Mi sembrava spocchioso l’autore, con quel “rev.” che ne precedeva il nome in copertina. Ho pensato che fosse l’ennesima persona famosa che si cimenta in “letteratura” di bassa lega. Sì, perché Richard Coles, oltre ad essere un sacerdote della Chiesa anglicana, è anche l’altra metà dei Communards, un gruppo musicale che, chi ha la mia età, non può non conoscere. Mi sono dovuta ricredere. In effetti, “Omicidio in parrocchia”, il secondo libro che vede protagonista il reverendo Daniel Clement, è una vera chicca.
Nonostante quello che sembra un sacrificio rituale e cruento, vittima un sedicenne un po’ ribelle, ci si affeziona all’atmosfera provinciale, un po’ consunta e a volte occhiuta dell’angolo di Sussex in cui si svolge la vicenda. È uno di quei libri perfetti per questo inizio autunno: un divano comodo, una coperta, una tazza di tè caldo e le pagine che scorrono una dopo l’altra, senza soluzione di continuità. Daniel è la perfetta controparte anglicana di padre Brown. L’editore, in quarta di copertina definisce la storia “delicata, ironica e molto british” e, in effetti, la scrittura risulta arguta e molto piacevole e i personaggi e le situazioni sono tratteggiati in maniera molto convincente. Piccole beghe di paese, persone che si tagliano i panni addosso, come si trattasse di uno sport nazionale, con solo una punta di acrimonia che si stempera nella prossimità affettiva ancora prima che spaziale, sono frequenti come lo sono anche riflessioni profonde sul senso della fede, sulla vita e sul significato di appartenere ad una congregazione. L’autore, poi, gioca con maestria e leggerezza con i luoghi comuni facendoli diventare occasioni di sorriso e riflessione. Altra protagonista del libro è la Chiesa anglicana, raccontata con bonaria indulgenza: le sue vicende storiche, il suo modo di concepire il cristianesimo i suoi riti, gli insegnamenti, sono descritti con puntualità ma senza pedanteria: ne risulta un’ottima occasione per imparare qualcosa di nuovo e allargare gli orizzonti – il che non fa male. Il libro, ambientato negli anni ’80, racconta le vicende di Daniel Clement, canonico di una piccola cittadina di provincia che si improvvisa investigatore a seguito della morte del giovane Josh, figlio del suo nuovo collaboratore, il pastore Chris Biddle, con cui ha un rapporto difficile, quando non apertamente conflittuale. Due sacerdoti. Due modi di vedere la vita. E la fede. Daniel dovrà darsi da fare per trovare il colpevole, anche perché parecchi abitanti del villaggio sembrano nascondere dei segreti e le loro vicende distrarranno non poco il nostro improvvisato detective – una di queste è la morte della signora Hawkins, molto ricca e già malata da tempo, cui il nostro, oltre a dare l’ultimo conforto, dovrà diventare esecutore testamentario proteggendo i suoi beni da persone che, a vario titolo, millantano di esserne i principali eredi… Una lettura che è un piacere ad ogni pagina, un cosy crime delizioso. Il secondo caso del reverendo Clement, che fa venire voglia, per chi non l’abbia ancora fatto, di procurarsi il primo libro della serie, “Delitto all’ora del vespro” – per ora gli unici due tradotti in italiano. Non c’è che da sperare che arrivino presto anche gli altri.
Silvia Lanzi
Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).
C’è sempre, in ogni parola scritta, una piccola luce che tenta di fendere il buio. Il libro è un luogo dove il pensiero diventa casa, dove realtà e simbolo si confondono. Nel romanzo, che ci accompagna, il Castello e le Città dei Sensi Ottusi sono più che luoghi: sono metafore dell’animo umano e del nostro presente, un invito a ritrovare i sensi perduti a cui il mondo digitale sembra condannarci e a “abitare la distanza” che separa l’uomo dal mondo.
C’era una volta un bimbo orfano e senza memoria chiamato Bibo. Doveva intraprendere un viaggio con la sua gatta nera Susan, il suo violino e una piccola lampada di bronzo. Era stato dato loro il compito di attraversare le Cinque Città dei Sensi Ottusi, dove ciascuna città aveva proibito l’uso di uno dei sensi, costringendo i cittadini a vivere nell’oblio della bellezza. Col violino Bibo avrebbe risvegliato il coraggio di città in città, con la lampada illuminato il mondo che giaceva nelle tenebre dell’incoscienza e della paura. Erano tempi drammatici quelli che seguirono la Seconda venuta del Cristo. Cristo, constatando condizioni così disperate, aveva deciso di rimandare l’Apocalisse, e le città, per la paura della morte, si chiusero in se stesse.
