Ho appena finito di leggere un libro bellissimo. Si tratta di “Paradisi proibiti. Storie di sesso, alcol e droga nelle opere d’arte” di Claudio Pescio. Il volume, edito da Giunti, in verità non è nuovissimo essendo uscito nel 2023, ma secondo me merita un’attenzione speciale per almeno un paio di motivi: la veste grafica impeccabile e l’approccio all’argomento.
Infatti è diverso dal solito volume di storia dell’arte, e l’approccio, appunto, è più personale ed è intrigante che l’argomento sia trattato in maniera trasversale e a volte, mi si lasci dire, ironica. Anche il linguaggio che l’autore usa è lontano dal solito accademismo freddo e privo di originalità: infatti Pescio, in genere, non usa un linguaggio per addetti ai lavori, ma, pur non venendo meno al rigore storico-filologico dei quadri, ripropone l’argomento in maniera molto attuale. Che dire poi delle meravigliose tavole a colori che corredano il testo? Incredibilmente precise e belle, che fanno quasi entrare il lettore nella scena , proposta e riprodotta su una carta patinata molto raffinata. Non mi era mai capitato di leggere un libro che trattasse un argomento così particolare e non in una sola epoca storica, ma fino agli inizi del XX secolo (praticamente ieri) – il che dà agio di capire anche come si sia evoluto il costume ed il modo di pensare della società rispetto a determinati argomenti perché, oltre a raccontarci le storie dietro ad ogni capolavoro, l’autore tratteggia, in modo semplice ma esaustivo, i (mal)costumi di ogni epoca di cui discute – una sorta di piccolo trattato antropologico per immagini. Le osservazioni che Pescio fa riguardo ai vari dipinti, almeno per me che non sono un’addetta ai lavori, hanno fatto scoprire piccoli-grandi particolari che prima non conoscevo. E sicuramente, d’ora in poi, quando vedrò un dipinto, cercherò di guardarlo in modo diverso, meno ingenuo. Adesso che si avvicina il Natale, “Paradisi proibiti”, potrebbe essere la strenna perfetta: raffinata e piena di contenuti.
Silvia Lanzi
Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).
La vicenda inizia sul Molo Audace, ci troviamo a Trieste, protagonista un agente immobiliare di cinquantacinque anni, una persona comune, fatta eccezione per una sensibilità particolare che gli fa volgere lo sguardo intorno cogliendo ogni sfumatura, ogni colore e, soprattutto, ogni suono, o, meglio, rumore.
E’ un fastidioso acufene il segnale di un disagio interiore più profondo, che emerge come una rimozione freudiana ostinata e intransigente. Lo vediamo scrutare il Grattacielo Rosso, come lo chiamano i triestini, un grande palazzo del Novecento, Palazzo Aedes, oppure Palazzo Berlam, dal nome dell’architetto.
E’ lì dentro che Orlando dovrà entrare per svolgere il suo lavoro di intermediario per l’affitto di appartamenti, incarico ricevuto via internet dal Gruppo Generali che nel Palazzo ha sede. L’incarico non è particolarmente prestigioso né abbastanza remunerativo da giustificare il viaggio da Asti, città dove risiede. Inoltre non è il solo ad essere stato ingaggiato, un gruppetto di persone aspetta come lui l’ora dell’appuntamento. Orlando non si unisce agli altri, aspetta per conto suo che siano le tre e mezza in punto, orario dell’incontro. Il senso di estraneità è contemperato dall’aria profumata di salsedine che il vento solleva mitigando la calura di un’estate particolarmente afosa.
E’ questo il pregio dell’autore, porgere ogni senso all’immaginazione di chi legge, trascinandolo in una realtà virtuale che è il segreto della letteratura.
Con Orlando Ferrero siamo in piedi di fronte alla mole del Palazzo Rosso, in fastidiosa attesa, dominati dalla struttura e sul punto di sparirvi all’interno. Messaggi affettuosi partono dal cellulare e trascrivono non le impressioni ma la concretezza degli impegni e delle azioni di sempre, concludendosi con “Un bacio”. Quel bacio tranquillizzante interrompe il fastidio dell’acufene e dell’attesa.
