Rosamond Lehmann: “Risposte nella polvere” (Einaudi, trad. M. L. Agosti Castellani), di Lavinia Capogna

Un’educazione sentimentale sulle rive del Tamigi

Nonostante Rosamond Lehmann (1901 – 1990) sia stata una delle migliori scrittrici inglesi è ancora oggi poco conosciuta e letta in Italia. La responsabilità è delle case editrici che hanno obliato questa autrice le cui opere (cinque romanzi, racconti, una commedia, un testo fotografico, due sulla figlia) sono state ripubblicate in Inghilterra dalla prestigiosa casa editrice femminista Virago Press. 

Unica eccezione il suo primo romanzo “Risposte nella polvere”. (nota 1).

Rosamond Lehmann lo pubblicò a 26 anni nel 1927. Lo aveva scritto quando il suo matrimonio con Leslie Runciman stava andando in frantumi nella grigia e industrializzata Newcastle nel nord dell’Inghilterra dove lui l’aveva portata. 

In realtà il titolo originale “Dusty Answer” è una frase idiomatica che significa una risposta non soddisfacente oppure scortese e il sostantivo (answer) è al singolare ma anche al plurale è intonato con la trama del romanzo. 

Virginia Woolf avrebbe scritto qualche anno dopo nel suo Diario: “Leggo R. Lehmann con interesse e ammirazione. Ha una mente lucida e rigorosa, che a volte raggiunge livelli poetici” – 1930).

È necessario dire qualcosa sulla giovane autrice per comprendere meglio questo suo primo romanzo squisitamente British nelle atmosfere che suscitò un enorme scandalo. 

Bella, gentile e timida Rosamond Lehmann proveniva in parte da una famiglia di origine tedesca, come si può intuire dal suo cognome, in parte americana. Un suo antenato di Amburgo si era trasferito in Inghilterra dove era possibile far fortuna grazie al grande sviluppo dell’industria. Ed effettivamente la famiglia divenne molto ricca. In seguito un po’ meno a causa di un socio del padre. Il nonno era un artista e un amico di Charles Dickens e del poeta Robert Browning. Il padre un ministro di idee liberali, giornalista e grande appassionato di canottaggio. 

Sua madre era invece americana, di Boston nel Massachusetts, la città più sofisticata degli States. 

Vivevano in una zona molto tranquilla sulle rive del Tamigi, in una grande villa. 

Suo fratello John, poeta, sarebbe diventato un collaboratore della Hogarth Press, la piccola ma assai innovativa casa editrice di Virginia e Leonard Woolf (di cui Rosamond fu amica). Sua sorella Beatrix invece un’attrice teatrale e cinematografica assai nota. 

All’università, Rosamond Lehmann, si era innamorata seriamente di un certo David che, dopo averle dato un bacio, era svanito nel nulla. 

Questa prima delusione ebbe un peso nella sua vita sentimentale. 

Nel 1923, a 22 anni, aveva sposato Leslie Runciman, un bel ragazzo aristocratico ma, sembra dai testi rimasti, insopportabile e lamentoso, che non voleva assolutamente figli e che la trascinò a Liverpool e poi a Newcastle, città industriali, diversissime da Londra, dove lei si era sentita molto sola ed aveva incominciato a scrivere il suo primo libro. 

Il matrimonio era già finito quando lei incontrò l’affascinante Wogan Philipps, un amico e collega del marito, molto diverso da lui, con il quale nacque un grande amore. Leslie, suo marito, lo sapeva ma aveva accettato la situazione purché non ne fossero a conoscenza gli aristocratici genitori sia di lui sia di Philipps. 

Philipps era un ribelle comunista con un padre aristocratico ed industriale con cui era in conflitto e che arrivò a diseredarlo. 

Rosamond Lehmann prese parte a numerose iniziative antifasciste. 

Lei e Philipps, che nel frattempo si erano sposati, ebbero due figli, Hugo e Sarah detta Sally. 

Tuttavia anche la vita con lui divenne difficile a causa dei tradimenti e si lasciarono.

 

Nel 1941 incominciò l’ultima relazione sentimentale della scrittrice, quella con il poeta Cecil Day – Lewis (che scriveva anche romanzi gialli di successo con lo pseudonimo Nicholas Black). 

Anche Day – Lewis era un bell’uomo, un po’ simile a Humphrey Bogart, comunista fino al 1956, sposato con due figli. 

Nel 1943 dedicò a Rosamond Lehmann la raccolta di poesie “Word Over All” ma poi la lasciò assai bruscamente perché aveva incontrato una giovane attrice, Jill Balcon, che sarebbe diventata la sua seconda moglie (e, detto per inciso, il loro figlio è l’attore Daniel Day – Lewis). 

Questa rottura ebbe un forte impatto su Rosamond Lehmann, ci mise molto tempo a riprendersi emotivamente. 

Nel 1953 una tragedia colpì la scrittrice, la morte improvvisa della figlia Sally durante un viaggio in Oriente. Sally era una simpatica ragazza di 23 anni. 

Rosamond Lehmann ha descritto questa tragedia nel libro autobiografico “The Swan in the Evening: Fragments of an Inner Life” (1968) dove racconta sensazioni e singolari coincidenze che la portarono ad interessarsi di parapsicologia seria. 

