna. Mia madre mi rispose che stavo recitando una commedia». Figlio rifiutato dall’amore materno, Balzac sarà sempre debitore, prima d’affetto e riconoscimento, poi di denaro. Non solo deve vivere della sua penna, ma dimostrare ai genitori e soprattutto a sé stesso di esserne capace: non resta che diventare un genio. Lo sguardo acuminato che indaga e penetra ogni piega dell’umano e del tessuto sociale attraversa la realtà di cui nulla rimane ai margini: tutto può essere raccontato in uno stile serio,quanto è sublime e quanto è più basso e degradato, come sostiene Auerbach. Ne La Comédiehumaine c’è spazio per tutti e per tutto: compromessi, amore, passione, successo, fallimento, perdita, giovani che cercano un posto nel mondo, ultimi e primi amori di donne, volgarità della provincia, insondabilità di Parigi, il dramma di una paternità ferita. In questa preziosa opera monumentale dove gli incontri orientano e determinano le scelte e i destini deipersonaggi, le vite dei protagonisti si estendono ed evolvono di romanzo in romanzo, facendo ciascuno ritorno nella storia dell’altro e saziando la curiosità del lettore. Il costante debito di Balzac diventa credito per chi attraversa la Comédie e ne riceve storie, contraddizioni, riflessioni profonde, inviti a mettersi in gioco, a ripensare a sé stessi e al proprio posto nel mondo.
Non solo vita, non solo opere. La scelta di Fiorentino di tessere questi elementi è ben riuscita. Nutrito da curiosità e aneddoti, il libro ha le preziose fondamenta di uno studio scientifico e l’ardore di una passione che guida il suo autore da molti anni. Quello fra Fiorentino e Balzac è un incontro felice, come quello tra Fiorentino e Francesco Orlando, suo maestro, al quale la biografia è dedicata. Numerosi sono anche gli incontri riportati nel testo:quelli letterari con Baudelaire, Manzoni, Flaubert, Hugo o quelli con le figure amanti femminili che hanno avuto un ruolo fondamentale nella vita dello scrittore, da Mme de Berny a Mme Hanska, il primo e l’ultimo amore. Sono gli incontri a essere decisivi nella vita delle persone, come Fiorentino racconta in un’intervista. Riportando la cronaca dei funerali di Balzac,l’autore racconta che il Primo Ministro, rivolgendosi a Victor Hugo, chiese se si trattasse di un uomo notevole: «No, è un genio!» rispose lo scrittore. E un genio lo era davvero…
Fulvia Palmentura
Francesco Fiorentino, napoletano, ha studiato alla Federico II con Francesco Orlando. Dopo Venezia, ha insegnato letteratura francese all’Università di Bari, dove è professore emerito. Tra i suoi saggi pubblicati in Italia e in Francia, si segnalano le monografie su Balzac (Laterza), su Molière (Einaudi) e sul teatro del Seicento (Laterza). Ha curato l’edizione italiana del teatro di Molière (Bompiani). Per Marsilio ha diretto la collana di classici francesi «I fiori blu», e, insieme a Carlo Mastelloni, ha pubblicato due romanzi polizieschi: Il filo del male e Il sintomo. Sempre per Marsilio, sono apparsi i romanzi “Futilità” nel 2021 e “Cinque giorni fra trent’anni” nel 2023.
Fulvia Palmentura ha studiato Lettere e poi Scienze dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Attualmente frequenta il Corso di Dottorato in Lettere, Lingue e Arti a Bari, e ha lavorato a un progetto di ricerca dal titolo “Il romanzo di formazione francese al femminile tra XIX e XX secolo”.
Sotto il sole giaguaro è un’opera di Italo Calvino pubblicata postuma, nel maggio 1986, dall’editore Garzanti. Calvino si proponeva di scrivere cinque racconti dedicati ai cinque sensi ma la morte improvvisa non gli consente di portare a termine il suo progetto. Il libro dell’86 contiene i tre titoli compiuti: Il nome, il naso, Sotto il sole giaguaro, Un re in ascolto,dedicati rispettivamente all’olfatto, al gusto e all’udito.
