Le “incorreggibili”: Maria Fuxa, Janet Frame, Unica Zürn, voci letterarie uscite dalla memoria culturale collettiva, di Barbara Gramegna

Il mio interesse verso le sorti di donne particolarmente sensibili e creative incomprese, bandite, ristrette, contenute, discriminate in vari modi, fatte oggetto di torto, indirizza spesso le mie letture e mi porta a scoprire, non solo e a malincuore ancora troppe dolorose sorti comuni, ma anche, per fortuna, autrici non esattamente mainstream.

Si tratta di donne private della possibilità di “esistere” nel senso più ampio del termine, a cui è stata sottratta per varie ragioni la parola e che l’hanno conquistata o riconquistata scrivendo.

Si tratta di donne che hanno mostrato forme di inadeguatezza alle norme sociali della propria epoca, di esuberanza, di incapacità di assoggettamento al volerle unicamente madri e spose, di straripante fantasia e creatività, di profondità di sguardo per le quali, ritenute “sbagliate”, l’unico strumento di “correzione” è stato individuato nell’appiccicare loro delle diagnosi, spesso non suffragate da alcun esame oggettivo, e nel rinchiuderle in un ospedale psichiatrico.

Diverse di loro hanno condiviso l’esperienza della contenzione manicomiale per i motivi accennati, hanno però cercato di ricomporre la loro frammentazione, sia durante che in seguito a questa terribile esperienza proprio grazie alla loro urgenza espressiva, alla capacità di affidare alla penna la propria esondante carica emotiva.

Nel mio precedente contributo ho tratteggiato la figura di Mariella Mehr, che ha subito l’internamento in ben quattro diversi ospedali psichiatrici e nel carcere femminile di Hindelbank, nella Svizzera degli anni ’50-’60. (vedi contributo precedente)

Negli stessi anni una poeta italiana, Alda Merini, viveva in Italia, per altri motivi, la stessa esperienza. Ma Alda è diventata, suo malgrado, un’icona pop; di lei è stato scritto e detto così tanto sino a spettacolizzarne l’esperienza dolorosa ed è un esempio che porto intenzionalmente a contrappunto di quello che è accaduto alle autrici che desidero qui ricordare.

Si tratta di altre donne che hanno ricevuto, come Alda, proprio nel secolo dei primi passi verso l’emancipazione, dei primi assaggi di presa di parola e di partecipazione alla vita pubblica, il marchio di “inadatte”, di scomode, di strane, di “incorreggibili” appunto, ma senza mai acquistare la sua popolarità.

I fenomeni di sovraesposizione mediatica rischiano però anche di ridurre la complessità dell’opera alla biografia e/o a leggere la produzione letteraria come semplice testimonianza della patologia, o presunta tale. La costruzione di un personaggio pubblico conduce spesso a stereotipizzare e a considerare in maniera univoca la sua scrittura finendo per oscurarne il valore estetico, culturale e letterario.

L’ appropriazione della narrazione della sofferenza e la sua ridefinizione secondo logiche mediatiche non mette naturalmente in discussione la qualità dell’opera, ma la sua ricezione.

Per contro, in assenza di un discorso pubblico, succede invece che diversi autrici, che hanno condiviso l’esperienza della malattia psichica, reale o ipotizzata, vengano presto dimenticate.

Mi riferisco qui a Maria Fuxa, Janet Frame e Unica Zürn, autrici uscite dai radar della memoria, o forse mai entrate appieno. 

Sono donne che hanno avuto la forza di uscire, attraverso la scrittura, da un doloroso stato di inibizione della propria sensibilità e dei propri talenti a causa di una società incapace di riconoscere loro cifre di anticonformismo, di originalità, di creatività, senza dovere ricorrere a diagnosi psichiatriche e successive terapie violente e disumanizzanti.

Ermenegilda Maria Fuxa, nata ad Alia (Pa) il 12 dicembre del 1913, prima di tre gemelle, sopravviverà insieme alla sorella Nicoletta Ermelinda Maria.

Ermenegilda Maria viene dichiarata negli anni ’50 “incapace di intendere e volere” e internata permanentemente nell’Ospedale Psichiatrico “Pietro Pisani” di Palermo, ex Real Casa dei Matti.