Fu anche traduttrice dal francese e morì a 89 anni nel 1990. 

I libri della Lehmann si concentrano principalmente sulla vita sentimentale delle donne. Ci aiutano a comprendere la vita comune delle persone degli anni ’30/50, i loro conflitti, passioni e debolezze, spesso celati agli altri. E proprio in questo talento, nel saper raccontare la quotidianità, sta la forza della sua opera letteraria. 

Ma il suo libro più celebre è senza dubbio il primo. 

Quando “Risposte nella polvere” venne pubblicato nel 1927 non ebbe inizialmente molta risonanza essendo di un’esordiente fino a quando lo stimato poeta Alfred Noyes non scrisse una recensione nel quale lo definì: “Il romanzo d’esordio più sorprendente di questa generazione” e “La giovane donna moderna, con tutta la sua franchezza e le sue perplessità nel mondo semi-pagano di oggi, non è mai stata descritta con maggiore onestà, né con arte più raffinata. Lo stile è lucido e semplice, e possiede la sottigliezza di queste grandi qualità. È il tipo di romanzo che avrebbe potuto scrivere John Keats se fosse stato un giovane romanziere dei nostri giorni”. 

Sul famoso giornale “The Spectator” si leggeva: “Questo è davvero uno degli studi più affascinanti e convincenti sulle giovani donne che abbiamo letto da tempo ma la trama è troppo triste per il gusto popolare”. 

Altri furono furenti: lo giudicarono un libro scandaloso e corruttore nonostante fosse casto. Nel quotidiano “Evening Standard” in un articolo significativamente intitolato “I pericoli della gioventù” il libro era accusato di corrompere i giovani, ai quali veniva raccomandato “silenzio e autocontrollo” in campo sentimentale. 

Rosamond Lehmann venne sommersa da lettere di ammiratrici e ammiratori ma anche di detrattori. 

Fu uno shock emotivo al quale non era preparata. 

Il libro venne tradotto in altre lingue e nel 1932 anche in italiano. Tuttavia l’atmosfera forse non venne molto compresa allora. 

Negli anni ’80 la scrittrice disse “Oggi può sembrare buffo che quest’opera appassionata ma idealistica abbia scandalizzato moltissimi lettori: eppure è stato così”. 

Lo scandalo portò ad un vertiginoso aumento di vendite. Anche alcuni noti scrittori recensirono il libro. 

“Risposte nella polvere” è un romanzo di formazione i cui temi centrali sono l’amicizia e l’amore che a volte si confondono ma anche una descrizione della gioventù tra le due guerre, i ventenni degli anni Venti del Novecento che, adolescenti, avevano visto un mondo scomparire nell’immane massacro della prima guerra mondiale.

Dopo ogni guerra o rivoluzione segue un periodo di disorientamento in cui molta gente vuole solo dimenticare, vivere alla giornata o anche in modo eccessivo: così era nata l’età del jazz dello scrittore americano Francis Scott Fitzgerald. 

Alcuni avevano scritto romanzi sul conflitto, tra cui spiccano “Guerra” di Ludwig Renn, “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque e “Addio alle armi” di Hemingway. Raymond Radiguet aveva raccontato l’amore tra un liceale e una giovane donna sposata il cui marito è al fronte in “Il diavolo in corpo”, Jean Cocteau la gioventù sbandata del dopoguerra in “I ragazzi terribili”. 

Il mondo di “Risposte nella polvere” è quello dei ragazzi dell’alta e media borghesia inglese, tra vecchio e nuovo. Parecchi restarono ancorati alle tradizioni conservatrici di quello che era il più grande impero del mondo, altri aderirono alle lotte sociali e all’antifascismo (come Rosamond Lehmann) cercando vie nuove anche nella sfera dei sentimenti, stretti allora nella severa morale post vittoriana. 

Di questi giovani Rosamond Lehmann trascrive anche il lessico, oggi un po’ desueto, il che rende il libro interessante nella versione originale anche a livello filologico. 

Anche le donne erano cambiate, almeno nelle metropoli come Londra, Parigi, New York e Mosca. Erano state proprio le suffragette inglesi, alcune americane e sovietiche a proporre una donna nuova e non più silente, che studiava, lavorava, aveva figli o era single, non subalterna agli uomini ma eguale seppure diversa. Le università, a lungo interdette alle ragazze, si aprivano, si otteneva in alcuni paesi il diritto di voto. 

Certo, non era così ovunque ma era un movimento in espansione. 

Jonathan Coe, scrittore britannico, scriveva acutamente nel 1996 nella prefazione di “Echoing Grove” (un altro romanzo di Rosamond Lehmann del 1953): “Almeno in apparenza, il tema più importante al centro dei suoi romanzi, è stato l’amore romantico: in” A Note in Music” (1930), “Invitation to the Waltz” (1932), “The Weather in the Streets” (1936) e “The Ballad and the Source” (1944), ci sono donne ferite, offese o in qualche modo deluse dagli uomini dei quali si erano fidate. Sottolineare la centralità dell’amore romantico nella narrativa della Lehmann non significa però (come vorrebbero alcuni critici) sminuirla: la relazione romantica in tutti questi romanzi assume un’importanza fondamentale perché è vista come la pietra di paragone, la cartina tornasole, dei valori di un individuo in tutti gli altri ambiti. In quest’ottica, il tema della narrativa di Rosamond Lehmann diventa niente di meno che la responsabilità morale degli esseri umani gli uni verso gli altri; (…)”. 