Gli stili di vita si capovolsero e luoghi ricchi furono ridotti in miseria. La chiara distinzione tra realtà e irrealtà sbiadì. Centri di potere nuovi emersero, imponendo regole rigide e soffocando ogni libera espressione del sentimenti. Drammatici avvenimenti avevano lasciato Bibo orfano di entrambi i genitori. Ora egli appartiene ai figli della Grande Adozione, un’istituzione che si era insediata in un’isola antichissima fatta di terra rossa, altissime montagne e mari burrascosi, ora caldi ora gelidi. Agli occhi delle città, l’isola della Grande Adozione era un luogo perverso e inaccessibile. Il Consiglio dei Maestri e delle Maestre era considerato il male, e gli orfani venivano reputati portatori di disgrazia e sventura. A Bibo toccò come maestra una donna severa chiamata Pazienza, una donna minuta dai riccioli neri e guizzanti. La pazienza aiuta a comprendere gli altri, diceva. Soccorre nelle prove difficili, nelle privazioni, quando al corpo e ai sensi manca qualcosa d’essenziale. La realtà stessa era falsificata, diffondendo ovunque informazioni le cui origini restavano sconosciute.
Gli esseri umani, presi dall’angoscia della fine, reagirono con un rigore che mascherava un odio profondo per la libertà di coscienza.
Giunse così il giorno precedente la partenza per le Città dei Sensi Ottusi. Pazienza aveva preparato il piccolo bagaglio: la custodia col violino, due ricambi, la lampada e tre vasetti d’olio. Bibo e Susanna sarebbero stati invulnerabili, purché avessero mantenuto integri il violino e la lampada. Il violino è la Musica e la luce la coscienza e la speranza? Pazienza chiese: Vuoi portare le tue perle?
Bibo e Susanna viaggiano attraverso le cinque città, il cui nome richiama un senso:
Nontoccarmi: qui gli abitanti rinunciano al tatto a causa di una malattia della pelle sconosciuta e letale che li ha resi incapaci di sfiorare chiunque. si allontanano cosi l’uno dall’altro.
Naricispente: l’aria è costantemente sanificata. L’unico odore è quello di alcol e sostanze chimiche, un vuoto olfattivo che domina ogni angolo.
Scontrosa: è una città che ha rinunciato all’udito perché sconvolta da gente chiassosa. Tale mancanza isola gli abitanti l’uno dall’altro e tutti hanno un’aria sdegnata, furtiva e supponente.
Salsi: è la città dove il senso del gusto è stato annientato, è governata da un gruppo di fanatici, gli Apostoli dell’Igiene Alimentare.
Ombrina: qui una bruma avvolge cose e persone e la luce non ha potere, nessun meccanismo di percezione. Gli abitanti quando si incontrano avvertono solo una presenza sfuggente l’uno dell’altro e affrettando il passo ripetono: Umbra et pulvis sumus. Ottenebrato I è il governatore che ha commissionato un sistema di filtraggio della luce.
Ci muoviamo guardinghi tra queste città in cui anche i nostri sensi si sono come addormentati, mentre Bibo e Susanna hanno l’arduo compito di risvegliarli e indurre gli abitanti a immergersi nelle sensazioni perdute. Bibo non sempre ci riesce. Egli cerca di riportare attraverso le note del violino frammenti di memoria. Ricrea situazioni felici, ma a questi segue la sofferenza. Il bene e il male sono nettamente distinti o inestricabilmente intrecciati? Forse l’uno non esiste senza l’altro e per usare un riferimento a me caro, richiamo alla memoria Il contadino della Boemia di Johannes von Tepl, a cui la morte strappandogli in giovane età la moglie lo spinse a concludere che non avrebbe potuto conoscere il bene senza conoscere il male. Dovremmo essere grati alla morte, è lei che riveste i momenti lieti della vita di una veste preziosa intessuta di sole e luna, valli e stelle. E parte subito un’eco verso le Intermittenze della morte di José Saramago. Senza la morte tutto avrebbe avuto un gusto insipido, ci saremmo schiantati contro la monotonia di giorni tutti uguali.
Il romanzo funziona come un ipertesto, riporta ad altre storie, solleva interrogativi vecchi e nuovi. Riflessioni e combinazioni che richiamano ad un altrove nell’arte che già conosciamo. Ripenso alla Leggenda del Grande Inquisitore, gli esseri umani sanno godere della libertà, la vogliono veramente? O di fronte all’angoscia della fine reagiscono creando un rigore che maschera l’odio per la libertà di coscienza? Immagini letterarie, pittoriche e musicali si mescolano al raccontare. L’Isola dei morti diBöcklin appare davanti ai suoi occhi confondendosi con il paesaggio nella città di Ombrina. Non c’era più quella immagine ma sapeva di averla vista quell’immagine in tempi passati in un museo. Ed ancora musiche di Beethoven e i Gurre Lieder di Schönberg. Si incontrano i personaggi delle fiabe e Barbablù racconta la sua ultima storia. E’ quello che succede nelle città dei sensi ottusi, un romanzo definito allegorico e onirico in un mondo postumo. Lo leggo invece come allegorico e reale del nostro presente. Il sogno, l’andamento fiabesco, che il raccontare assume, li colgo come elemento di straniamento che ci aiuta nella presa di consapevolezza del nostro esistere. Una umanità che cambia prospettiva in cui le tecnologie ampliano i nostri spazi, ma riducono l’uso dei nostri sensi, romanzo che imita la tecnologia usando immagini di arte che abbiamo ammirato e interferiscono nel nostro vissuto sfumando il limes tra realtà ed illusione, artificio artistico che apre alle molteplici possibilità del reale che possiamo concepire.