Il racconto Sotto il sole giaguaro è la storia di un viaggio in Messico. Chi racconta è il protagonista maschile che viaggia con Olivia, la sua compagna. Il racconto si apre con la descrizione di un dipinto. Siamo a Oaxaca, tra Città del Messico e il Chapas e, in una saletta che porta al bar dell’hotel dove sono ospitati i due viaggiatori, c’è una grande tela oscura che rappresenta “una giovane monaca e un vecchio prete, in piedi, affiancati, le mani leggermente staccate dal corpo, quasi sfiorandosi”. Una didascalia nella parte bassa del quadro ci racconta che lui era stato il cappellano e lei la badessa del convento. Si tratta del convento di Santa Catalina successivamente trasformato in albergo. Nella didascalia si trova un’affermazione strana che cattura l’attenzione dei due viaggiatori. Si dice che la donna, di nobile famiglia, era entrata in convento all’età di diciotto anni e che lui era stato il suo confessore; i due erano ritratti insieme per l’amore che li aveva legati per trent’anni. Quando lui era morto lei, più giovane di vent’anni, si era ammalata gravemente ed “era spirata d’amore per raggiungerlo in cielo”. Che amore poteva essere quello che legava il cappellano alla badessa? Sicuramente un “amore difficile” per citare Calvino al punto che il narratore sente di trovarsi “in presenza d’un dramma o d’una felicità” che impedisce ogni commento; che intimidisce, suscita timore e comunica un senso di malessere. Olivia, di fronte al dipinto, resta in silenzio poi esprime il desiderio di mangiare chiles en nogada, peperoncini rossobruni in salsa di noci. Perché, dopo la vista del dipinto, Olivia afferma di voler mangiare? Ce lo spiega il suo compagno, di viaggio e di vita. Pochi giorni prima, in un ristorante di Tepotzotlán, anche questo ricavato da un vecchio convento, i due avevano assaggiato pietanze preparate secondo le antiche ricette delle monache. Pietanze raffinate ed elaborate che richiedevano ore e ore di lavoro. Quelle monache passavano intere giornate in cucina? La curiosità di Olivia è legittima ma le viene spiegato che le figlie di famiglie nobili entravano in convento “portando con sé le proprie donne di servizio; cosicché per soddisfare i veniali capricci della gola, i soli a esser loro concessi, le monache potevano contare su uno stuolo alacre e infaticabile d’esecutrici”. Risultato: piatti nati da “vite intere dedicate alla ricerca di nuove mescolanze d’ingredienti e variazioni nei dosaggi, all’attenta pazienza combinatoria, alla trasmissione d’un sapere minuzioso e puntuale”. Piatti capaci di generare un’estasi barocca e ridondante, una mescolanza tra tradizione india e cultura ispanica che ricorda gli eccessi degli edifici coloniali. La sfida tra le antiche civiltà d’America e lo sfarzo barocco introdotto dai conquistatori dall’architettura si era estesa alla cucina dove era avvenuta una mirabile e inattesa fusione. “Attraverso bianche mani di novizie e mani brune di converse, la cucina della nuova civiltà ispano-india s’era fatta anch’essa campo di battaglia tra la ferinità aggressiva degli antichi dèi dell’altopiano e la sovrabbondanza sinuosa della religione barocca…”.
Ma torniamo a Olivia e al suo desiderio di mangiare. Da quando è iniziato il viaggio in Messico, la donna mangia in modo diverso. “Le labbra d’Olivia nel bel mezzo della masticazione indugiavano fin quasi a fermarsi, ma senza interrompere del tutto la continuità del movimento, che rallentava come non volendo lasciar allontanare un’eco interiore, mentre il suo sguardo si fissava in un’attenzione senza oggetto apparente, quasi come in allarme”. Ma, nonostante possa sembrare un approccio teso a vivere in solitudine l’esperienza della scoperta di nuovi sapori, in realtà la donna sente continuamente il bisogno di condividere le sue emozioni gustative coinvolgendo continuamente il suo compagno “come se in quel preciso momento i nostri incisivi avessero triturato un boccone di composizione identica e la stessa stilla d’aroma fosse stata captata dai recettori della mia lingua e della sua”. Il narratore gradisce moltissimo il bisogno di condivisione manifestato dalla sua compagna anche perché, dall’inizio del viaggio in Messico, l’intesa fisica con Olivia sta vivendo un momento di rarefazione e la nuova complicità costruita a partire dalla degustazione di cibi esotici porta l’uomo a notare con compiacimento come “certe manifestazioni della carica vitale di Olivia, certi suoi scatti o indugi o struggimenti o palpiti, continuassero a dispiegarsi senz’aver perso nulla della loro intensità, con una sola variante di rilievo: l’aver per teatro non più il letto ma una tavola apparecchiata”. Ma la speranza che dalla tavola apparecchiata si possa tornare alla ritrovata pratica dell’amore fisico è destinata, almeno per ora, a restare frustrata. La cucina messicana evoca e stimola il desiderio, ma si tratta di un desiderio che trova soddisfazione solo nell’ ambito che lo ha fatto nascere: il cibo. E, di conseguenza, si alimenta mangiando sempre nuovi piatti senza, per questo, investire l’intimità amorosa.
Tornando alla badessa e al cappellano, il narratore è convinto che, come stava accadendo a lui e a Olivia, anche quell’amore immortalato nel dipinto, se riusciamo a sconfinare oltre la cornice del quadro e al di là delle parole contenute nella didascalia, dobbiamo immaginarlo come un sentimento “perfettamente casto, e nello stesso tempo d’una carnalità senza limiti in quell’esperienza dei sapori raggiunta per mezzo d’una complicità segreta e sottile”.
Il racconto potrebbe finire qui. Utilizzando la metafora del viaggio potremmo dire che siamo arrivati alla meta. Il percorso del narratore e di Olivia li ha portati a una scoperta inattesa, a ritrovare una complicità nuova e mai immaginata. Ma quando si viaggia evitando di ancorarsi a programmi rigidi è possibile scoprire in ogni momento realtà e suggestioni impreviste. È quello che accade ai viaggiatori protagonisti del racconto che, come molti turisti in Messico, vanno a visitare, in prossimità di Oaxaca, gli scavi archeologici di Monte Albán. Monte Albán “è un complesso di templi, bassorilievi, grandiose scalinate, piattaforme per i sacrifici umani”. Tre civiltà si sono succedute a Monte Albán: Olmechi, Zapotechi, Mixtechi. La guida che accompagna il narratore e Olivia è un uomo grosso di nome Alonso che fornisce le sue spiegazioni accompagnandole con ampi gesti teatrali; si sofferma a lungo sui bassorilievi detti «Los Danzantes» che raffigurano scene legate a riti sanguinosi e a sacrifici umani. Si fa riferimento anche a gare sportive: “figure che corrono o lottano o giocano a palla”. Quella gare non hanno nulla di olimpico, di pacifico. Coloro che gareggiano sono prigionieri di guerra obbligati a entrare nell’agone per decidere chi di loro dovesse salire per primo sull’altare del sacrificio. E, con grande sorpresa di Olivia, si scopre che erano i vincitori a essere sacrificati per primi: avere il petto squarciato dal coltello d’ossidiana era un onore. La donna, sempre più incuriosita, chiede ad Alonso quale fine facessero i corpi delle vittime, le loro membra, le loro viscere. Le bruciavano? Alonso, interdetto e imbarazzato, risponde che non venivano bruciati, venivano lasciati in pasto agli avvoltoi. Olivia incalza l’uomo come se sapesse che non sta dicendo tutta la verità, come se avesse capito che c’è dell’altro che Alonso non vuole riferire. Lui continua a illustrare lo scavo ma Olivia è pensierosa e resta in silenzio per tutta durata della visita.