Dopo l’appuntamento di lavoro Orlando è libero di gironzolare in città, sceglie come alloggio l’Hotel Tre merli, con accesso al mare. Perché non andare a fare una nuotata? Quello che per gli altri è svago e refrigerio per lui è oppressione e fastidio, non gli piace il chiasso dei bagnanti e quello sovrastante dei bambini, quando la pausa del pranzo li sostituisce con l’acciottolio di piatti e bicchieri non è ugualmente possibile sostituirli con lo sciabordio delle onde sugli scogli o con quello dello stridio dei gabbiani.
Ogni singolo rumore è insopportabile e amplificato, non serve coprirlo con la musica in cuffia, percepita come falsa, neanche il silenzio è possibile, perché allora il rombo del sangue nelle orecchie o del respiro si impongono petulanti e inarrestabili.
Dopo un breve riposo Orlando è per strada, in cerca di un posto appartato dove prendere un caffè lontano dai turisti. Gli affari si portano avanti senza troppi inconvenienti, fra il fastidioso ronzio dell’albergo e i giretti per una città bella ma oppressa dalla calura.
Solitudine e acufeni intervallati dai messaggi al cellulare. Che cosa ha realmente condotto Orlando Ferraro a Trieste? Un nome prende forma in una pagina del giornale “Il Piccolo”, sfogliato per caso al tavolino di un bar. E’ Simone Nardi. Si fa strada nel buio di un passato adolescenziale del tutto dimenticato. L’acufene incalza, bisogna consultare un otorino, perché non farlo nei tempi vuoti a Trieste, senza aspettare di far ritorno ad Asti?
Ci troviamo seduti in una sala d’attesa, ognuno seduto con un cellulare fra le mani, Orlando sofferma lo sguardo sulle pareti, dove sono esposte fotografie dell’artista Anne Gerdes. Bambini, di solito neonati o appena sbocciati nella corolla di un fiore, fiabescamente rappresentati dall’obiettivo della fotografa australiana, alludono a una possibile realtà di felice poesia.
Poi tocca sottoporsi alla visita, soddisfacente per l’udito di Orlando , definito perfetto, del tutto insoddisfacente per l’acufene, che non ha nessun possibile rimedio. Impossibile liberarsene.
Come è impossibile liberarsi del nome Simone Nardi. L’amico dei quindici anni emerge dal passato, è l’inizio di una serie di flash back. Appuntamenti in un luogo convenuto per i compagni di scuola, “la fioriera”, sicuramente dotata di “muretto”, ad Asti, come nelle città degli anni ’70, un po’ ovunque in Italia. Amicizie e primi amori, una ragazza amata da entrambi, Orlando e Simone, un futuro davanti e la passione condivisa per una chitarra, che Simone suona benissimo mentre Orlando sta provando come si fa a ricavarne i motivi di moda. Poi una notte, un incidente. A Trieste Simone si è trasferito con la famiglia dopo quella notte che ha segnato un destino.
Sono passati quarant’anni ma, per quanto ci si possa illudere, il passato non passa, non come avevamo pensato che sarebbe passato. Impiccato e imbavagliato, un uomo che si chiamava Simone Nardi è stato ritrovato sotto un ponte. Che cosa l’ha indotto a uccidersi? Qualcuno l’ha ucciso? E’ possibile rintracciare la famiglia? Quale rapporto può esserci con l’antico incidente? Comincia così un thriller, non solo nell’intreccio della vicenda, ma nell’intimo della coscienza di Orlando Ferrero.
Valeria Jacobacci
Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.
Ep.7 Nadia Terranova, “Quello che so di te” (Guanda, 2025).
Quello che so di te, di Nadia Terranova, edito da Guanda, è uno dei più bei libri che ho letto nel 2025. Ho avuto l’immenso piacere di conoscere la scrittrice, già pluripremiata con diversi riconoscimenti per i suoi lavori e di ritrovarla come docente per un corso di scrittura. Questo rapporto sottile, creatosi sulla base delle parole, ci ha portate qui, a questa chiacchierata, ultima intervista di Capitolo Zero de Il Randagio Rivista Letteraria, per quest’anno che si chiude.
Finalista allo Strega, il libro affronta la tematica femminile da tanti punti di vista: storico, fattuale, critico. È il racconto della donna imperfetta, stanca, avvinta da una società che non le dà spazio per esprimere quello che vuole e circondata da una realtà che a volte le è da sostegno e talaltre la giudica e cerca di nascondere le sue imperfezioni e debolezze, in virtù della salvaguardia di un’idea di donna resiliente ad ogni evento, che non ha la facoltà di arrendersi, una super-donna che non si lamenta mai, capace di resistere a qualunque cosa la investa durante un’intera esistenza.