I due fattori che tanto turbarono i critici reazionari e una parte dei lettori in “Risposte nella polvere” furono il sentimento amoroso per quanto platonico di Judith, la protagonista, verso la sua migliore amica all’università di Cambridge, la ribelle Jennifer e poi la prima (per lei) ed unica notte d’amore tra i salici vicino al fiume con Roddy, il ragazzo insensibile ed egoista di cui era sempre stata innamorata, che la scrittrice narrava con grande delicatezza. 

Ma in realtà fu più il sentimento verso Jennifer a destare scandalo. 

Se il tema dell’omosessualità femminile era stato affrontato già dal 1800 o inizio 900 in qualche opera francese (Balzac, Gautier, Zola, Baudelaire, Colette, Marcel Proust) e in un paio di opere teatrali tedesche (Shalom Asch “Il Dio della vendetta”, 1907, e “Anja e Esther” di Klaus Mann, 1925) non era mai stato sfiorato nella puritana Inghilterra, eccetto di sfuggita da D. H. Lawrence nel romanzo censurato “L’arcobaleno” (1915) e, sottilmente, in qualche novella di Katherine Mansfield.

L’anno seguente, il 1928, sarebbe stato edito il celebre “Il pozzo della solitudine” della scrittrice Radclyffe Hall che sarebbe stato proibito anche negli Stati Uniti. 

Verso quello di Rosamond Lehmann non ci furono azioni legali ma una riprovazione pubblica. 

Sempre nel ’28 Virginia Woolf avrebbe invece pubblicato “Orlando”, in cui sono aboliti i generi, il tempo e la morte. 

Rosamond Lehmann ricevette anche centinaia di lettere da ogni parte d’Inghilterra di lesbiche single o segretamente in coppia costrette all’invisibilità in piccole città piovose o sperdute nella folla di Londra che si erano sentite finalmente comprese, di molti uomini che volevano conoscerla e persino di un francese che, di suo, aveva scritto un lungo seguito del romanzo… 

Nel romanzo Judith, una ragazza dell’alta società, con una madre che conduce una vivace vita mondana e un padre assente, ricorda la sua infanzia e alcuni amici con cui ella aveva avuto un rapporto umano importante: Charles e Julian, due fratelli, e i loro cugini Martin, Leslie, Mariella e Roddy. 

Sulle memorie grava il dolore della morte del bellissimo Charles, appena ventenne, al fronte. 

Con ognuno di loro Judith ha un rapporto diverso, più adulti, alcuni sono affascinati da lei ma lei, da sempre, ama lo scontroso Roddy. 

All’università di Cambridge, Judith conosce invece Jennifer, una ragazza anticonformista, tra di loro vi è subito una grande connessione emotiva. Parlano di tutto ascoltando musica jazz, mangiando pancakes, leggono libri, cercano di farsi delle opinioni sulla vita, sul mondo. 

Judith è consapevole del sentimento che prova verso l’amica ma che non si sente di esprimere o che non può esprimere perché non è concesso dalla società. Ma anche Jennifer le dice una frase inequivocabile. 

Leggendo il libro si scopriranno gli sviluppi di questa educazione sentimentale che nel 1927 ebbe il coraggio di rompere un tabù. 

……. 

Nota 1) Un paio di romanzi di Rosamond Lehmann sono stati pubblicati in italiano negli anni ’50 da Mondadori e uno, assai pregevole, è stato ripubblicato negli anni’ ’80 da Garzanti. 

Nei primi anni ’90 alcuni racconti in un volume dalla casa editrice La Tartaruga ma queste edizioni sono ormai pressoché introvabili. 

Bibliografia:

Rosamond Lehmann Risposte nella polvere (Einaudi 2014)

Dusty Answer (Virago Press 2006) 

Selena Hastings Rosamond Lehmann. A Life (2012).

Un ottimo articolo su “Dusty Answer” è quello della scrittrice e critica letteraria inglese Emma Garman, intitolato “Rosamond Lehmann, Literary Star” sulla rivista The Paris Review (2017).

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Theodor Fontane: “Effi Briest” (Feltrinelli, curatore E. Gianni), di Lavinia Capogna

L’innocente Effi Briest 

Theodor Fontane (Germania 1819 – 1898) era dai ritratti un classico personaggio ottocentesco, con grandi baffi, corpulento, un’aria arguta.

Di professione era farmacista ma mentre miscelava gli intrugli dell’epoca doveva immaginare molte cose; la sua attività parallela di scrittore è assai vasta: romanzi, racconti, poesie, articoli. 

Effi Briest“, pubblicato tra il 1894 e il 1895, dapprima in una rivista e poi in volume, è il suo romanzo più celebre, tradotto in numerose lingue. 

In Germania sono stati realizzati ben quattro film ispirati alla trama. 