Quando rientrano in albergo scoprono che in una delle grandi sale dell’ex convento è in corso una manifestazione elettorale in occasione delle imminenti elezioni presidenziali. Tra i partecipanti compare Salustiano Velazco, un amico di Città del Messico che aveva dato alla coppia molti consigli sul viaggio che si accingevano a compiere. L’uomo va incontro ai due viaggiatori e si informa su quello che, fino a quel momento, hanno visto. Quando gli viene raccontato che sono di ritorno da Monte Albán, Salustiano fa fatica a contenere la sua emozione e, nel fragore della sala, comincia a parlare di sangue, coltelli di ossidiana, sacrifici. Lo fa con un misto di partecipazione ammirata e di sacro orrore e Olivia non si lascia sfuggire l’occasione di chiedergli quello che non era riuscita a sapere da Alonso: il cibo che gli avvoltoi non si portavano via… come finiva? Salustiano risponde e non risponde. Parla di sacerdoti che assumevano le funzioni del dio, di cerimonie segrete, di pasto rituale, di cibo divino… Olivia non si accontenta e chiede come si svolgeva questo pasto. L’interlocutore risponde che, in verità sono solo supposizioni, che forse anche i principi e i guerrieri partecipavano a quel pasto, che la vittima era già parte del dio perché trasmetteva la sua forza divina… e che “solo il guerriero che aveva catturato il prigioniero sacrificato non poteva toccare la sua carne… Stava in disparte piangendo”. Quello che Olivia aveva sospettato si rivela terribilmente vero. Le vittime venivano mangiate, il pasto rituale era fondato sul cannibalismo. Ma alla donna non basta questa sconcertante scoperta, vuole sapere di più. Chiede come veniva preparata quella carne perché, dicono, non è buona da mangiare e allora, forse, ci volevano condimenti forti, per coprire quel sapore. Ma magari quel sapore veniva fuori lo stesso, non era possibile coprirlo. E i sacerdoti? Non hanno lasciato qualche indicazione scritta. Sembra incredibile ma in pochissimo tempo siamo passati dalle raffinate preparazioni delle monache, all’ipotesi di un ricettario utile a preparare piatti a base di carne umana. Salustiano non può dare risposte precise. Ribadisce che quei riti restano avvolti nel mistero e che quella era una “cucina sacra… doveva celebrare l’armonia degli elementi raggiunta attraverso il sacrificio, un’armonia terribile, fiammeggiante, incandescente…”. Poi resta in silenzio e si congeda dalla coppia di amici.
Durante la cena, Olivia e il suo compagno non possono fare a meno di ritornare sul cannibalismo e sulle modalità con cui venivano preparate le pietanze a base di carne umana. Forse, ipotizza Olivia, il sapore di quella carne “non si poteva, non si doveva nasconderlo… Altrimenti era come non mangiare quel che si mangiava… Forse gli altri sapori avevano la funzione d’esaltare quel sapore, di dargli uno sfondo degno, di fargli onore…”. Come in tutto il racconto, Olivia assume su di sé il ruolo dell’osservatrice attenta del mondo che la circonda. È una viaggiatrice-antropologa che indaga usando strumenti originali. Pone domande, come tutti gli antropologi, e si aspetta risposte esaustive. Ma la sua indagine va ben oltre le modalità consuete. Lei vuole scoprire il mondo anche attraverso i sensi, in particolare attraverso il gusto. E la scoperta del cannibalismo la porta a desiderare di squarciare il diaframma che separa la modernità, a cui lei e il suo compagno, in quanto viaggiatori-turisti, appartengono a pieno titolo, dalla misteriosa e indecifrabile cultura mesoamericana.