Motivo? Una patologica disperazione e uno stato di prostrazione causato da un evento del tutto inaspettato: la sorella Nicoletta Ermelinda le sottrae il fidanzato.

Questo dolore profondo, l’umiliazione, anche agli occhi di una società che la vuole “accasata”, la conduce ad un tentativo di suicido e, con esso, ad una diagnosi di depressione e schizofrenia.

Ha così inizio un periodo di degenza lungo cinquant’anni, durante il quale Maria subisce e assiste a pratiche spesso disumanizzanti quali l’elettroshock, un trattamento applicato all’epoca nei manicomi senza anestesia e senza il consenso dei pazienti.

Nonostante le sofferenze, Maria scopre però nella scrittura uno strumento di riscatto e di denuncia sociale. I suoi pensieri trovano forma su fogli di carta velina che riesce a reperire negli spogli spazi manicomiali.

Sarà prevalentemente la poesia a dare voce al suo dolore, una poesia per lei taumaturgica, semplice nella forma per cui non c’è bisogno di adottare un apparato critico nel tentativo di analizzarla.

Maria è una donna colta, ma sola nel suo agire artistico, non può fare parte di cenacoli letterari con cui confrontarsi, insaziabile lettrice, ha una “fame” che le deriva da un’astinenza forzata dagli affetti, a lei doppiamente negati, prima dalla sorella e poi dal suo allontanamento dalla vita famigliare.

Nella sua autobiografia, “Nel silenzio della crisalide”, all’interno della raccolta di poesie “Paesaggi d’anima”, parla di sé stessa in terza persona con il nome di Esther e, come per Mariella Mehr (i cui alter ego si chiamano invece Silvia, Silvio e Silvana in“Silviasilviosilvana”), si tratta di personalità lacerate, che la società ha estromesso, alle quali non è stato permesso amare né essere amate.

La razione quotidiana di pillole colorate dovrebbe riuscire a quietare l’ansia  scrive nell’autobiografia- Invece di farla sentire sé stessa, di darle vigore e dignità, invece di aiutarla a capire cosa è avvenuto nel suo intimo, invece di tentare con lei di capire il senso di tante esperienze, la società ha saputo solo darle una “gabbia”. E ad ogni accenno di ribellione la risposta è sempre unica: medicine…

La prima raccolta di poesie esce nel 1980 e si intitola “Voce dei senza voce”, è infatti tra gli anni’ ‘70 e ‘80, superata la fase più dolorosa dei trattamenti, che Maria sperimenta la poesia come via di fuga dalla dura realtà di confinata, anche se suoi scritti risalgono anche ad anni precedenti.

Vedo intorno a me disfarsi/il mondo. Mi resti ancora/tu, dolce poesia, come fresca/sorgiva in torrido deserto./In te ritrovo il mio io/autentico e puro. Per me/sei scintilla di vita/e luce armoniosa…/Con te respiro;/in te scopro un senso/alla mia perduta vita,/per te mi ritrovo amore.

Il messaggio è chiaro, non abbiamo bisogno di cercare significati nascosti, allusioni, non ci sono metafore, ma similitudini: poesia come acqua nel deserto, poesia come luce, poesia come veicolo di salvezza e di riappropriazione di una vita “rubata”.

Maria pubblica i suoi versi nel periodo in cui il dibattito sull’utilità del dispositivo manicomiale è al culmine; Franco Basaglia (psichiatra veneto, divenuto direttore, nel 1961, dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia) è protagonista indiscusso ed è a lui che si deve la famosa Legge 180 del 13 maggio 1978, apripista in Italia per un nuovo concetto di cura e di assistenza alla salute mentale.

L’ospedale “Pisani” in cui è ricoverata Maria rimane però attivo fino al 1998 e a lei, ormai anziana, rimarranno poi solo una manciata di anni da vivere fuori da quella che era diventata, suo malgrado, casa; si spegne infatti nel 2004 lasciando più di 3000 pagine manoscritte.

Maria ha potuto godere di diversi riconoscimenti letterari, ma di notorietà temporalmente e geograficamente piuttosto limitata.

