Jacques Derrida: “Ospitalità. Seminario (1995–1996)”, a cura di Vittorio Perego, Milano, Jaca Book, 2026, di Francesco Ferrari

Il punto di partenza di Ospitalità è il celebre passo della Pace perpetua di Kant, secondo cui il diritto cosmopolitico deve limitarsi al diritto di visita, senza implicare un diritto di residenza, presupponendo così la sovranità del padrone di casa. La proprietà dell’oikos e l’essere presso sé dello chez soi costituiscono, in questa prospettiva, la condizione stessa dell’accoglienza, nei termini per cui si può ospitare solo a condizione di rimanere padroni e soggetti sovrani della propria dimora. È precisamente questo assunto che Derrida sottopone a una paziente decostruzione. L’interrogativo non è se si debba essere più o meno accoglienti, bensì che cosa significhi realmente ospitare l’altro. Fin dalle prime sedute emerge una tensione destinata ad attraversare capillarmente l’intero seminario: da un lato si danno le leggi dell’ospitalità condizionata, fatte di documenti, appartenenze e confini; dall’altro si profila la Legge dell’ospitalità assoluta, che esige l’accoglienza dell’altro prima ancora di ogni identificazione, della verifica della sua cittadinanza e persino della distinzione tra ospite e padrone di casa. Nell’incondizionalità e nello spossessamento radicale che la caratterizzano, l’ospitalità assoluta non può mai tradursi integralmente in un’istituzione; ed è proprio questa aporia che, a ben vedere, impedisce alle pratiche dell’accoglienza, incluso il diritto cosmopolitico kantiano, di identificarsi pienamente con la giustizia. 

L’antinomia tra la Legge dell’ospitalità assoluta e le leggi dell’ospitalità condizionata costituisce una delle applicazioni più limpide dell’antitesi tra giustizia e diritto introdotta da Derrida in Forza di legge, che verrà ripresa, pochi anni più tardi, in Spettri di Marx. Anche in Ospitalità la giustizia non coincide con l’ordinamento giuridico positivo, ma designa ciò che, eccedendo ogni configurazione istituzionale, rende possibile la critica e la trasformazione del diritto. L’ospitalità assoluta non sostituisce, pertanto, le pratiche giuridiche dell’accoglienza, ma impedisce che esse si irrigidiscano nell’autoconservazione della sovranità, sia essa quella dello Stato o della soggettività. Sarebbe tuttavia riduttivo leggere Ospitalità esclusivamente come un contributo alla filosofia del diritto o agli odierni dibattiti sulle migrazioni. La forza dell’analisi derridiana consiste nel dislocare progressivamente la questione dell’ospitalità dal piano giuridico-etico-politico a quello onto-fenomenologico. La domanda sull’estraneo/straniero si trasforma, lezione dopo lezione, in una domanda sull’identità: come si costituisce quel “proprio” a partire dal quale soltanto sembra possibile essere “a casa propria” e accogliere dunque qualcuno? Che cosa fonda la supposta medesimezza di una soggettività che ospita l’altro? Derrida mostra come il rapporto giuridico-etico-politico tra autoctono e straniero rinvii a una struttura più originaria del rapporto tra il medesimo e l’altro. Se il padrone di casa assurge a paradigma elementare di un’identità che si costituisce appropriandosi di un luogo e di una lingua, l’estraneità dello straniero rende invece manifesta l’eccedenza onto-fenomenologica dell’altro rispetto al medesimo, laddove quindi, concretissimamente, la sovranità dello Stato ripete, sul piano politico, il gesto con cui il soggetto pretende di essere padrone del proprio chez soi. Derrida invita così a riconoscere che ogni politica dell’accoglienza presuppone una determinata concezione teoretica dell’identità e che la decostruzione della sovranità passa inevitabilmente attraverso la decostruzione della soggettività stessa. 

La questione dell’ospitalità impone dunque uno spossessamento radicale, che trova un’espressione particolarmente incisiva nella riflessione derridiana sulla lingua e sulla traduzione. Uno degli aspetti più originali del seminario Ospitalità consiste infatti nel mostrare che l’estraneo/straniero è anzitutto tale rispetto alla lingua del padrone di casa. Prima ancora di attraversare una barriera geografica, egli attraversa una frontiera linguistica. Laddove il diritto dell’ospitalità (in questo caso, condizionata) si esprime sempre nella lingua dell’ospitante, essere accolti significa, in primis, essere tradotti entro il suo ordine simbolico, culturale e giuridico. L’ospitalità si mostra così inseparabile da un movimento di traduzione, che rende possibile l’incontro con l’altro e, al tempo stesso, lo inscrive entro il proprio orizzonte linguistico. La traduzione emerge così come un gesto costitutivamente ambiguo ed oscillante, nel quale s’intrecciano in modo inestricabile apertura all’alterità e appropriazione, accoglienza ospitale e violenza assimilatrice. Pur senza elaborare una teoria esplicita della traduzione, Ospitalità mette a disposizione strumenti concettuali di grande fecondità etica-ermeneutica per ripensare il nesso tra lingua e identità. Proprio per questo, il seminario derridiano si presta senz’altro a essere posto in dialogo con quella tradizione ebraico-tedesca di filosofia della traduzione, che nei medesimi anni era oggetto dei pionieristici studi di Antoine Berman, e che oggi è nuovamente al centro dell’attenzione critica del dibattito internazionale, anche grazie al progetto di ricerca ERC PHIL-TRAGEN. https://phil-tragen.upf.edu/  