Anche per il narratore l’incontro con il cannibalismo rituale rappresenta un elemento di forte novità. Lui, contrariamente alla sua compagna, non sembra interessato a scoprire i misteri che nascondono gli antichi riti precolombiani. Lui è interessato solo a Olivia, osserva lei perché vuole capire in che modo il rapporto della donna con il cibo messicano possa rappresentare l’occasione per ritrovare gli amplessi rimossi. E dopo le rivelazioni sui banchetti rituali nei quali si serviva carne umana, a cena, osserva Olivia con occhi nuovi. La guarda masticare ogni boccone delle pietanze che ha ordinato e gli sembra di sentire i denti di lei che lo azzannano, che si conficcano nella sua carne, sente la lingua della donna che penetra la sua bocca fino al palato e, poi indietro, sotto la punta dei canini. “Ero seduto lì, davanti a lei ma nello stesso tempo mi pareva che una parte di me, o tutto me stesso fossi contenuto nella sua bocca, stritolato, dilaniato fibra a fibra”. Una situazione di grande intensità ma, anche, di grande reciprocità. Perché mentre viene “masticato” da lei, sente di non essere vittima passiva delle sue fauci. Mentre era “divorato” si convince che sta trasmettendo a Olivia “sensazioni che si propagavano dalle papille della bocca per tutto il suo corpo: era un rapporto reciproco e completo che ci coinvolgeva e ci divorava”. Il narratore non ha la vocazione dell’antropologo. Ci appare, più che altro, un sognatore innamorato desideroso di indagare i comportamenti della sua compagna per immaginare tutte le possibili strade che lo portano a lei, per ritrovare l’intimità perduta. Per questo motivo, quando scopre il cannibalismo rituale, sogna di stabilire con Olivia un rapporto erotico attraverso il cibo arrivando a immaginare di essere “mangiato” per vivere fino in fondo un’unione totale: se mi mangi io posso entrare completamente in te provocando nel tuo corpo vibrazioni mai vissute.
Ma è un’illusione. Olivia non condivide i desideri del suo compagno. Lo accusa di restare sempre chiuso in se stesso, indifferente al mondo, insipido. Insipido? Se lui è insipido la cucina messicana, forse, può venirgli in aiuto. I suoi sapori accesi potrebbero aiutare Olivia a nutrirsi di lui, della sua sostanza. Ma lei azzera ogni speranza. “La cucina è l’arte di dar rilievo ai sapori con altri sapori, ma se la materia prima è scipita, nessun condimento può rialzare un sapore che non c’è!”. Il viaggiatore, agli occhi di Olivia, è insipido perché non ha nessuna voglia, nessuna intenzione di rompere il diaframma che lo separa dal mondo arcaico. Lui resta un uomo del nostro tempo e le suggestioni che provengono dai cibi messicani lo attirano solo perché possono portarlo alla donna che desidera.
Con l’amico Salustiano Velazco vanno a visitare uno scavo ancora poco conosciuto. C’è una statua che rappresenta una figura umana semisdraiata che tiene un vassoio posato sul ventre. È il chac-mool. Su quel vassoio venivano offerti al dio i cuori delle vittime. Il narratore chiede come avveniva l’offerta agli dei e Salustiano prefigura varie ipotesi. “Potrebbe essere la vittima stessa, supina sull’altare, che offre le proprie viscere sul piatto… O il sacrificatore che assume la posa della vittima perché sa che domani toccherà a lui…”. In quei riti misteriosi non è facile stabilire la linea di confine tra il carnefice e la vittima. Vigeva una sorta di reversibilità dei ruoli e la vittima accettava di essere tale perché “aveva lottato per catturare altri come vittime…”. Il narratore tira le conclusioni: i sacrificati potevano essere mangiati perché erano loro stessi mangiatori di uomini. Ma Salustiano non lo ascolta perché sta parlando del serpente, l’animale che simboleggia la continuità della vita e del cosmo.
Dopo la visita al chac-mool il narratore crede di aver capito dove ha sbagliato con Olivia: per essere mangiato da lei deve essere lui, per primo, a mangiarla. La sera a cena ordinano due piatti di gorditas pellizicadas con manteca, polpette mantecate al burro, e lui le divora immaginando di mangiare “tutta la fragranza di Olivia attraverso una masticazione voluttuosa”. Quando, dopo cena, si ritrovano in camera da letto, per la prima volta, dopo tanti giorni, ritrovano l’intesa fisica che sembrava assopita. Le proiezioni fantastiche del narratore sono state finalmente appagate. Lui e Olivia hanno fatto l’amore, è riuscito nel suo intento e il racconto, ancora una volta, potrebbe terminare qui.
Ma il viaggio in Messico continua nei territori dei Maya e, di conseguenza, continua anche il racconto. E, nel finale, ci attende una svolta che potrebbe mettere in discussione molte delle nostre osservazioni. A Palenque il narratore visita il Tempio delle Iscrizioni. Olivia, che non ama salire le scale, decide di non seguirlo. Assistiamo ad un improvviso rimescolamento dei ruoli. Lei, l’antropologa indagatrice, resta da sola “confusa nella folla di comitive chiassose di suoni e colori che i torpedoni scaricavano e ingurgitavano di continuo nello spiazzo tra i templi”. Rinuncia per sempre a cogliere il mistero che ammanta quelle affascinanti civiltà e si lascia risucchiare dalla modernità, dalla caciara dei turisti numerosi e disattenti. Lui, al contrario, sale fino al bassorilievo del Sole-giaguaro ed entra nella cripta sotterranea dove c’è la tomba del re-sacerdote. Quando ritrova la luce e comincia la discesa prova una sensazione inattesa. “Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re-sacerdote giù dagli alti gradini sulla selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese, l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito e in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo”. L’uomo che ha vissuto tutto il viaggio nella posizione privilegiata di osservatore di Olivia ha scoperto una vocazione nuova? La sensazione di vertigine che lo avvolge, l’esperienza panica che vive, per un attimo ci fanno pensare a uno scambio di ruoli. Come se dopo gli amplessi notturni, Olivia avesse ceduto al suo compagno il suo desiderio di aprire un varco per andare oltre i limiti angusti della modernità. Ma è un attimo, un’illusione. La “selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese” sono lì davanti a ricordare che il nostro destino è segnato. Pure i viaggiatori più attenti e raffinati, coloro che sono capaci di cogliere la raffinatezza dei cibi esotici e la misteriosa e inquietante profondità di civiltà arcaiche, sono ancorati al tempo limitato e angusto del turismo di massa che può solo immaginare di collegarsi al tempo ciclico e tragico che caratterizzava le civiltà precolombiane. Ma, nonostante tutto, anche nel tempo del turismo di massa il viaggio può assumere una funzione importante. Forse non sarà mai possibile varcare la soglia che dall’oggi ci conduce nei meandri delle società del passato, ma due viaggiatori sensibili come Olivia e il suo compagno riescono a trovare comunque una strada originale per ritrovarsi. Quando sono a tavola, nell’ultima scena del racconto, i denti dei due amanti, per la prima volta, si muovono lentamente con pari ritmo e il loro sguardi si fissano l’uno nell’altro con l’intensità dei serpenti. “Serpenti immedesimati nello spasimo di d’inghiottirci a vicenda, coscienti d’essere a nostra volta inghiottiti dal serpente che tutti ci digerisce e assimila incessantemente nel processo d’ingestione e digestione del cannibalismo universale che impronta di sé ogni rapporto amoroso e annulla i confini tra i nostri corpi e la sopa de frijoles, lo huacinango a la veracruzana, le enchilladas…”.