È l’emblema dei ciò che il patriarcato ha reso le donne, ieri e oggi.
Il romanzo, autobiografico e di ricostruzione storica della vita e in particolare della “pazzia” della bisnonna dell’autrice, nasce con un’esigenza ben precisa: la necessità per chi diventa madre di comprendere quel nuovo stato di cose, inaspettato, caotico, dolorante, terrorizzante e dolcemente avvolgente. Uno stato di cose che porta il peso enorme della responsabilità personale, del non potersi ammalare, del non poter impazzire per il bene dei figli, e il peso sociale delle continue etichette affibbiate alle madri, alle donne, che fanno loro da recinto, un recinto a volte talmente tanto alto da chiuderle in uno spazio soffocante.
“Finiamo schiacciate da domande create apposta per paralizzarci, vicoli ciechi che ci portano dritte al collasso performativo. Lasciateci libere di non farcela, né come madri né come artiste. Lasciateci sperimentare il fallimento, lasciate che ci concentriamo sull’unica cosa che importa: non cadere, o cadere senza uccidere chi amiamo. Lasciateci ovunque fallire in pace.”
La trama si divide e si intreccia in due filoni distinti e complementari: la narratrice, appena divenuta madre, conoscendo per sentito dire la storia della sua bisnonna, internata per un periodo in manicomio all’inizio del novecento, avverte da un lato il timore di trasmettere geneticamente la follia a sua figlia e dall’altro la paura di impazzire, venendo meno alla sua presenza e al suo ruolo genitoriale. Spinta da un ricordo, un sogno ricorrente che le fa da propulsore, decide di approfondire quella pazzia e si addentra in un complicato lavoro di ricerca fra registri, documenti, voci che confermano, sconfessano, raccontano e nascondono.
Le caratteristiche dello stile della Terranova si ripetono amabilmente: la magia, i sogni premonitori, il dialogo aperto con l’aldilà, sono un filo conduttore del romanzo, poiché fondanti di un rapporto con la vita passata che si propaga inesorabile nell’esistenza attuale dell’autrice. Come pure lo sfondo siciliano, il racconto delle tipicità delle persone che nascono, crescono e vivono nella terra d’origine della Terranova: “I siciliani non litigano, si offendono”. Non litigano per mantenere il silenzio intorno a ciò che accade.Un silenzio che copre tutto un mondo, come una nube grigia. Un silenzio che si ritrova anche nel personaggio della Mitologia Familiare: un personaggio corale fatto di voci che dicono senza dire, parlano senza parlare, di eventi celati, rimescolati, rivisitati e corretti per proteggere, per riattaccare ancora una volta le etichette sulla realtà delle donne. Una realtà che non lascia spazio alla libertà totale, considerata da sempre, nel femminile, un segno evidente di stranezza, di eccesso, di follia.
Quello che so di te è uno di quei romanzi da tenere nel cassetto e ogni tanto rileggere con cura, con una prospettiva nuova, cogliendo i suoi dettagli e le sue straordinarie finezze, con attenzione, come fosse un manuale per non impazzire.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
Antoine François Prévost, ben più conosciuto con il nome di Abbé Prévost (l’abate Prévost 1697 – 1763) fu un religioso francese ma anche militare nonché versatile scrittore e traduttore che ebbe una vita assai movimentata.
Dai ritratti aveva un’aria simpatica con uno sguardo benevolmente vivace.
A 34 anni, nel 1731, pubblicò il settimo ed ultimo volume di una sua vasta opera intitolata “Memorie e avventure di un uomo di qualità”. Questa opera era composta anche da un’appendice in cui narrava una singolare vicenda intitolata:
“Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut” (Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut).
E fu proprio questo romanzo, posto quasi per caso in fondo ad un altro (e conosciuto poi solo con il titolo di “Manon Lescaut“) a procurare grande fama al suo autore.
Il libro venne proibito in quanto audace e andò a ruba venduto sotto banco.