È proprio questa articolazione tematica che permette di collocare il seminario nel quadro più ampio dell’ultimo Derrida. Riletto alla luce delle opere coeve, Ospitalità rappresenta uno snodo teorico in cui convergono alcune delle principali linee di ricerca sviluppate dall’autore negli anni Novanta. Da un lato, la contrapposizione tra diritto e giustizia elaborata in Forza di legge e rilanciata in Spettri di Marx trova qui una nuova formulazione nell’antinomia tra la Legge dell’ospitalità assoluta e le leggi dell’ospitalità condizionata; dall’altro, la critica del primato accordato ai “propri simili”, sviluppata in Politiche dell’amicizia, viene trasferita sul terreno dell’accoglienza dell’estraneo/straniero. Se in questi scritti Derrida metteva in discussione il paradigma isogonico della comunità, mostrando come il pensiero occidentale continui a pensare il politico secondo le categorie della comune nascita, della filiazione e dell’autoctonia, Ospitalità interroga il momento in cui tale paradigma incontra il proprio limite: l’arrivo di colui che, per definizione, non appartiene alla comunità dei “propri simili”. L’ospitalità assoluta diviene così critica decostruttiva di ogni politica fondata sul privilegio accordato a coloro che condividono origine, lingua o territorio, rivelando la radicale contingenza di ogni appartenenza, proprietà e sovranità. In questa prospettiva acquista particolare rilievo la distinzione tra les proches e le prochain. L’etica dell’ospitalità si rivolge al prossimo nella sua irriducibile alterità. Essa chiarisce come il mio“prossimo” non sia, allora, semplicemente colui che mi è “più vicino” – familiari, amici, compatrioti o membri della medesima comunità linguistica e nazionale – bensì colui la cui alterità interrompe ogni forma di comunanza fondata sulla sovranità del medesimo e sulla somiglianza quale criterio, neanche troppo latentemente narcisista, di appartenenza. La giustizia, è questo il messaggio di Derrida, comincia precisamente là dove termina il privilegio accordato ai “propri” e al “proprio”, ovvero: con l’ospitalità dell’altro in quanto altro. 

È in questa luce che il rapporto di Ospitalità con gli immediatamente successivi seminari sul perdono, anch’essi pubblicati in italiano da Jaca Book e curati sempre egregiamente da Vittorio Perego, acquista tutta la sua rilevanza. Tanto l’estraneo/straniero quanto il carnefice costituiscono figure dell’alterità di fronte alle quali Derrida distingue costantemente tra un’istanza incondizionata – la democrazia a venire, l’ospitalità assoluta, il perdono puro – e le forme storiche, giuridiche e istituzionali che essa è inevitabilmente chiamata ad assumere. Lungi dal risolversi dialetticamente, questa tensione costituisce il motore stesso della responsabilità etica e politica, mantenendola costantemente esposta all’evento dell’altro. È proprio tale architettura concettuale a rendere il seminario Ospitalità straordinariamente attuale. Le discussioni contemporanee sull’immigrazione, sul diritto d’asilo, sulla cittadinanza, sulle politiche linguistiche e sulla ridefinizione delle appartenenze collettive non trovano qui soluzioni normative pronte per l’uso; ricevono piuttosto una grammatica filosofica capace di metterne in luce i presupposti onto-fenomenologici più taciti e reconditi. Derrida invita a diffidare tanto delle retoriche sovraniste quanto delle versioni puramente moralistiche dell’accoglienza, ricordando che la questione dell’estraneo/straniero non riguarda soltanto la gestione dei confini, ma investe il modo stesso in cui si (de)costruiscono l’appartenenza, la comunità politica, e, prima ancora, la stessa soggettività. Molto di più di un seminario dedicato al problema dello straniero, Ospitalità si rivela così una meditazione complessiva sulla relazione con l’altro, mostrando come la questione dell’accoglienza coincida, in ultima istanza, con il problema fondamentale e ineludibile della costruzione e decostruzione dell’identità. 

Francesco Ferrari 

Francesco Ferrari (Genova, 1986) è ricercatore e docente presso la Friedrich-Schiller-Universität Jena e post-doc nel progetto ERC “Phil-Tragen” dell’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona. Coordinatore dello Jena Center for Reconciliation Studies, è autore di tre monografie su Martin Buber, nonché di saggi e traduzioni dedicati alla filosofia e alla cultura ebraica del Novecento. La sua ricerca attuale verte sul concetto di riconciliazione dopo Auschwitz, attraverso il confronto con autori quali Adorno, Arendt, Fackenheim, Améry, Jankélévitch e Derrida.

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