Il cannibalismo universale riferito al rapporto tra i due protagonisti chiude la storia con una suggestiva e problematica ipotesi di pratica dell’amare e del viaggiare che, fino alla fine, non può prescindere dalla degustazione condivisa di cibi raffinati.
Dino Montanino
Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali.
Ero al liceo, secondo classico, quando ho letto i libri che avrebbero formato la trilogia “I nostri antenati”. Circolavano gli scritti di Calvino, fra noi liceali, fuori programma, il primo era stato “Il sentiero dei nidi di ragno”, ancora interamente ispirato alla Resistenza. “Il barone rampante” ci colpì tutti straordinariamente, sarà poi il secondo della “trilogia araldica”. Pubblicato nel 1957, ci arrivava dopo una decina d’anni, quando non eravamo più troppo giovani per apprezzarlo ma già abbastanza maturi per comprenderne tutte le implicazioni culturali. Avevamo alle spalle quarto e quinto ginnasio e poi il liceo, ci inoltravamo verso l’anno della maturità. Calvino era l’autore capace di racchiudere, rappresentare ed esemplificare tutto quello che avevamo studiato fino a quel momento. Lo faceva evocando, ironizzando ed esaltando, al tempo stesso, l’intera letteratura precedente. Avevamo respirato epica fin dalle scuole medie, assorbito il Medio Evo, il Rinascimento dominava la scena e l’Ottocento filtrava dal panorama delle letture degli autori stranieri, letti per conto nostro, principalmente russi, francesi e inglesi, subito dopo arrivarono gli americani e il Novecento. L’anno dopo sul banco avremmo avuto, diversamente languidi, Pascoli e D’Annunzio, poi, sentinelle del traguardo finale, Pirandello e Svevo. Sotto il banco, in primo liceo, avevamo Steinbeck ed Hemingway, in secondo, Calvino. Calvino non somigliava a nessuno e in qualche modo li inglobava tutti. Non che ci fosse arrivato in totale antitesi, rappresentava, appunto, tutto quanto lo aveva preceduto, lo aveva per così dire riattualizzato, come uno stilista che gioca con sete e merletti, tirandoli fuori da una scatola magica e improbabile.
La trama del “Barone rampante” è a tutti nota: un ragazzino di dodici anni, sul finire del ‘700, in una località della Liguria che non esiste, di nome Ombrosa, rampollo di una famiglia aristocratica e di nome Cosimo Piovasco di Rondò, un giorno rifiuta di mangiare una disgustosa zuppa di lumache. Il barone, suo padre, gli ordina di farlo ma lui esce in giardino e si arrampica su un albero. Chi, cinquant’anni fa, non ha rifiutato di mangiare un cibo che non gli piaceva? E chi non ha avuto un padre che si è imposto di farsi ubbidire, pena, per lui, la perdita di ogni autorità? Nessuno, cinquanta e passa anni fa. C’era chi si piegava e chi no, nessuno che, dopo essersi arrampicato su un albero, non ne sia mai più disceso. Cosimo lo fa: promette di non scendere mai più e non scenderà mai più.
Metaforicamente gli alberi sono tuttora pieni di gente che non è più scesa, ma non si vede. La ribellione però covava nel profondo e ben presto cominciò a farsi sentire in quegli anni che precedevano il ’68, sebbene fosse un messaggio che proveniva dal profondo di un subconscio culturale. Sì, è vero che Calvino aveva partecipato alla Resistenza, aveva raccontato della Resistenza, ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, del 1947, in un immediato dopoguerra, tuttavia il protagonista era un bambino, e la prospettiva di un bambino è senza compromessi, priva di schemi mentali. In verità, a guerra finita, restavano ancora molti conti in sospeso e molta strada da fare, Calvino lo fa camminando su molti percorsi, viaggiando, scrivendo, interessandosi di scienze e letteratura, servendosi di stili e linguaggi diversi. Di tutti i suoi modi espressivi, quello che mi piacque, e continua a piacermi di più, è quello della fantasia e della fiaba, che si àncora alla cultura classica, alla storia e alla tradizione popolare, indifferentemente e a volte contemporaneamente.