Uno, del 1974, molto bello, venne diretto da un ventinovenne Rainer Werner Fassbinder ed intensamente interpretato da Hanna Schygulla. Ci si potrebbe domandare perché un romanzo di fine ottocento ambientato prima in Pommern (Pomerania) e poi a Berlino, capitale del Königreich Preußen (Regno di Prussia) avesse attratto il regista più particolare del nuovo cinema tedesco. 

Leggendo il libro si può comprenderne il motivo.

 

“Effi Briest” incomincia come un classico romanzo del tempo: Effi è una ragazza molto carina, diciassettenne, vivace, che vive spensieratamente insieme ai suoi amati genitori e ha tre care amiche. Suona un po’ il pianoforte, ricama, e non ha intenzione di sposarsi finché, inaspettatamente, non capita a casa loro un antico spasimante della madre, il barone Geert Innstetten, che ha 37 anni (un’età allora matura). 

Il barone ha un prestigioso incarico amministrativo, è laureato in legge, è agiato e tutto fa prevedere che farà una bella carriera.

Egli chiede la mano di Effi. Sia lei, sia i genitori acconsentono.

Ma ben presto il romanzo, ispirato ad un fatto di cronaca vera che suscitò grande clamore, prende una piega inaspettata e si legge tutto d’un fiato.

In questa storia tutto sommato semplice non vi è nulla di scontato perché Fontane elabora il testo con maestria.

Innstetten è un personaggio impeccabile, tutto ciò che dice sembra ragionevole, è ligio alle convenzioni sociali, lavoratore modello, ambizioso ma paziente.

Effi non è innamorata di lui ma lo stima. 

Egli la considera una bella fanciulla da dirigere e plasmare – un po’ come il Torvald di “Casa di bambola” di Henrik Ibsen (1879) considerava la moglie Nora. 

Solo se lei si concede qualche battuta scherzosa sui suoi ammiratori, il suo sguardo diventa duro. 

Ma dietro questa facciata si cela un marito freddo e senza alcun amore – anche se verso la fine egli dirà ad un amico di amare Effi. E forse per un attimo è sincero anche se per lui che cosa pensa la società è ben più importante della moglie. 

Non le dà supporto quando lei prova nostalgia della casa paterna e della sua cittadina bruscamente lasciata per un’altra, prende in giro un gentilissimo spasimante di lei, un farmacista un po’ gobbo, premuroso e ammodo. 

Nella piccola città prussiana in cui lui ha condotto la moglie, lei viene accettata di malavoglia dalla borghesia che Fontane descrive con pochi incisivi tratti: un ambiente di idee assai ristrette e molto conservatrici, si detesta sia la memoria di Napoleone, sia i cattolici, sia i moti libertari degli studenti, si invoca in modo retorico la patria, si osserva una religione di facciata, ci si scandalizza per i romanzi di Zola. 

Tutto ciò diventa oppressivo per Effi. Incomincia ad avere strane impressioni, teme i fantasmi, viene turbata da una misteriosa storia accaduta anni prima (qui il romanzo risente un po’ del gotico inglese e Fontane era un ammiratore della letteratura inglese).

Entra un po’ in confidenza con Roswitha, una giovane cameriera, che al suo paese era stata quasi uccisa dal padre, un contadino, perché incinta e le era stata tolta la sua neonata data in “adozione” a chissà chi (queste estreme violenze accadevano realmente allora).

Dopo poco tempo Effi ha una bambina che ama molto e verso cui il padre ha un comportamento cortese ma non affettuoso, che invita sempre al dovere.

Finché nella cittadina non arriva il maggiore Crampas. Ex commilitone di Innstetten, Crampas non ha nessuna particolare qualità ma neppure grandi difetti, ha i capelli e i baffi biondi rossicci, è noto per fare una discreta corte alle signore nonostante abbia una moglie depressa e due figli. 

Effi non rimane particolarmente colpita da lui, lo frequenta più per solitudine che per altro anche se Innestenn non approva le loro cavalcate sulla spiaggia d’inverno del mar Baltico. 

Sarà Crampas a trascinare Effi in una relazione sentimentale ma l’adulterio non è il tema del romanzo, il tema è un formidabile atto di accusa verso la società bismarckiana. La cosa più sorprendente è che esso provenga da un borghese, un distinto farmacista che aveva la bizzarra mania di scrivere romanzi. “Effi Briest” ci ricorda che la società emana norme e comportamenti severi e che diventa crudele verso chi osi innocuamente infrangerli.

Probabilmente fu questo ad attrarre Fassbinder – l’adeguamento alle convenzioni sociali che può condurre al crimine. 

E ciò rende “Effi Briest” un romanzo sempre attuale. 

Non sono mancati paragoni con “Anna Karenina” (1877) di Lev Tolstoj e “Madame Bovary” di Gustave Flaubert (1856) anche se sono romanzi molto diversi fra di loro. Effi Briest nella sua vivace ingenuità è molto tedesca così come Anna Karenina è profondamente russa e Emma Bovary una francese di provincia. 

Fontane registra accuratamente gli stati d’animo della sua eroina facendo di questo romanzo anche un romanzo psicologico. 