Il grande successo del romanzo dipese da vari fattori: un grande amore che non viene mai meno, la consapevolezza di che cosa sia la virtù (come si intendeva nel Settecento) ma la (umana) debolezza di un cuore innamorato, l’audacia di certe situazioni, un nobile protagonista, il Cavaliere Des Grieux, inizialmente ingenuo diciassettenne ed infine Manon, bellissima ragazza in cui coesistono ingenuità e sventatezza – e anche nel suo carattere sfaccettato risiede il suo inestinguibile fascino.
Ma anche una Parigi vertiginosa piena di furfanti, vicini di casa molesti, domestici all’occasione ladri, rocamboleschi rapimenti, pistolettate, inganni e dove con una manciata di monete si poteva corrompere chiunque o quasi.
Un libro libertino e bellissimo che non ha niente di morboso e nulla in comune con la letteratura erotica del 1700. La corrente filosofica dei libertini sosteneva il libero pensiero, una spigliatezza nella vita amorosa, contestava i dogmi della scienza e della religione anche se verso il finale si legge: “Manon non aveva mai avuto tendenze irreligiose, e io pure non ero mai stato di quei libertini sfrenati che si gloriano d’aggiungere alla depravazione dei costumi, l’empietà. L’amore e la giovinezza erano stati l’unica causa di tutte le nostre sregolatezze”.
Montesquieu, filosofo e giurista, liquidò brutalmente il libro dicendo “Lui è un mascalzone e lei una p…”, dimostrando così di capire assai poco di romanzi e di psicologia.
Per essere un romanzo del tempo infatti “Manon Lescaut” è assai accurato nella descrizione dei molteplici stati d’animo dei protagonisti.
È anche un’opera di critica sociale: Des Grieux e Manon vorrebbero solo vivere insieme ma si scontrano con la società, severa di facciata, dissoluta nella sostanza. Anche se la borghesia ancora non esisteva lei è socialmente l’equivalente di una “piccola borghese” che convive con un nobile: non potranno mai sposarsi.
Nell’Ancient Régime in cui solo le donne povere lavoravano e, in generale, non avevano alcun diritto, ella non trova altra soluzione per mantenere il suo dispendioso stile di vita che quello che l’ipocrita società classista stessa le suggerisce: avere dei protettori.
Manon è un personaggio assai ben costruito: sempre sull’orlo di un precipizio, amante del lusso, dei gioielli (scrive Prévost: “Manon era una creatura di un carattere straordinario. Non c’era ragazza che avesse minor attaccamento di lei per il denaro, eppure non poteva sopportare un istante la preoccupazione che le venisse a mancare”) potrebbe anche sembrare in qualche riga un’astuta manipolatrice che manovra Des Grieux come un burattino ma poi il suo limpido sguardo e le sue lacrime dissipano questi dubbi.
Ella predilige anche i teatri, frequentatissimi allora a Parigi come luoghi di ritrovo sociale e di edonismo piuttosto che di arte.
Des Grieux è accecato dall’amore: adora Manon, detesta Manon, quasi la dimentica, poi torna ad adorarla, perdona i suoi tradimenti, abbandona per lei i seri studi, la promettente carriera ecclesiastica, diventa un baro bugiardo e simulatore.
I veri delinquenti del libro sono il militare fratello di Manon, parassita dispendioso in casa dei due amanti, rissoso, violento, bestemmiatore, che suggerisce idee perverse a Des Grieux, i viscidi spasimanti di Manon, ricchissimi, attempati aristocratici e il rigido padre di Des Grieux che tiene più alle convenzioni sociali che al figlio.
A far da contrappunto a Des Grieux c’è il fedele amico Tiberge, diventato prete, il quale, nonostante il primo lo abbia consapevolmente ingannato, non lo abbandona mai.
La loro amicizia rende anche l’idea di quanto forte potesse essere allora l’amicizia maschile. Tiberge è come un fratello maggiore per Des Grieux. Ma la vita assennata che Tiberge propone non può essere accettata perché non contempla Manon.