Perciò Cosimo, il barone rampante, che passa la vita sugli alberi, è colui che osserva, da una prospettiva distaccata, tutto quello che gli accade intorno, riuscendo, tuttavia, a parteciparvi lo stesso. Non è un caso che, dall’alto, il protagonista osservi i fatti della Rivoluzione Francese e dell’avvento napoleonico, che partecipi alla guerra contro i Turchi e alla sconfitta dell’Impero Ottomano, e che, infine, si aggrappi a una mongolfiera, simbolo di progresso scientifico e tecnologico, e proprio da lì si lanci in mare, per morire senza rimettere più piede a terra, come aveva promesso. Si tratta del distacco dell’intellettuale, Calvino stesso, che aderisce alla Resistenza partigiana ma non è convinto del PCI, che ne esce quando vede, in concreto, la negazione di libertà del pensiero, della parola e dell’opinione, non gratuita, certo, ma indipendente, sì.
E, nel fitto dell’assurdità narrativa e fiabesca, lo scenario è quello della Liguria, dove ha vissuto, a Sanremo; la villa del barone Piovasco di Rondò è la villa di famiglia, dove i genitori, entrambi agronomi di fama internazionale, sperimentavano novità botaniche. Calvino era nato a Cuba nel 1923, dove il padre aveva avuto un incarico ministeriale per la coltivazione della canna da zucchero, la madre era stata assistente della cattedra di Botanica all’Università di Pavia. In una foto, Calvino è con il fratello, seduto su un albero. L’argomento fantasioso non esclude infatti i riferimenti biografici, così Arminio, il personaggio del padre autoritario, ha come modello il padre dell’autore, Mario, e la madre di Cosimo, Corradina, è la madre, Eva. Il narratore, Biagio, fratello minore di Cosimo, è proprio il fratello minore dell’autore, Floriano. I tre rappresentano l’autorevolezza genitoriale e l’obbedienza filiale, lui, il protagonista, invece, fa eccezione. Personaggi e categorie, corrispondenze dei caratteri e dei ricorrenti fatti storici, appaiono in una prospettiva chiara, come solo nelle favole è possibile. Il personaggio di Viola, conosciuta da Cosimo da bambina, persa e poi ritrovata, è strutturato sul personaggio della Pisana, protagonista de “Le memorie di un Italiano” di Ippolito Nievo, lo afferma lo stesso Calvino, al quale i genitori hanno dato il nome Italo, affinché, vivendo all’estero, non dimentichi di essere italiano. Viola è una ragazzina viziata e capricciosa ma dal temperamento forte e ardimentoso, l’unica che Cosimo possa amare.
E l’arrampicata sugli alberi? Di certo influenzò un’epoca.
Il primo romanzo della trilogia, che apparve nel 1952 per Einaudi, curata da Calvino, che collaborava con la Casa editrice, è “Il visconte dimezzato”. Si sviluppa fra Seicento e Settecento, durante la guerra dell’Austria con i Turchi, lo lessi per secondo, mi affascinò non meno dell’altro. Sul finire del liceo le descrizioni della peste le avevamo lette forse tutte, quella manzoniana de “I promessi sposi”, la boccaccesca che incornicia il “Decameron”, la peste di Atene del V secolo, narrata da Tucidide, alcuni avevano letto, per proprio conto, “La peste” di Albert Camus, di enorme successo, Camus ebbe il Nobel per la letteratura nel 1957. “Il visconte dimezzato” era diverso, altro clima narrativo, altra espressività, anche qui una peste decima l’esercito, il visconte difende la cristianità ma è un losco figuro, vessatore e prepotente. Poi una palla di cannone lo divide esattamente a metà, di lui rimane solo la parte malvagia, Medardo “il Gramo” (la parte destra), quella buona è andata perduta. Così pensano gli abitanti della terra alla quale fa ritorno dopo la guerra con gli infedeli (la Liguria), ma anche il buono, Medardo “il Buono” (la parte sinistra), si salva, e proverà a rimediare ai mali provocati dall’altro se stesso. Le due parti si sfidano a duello per sposare Pamela, amata da entrambi, non vince nessuna delle due: mentre giacciono in fin di vita, il medico, il dottor Trelawney, le ricuce insieme riportandole all’interezza.
Affascinante allegoria umana, storica e politica! La peste è quella degli intoccabili e segregati lebbrosi, gli Ugonotti sono i religiosi che non ricordano più le parole dei salmi che cantano. Se la peste e la carestia si accompagnano alle guerre, la guerra stessa è lotta fra bene e male, così confusi e inestricabili che è impossibile porvi termine. E’ la guerra fratricida del Peloponneso narrata da Tucidide: la malattia che si trascinano dietro gli eserciti, con il suo corredo di cortigiane infette. Il ricongiungimento del bene e del male segna una tregua, fino alla prossima palla di cannone. Fine della guerra è la pace, fine della pace è la guerra, in un ciclo che rincorre se stesso. Nessuno l’ha mai raccontato in modo divertente come Calvino: non è satira, non è tragedia, non è epica e non è poesia, è Calvino.