Presumibilmente “Effi Briest” sarebbe piaciuto allo psicoanalista Erich Fromm che scrisse un saggio sui danni del conformismo, “Fuga dalla libertà” (1941).

Thomas Mann lo pose tra i sei libri che avrebbe portato con sé e il suo dissidio tra vita borghese e vita d’artista o sregolata ha qualche analogia con la vitalità di Effi Briest e la rigidità di Innestenn.

Tra parentesi, un personaggio del libro al quale sono dedicate solo poche righe si chiama Buddenbrook. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Émile Zola: “L’assommoir” (Rizzoli, trad. Luigi Galeazzo Tenconi), di Lavinia Capogna

Il sogno di Gervaise

Émile Zola (1840 – 1902) era un uomo sensibile, pieno di talento. 

Riuscì a farsi notare nel variegato mondo letterario parigino con le sue prime opere e vari articoli e nel 1870, a trent’anni, firmò con un editore un contratto che ben pochi scrittori avrebbero avuto il coraggio di accettare: scrivere venti romanzi in vent’anni e ci riuscì.

I venti romanzi, intitolati “I Rougon-Macquart. Storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero” (Les Rougon-Macquart. Histoire naturelle et sociale d’une famille sous le Second Empire) pubblicati tra il 1871 e il 1893, prendevano a modello la “Commedia umana” di Balzac ma erano/sono assai diversi nello stile e nei contenuti.

 

Non è necessario leggerli in ordine cronologico, anche se i personaggi sono collegati fra di loro essendo discendenti della stessa famiglia.

Edmondo De Amicis, scrittore ligure autore del famoso libro “Cuore”, ha lasciato un resoconto prezioso di una sua conversazione con Zola nella quale l’artista francese (ma di padre italiano) gli svelava il suo modo di procedere nel lavoro (nota 1). 

Quando Zola aveva un’idea letteraria iniziava a fare un’indagine giornalistica sull’ambiente che intendeva descrivere. Se voleva descrivere un mercato, per esempio, stava tutta la giornata sul posto, prendeva appunti, annotava la topografia, le botteghe, guardava le persone, i modi di fare, di parlare, l’abbigliamento, i tessuti, i colori, faceva caso agli odori, ai dettagli. 

Man mano che il romanzo prendeva sempre più forma, con i suoi personaggi e i suoi eventi, quelle note meticolose gli servivano per essere fedele alla realtà.

Egli tracciava anche un’accurata descrizione delle psicologie dei personaggi. 

Era infatti vicino alla corrente letteraria del Naturalismo e a quella scientifica del Positivismo. Il Naturalismo rigettava le ombre inquietanti del gotico e del fantastico, gli abili ed ingenui stratagemmi letterari del feuilleton, la narrativa idealizzata e romantica borghese per concentrarsi obiettivamente sul popolo. Zola era un impetuoso socialista e nella vita un uomo riservato, timido, gentile (nota 2).

Il suo modo di scrivere era cinematografico ben prima che il cinematografo fosse inventato, nel 1895, dai Fratelli Lumière. Se fosse vissuto nel XX secolo sarebbe stato, molto probabilmente, un grande cineasta e non a caso fu un appassionato della nascente fotografia. 

Leggere i suoi libri vuol dire entrare in un mondo perduto, ma da lui così vividamente descritto, da farci quasi dimenticare il presente. 

Nel 1876 Zola incominciò a pubblicare su una rivista il settimo romanzo del ciclo sui Rougon-Macquart , intitolato “L’Assommoir”.

Lo scandalo fu enorme sia per la trama sia per il linguaggio (nota 3) e si dovette interrompere la pubblicazione. 

L’anno seguente venne pubblicato in volume ottenendo un grande successo e violente critiche. 

“L’Assommoir” era il nome di un’osteria di infimo ordine dove operai, disoccupati e disperati si stordivano con vino da poco prezzo, acquavite e assenzio. 

Spesso nelle versioni italiane si è lasciato il titolo originale che si può tradurre “l’ammazzatoio”. Qualche traduttore ha optato per “lo scannatoio”. 

Nel 1954 il regista René Clément ha realizzato un bel film dal romanzo intitolandolo “Gervaise”, come la sua protagonista, una scelta a mio avviso azzeccata. 

Gervaise era interpretata dalla bellissima e radiosa attrice austriaca Maria Schell che venne premiata al festival del cinema di Venezia. 

L’Assommoir è la storia, ambientata tra il 1850 e il 1877, di una giovane donna, Gervaise Macquart, la quale nonostante tutte le circostanze le siano negative e le persone contro, tenta di costruirsi una vita onesta e dignitosa. 

Gervaise è bionda, bella, un po’ claudicante, tenace ma anche arrendevole, non vuole deludere o scontentare nessuno ma il mondo in cui vive è iniquo e violento. 

Nata a Plassans, una città del sud immaginaria in cui lo scrittore ritrasse la natia Aix – en -Provence, ha avuto un padre violento con lei e con sua madre. Ha iniziato a lavorare come lavandaia da bambina e a 14 anni ha incontrato Lantier, un ragazzo piacente, in teoria cappellaio ma in realtà nullafacente, con il quale ha iniziato, senza sposarsi, una relazione sentimentale da cui sono nati due bambini, Claude e Étienne.