Il compito di Bibo, qui temuto come portatore di disordine e morte, era quello di portare una nuova piccola luce nel mondo dopo la Parusia. Tante sono le difficoltà! Al lettore la scoperta della complessità dell’essere umano spesso incapace di crearsi rapporti e situazioni semplici fondate su sentimenti di fiducia, rispetto, comprensione ed interagire ascoltando l’altra parte, audi alteram partem.
Eduardo Savarese è scrittore ed è stato magistrato dal 2004 al 2024. Dal 2025 è Professore ordinario di Diritto intenazionale presso l’Università Federico II di Napoli. Accompagna il suo intenso lavoro curando quelle che sono le sue passioni, amore per la Musica lirica e la scrittura e non trascura il suo impegno sociale: tiene corsi di scrittura creativa per persone con disabilità presso l’associazione A ruota libera. Un percorso che ne evidenzia la formazione culturale ecclettica, tutta la ricchezza interiore e sensibilità. Ogni aspetto della sua grande umanità, del suo amore per la scrittura e la Musica è racchiusa in questo romanzo. Nasce a Napoli nel 1979 e tiene a sollineare di essere per un quarto greco da parte di nonna paterna.
Maurizia Maiano*
*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
Camille Claudel affascina, le sue splendide sculture conquistano amanti dell’arte e gente comune, dalle prime biografie degli anni ’80 ce ne sono state altre in francese, italiano, inglese, spagnolo, tedesco. Dacia Maraini le ha dedicato un testo teatrale nel 1995.
Due film si sono ispiratati a lei, il primo interpretato e fortemente voluto da Isabelle Adjani nel 1988 tratto da una biografia scritta dalla nipote della scultrice e un altro, nel 2013, interpretato da Juliette Binoche (nota 1).
Senza nulla togliere alle altre biografie, quella scritta da Odile Ayral-Clause, docente di letteratura francese alla California Polytechnic State University, intitolata “Camille Claudel” è gradevole da leggere, scorrevole, approfondita ma non appesantita da troppi dettagli, basata su documenti autentici (lettere, diari).
La tragica vita di questa geniale artista francese ha molti elementi che fanno riflettere.
Bella, interessante, con intensi occhi blu, una folta chioma castana, era nata nel 1864 in un’antica cittadina, Fère-en-Tardenois, nel nord del paese. Presto la famiglia si era trasferita a Villeneuve-sur-Fère, un’altra cittadina dove sarebbe nato il fratello terzogenito Paul, futuro poeta e commediografo che tanta parte avrebbe avuto nelle sventure della sorella.
Entrambi erano paesi assai suggestivi e il secondo influenzerà profondamente Camille che soltanto nel 1881, a 17 anni, si sarebbe trasferita a Parigi con la sua famiglia.
Parigi era il cuore pulsante della Francia, la capitale dove tutto poteva accadere, il centro nervoso dell’Europa. I Claudel erano agiati, avevano delle proprietà, il padre era un funzionario. Sarà l’unico che avrà un grande affetto per la figlia e che cercherà di aiutarla.
C’era anche una seconda figlia, Louise, che aveva lo stesso nome della madre. La madre era una donna di idee ristrette, molto convenzionale. Camille manifestò presto un carattere ribelle e determinato.
Scoprì da adolescente la sua vocazione: diventare scultrice.
Parigi le offriva questa possibilità e si iscrisse ad una Accademia di scultura fondata da un italiano, Filippo Colarossi. I suoi primi lavori erano così interessanti che iniziò a prendere lezioni private.
Qualche anno dopo diventerà suo maestro il celebre Rodin. Auguste Rodin era partito dal nulla ed era diventato il numero uno, il suo talento era innegabile. Era un parigino, nato nel 1840 in una famiglia proletaria ed era un autodidatta. Da quando aveva 24 anni conviveva con una sarta e lavandaia, una donna semplice, bella in gioventù (come risulta da una statua in cui la ritrasse), Rose Beuret, con la quale aveva avuto un figlio. Essi si sarebbe sposati soltanto nell’ultimo anno delle loro vite (morirono a pochi mesi di distanza), nell’allora lontanissimo 1917.