“Il cavaliere inesistente” è un omaggio ai poemi cavallereschi, non rifà il verso e non sbeffeggia, Carlo Magno e i paladini di Francia sono seri come l’opera dei pupi. Come i pupi i personaggi sono vuoti dentro, non hanno corpi ma sono pieni di ideali. “Ecchisietevoi” chiede Carlo Magno alle armature schierate prima della battaglia, uguali a quelle che visitiamo nei musei, idea brillantissima che mi fece ridere di gusto quando lessi quella pagina la prima volta. Gli elementi del poema cavalleresco ci sono tutti, con le lotte fra mori e cristiani, gli inseguimenti e gli amori ingannevoli e fatali, fino al dissolvimento completo del cavaliere che, appunto, è inesistente. Non manca il riferimento a Don Chisciotte, con la figura dello scudiero del cavaliere inesistente, che qui è Agilulfo, mentre Gurdulù è Sancho Panza. E’ però sparita la nostalgia per la cavalleria, che era propria del Cervantes: i contadini capiscono bene che possono farne tranquillamente a meno. E questo è un lieto fine. Così sembrò a noi ragazzi, che all’epoca in cui leggevamo Calvino eravamo al liceo.
La guerra è fra Mori e cristiani, l’imperatore ha duecento anni, la contesa molti di più. Siamo ancora oggi a contendere, dalla Chanson de Roland ai giorni nostri la lotta si ripropone come una malattia endemica. Occidente e Oriente non vanno d’accordo, si odiano, si fanno la guerra, poi fanno la pace, poi fanno la guerra. A volte i Mori vanno in Occidente e i Paladini veleggiano verso Oriente. I Mori non hanno cambiato abbigliamento, i Paladini non hanno più le armature: in giacca e cravatta, non hanno l’elmo con la visiera, perciò è difficile scoprire che dietro non c’è niente.
Il Mediterraneo è pieno di vele colorate.
Valeria Jacobacci
Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.
Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta, regista romana, disabile da una quindicina d’anni che ha già pubblicato otto libri, tra cui alcune sillogi poetiche, un saggio e un romanzo immeritatamente passato in sordina intitolato “Il giovane senza nome”.
La storia è ambientata nel 1200 e si svolge in alcune località italiane: un paese di incerta localizzazione, Firenze, Bologna, Roma, l’Umbria, le Marche ma anche Toledo e non mancano riferimenti a Napoli e alla Provenza.
Il racconto è molto avvincente e pieno di colpi di scena ma, come dice l’autrice, “non è un fantasy né un romanzo storico”.
È un romanzo con una trama accattivante imprevedibile.
Non anticipiamo nulla: quello che possiamo dire è che i personaggi, dal simpatico ed intenso Gutierrez, al delicato ma determinato Giovanni, dalla bellissima Beatrix alla volubile Vereda, dalla maligna Violante alla commovente Judith sono tratteggiati a tutto tondo e sono pieni di sfaccettature. Ma è Isabella, il personaggio femminile, ad essere al centro della scena: stanca e delusa cambierà in modo incredibile la sua vita.
E così Agnolo e Antoniazzo, il feudatario.
E certamente non vanno dimenticati Matteo L’Alchimista e Gabriel l’Alemanno, le cui intricate vicende rendono la storia ancor più avvincente.
Al centro del romanzo c’è un grande segreto che ovviamente non sveleremo in queste poche righe: al lettore scoprirlo.
Lo stile di Lavinia è chiaro e scorrevole, semplice ma mai banale: i 42 capitoli in cui è divisa questa storia, che non esiterei a definire sontuosa, aiutano a non smarrirsi nei numerosi eventi di cui è costellato il libro.
Il Medioevo che l’autrice ci narra è ricostruito con grande accortezza ma senza pedanteria e ha una forte valenza sociale: nella vicenda non troverete donzelle, draghi o regine, cavalieri e duelli ma la vita reale che vi sorprenderà tenendovi incollati alla pagina. È anche per questo, oltre che per il suo innegabile valore artistico, che “Il giovane senza nome” si presenta come un’opera innovativa nell’odierno panorama letterario italiano.
Per poter dare vita alle vicende narrate in questo volume, Lavinia Capogna ha condotto un’ampia ricerca storica leggendo approfonditamente i lavori dei principali storici (prevalentemente italiani e francesi) che si occupano di questo periodo per certi versi ancora misterioso: nel romanzo vengono menzionati accuratamente ma senza prolissità, strumenti musicali e cibi, affreschi e testi letterari che contribuiscono a creare una cornice accurata e verosimile.
Il romanzo racconta anche di vicende amorose assai delicate, sia etero che omosessuali che l’autrice tratta in modo peculiare, inquadrandoli al di là dei frequenti luoghi comuni.
Nella storia si riscontra anche un’accurata ricerca psicologica che trova il suo culmine nella storia dei bambini tessitori che si dimostra un pezzo di alto livello letterario.
Concludo dicendo che vale davvero la pena di perdersi tra le pagine di questo libro che le case editrici si sono lasciate sfuggire in modo poco saggio.
Silvia Lanzi
Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).
Mara Mattavelli, poetessa, il talento di cogliere il kairos
Mara Mattavelli, poetessa, ha già pubblicato due raccolte di poesie, “Parole in fiore” e “Le farfalle di Nabokov” che si distinguono per i loro notevoli accenti sensibili e toccanti: impressioni, stati d’animo, eventi che l’autrice esprime in versi liberi in una felice armonia tra musicalità e significato. Immagini che rimangono. Nella sua opera mai una parola di troppo, una nota stonata, una lezione di morale, una celebrazione di sé stessa o una cupa disperazione. Emerge invece con forza una lucidità che sa cogliere il momento perfetto, il kairos dei Greci, nella quotidianità.
Le poesie di Mara non si perdono nel cammino ma diventano un seme che matura e germoglia per lettrici e lettori, hanno un loro stile inconfondibile che le distingue nel mare magnum della poesia contemporanea e che per questo invito a scoprire.