Il tema dell’amore illecito, fuori dalle norme sociali, attraversa gran parte della letteratura: Didone suicida per amore nell’Eineide di Virgilio, il conflitto del Carme 85 di Gaio Valerio Catullo (“Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia. Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato”), Tristano e Isotta, Paolo e Francesca del V Canto dantesco, il povero Astolfo dell’Ariosto che deve andare addirittura sulla luna per ritrovare il senno perduto di Orlando, il vago sogno e la malinconia degli splendidi Sonetti del Petrarca scritti per l’irraggiungibile Laura, quello tra i giovani di due famiglie veronesi che si detestano, Romeo e Giulietta, di shakesperiana memoria, la delicata Silvia di Giacomo Leopardi e la “Bright Star” di John Keats ed infine il giovane Werther, prototipo di tutti gli amori non ricambiati – solo per citare qualche altra opera sull’amore tra le molte.
Lo stile di “Manon Lescaut” è assai scorrevole, incalzante, pieno di colpi di scena, divertente, lirico in alcune frasi e riflessioni, commovente nel finale.
La trama, si afferma, è vera e qualcuno ha voluto vederci un racconto autobiografico, almeno in parte.
In Francia il libro è spesso usato come tema del baccalauréat, abbreviato nel gergo studentesco ‘le bac’, l’equivalente della nostra maturità.
Venne apprezzato dal pubblico e dal marchese De Sade (“Quante calde lacrime si versano leggendo quest’opera deliziosa!”). Madame Roland, che si chiamava Manon di nome proprio, lo citò nel suo bellissimo “Memoriale” scritto in carcere nel 1793, si ritrova anche ne “Il rosso e il nero” capolavoro di Stendhal, piacque a Vittorio Alfieri, Dumas fils, Dostoevskij, Oscar Wilde, Giovanni Verga e un verso di una canzone del 1970 di Serge Gainsbourg, il più trasgressivo tra i cantautori d’oltralpe, dice: “Sarò pazzo ma ti amo, Manon”.
L’abulia in cui cade Des Grieux, dopo che Manon lo ha tradito per la prima volta, è la descrizione di uno stato depressivo e l’amore stesso appare nel libro come una inguaribile malattia che conduce a non poche sventure per una fugace felicità.
Il testo ha quindi un valore morale, come dichiara l’autore stesso nella premessa, anche se è palese che i due amanti ribelli gli stanno simpatici.
………
Nota: il romanzo ha ispirato la celebre opera lirica omonima di Giacomo Puccini (1893) e un’altra di Jules Massenet (1884).
E numerosi film tra i quali ricordiamo:
“Manon Lescaut” diretto da Carmine Gallone, interpretato da Alida Valli e Vittorio De Sica (1940);
“Manon” diretto dal re del film Noir francese Henri – Georges Clouzot e ambientato nel secondo dopoguerra (1949) ed infine un buon sceneggiato televisivo del 1978 diretto dal noto regista Jean Delannoy.
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
Ci sono narrazioni che sembrano giungere da un luogo che non appartiene né alla vita né alla morte, da un punto sospeso dove la memoria continua a parlare anche quando tutto il resto tace. La storia di Mbobo nasce esattamente lì. È la voce di un bambino meticcio, figlio di una madre siberiana e di un padre africano mai conosciuto, che attraversa gli ultimi respiri dell’URSS sentendosi già escluso, già altrove. Troppo nero per essere russo, troppo russo per essere africano, troppo povero per appartenere alla grande capitale del socialismo. Il suo racconto postumo non è un espediente narrativo, è lo sguardo di chi ritorna sulla vita con una lucidità che solo chi non ha più nulla da perdere può permettersi.
In questa condizione di sospensione la metropolitana di Mosca emerge come il suo vero luogo d’appartenenza. Scendere sottoterra gli permette di sfuggire a un mondo che non lo riconosce e in questo sottosuolo trova un rifugio, una mappa, un ritmo. Le stazioni, con i loro lampadari monumentali e i corridoi umidi, diventano le costellazioni della sua infanzia e la città sotterranea vibra come una seconda pelle, oltre a quella genetica. Lì, dove la luce arriva filtrata e la vita scorre più lentamente, Mbobo impara a muoversi con la naturalezza di chi, in superficie, è sempre fuori posto. Nel sottosuolo egli percepisce, prima ancora che comprenda, la fine imminente dell’URSS non come un crollo ma come un lento allentarsi dei contorni, un’erosione che si sente nel corpo prima che nella storia.