Il primo era già apparso brevemente come pittore ritrattista nel grande mercato parigino di Les Halles qualche anno prima nel romanzo “Il ventre di Parigi” e sarebbe ritornato come tormentato pittore protagonista nel romanzo “L’Opera”. 

Il secondo Étienne, sarebbe stato invece l’introverso minatore protagonista di “Germinal” (1883), altri due bellissimi romanzi di Zola. 

Gervaise avrà anche una figlia da Coupeau, suo secondo compagno e marito, un parigino loquace e furbetto lattoniere, cioè riparatore di grondaie: la bellissima Nanà, futura protagonista del romanzo omonimo e cortigiana nell’alta società parigina. 

Gervaise sogna una vita semplice: un compagno che le voglia bene, un lavoro onesto, una casa modesta ma con qualche mobile grazioso, vicino a sé i suoi figli che adora e che spera che diventino “brave persone”. Il suo sogno sembra realizzarsi quando riesce ad aprire, facendo tanti sacrifici, una bella tintoria. 

Zola scrive: “Il trasloco avvenne immediatamente. Nei primi giorni, Gervaise provava una gioia bambinesca quando attraversava la strada tornando da una commissione. Si attardava, sorrideva alla sua casa. Da lontano, in mezzo alla fila nera delle altre vetrine, il suo negozio le appariva tutto chiaro, di una allegria inedita, con la sua insegna azzurra, dove le parole: Blanchisseuse de fin (lavanderia rifinita) erano dipinte a grandi lettere gialle. Nella vetrina, chiusa sul fondo da piccole tende di mussola, tappezzata di carta blu per valorizzare il candore della biancheria, erano esposte camicie da uomo ed appesi cappelli da donna con i lacci annodati a fili di ottone. E lei trovava il suo negozio grazioso, color cielo. All’interno, si entrava ancora nel blu; la carta da parati, che imitava una decorazione stile Pompadour, raffigurava un pergolato sul quale si intrecciavano delle piante rampicanti” (nota 4). 

L’unico che ama veramente Gervaise è il bello e onesto fabbro repubblicano Goujen. Vi è tra di loro un innocente, quasi non confessato sentimento. 

Le conseguenze della povertà, le ingiustizie sociali, l’alcolismo, i maltrattamenti contro le donne, il lavoro minorile, la promiscuità sessuale sono i temi del libro che Zola descrive non con l’occhio del moralista ma con quello del serio reporter oltre che con quello, ovviamente, del grande artista.

Nonostante la drammaticità della trama, essa è molto avvincente, non mancano momenti pateticamente buffi come i popolani che vanno a vedere il Museo del Louvre, dopo il matrimonio di Gervaise, con i loro abiti sgargianti o una bonaria ironia tutta francese ma anche episodi scioccanti come l’ubriaco che massacra di botte la moglie, salvata da Gervaise e da un vecchio operaio. 

E non si può non provare una grande amarezza che questi temi, che per un attimo nel Novecento avevamo creduto relegati al secolo scorso (il 1800), siano tornati di nuovo in prima pagina. 

Lantier e Coupeau sono i due personaggi maschili del romanzo sul quale non si può dire altro per non svelare l’inconsueta trama, Virginie rappresenta invece una doppiezza femminile più sottile e subdola. 

Anche i personaggi minori del libro, del composito microcosmo che lo compone, sono indimenticabili: dalla vecchietta che cuce bambole per 13 soldi nella sua misera stanza alla madre di Goujen, ricamatrice che reagisce dignitosamente alla terribile disgrazia che l’ha colpita: il marito si è suicidato in carcere, così come gli operai che si incontrano nelle osterie dove bevono vino e sminuzzano nelle pipe tabacco da pochi centesimi (fumare insieme la pipa ha una valenza per gli uomini d’oltralpe che non c’è in Italia). L’ambiente è tipicamente parigino, ma una Parigi ingrata, difficile, quella delle antiche strade tortuose e cadenti dove le donne rovesciano secchiate d’acqua ed i monelli giocano eccitati e tante vicende umane si incrociano ogni giorno. 

“L’Assommoir” è un capolavoro che non ha perso dopo 150 anni il suo impatto emotivo: ci conduce in un mondo senza speranza e redenzione dal quale egli fa emergere il volto di una donna tra la folla. Sullo sfondo si percepisce una sobria, contenuta ma palpabile compassione. 

………

Nota 1) Edmondo De Amicis, Ricordi di Parigi, capitolo intitolato “Émile Zola”. 

Nota 2) ho dedicato un articolo alla vita di Zola, intitolato “Il coraggioso Émile Zola” nel mio saggio “Pagine Sparse – Studi Letterari” (2024). 

Tra le varie biografie (purtroppo non tradotte in italiano) assai gradevole quella del noto saggista francorusso Henri Troyat intitolata “Zola” (Livre de Poche) 

Scriveva Guy De Maupassant su Zola: “La sua vita è semplice, molto semplice. Nemico del mondo, del rumore, del trambusto parigino (…) Si alza presto e non interrompe il lavoro prima dell’una e mezza circa, per il pranzo. Si siede di nuovo al tavolo verso le tre e le otto, e spesso torna al lavoro anche la sera. In questo modo, per anni è riuscito, pur scrivendo quasi due romanzi all’anno a comporre un articolo quotidiano (…)” (1883). 