Le sue opere sono state pubblicate grazie all’Accademia Siciliana Letteratura ed Arti, non si reperiscono nei normali circuiti.

Anche Janet Frame nasce in un’isola, della Nuova Zelanda però, a Dunedin nel 1924.

Janet Frame è la figura che meglio rientra nell’idea di equazione fra scrittura e resilienza, ma la cui opera è uscita ormai da decenni dalla divulgazione culturale (se non in Nuova Zelanda), dopo avere goduto di una fama internazionale, sebbene di nicchia, soprattutto grazie al film “Un angelo alla mia tavola” (1990) di Jane Campion, Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia, che conserva il titolo dell’opera originale di Janet, sua corposa autobiografia.

Il seme della poesia è in lei sin da bambina, da ogni oggetto al suo intorno sgorgano immagini, parole. La madre la sostiene e vede nella figlia lo stesso suo anelito, troppo scomodo per quel luogo e per quell’epoca: l’amore per la parola, per la suggestione evocativa delle cose, la voglia e l’urgenza di esprimersi liberamente.

La famiglia di Janet attraversa dolori profondi, lutti, e lei, appena entra ufficialmente in società con la frequenza della scuola, risulta in tutta la sua sorprendente originalità di rappresentazione e di pensiero. Viene derisa perché povera, additata perché sorella di un bambino con presunti attacchi epilettici, probabilmente autistico, esclusa dai giochi. 

Ma il suo mondo è al contempo popolato di storie, canzoni, racconti, fantasiose “avventure”.

Janet è ammaliata dalle parole, dai loro suoni, crea soprannomi, è affascinata dai fiori, dalle piante, dagli uccellini.

La bambina Janet legge, legge e scrive, scrive. Qualche adulto meno giudicante ne intravede il potenziale, la sprona; il padre stesso, sebbene più rustico, e la madre, comunque, più immaginifica e creativa, paiono orgogliosi dei suoi buoni risultati scolastici, anche se le urgenze familiari sono di ordine economico e logistico e queste faranno sentire Janet sempre inadeguata.

I buoni risultati scolastici e la predisposizione per “la parola” convincono i genitori di farla proseguire negli studi per farla diventare maestra. Janet non è esattamente dello stesso parere.

Credono che diventerò un’insegnante, ma io diventerò una poeta.

Fino ai suoi vent’anni trascorre un’infanzia e un’adolescenza in cui tutto ciò che legge, ascolta o carpisce da altri, si trasforma, le genera curiosità, le sollecita immaginazione, voglia di sapere.

Gli oggetti più comuni sono carichi per lei di un fortissimo valore simbolico: una corda dei giochi da cui veniva esclusa, un primo libro vero, il taccuino delle ferrovie regalatole dal padre.  

La sua testa è popolata da immagini, associazioni, un fermento continuo, incomprensibile ovviamente ai più, un universo parallelo.

Il confronto con l’esterno è però spesso motivo di preoccupazione, la sensazione di non appartenenza, di lontananza da tutto e da tutti.

Il raggiungimento della maggior età, (21 anni all’epoca) le ricorda di fare parte in qualche modo del mondo. Ma quel momento ineludibile la vede anche chiamata a contegni, atteggiamenti e un ruolo non sentiti.

Avevo tessuto con tanta cura e con una trama così fitta la mia apparenza di “studentessa tranquilla che non dava alcun disturbo, sempre pronta a sorridere, sempre felice”, che neppure io sarei riuscita a lacerare la tela di quel mio inganno.

La frattura fra il sé interiore e il sé pubblico diventa sempre più lacerante e, ben presto, Janet matura pensieri suicidari a cui segue un tentativo un po’ goffo attraverso l’assunzione di aspirine.

Questo episodio inaugura un tragico capitolo che la conduce poco più tardi ad una pesantissima diagnosi di schizofrenia con conseguente internamento al Seacliff Lunatic Asylum con conseguente annullamento del suo essere.