E mentre vaga da una stazione all’altra, sempre descritte con dettaglio indugiante, Mbobo cresce osservandosi come da lontano, come un’ombra che tenta di rientrare nel proprio corpo. La sua paura lo insegue «come una lanterna incrinata», un tremolio che illumina solo a tratti. Persino il soprannome che gli affibbiano, Puškin, diventa un appiglio affettivo, come se il ragno avesse trovato il proprio filo. In quel poeta dal bisnonno africano egli trova una parvenza di genealogia, un padre simbolico da cui sentirsi filiazione legittima.
La scrittura di Ismailov restituisce tutto questo attraverso una memoria franta che avanza per scarti e improvvisi affioramenti, proprio come i treni che si incrociano nel buio. Le stazioni tornano e ritornano, a volte con una insistenza quasi stancante, andare e riandare sul medesimo luogo, ma questa ridondanza non è difetto: è gesto. Il rallentamento della prosa coincide con il passo esitante di chi tenta di capire chi è e svelare il volto del luogo in cui vive. Così Kirovskaia e Turgenevskaia non sono solo semplici fermate: sono frontiere interiori. La prima evoca il peso della violenza politica staliniana, la seconda la delicatezza della tradizione letteraria. Passarle significa attraversare, ogni volta, un pezzo della Russia.
Il senso di alienazione del protagonista si riflette nel suo stesso corpo. L’immagine di sentirsi «come Ittandrio senz’acqua», il ragazzo-anfibio di Beljaev, è una delle metafore più prismatiche del romanzo: Mbobo è un essere sottratto al proprio elemento, costretto a respirare un’aria che non lo vuole. Il modo in cui si osserva, il naso irregolare, le labbra carnose, contrasta con la sua credenza intima di essere un caucasico “puro”, rivelando quanto profondamente abbia introiettato i modelli e le gerarchie di una società che chiede invisibilità come forma di adattamento e che, nonostante i proclami, non include.
Intorno a lui la storia si frantuma: i pogrom in Uzbekistan, le rivolte nel Caucaso, la dissoluzione dell’URSS. Gli eventi attraversano la sua vita come correnti sotterranee; il bambino, con la sua identità senza radici, diventa la piccola incarnazione di un impero che implode. E la metropolitana, ancora una volta, torna a essere archivio e custodia: il luogo dove si conservano ciò che in superficie viene disperso, madre, patria, infanzia.
In questo percorso la cultura appare come un salvagente. L’incontro con Borges e con il racconto L’accostamento ad Almotasim apre una finestra sul mondo: l’idea di un viaggio verso un volto che illumina tutti gli altri diventa immagine della propria ricerca di senso. Perfino i due patrigni, Gleb e Nasar, insieme a quella madre intermittente dal nome fin troppo simbolico, Mosca, si fanno figure emblematiche di un paese smarrito: l’intellettuale fragile e autodistruttivo e l’uomo pragmatico e autoritario che educa a una mascolinità ruvida. Due strade che Mbobo percorre senza mai riconoscersi in nessuna, due fermate, sballottato da una famiglia allargata, dove deve sostare mentre il suo sguardo vira.
Il figlio del sottosuolo è un romanzo che non si lascia affrontare frontalmente. Va letto di sbieco, come si osserva un fiume dalla riva per coglierne i riflessi più segreti. È la voce di chi non appartiene a nulla e, proprio per questo, illumina tutto ciò che ci riguarda. Nelle parole di Mbobo vibra un’eco universale: il respiro dei bambini senza guida, degli esclusi, di coloro che crescono in un tempo oramai sgretolato. Forse, dentro questa voce ferita, c’è anche molto dell’autore, esule uzbeko eppure capace di trasformare la distanza in prosa.
Il romanzo colpisce perché non cerca di commuovere ma di risuonare. La lingua cristallina, sospesa, splendidamente resa dalla traduzione dal russo di Nadia Cicognini per Utopia Editore riesce a trattenere insieme la fragilità dell’individuo e la fine di un mondo. È un libro che chiede tempo e ascolto e che invita a scendere nelle nostre zone d’ombra o penombra. Quando lo si chiude e la mente, gravida, rincorre rimandi intimamente citazionali della grande tradizione russa, resta un rumore che non abbandona: quello di un treno che scompare nel buio della metropolitana ma continua, ostinatamente, a farsi sentire, trascinando dietro di sé l’eco di un passaggio che non smette di interrogarci.
Claudio Musso
Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.