Rodin intuì il talento di Camille che divenne la sua allieva. Egli era noto per le sue infedeltà ma anche come un uomo che rispettava le donne e le sue modelle. Nel 1887, Rodin e Camille si innamorarono: lui aveva 48 anni (che allora era un’età avanzata), lei 23.
A causa di questa relazione, che durerà circa cinque anni, scandalosa per una ragazza borghese del tempo, esploderà l’astio della famiglia verso di lei. Camille frequentava artisti, aveva un’amicizia preziosa ed intellettuale con il musicista Claude Debussy e con due ragazze inglesi, anch’esse scultrici – un ambiente completamente estraneo e visto con grande sospetto da una famiglia borghese della Francia di fine secolo.
Il fratello Paul, con cui ella aveva avuto inizialmente un rapporto di confidenza e che aveva ritratto in varie statue, da libero pensatore e anarchico era diventato improvvisamente un cattolico fervente cercando di affermarsi nell’ambiente letterario.
Rodin cercò di aiutare Camille a farsi strada nel complesso mondo artistico parigino ma ella aveva tanto talento senza bisogno di lui, ottenne delle recensioni favorevoli e una fedele amicizia con un gallerista, Eugène Blot.
Rodin aveva promesso a Camille (per iscritto) di fare un viaggio insieme in Svizzera e in Italia per sei mesi e poi di sposarsi. Camille era gelosa di Rose, Rose di Camille, Rodin forse sognava un’utopistica armonia in cui le sue amanti si fossero vicendevolmente accettate.
Non sappiamo se Rodin fosse geloso professionalmente di Camille: era l’unica artista che potesse competere con lui.
Ma dopo qualche anno, nel 1892, le cose cambiarono: egli non aveva mantenuto neppure una delle sue promesse: Camille chiese a Rodin di separarsi da Rose, lui prese tempo, fece promesse, fu vago. È vero che egli conviveva con Rose da ben 27 anni ma è altrettanto vero che Camille lo amava davvero e che la sua relazione sentimentale l’aveva posta, secondo i pregiudizi dell’epoca, nel ruolo di “donna perduta” (cosa che non era: la sua unica storia d’amore fu quella con Rodin).
Camille lo lasciò.
Continuò a lavorare alacremente ma si ritrovò indifesa e discriminata. La sua situazione economica precipitò.
Sviluppò allora un profondo astio verso Rodin. Da una parte era anche comprensibile, si sentiva ingannata dell’uomo che aveva promesso di sposarla.
Sembra anche, secondo alcune indiscrezioni, che lei abbia avuto un’interruzione di una gravidanza (allora un reato penale) anche se non ci sono prove certe.
Ella raggiunse l’apice della sua arte, un lavoro difficile, faticoso: lavorava tutto il giorno tra i vari materiali, tanta polvere e scalpelli.
Le sue sculture erano/sono capolavori , piene di umanità, espressività, una delicata sensualità, intensi chiaroscuri, dolore e rivelavano una rarissima maestria.
Una grande mostra nel 1984 a Parigi ha rivelato Camille Claudel al pubblico francese dopo decenni di oblio.
Parecchie opere si trovano al Museo Rodin, poi finalmente nel 2017 è stato aperto il Museo Camille Claudel a Nogent – sur- Seine, in rue Flaubert, nel nord est della Francia. Altre sono al Museo d’Orsay, quello degli Impressionisti a Parigi e in varie città, tra le quali Vienna e Washington, al The National Museum of Women in the Arts (NMWA).
Verso il 1903 (Camille aveva 40 anni) c’era stata una rottura con la madre, il fratello Paul e la sorella Louise ma il padre di lei, molto anziano, cercava ancora, vanamente, una riconciliazione e segretamente l’aiutava economicamente.
Camille incominciò a manifestare un malessere psicologico rivolto principalmente verso Rodin (che, anche se lontano, a volte l’aiutava tramite terzi, a volte l’ignorava), sviluppò idee esagerate: pensava che lui volesse rubare le sue opere artistiche o farla avvelenare, si trascurava molto, la sua casa era assai in disordine, aveva troppi gatti…
Scriveva inopportune lettere alla polizia.
Bisogna però dire che c’era veramente una scultrice che la copiava come emerge da un documentario realizzato recentemente su di lei (nota 2).
Nel 1913, quando Camille aveva 49 anni,
la situazione precipitò in pochi giorni. Notate le date: il 2 marzo il padre morì.
Non l’avevano avvertita del decadimento fisico di lui, del decesso e dei funerali (come avrebbero dovuto), venne esclusa dall’eredità (aspetto non insignificante), il 7 marzo venne compilato un breve testo (vergognoso) di un medico che nella biografia di Odile Ayral-Clause viene riportato integralmente.
L’8 marzo la madre fece richiesta ufficiale di un ricovero.
Il 10 venne eseguito.