La vita all’interno dell’ospedale viene descritta da Janet come un luogo in cui i pazienti “non avevano alcuna identità esterna, legale o personale; nessun vestito proprio da indossare […] molti non avevano neppure un nome, solo soprannomi, nessun passato, nessun futuro, solo un Adesso di reclusione, un’eterna Isola del Presente senza orizzonti che la accompagnassero, senza appoggi né appigli, e perfino senza il suo cielo mutevole.

Janet subisce così oltre 200 trattamenti di elettroshock, “la cura elettrica” la chiama lei, da cui esce ogni volta più devastata.

Janet Frame condivide con Mariella Mehr una fra le diagnosi probabilmente meno sostenute da evidenze scientifiche e frutto di pregiudizio, di paura del diverso, di resa della società di fronte all’inconsueto: condotte inappropriate e non conformi vanno corrette, con ogni mezzo!

Sapevo di essere timida, timorosa, ancora di più dopo avere trascorso sei settimane in ospedale e avere visto quello che avevo visto intorno a me, sapevo di vivere assorta nel mondo dell’immaginazione, ma sapevo anche di essere totalmente presente nel mondo “reale” e qualsiasi ombra incombesse su di me, incombeva solo nelle parole del certificato medico.

La diagnosi diventa però la persona e la persona si riduce ad una diagnosi.

Libri e scrittura, dolore per le vicende familiari (il fratello malato, due sorelle morte per annegamento) – la morte è una drammatica apoteosi dell’assenza – accompagnano Janet.

Il suo primo libro è “The lagoon and other stories” (1952). Le degenze in ospedale e qualche breve periodo di libertà si susseguono fino al 1954.

Il successo letterario di questi racconti e l’arrivo dalla Scozia di un nuovo medico nella struttura in cui è internata impediscono il già programmato intervento di lobotomia, individuato come unica “soluzione” alla sua schizofrenia.

Ricordiamo che la lobotomia avveniva attraverso barbare pratiche chirurgiche per andare a rimuovere la sostanza bianca presente nei lobi frontali e interrompere le connessioni nervose in arrivo a e in partenza dalla corteccia cerebrale, in posizione frontale.

Dopo nove anni, più o meno continuativi di internamento, Janet torna a casa e trova impiego come cameriera in un albergo. 

Dopo essere stata ed essermi sentita un niente, un nessuno, costretta in una continua condizione di sottomissione fisica ed emotiva, avevo l’impressione che il mondo mi avrebbe sommerso e inghiottito, mentre a me non sarebbe rimasto che accettare e agire secondo i consigli e gli ordini degli altri a causa dell’abituale paura che era cresciuta in me all’ospedale.

Ma le sue opere non passano inosservate a Frank Sargeson, uno scrittore, che le offre un sostegno e grazie al quale, inizia per Janet una nuova vita fatta di soggiorni all’estero, di esperienze, di incontri. 

Numerosi i riconoscimenti letterari, fino quasi al Premio Nobel, a cui è candidata per ben due volte, senza però riuscire ad ottenerlo.

Gli scritti che Janet Frame ci lascia sono molti; le versioni in italiano: “La leggenda del fiore della memoria”, “La laguna e altre storie”, “Giardini profumati per i ciechi”, “Un angelo alla mia tavola”, “Vivere nel Maniototo”, “Dentro il muro”, “Gridano i gufi”, “Verso un’altra estate”, “Volti nell’acqua”, “Parleranno le tempeste”.

Janet muore, curiosamente, nello stesso anno di Maria Fuxa, nel 2004 nella sua Dunedin.

Un angelo alla mia tavola” , definito dal Times Literary Supplement una delle più grandi biografie del Novecento risulta nell’edizione italiana di Neri Pozza del 2010 attualmente non disponibile, quella di Einaudi del 1997 si reperisce solo da pusher.

Unica Zürn nasce a Berlino nel 1916 in una famiglia dell’alta borghesia, ma la separazione dei suoi genitori prima e la sua stessa da un marito a cui la legge affida i due figli, la segnano profondamente. 

Anche per Unica la propensione alla scrittura è evidente sin da giovane. 