Nota 3) in relazione al linguaggio, elemento importante del romanzo” L’Assommoir”, Zola usa varie espressioni dell’argot parigino o idiomatiche che contribuiscono al realismo del testo.

Egli si servì di un dizionario dell’argot, che è un dialetto parigino le cui prime tracce risalgono al 1500 – inizialmente usato nell’ambiente del sottoproletariato e della malavita ma oggi comprensibile in tutta la Francia. 

Bisogna anche considerare che è difficile tradurre fedelmente le frasi di lessico specifico e minoritario di un’altra lingua: ci saranno sempre sfumature differenti. 

Nell’argot parigino come nel cockney londinese vi sono spesso delle espressioni colorite.

Il linguaggio del libro contribuì, oltre che la trama, ai grandi attacchi contro Zola della stampa borghese. 

In realtà la scelta stilistica di Zola era ineccepibile letterariamente: far parlare dei proletari del 1850 così come parlavano i borghesi sarebbe stato irreale.

Per verificare le traduzioni ho letto e confrontato l’edizione originale francese con alcune traduzioni passate e recenti. 

Personalmente, trovo quelle passate, come l’edizione Rizzoli, migliori perché nonostante alcune forme un po’ desuete, le parole e le frasi più audaci, pur mantenendo il loro significato, sono smorzate in confronto a quelle più recenti le quali, essendo eccessivamente volgari, sminuiscono il valore artistico del romanzo (in francese non suona così spinto). 

Nota 4) mia traduzione dal testo originale francese. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Odile Ayral-Clause: “Camille Claudel” (Castelvecchi), di Lavinia Capogna

La vita rubata di Camille Claudel

Camille Claudel affascina, le sue splendide sculture conquistano amanti dell’arte e gente comune, dalle prime biografie degli anni ’80 ce ne sono state altre in francese, italiano, inglese, spagnolo, tedesco. Dacia Maraini le ha dedicato un testo teatrale nel 1995.

Due film si sono ispiratati a lei, il primo interpretato e fortemente voluto da Isabelle Adjani nel 1988 tratto da una biografia scritta dalla nipote della scultrice e un altro, nel 2013, interpretato da Juliette Binoche (nota 1).

Senza nulla togliere alle altre biografie, quella scritta da Odile Ayral-Clause, docente di letteratura francese alla California Polytechnic State University, intitolata “Camille Claudel” è gradevole da leggere, scorrevole, approfondita ma non appesantita da troppi dettagli, basata su documenti autentici (lettere, diari). 

La tragica vita di questa geniale artista francese ha molti elementi che fanno riflettere. 

Bella, interessante, con intensi occhi blu, una folta chioma castana, era nata nel 1864 in un’antica cittadina, Fère-en-Tardenois, nel nord del paese. Presto la famiglia si era trasferita a Villeneuve-sur-Fère, un’altra cittadina dove sarebbe nato il fratello terzogenito Paul, futuro poeta e commediografo che tanta parte avrebbe avuto nelle sventure della sorella. 

Entrambi erano paesi assai suggestivi e il secondo influenzerà profondamente Camille che soltanto nel 1881, a 17 anni, si sarebbe trasferita a Parigi con la sua famiglia. 

Parigi era il cuore pulsante della Francia, la capitale dove tutto poteva accadere, il centro nervoso dell’Europa. I Claudel erano agiati, avevano delle proprietà, il padre era un funzionario. Sarà l’unico che avrà un grande affetto per la figlia e che cercherà di aiutarla. 

C’era anche una seconda figlia, Louise, che aveva lo stesso nome della madre. La madre era una donna di idee ristrette, molto convenzionale. Camille manifestò presto un carattere ribelle e determinato.

Scoprì da adolescente la sua vocazione: diventare scultrice. 

Parigi le offriva questa possibilità e si iscrisse ad una Accademia di scultura fondata da un italiano, Filippo Colarossi. I suoi primi lavori erano così interessanti che iniziò a prendere lezioni private. 

Qualche anno dopo diventerà suo maestro il celebre Rodin. Auguste Rodin era partito dal nulla ed era diventato il numero uno, il suo talento era innegabile. Era un parigino, nato nel 1840 in una famiglia proletaria ed era un autodidatta. Da quando aveva 24 anni conviveva con una sarta e lavandaia, una donna semplice, bella in gioventù (come risulta da una statua in cui la ritrasse), Rose Beuret, con la quale aveva avuto un figlio. Essi si sarebbe sposati soltanto nell’ultimo anno delle loro vite (morirono a pochi mesi di distanza), nell’allora lontanissimo 1917. 

Rodin intuì il talento di Camille che divenne la sua allieva. Egli era noto per le sue infedeltà ma anche come un uomo che rispettava le donne e le sue modelle. Nel 1887, Rodin e Camille si innamorarono: lui aveva 48 anni (che allora era un’età avanzata), lei 23.  