Erano passati solo otto giorni dal decesso del padre. Strano che Paul e la madre pensassero a come ricoverare Camille.
E anche la burocrazia, sempre così lenta, si era dimostrata assai solerte in questo caso…
Camille non era pazza: aveva un disturbo psicologico a cui sarebbe disonesto dare un nome postumo (anche se parecchi lo fanno su internet) ma era una persona innocua, non aveva mai fatto nulla contro gli altri o contro sé stessa.
L’istituto era a pagamento e si trovava in provincia. Per tutta la vita ella si illuderà che questa incarcerazione (il termine è esatto) fosse stato causata dall’influenza di Rodin sulla sua famiglia, scagionando così i suoi parenti.
In realtà non era così. Rodin non aveva nessun potere sui parenti di lei però non la andò mai a trovare e nel 1907 iniziò un’altra lunga relazione con un’aristocratica rimanendo sempre con Rose.
Per Camille incominciò un calvario indescrivibile che sarebbe durato per trent’anni fino alla sua morte nel 1943. Infatti lei non uscì più dai due Istituti in cui venne ricoverata. In mezzo ci furono decenni di cambiamenti sociali e di costumi e ben due guerre mondiali.
Nell’Istituto c’erano persone con ogni tipo di problema psichiatrico ma anche persone soltanto “asociali”, fuori dalle regole o anche sani fatti scomparire da inaffidabili parenti e compiacenti medici. Camille si distinse per il suo comportamento gentile, tranquillo anche se interiormente disperato.
La famiglia, la scienza, la società borghese si trovarono concordi: Camille, geniale scultrice, doveva scomparire.
E non c’era luogo migliore dell’Istituto dove la vita era scandita da inutili attività, dalle urla dei pazienti agitati, dai racconti sconnessi di altri.
Nel tempo, un paio di medici più coscienziosi proporranno di farla tornare in famiglia, proposta che verrà rifiutata.
Nel 1917 lei scrisse al dottore che aveva redatto il documento del 1913 chiedendogli gentilmente aiuto. Egli non le rispose.
Paul, nel frattempo, aveva fatto una grande carriera, era diventato un poeta, un commediografo e un diplomatico di successo (in futuro avrà anche delle lauree honoris causa dalle università di Princeton, Cambridge e altre e nel 1951 la Légion d’honneur).
Viaggiava oltreoceano, era sposato, padre di famiglia, molto benestante, assai apprezzato per le sue idee religiose anche se, lo dico da credente, il suo comportamento verso Camille non ebbe nulla di cristiano.
In trent’anni andò a trovare la sorella tra le sette e le dodici volte (secondo le biografie). Aveva obliato la frase “ero malato e mi visitaste” del Vangelo secondo Matteo.
Si noti che non sto criticando il lavoro letterario di Paul Claudel ma il suo comportamento verso Camille così come emerge dai documenti storici.
La madre invece non andò mai a trovarla ma le inviava dolci e cioccolata…
Paul non andò neppure quando i medici lo avvertirono che lei era peggiorata a causa delle grandi privazioni alimentari, dovute alla guerra, e a problemi circolatori. Era il 1943 e lei aveva 78 anni.
E fu assente ai funerali. Camille ebbe una povera tomba e poi una fossa comune.
Furono presenti solo le infermiere, a lei molto affezionate.
Il suo malessere psicologico si sarebbe potuto gestire nel 1913 proponendole di abitare con un’amica o un’infermiera e di vedere stabilmente un medico esperto di malattie mentali a Parigi. La psicoanalisi nel 1913 – data del suo ricovero – era già una disciplina avanzata. Il suo centro era a Vienna e a Zurigo ma Parigi non era certo un luogo sperduto.
Avrebbe potuto essere libera, stare meglio o guarire, incontrare un altro uomo, più sincero di Rodin, guadagnare, vedere il suo talento riconosciuto ma la sua vita le era stata rubata.
Non c’è perdono per quello che è stato fatto a Camille Claudel.
……
Nota 1) “Camille Claudel”, film, regia di Bruno Nuytten (1988)
“Camille Claudel 1915”, film, regia di Bruno Dumont (2013).
Nota 2) Su Raiplay si trova un bel documentario francese, doppiato in italiano, intitolato “Camille Claudel, scolpire per vivere” diretto da Sandra Paugan (2024).
In teatro, oltre che il testo della Maraini, hanno scritto su Camille Claudel: Vera Giagoni, Chiara Pasetti e Francesca Martinelli.
Io avevo già dedicato a Camille Claudel un articolo sul web più di vent’anni fa, intitolato “Camille Claudel, una donna straordinaria”, andato perduto.