Scrive inizialmente racconti brevi, drammi radiofonici e si avvicina sempre più ai circoli artistici berlinesi; nel 1953, dopo avere conosciuto Hans Bellmer (pittore, scultore, fotografo) lascia la Germania per la Francia, dove abbraccia il Surrealismo entrando in contatto con André Breton, Hans Arp, Man Ray und Marcel Duchamp.

Unica Zürn è una delle figure più originali del surrealismo del secondo Novecento, insieme alla più conosciuta Leonora Carrington (ricordiamo la recente mostra a lei dedicata a Palazzo Reale a Milano); è capace di fondere scrittura, disegno, pensiero critico e sperimentazione linguistica in un’unica ricerca sull’identità e sull’inconscio.

Ne adotta il principio dell’”automatismo psichico”, ovvero il lasciare emergere immagini e parole senza il controllo della razionalità. Per Unica Zürn questo coincide sempre più con un’esperienza esistenziale, segnata dall’alterazione della percezione e dalle crisi psicotiche, che la conducono poi al ricovero in diverse cliniche psichiatriche in Francia (fra il 1961 e il 1963 a Parigi all’Hôpital Sainte-Anne e dal1965 a più riprese fino al 1970 all’Hôpital de Maison-Blanche di Neully-sur-Marne).

È ossessionata da cifre (dal numero 8 ad esempio, sia in verticale che nella sua rappresentazione orizzontale dell’infinito), monogrammi, titoli, parole.

Una tragedia produttiva la sua vita, così l’ha definita qualcuno, in cui metodo e follia convivono.

Nel romanzo autobiografico “Der Mann im Jasmin”1977 (in italiano “L’uomo nel gelsomino”, 1980) racconta dall’interno la schizofrenia, i ricoveri e il rapporto tra immaginazione e follia. 

Entrambi sono difficilmente reperibili.

La scrittura diventa un tentativo di dare forma a un’esperienza che rischia continuamente di dissolvere il sé.

La frammentazione interiore si rispecchia nella sua pratica linguistica degli anagrammi, solo in parte un esercizio, quello di scomporre e ricomporre parole con il loro significante, ma anche il loro significato, o meglio ciò che per convenzione si attribuisce loro.

La scomposizione e ricomposizione di parole input o di frasi input si rivela come una vera ars combinatoria, che Unica Zürn esercita con metodo e le consente di scoprire nuove verità.

Non disponiamo di traduzione italiana dei suoi anagrammi,ma la sua maestria è forse in qualche modo percepibile anche attraverso una lettura guidata: 

Ich weiß nicht, wie man Liebe macht (frase di partenza) / Wie ich weiss, ‘macht‘ man die Liebe nicht. / Sie weint bei einem Wachslicht im Dach. / Ach sie waechst im Lichten, im Winde bei / Nacht. Sie wacht im weichen Bilde, im Eis / des Niemals, im Bitten: wache, wie ich. Ich / weiss, wie ich macht man die Liebe nicht.

Le prime due frasi paiono conseguenti, plausibili: Non so come si fa l’amore/Per quanto ne so, l’amore non si fa, ma la proteica natura della lingua tedesca le permette poi di comporre sovversivamente nuove frasi in altro ordine e nuove parole in un puzzle generativo di immagini poetiche e di una nuova semantica con il soggetto alla terza persona: Sie weint bei einem Wachslicht im Dach – Lei piange sul tetto (im Dachalla luce di una candela (bei einem Wachslicht). “Wachs” significa cera, ma è metonimia per “candela”, oppure potrebbe essere una “luce crescente”, dal verbo “wachsen”, per analogia con il termine der “Wachsmond”, “luna crescente”. Infatti, poi troviamo il verbo “wachsen”, cresce nella luce (waechst im Lichten), nel vento (im Windedi notte” (bei Nacht). Poi ilverbo “wachsen”, crescere, diventa “wachen” e il soggetto ora veglia in un’immagine che è “weich”, tenue, sfumata, sfuocata o forse mossa (wacht im weichen Bilde), (veglia) nel ghiaccio (im Eis), del Mai (des Niemals), nell’Implorare/nella Supplica (im Bitten) e si ritorna infine, allitterando e utilizzando un esortativo “wache” -veglia, indirizzato ad una presunta altra da sé, alla prima persona “wie ich” – come me. 

