Ritorno a scrivere della casa editrice Neo – la prima volta l’avevo fatto con un’intervista a Nicola Lucchi, autore de “Il giardino dei fiori infelici” (https://ilrandagiorivista.com/2026/02/12/intervista-a-nicola-lucchi-per-il-giardino-dei-fiori-infelici-neo-2026-di-silvia-lanzi/) – per parlare con Pierangelo Consoli, l’autore del romanzo “Silenzio” che esce in questi giorni.
Il libro, dalla prosa molto densa, narra dei sogni e dei rimpianti di “un grande poeta italiano” che, nonostante abbia raggiunto importantissime vette letterarie (sta per essere pubblicato ne “I Meridiani” ed è in lizza per il Nobel) è pieno di rimpianti per una vita non vissuta – complice il ragazzo che, di nascosto, ospita in casa e che suscita in lui desideri repressi e mette a nudo segreti che, forse, negava anche a se stesso.
Pierangelo è stato così gentile da dedicarmi un po’ del suo tempo.

Il tuo è un libro molto intenso. Quanto tempo è passato dall’ideazione della storia alla sua stesura?
Ventitre anni. Nel 2003 ero a Londra. Ero senza soldi e dormivo un po’ dove capitava. Sono entrato nella National Portrait Gallery perché era lunico museo in cui non si pagava. C’era un quadro di Ian Whitfield che si chiama “Dan in my studio”. All’inizio non mi colpì più di tanto. Presi il catalogo della mostra – era una collettiva e c’erano diversi ritratti. Tornato in Italia scrissi un racconto fatto di istantanee con pochissime parole. La storia era più o meno la stessa di “Silenzio”. Invece del poeta, c’era un pittore. Danilo era Dan. E invece della figlia del protagonista, c’era la sua agente. Roberto invece non era presente. Ho sempre pensato che quel racconto avesse dentro qualcosa di importante per me ma che restava inespresso, che non era pronto, e così l’ho lasciato in un cassetto fino a un anno fa quando, a casa dei miei, è saltato fuori tra le carte della gioventù.
Il protagonista sembra scisso in due parti: la più visibile (lo scrittore “arrivato”) e la più fragile e nascosta (il vecchio che deve fare i conti con se stesso e i suoi desideri spesso frustrati). Perché una dicotomia così netta?
Perché esiste un “io” privato e un “io” pubblico. Esiste per tutti, ma questo si fa più marcato in quelle persone che hanno una vita pubblica molto invasiva. Gli scrittori poi non sono strutturati come i cantanti pop, o come gli attori. I poeti ancora peggio. Di questo si parla molto nel libro. Degli scrittori esistono le opere e non i volti. Direi anche per fortuna. Rimane che questo poeta porta male la maschera dell'”io” pubblico. Quella privata invece si struttura in maniera più netta con il proseguire del racconto. È, un uomo arrivato all’ultima curva della vita senza essersi educato alle emozioni. E anche questo, considerando che lui è un grande poeta, mi sembrava un paradosso interessante da indagare.
Si tratta di un espediente narrativo, o pensi che esistano davvero persone scisse in modo tanto pervasivo?
Penso che esistano. E questo è più evidente adesso, nell’era dei social-media.
Ci sono addirittura persone il cui “io” pubblico ha connotati e caratteristiche fisiche che non corrispondono a quelle dell'”io” privato. Si creano profili inconciliabili, nemmeno sovrapponibili. In casi estremi diventa patologico.
Più in generale, chiunque sia molto esposto, un politico, un cantante, fa esperienza di questo tipo di scissione. Per difesa, per coprire il senso di inadeguatezza.
Qual è il rapporto tra silenzio e parola?
Il silenzio è quel vuoto molto denso che c’è prima e dopo ogni parola.
In che rapporto è questa tua ultima fatica con i tuoi libri precedenti?
È in rapporto di stretta continuità. In tutti i miei sei romanzi precedenti c’è come una tempesta di partenza. Qualcosa che è accaduto prima o molto prima del racconto, qualcosa che sta fuori e che però torna, non superato. Oggetto di ogni racconto è il superamento di questo disagio che può avvenire solo quando comincia una più profonda relazione con gli altri.
Inoltre la San Lorenzo in cui è ambientato Silenzio è un luogo che torna in quasi tutti i miei lavori. È una città che esiste nella mia mente e che conserva le caratteristiche di quei posti in cui ho vissuto, almeno come io me li ricordo.
Un unico luogo, diverse storie, come questa, che ci mostra come non ci possa essere luce senza ombre e che ci fa esplorare le contraddizioni che forse, mutatis mutandis, si nascondo anche dentro di noi.
Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