Lavinia Capogna
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”. E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”. Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
E un bambino li condurrà – su Non è qui, di Davide Morganti
Hans Christian Andersen insegna che è sempre un bambino a gridare che il re è nudo. Analogamente, forse soltanto un bambino può credere davvero nelle meraviglie e nei miracoli che la religione e gli scritti sacri promettono essere autentici. Infatti, nonostante molte tiritere teologiche, di rado gli adulti si abbandonano alla fede con la disarmata ingenuità che essa richiede. L’adulto è scettico dinanzi all’impossibile, il bambino no. Così in Non è qui – pubblicato questo mese da Editoriale Scientifica – Davide Morganti si approccia ai temi di Dio e della Resurrezione con uno sguardo infantile, il proprio, rimembrando le sue perplessità al riguardo ma anche i suoi incanti per qualcosa che può anche essere possibile e dunque vero.
Non è qui è un memoir sulla fede che si legge come un romanzo o forse, meglio, è una lunga divagazione intorno ai temi di Dio e della memoria che si svolge però in forma prettamente narrativa. Il titolo proviene dal Vangelo di Luca: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato.” O dal Vangelo di Matteo, citato nell’epigrafe: “Ma l’angelo disse alle donne: ‘Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove è deposto.’” Dunque il titolo si riferisce al cadavere di Cristo, che il bambino protagonista, Davide, animato da un “desiderio crudele di Dio”, sa essere veramente risuscitato e quindi altrove, non nella tomba in cui gli adulti lo cercano, loro che stentano a credere nell’impossibile. Ma quindi la morte cos’è? E la vita? Dove finirà ognuno di noi dopo la morte? “Dove ci metteremo tutti?” si chiede il bambino. “Saremo come meduse nel mare?” E ancora: cos’è l’aldilà? È forse una “discarica celeste”?
Davide Morganti è un irregolare delle lettere italiane. In un suo libro precedente, l’ultimo volume del mastodontico Atlante della fine del mondo (Marotta&Cafiero, 2022), faceva scrivere a Emanuela Cocco – ma era probabilmente lui stesso a scrivere – che “Morganti si faceva volere bene ma era anche un presuntuoso […], la buona volontà non gli è mai mancata ma quel carattere difficile gli ha bruciato mille occasioni e la sua scrittura ne risente di questo fallimento”, come a dire che nei suoi libri c’è sempre qualcosa che si ribella non tanto allo scrivere quanto al saper scrivere, ossia che cerca non l’esattezza dello stile bensì la velocità dell’istinto che si fa parola e quindi narrazione, racconto.
Così negli anni Morganti si è andato forgiando uno stile a tratti anche orale che risente di un Céline forse mal digerito ma che raggiunge pure notevoli momenti di pathos e di esaltazione. Ha saputo giocare con la forma del romanzo, come in Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato (Wojtek, 2019), che potrebbe essere definito l’impossibile romanzo di un critico impazzito, o nel già citato Atlante della fine del mondo, che visita ogni Paese al mondo in compagnia dell’impacciato picaro moderno Casimiro Boboski, oppure in un romanzo che ha non poche cose in comune con Non è qui e che fu molto amato da un giovanissimo Roberto Saviano, il quale scrisse che aveva “il sapore di un classico”, cioè Moremò (Avagliano, 2006), un libro colorito e spericolato in cui il protagonista è a sua volta preda di ossessioni religiose, come il Davide di Non è qui.
Non è qui è un romanzo che vive di alti e bassi, come sempre nella scrittura di Morganti. Ci si diverte spesso, talora ci si commuove, a tratti si imparano cose nuove. La lettura offre sempre un punto di vista inedito e originale sulla fede e di conseguenza su Dio, su cos’è Dio per noi mortali, per noi che siamo ossessionati dalla morte e che non possiamo credere che essa riguardi anche Dio, o Cristo, o persino noi stessi, noi che dunque abbiamo inventato i miracoli dell’aldilà e della vita eterna per nascondere la certezza paradossale di dover abitare il mondo anche da morti. Però i bambini lo sanno. E lo scrittore, se è tale, sa di dover tornare bambino per raccontarlo, per raffrontarsi a se stesso e a Dio, specchio dell’impossibile, un impossibile che soltanto un bambino, il bambino che è stato Davide Morganti e che anche noi siamo stati, può rendere credibile e infine reale.