D) Vuoi raccontarci Mara come e quando è nata la tua ispirazione alla poesia?
R) La poesia è sempre stata un genere letterario che mi ha interessato, sin dai tempi della scuola superiore prima e poi all’Università dove ho potuto approfondire i testi dei più importanti poeti inglesi e francesi della storia. Sono stata attratta più dalla poesia rispetto alla prosa per la sua capacità di mettere il lettore in contatto diretto con il profondo dell’autore. Leggere poesia è per me un atto di pura empatia.
È nell’immediatezza del verso e in ciò che riesce a “svegliare” che ho trovato un legame speciale con il testo poetico. Ho sempre letto molta poesia ma la scrittura è venuta a me solo più tardi, in un momento particolare della mia vita in cui nacque l’urgenza di esprimermi per alleggerire il peso della quotidianità e sfuggire dall’appiattimento umano e culturale che mi circondava.
La mia chiamata alla poesia è stata dunque tardiva ma illuminante, sia per il mio percorso di essere umano in primis sia, successivamente, per quello di scrittrice. Ho iniziato a scrivere in versi liberi per poi passare a componimenti metrici con i quali le immagini hanno acquisito più forza grazie all’utilizzo degli accenti e del ritmo.
Sono ispirata dalla natura e dalle situazioni che vivo nel quotidiano. Le due dimensioni spesso si interfacciano dando luogo a poesie intimiste ma anche di invito a scardinare l’ordine costituito, una sorta di ribellione alle ingiustizie mediata dalla potenza delle parole a cui mi affido in ogni slancio di ispirazione.
D) Quali sono i poeti, del passato o del presente, che più ti accompagnano nel tuo percorso?
R) Sono moltissimi i poeti che amo leggere e tutti diversi tra loro per collocazione storica, per temi e stile poetico.
Amo i poeti romantici inglesi, Wordsworth in particolare, per la sua capacità di elevare la contemplazione della natura a una dimensione tale da risvegliare l’immaginazione del lettore rendendolo partecipe delle emozioni descritte. Pensando ai nostri grandi poeti posso ricordare Montale e Penna, per giungere ai più contemporanei Dario Bellezza, Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga e Elio Pecora. Trovo poi grande vicinanza nel sentire nei versi di Antonia Pozzi, autrice di poesie così moderne e dirette anche oggi. La considero una delle più grandi poetesse italiane per i temi universali che propone e per la semplicità del linguaggio che la colloca fuori dal tempo e dallo spazio.
D) In un mondo dominato dalla tecnologia e con feroci guerre in corso, quale può essere il ruolo della poesia? Può la poesia recare conforto?
R) Per quanto riguarda l’imporsi dell’intelligenza artificiale credo che la poesia possa considerarsi al sicuro. L’intervento della tecnologia, a mio parere, non potrà mai sostituirsi a un genere letterario espressione dell’unicità di chi scrive. Il ruolo della poesia sta nel conservare la singolarità del suo messaggio che è poi espressione delle diversità dei suoi autori.
In un momento così tragico di guerre e conflitti penso che si abbia ancora più bisogno di poesia come atto di resistenza e tentativo di salvezza. La poesia accende un faro sulle nefandezze della guerra e diventa denuncia ma ancora prima riflessione profonda sul senso della vita. La parola vive nella poesia e crea radici alle quali aggrapparsi per non essere risucchiati dalle brutture nemiche dell’umanità. Personalmente ho scritto dei versi in questi giorni così bui per dimostrare il mio sdegno a tanta insensatezza umana, per schierarmi dalla parte della non indifferenza che è morte ed ignavia.
D) Stai lavorando a dei nuovi progetti?
R) In questi mesi sto presentando il mio ultimo lavoro “Le farfalle di Nabokov” e continuo a scrivere accogliendo l’invito di chi vuole sapere di più delle mie poesie. A tal proposito vanno i miei ringraziamenti all’intervistatrice Lavinia Capogna, poeta e regista dotata di grande sensibilità e preparazione unica.
Ti ringrazio molto. Buon lavoro!
Lavinia Capogna*
Due poesie inedite di Mara Mattavelli:
I
Cresci dentro la vita e ti guardi
sempre fuori dal vetro che brilla,
manca il viso che presti ma torna
sempre quando ti fermi a pulire
le tue smorfie di cera sul piatto.
Non ti torna l’abbozzo per strada,
sfugge al mondo l’impervio tuo stare.
II
Non chiedo il permesso
per adombrare
il sole alto da dietro
le tende aperte,
mi duole poco
la luce sotto
il coperchio.
Si fa più forte
nel segreto,
chi non ci crede
lascia agli altri
solo un abbaglio.
Mara Mattavelli: nata a Orzinuovi (BS) nel 1975, ha pubblicato la prima raccolta di poesie “Parole in fiore” nel 2022, a cura dell’editore bresciano Marco Serra Tarantola. Nella primavera del 2024 una piccola raccolta poetica, “Le farfalle di Nabokov”, è stata pubblicata sulla rivista svizzera Fluire, edizioni Alla Chiara Fonte, di Mauro Valsangiacomo, da cui è nata nel 2025 la seconda silloge, con lo stesso titolo, edita da Gattogrigio Editore. Alcune sue poesie sono state inserite nell’Antologia “Poeti del quotidiano prossimo all’infinito”, a cura di Franco Piol, edizioni Croce e nell’Antologia “Nuovi poeti degli anni ’20” a cura di Andrea Donna.
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.