L’epilogo-presa di coscienza chiude con circolarità il componimento anagrammatico: Ich / weiss, wie ich macht man die Liebe nicht.

In italiano si ottiene in traduzione un effetto minore e si perde il gusto delle assonanze, delle allitterazioni, ma si può sentire risuonare il mondo interiore di Unica.

Non so come si fa l’amore/Per quanto ne so, l’amore non si “fa”./Lei piange sul tetto alla luce di una candela/Ah, cresce nella luce, nel vento, di/notte. Veglia nell’immagine sfumata, nel ghiaccio/del mai, nella supplica: veglia, come me. Io/ come me, so, (che) l’amore non si fa.

Ci troviamo di fronte ad una vera pirotecnia linguistica!

La forma dell’anagramma è stata in letteratura considerata poco più che un divertissement barocco per alleviare la noia della vita di corte, ma Unica Zürn dimostra con la capacità manipolativa della sua lingua di sapere andare oltre.

In questi anagrammi poetici si manifesta, così come rilevato in Mariella Mehr e Janet Frame, la necessità di osservarsi da fuori – perché il dentro comprime e fa esplodere – di affidare ad una terza persona la propria esistenza narrativa.

Unica, un nome bizzarramente antifrastico, se si pensa alla diagnosi ricevuta di “schizofrenia paranoide”, un quadro clinico pesante che si declina in molti comportamenti tutti col comune denominatore della perdita di contatto con la realtà.

La sua produzione, ricca di disegni, liriche, racconti, un romanzo, è stata per lo più dimenticata, insieme alla sua storia, anche dal suo stesso Paese.

Ah, l’anagramma del suo nome, come proposto dal poeta rumeno Oskar Pastior, risulta in francese azur in nuce… curioso, il colore che secondo la cromoterapia favorisce proprio introspezione ed equilibrio, quello che le donne conosciute in questo percorso faticavano a trovare.

Sebbene Mariella Mehr, Maria Fuxa, Janet Frame e Unica Zürn attribuiscano alla scrittura funzioni differenti – denuncia, sopravvivenza, rivendicazione della propria umanità, esplorazione dell’interiorità –, per tutte loro essa rappresenta uno strumento di resistenza all’annientamento. 

La scrittura diventa il luogo in cui trauma, esclusione e sofferenza psichica sono stati trasformati in una occasione di riscatto del soggetto mettendo in discussione le forme di violenza, istituzionale, sociale o interiore, che ne hanno minacciato l’identità dando loro una voce e la possibilità di lasciare una traccia.

Forse attraverso un nuovo interesse verso le loro storie e le loro opere è possibile scostare il velo dell’oblio che è calato su di loro.

Sito – e bibliografia

Maria Fuxa

Fuxa, M., (1980), Voce dei senza voce, ASLA, Palermo;

Fuxa, M., (1990), Paesaggi d’anima, ASLA, Palermo;

Lentini, M.T., (2019), La voce della crisalide, Mohicani Edizioni, Palermo.

Janet Frame

Frame, J., (2010), Un angelo alla mia tavola, Neri Pozza, Milano;

https://www.doppiozero.com/janet-frame-la-vita-negli-oggetti;

https://www.larivistaintelligente.it/polaroid-janet-frame/anna-toscano/;

https://www.nazioneindiana.com/2024/08/28/per-un-ritorno-dei-libri-di-janet-frame-cento-di-questi-anniversari/;

https://www.artisorelle.com/post/l-oscura-primavera-di-unica-z%C3%BCrn.

Unica Zürn

Zürn, U., (1988), Gesamtausgabe – Anagramme: Bd. 1, Brinkmann U. Bose, Berlin;

Deutschlandfunk Archiv  2008: https://www.deutschlandfunk.de/satt-irrt-der-spassgeist-100.html;

Deutschlandfunk Kultur 2020: https://www.deutschlandfunkkultur.de/50-todestag-der-surrealistin-unica-zuern-einzigartig-und-100.html.

France Culture 2007: https://youtu.be/20vHDQaQQY8?si=aHhIrYOEFNF2lxd-

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

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