Di conseguenza il ricordo (parola che contiene la sillaba cor ed è quindi un ritorno alle intermittenze del cuore) diventa non soltanto racconto ma anche memoria e a tratti autobiografia, ed è qui che abbiamo le pagine più felici del libro, quando Morganti scrive, per esempio, di Ciro il Pellicano, fortissimo a pallone ma destinato a morire di overdose, o di altri suoi amici mai dimenticati, o della morte di mastro-don Gesualdo nel romanzo di Verga, o della signora Anna, una barbona miope con gli occhiali doppi attaccati con lo scotch, “sempre con molte buste della spesa rigonfie non so di cosa, la bocca incavata per i pochi denti rimasti, si diceva fosse stata una prostituta durante la guerra e che andasse in giro con i marinai americani, a me pareva strano immaginarla visto come era brutta, vecchia, malandata, di lei ricordo la puzza e la buona educazione, parlava a bassa voce, mia mamma per lei aveva piatto, bicchiere e posate a parte, le dava da mangiare e anche da dormire certe volte, la notte io sentivo la sua puzza ma nessuno di noi si lamentava, era normale fare queste cose, la signora Anna era come se non ti guardasse mai e parlava un italiano dolce, la voce affabile, ogni tanto spiccava qualche parola inglese, che mia mamma…”
Il periodo della signora Anna va avanti per una pagina intera ed è esemplificativo di ciò che Morganti ha fatto con il proprio stile e con la lingua, spalancando ogni proposizione alla successiva, come in una matrioska russa, evitando però strutture composite o arzigogolate e rifacendosi all’oralità piuttosto che alla complessità. I grandi novecentisti ci insegnano che uno stile proprio si paga caro, che può essere a un tempo un limite e una forza, e così è per Davide Morganti, il quale in Non è qui affabula come solo un bambino sa fare, precipitandosi lungo le frasi con passione e meraviglia, nell’indomabilità stilistica e emozionale del ricordo, che da sempre – in letteratura e nella vita – ci insegna che siamo anche ciò che siamo stati: il bambino che ci osserva, il bambino che ci guida.
“E un bambino li condurrà” dice il profeta Isaia, nella Bibbia ebraica. In questi tempi neri forse dovremmo davvero ritornare alle nostre infanzie e ai testi sacri, alla meraviglia di poter immaginare Dio.
Edoardo Pisani*
*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.
Secondo lo psichiatra statunitense Daniel J. Siegel la mente umana rispecchia un continuo flusso di energia capace di plasmare un’architettura ben definita di ricordi ed esperienze che a nostra insaputa definiscono la neurochimica della coscienza.
Quest’ultima infatti se da un lato rappresenta un ponte di collegamento fra i rispettivi stati psichici e il corpo che abitiamo dall’altro evidenzia un campo ancora inesplorato in grado tuttavia di connettere la nostra parte più intima, e spesso invisibile, con una dimensione dalle fragranze oniriche ma che non sempre riusciamo a filtrare attraverso i canali cognitivi della veglia.
La neurochimica della coscienza indica pertanto quel grado di consapevolezza che ciascun individuo orienta nei confronti di quanto prova sia a livello intrapsichico sia a livello interpersonale, eppure quello che sovente viene definito “stato alterato di coscienza” suggerisce un distacco tanto dai parametri ordinari con cui si è soliti orientarsi nel mondo quanto una vera e propria rielaborazione grazie alla quale riconnetterci con la parte più antica che ci caratterizza.
L’epilessia nella letteratura psichiatrica ottocentesca
A partire dai primi studi condotti da Louis Jean Francois Delasiauve su soggetti epilettici è stato possibile inquadrare lo stato di coscienza come un calo dell’energia psichica che dal corpo si propagava e si distribuiva nei differenti distretti cerebrali, apportando non solo una modifica comportamentale dell’individuo bensì una vera e propria ristrutturazione dell’architettura neuronale in grado di compromettere la soglia di consapevolezza di chi veniva colpito dal cosiddetto “male sacro”.
La letteratura psichiatrica e neurologica hanno difatti promosso nei secoli precedenti lo studio del cervello quale custode di una fitta rete di comunicazione che oggi conosciamo con il nome di reti sinaptiche, le quali quotidianamente operano una revisione circa le modalità con cui interagiamo prima di tutto con noi stessi e poi con gli altri.
Se le odierne neuroscienze hanno permesso un maggior approfondimento rispetto al sottile legame che intercorre tra la mente e il corpo preme tuttavia ricordare come non abbiano permesso di approdare a quello che Dan Brown nel suo ultimo romanzo ha brillantemente definito “l’ultimo segreto”.
Quello che maggiormente mi ha affascinato di questo romanzo è stata l’esplorazione di quelle tematiche rispetto alle quali ognuno di noi cerca le proprie risposte, indagando così quell’invisibile rapporto tra la vita e la morte inteso non tanto quale decadimento progressivo della “crassa materia” bensì quale crocevia tra due stati energetici dove lo spirito si libera dalla materia fisica: dove l’oblio subentra alla veglia destando quei filtri ancora silenti.
Tra i vicoli di Praga e le sue vene medievali adornate di fascino ed esoterismo Robert Langdon e Katherine Solomon offrono al lettore l’opportunità di sondare ciò che è sconosciuto e all’apparenza irrazionale, decifrando quei misteriosi meccanismi che la mente umana e ancor più la coscienza stessa potrebbero essere in grado di farci conoscere.
Nondimeno quanto viene proposta è un’indagine rispetto a quei (corto)circuiti che a livello neurobiologico innescano una predisposizione a riproporre schemi neuro-comportamentali che sovente possono intaccare l’equilibrio della nostra psiche.
Grazie agli studi condotti nel secolo scorso da Donald Olding Hebb la neurotrasmissione cerebrale riflette un’attività psichica ed energetica capace di ripristinare quei distretti psicosomatici grazie ai quali lo stato di coscienza assume gradualmente una fisionomia più olistica, in grado cioè di racchiudere tante più connessioni quanti sono i nostri stati della mente.
Eppure non sempre gli stati energetici della coscienza promuovono un’adeguata potatura sinaptica ma al contrario possono intaccare considerevolmente la nostra omeostasi, dunque quelle risposte neurochimiche che se frequenti producono in maniera disadattiva un nuovo stato della mente disadattivo e circoscritto ad un passato dal quale non sempre è facile prendere le distanze.
La psicogenesi del trauma
Le esperienze passate, specialmente se di natura traumatica e ripetitiva sono in grado di forgiare un’impalcatura neuronale e sinaptica dove la neurotrasmissione del proprio vissuto rischia sovente di riflettersi in una modalità ripetitiva intrapsichica e interpersonale del tutto disadattiva: favorendo così l’insorgere di un nuovo stile comunicativo della coscienza che rischia purtroppo di limitare il nostro stare al mondo.
Quest’ultima infatti se nella letteratura psichiatrica ottocentesca aveva fornito a Cesare Lombroso le basi per stilare il profilo anatomopatologico del soggetto criminale partendo dagli studi e le indagini condotte sui soggetti epilettici, oggi viceversa offre la possibilità di svelarne i suoi numerosi volti: peraltro non sempre ben interconnessi.
La psicopatologia della coscienza si presenta tra le pagine di questo romanzo attraverso diverse sfumature che non solo si ripercuotono sul cosiddetto cablaggio neuronale e sulla riproposizione di specifici distretti cerebrali, ma soprattutto sulle capacità di autoregolazione emotiva che rischiano di sfociare in vere e proprie risposte dissociative: rispetto alle quali la coscienza stessa sembra sdoppiarsi assumendo diversi volti.
L’aspetto centrale e al contempo affascinante di questa storia risiede proprio nella fisionomia che la coscienza in qualità di energia psichica assume attraverso le sue numerosi manifestazioni le quali attraverso il sottile rapporto tra l’epilessia e il trauma delineano un quadro dissociativo pronto a svelare le sue innumerevoli identità.
Se quindi l’epilessia riflette un fenomeno psicopatologico di natura “transitoria” entro cui vengono aboliti i consueti parametri cognitivi quello che viene identificato come contenuto clinico potrebbe invece suggerire come ogni manifestazione psicologica porti con sé un atto di trasformazione, che finanche nei quadri più gravi come la dissociazione è finalizzata al ripristino di un nuovo equilibrio.
Rendendo la malattia un’occasione grazie alla quale l’energia che ci abita può finalmente trasformarsi in una nuova consapevolezza, svelando perfino durante il momento del trapasso: l’ultimo segreto.
DESCRIZIONE DE “L’ULTIMO SEGRETO” DI DAN BROWN:
Robert Langdon è a Praga insieme a Katherine Solomon, con cui ha da poco avviato una relazione. Un viaggio di piacere in veste di accompagnatore dell’esperta di noetica, invitata a una conferenza in città per esporre le sue innovative teorie sulla mente. All’improvviso, gli eventi prendono una piega inquietante: la mattina del quarto giorno Katherine sembra sparire senza lasciare tracce e Robert assiste, sul ponte Carlo, a una scena che sfida la razionalità e di fronte alla quale reagisce d’istinto, finendo nel mirino dei servizi di sicurezza cechi. Intanto, a New York, una misteriosa organizzazione mette in campo risorse all’avanguardia per distruggere il manoscritto che Katherine ha consegnato al suo editore e che raccoglie le sue rivoluzionarie ricerche. Ma come mai quello che dovrebbe essere un saggio teorico attira così tanto interesse? In poco più di ventiquattr’ore, Langdon dovrà dimostrarsi in grado di ritrovare Katherine, seminare le forze dell’ordine della città e quelle dell’ambasciata americana e oltrepassare le porte di un laboratorio segreto in cui vengono condotti esperimenti indicibili. La posta in gioco è altissima: una nuova concezione della mente, una visione che può regalare un futuro diverso all’umanità ma che potrebbe, anche, diventare un’arma dall’impatto devastante. A quasi dieci anni dal suo ultimo successo, Dan Brown torna con il suo romanzo più ambizioso ed emozionante: una nuova caccia di Robert Langdon dove, come sempre nei suoi libri, nulla è più pericoloso della conoscenza, e nulla è più efficace di una mente affilata.
Cristi Marcì*
* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»