A causa di questa relazione, che durerà circa cinque anni, scandalosa per una ragazza borghese del tempo, esploderà l’astio della famiglia verso di lei. Camille frequentava artisti, aveva un’amicizia preziosa ed intellettuale con il musicista Claude Debussy e con due ragazze inglesi, anch’esse scultrici – un ambiente completamente estraneo e visto con grande sospetto da una famiglia borghese della Francia di fine secolo. 

Il fratello Paul, con cui ella aveva avuto inizialmente un rapporto di confidenza e che aveva ritratto in varie statue, da libero pensatore e anarchico era diventato improvvisamente un cattolico fervente cercando di affermarsi nell’ambiente letterario. 

Rodin cercò di aiutare Camille a farsi strada nel complesso mondo artistico parigino ma ella aveva tanto talento senza bisogno di lui, ottenne delle recensioni favorevoli e una fedele amicizia con un gallerista, Eugène Blot. 

Rodin aveva promesso a Camille (per iscritto) di fare un viaggio insieme in Svizzera e in Italia per sei mesi e poi di sposarsi. Camille era gelosa di Rose, Rose di Camille, Rodin forse sognava un’utopistica armonia in cui le sue amanti si fossero vicendevolmente accettate.

Non sappiamo se Rodin fosse geloso professionalmente di Camille: era l’unica artista che potesse competere con lui. 

Ma dopo qualche anno, nel 1892, le cose cambiarono: egli non aveva mantenuto neppure una delle sue promesse: Camille chiese a Rodin di separarsi da Rose, lui prese tempo, fece promesse, fu vago. È vero che egli conviveva con Rose da ben 27 anni ma è altrettanto vero che Camille lo amava davvero e che la sua relazione sentimentale l’aveva posta, secondo i pregiudizi dell’epoca, nel ruolo di “donna perduta” (cosa che non era: la sua unica storia d’amore fu quella con Rodin). 

Camille lo lasciò. 

Continuò a lavorare alacremente ma si ritrovò indifesa e discriminata. La sua situazione economica precipitò. 

Sviluppò allora un profondo astio verso Rodin. Da una parte era anche comprensibile, si sentiva ingannata dell’uomo che aveva promesso di sposarla.  

Sembra anche, secondo alcune indiscrezioni, che lei abbia avuto un’interruzione di una gravidanza (allora un reato penale) anche se non ci sono prove certe. 

Ella raggiunse l’apice della sua arte, un lavoro difficile, faticoso: lavorava tutto il giorno tra i vari materiali, tanta polvere e scalpelli. 

Le sue sculture erano/sono capolavori , piene di umanità, espressività, una delicata sensualità, intensi chiaroscuri, dolore e rivelavano una rarissima maestria. 

Una grande mostra nel 1984 a Parigi ha rivelato Camille Claudel al pubblico francese dopo decenni di oblio.

Parecchie opere si trovano al Museo Rodin, poi finalmente nel 2017 è stato aperto il Museo Camille Claudel a Nogent – sur- Seine, in rue Flaubert, nel nord est della Francia. Altre sono al Museo d’Orsay, quello degli Impressionisti a Parigi e in varie città, tra le quali Vienna e Washington, al The National Museum of Women in the Arts (NMWA). 

Verso il 1903 (Camille aveva 40 anni) c’era stata una rottura con la madre, il fratello Paul e la sorella Louise ma il padre di lei, molto anziano, cercava ancora, vanamente, una riconciliazione e segretamente l’aiutava economicamente. 

Camille incominciò a manifestare un malessere psicologico rivolto principalmente verso Rodin (che, anche se lontano, a volte l’aiutava tramite terzi, a volte l’ignorava), sviluppò idee esagerate: pensava che lui volesse rubare le sue opere artistiche o farla avvelenare, si trascurava molto, la sua casa era assai in disordine, aveva troppi gatti… 

Scriveva inopportune lettere alla polizia. 

Bisogna però dire che c’era veramente una scultrice che la copiava come emerge da un documentario realizzato recentemente su di lei (nota 2).

Nel 1913, quando Camille aveva 49 anni, 

la situazione precipitò in pochi giorni. Notate le date: il 2 marzo il padre morì. 

Non l’avevano avvertita del decadimento fisico di lui, del decesso e dei funerali (come avrebbero dovuto), venne esclusa dall’eredità (aspetto non insignificante), il 7 marzo venne compilato un breve testo (vergognoso) di un medico che nella biografia di Odile Ayral-Clause viene riportato integralmente. 

L’8 marzo la madre fece richiesta ufficiale di un ricovero. 

Il 10 venne eseguito. 

Erano passati solo otto giorni dal decesso del padre. Strano che Paul e la madre pensassero a come ricoverare Camille. 

E anche la burocrazia, sempre così lenta, si era dimostrata assai solerte in questo caso…

Camille non era pazza: aveva un disturbo psicologico a cui sarebbe disonesto dare un nome postumo (anche se parecchi lo fanno su internet) ma era una persona innocua, non aveva mai fatto nulla contro gli altri o contro sé stessa. 

L’istituto era a pagamento e si trovava in provincia. Per tutta la vita ella si illuderà che questa incarcerazione (il termine è esatto) fosse stato causata dall’influenza di Rodin sulla sua famiglia, scagionando così i suoi parenti. 

In realtà non era così. Rodin non aveva nessun potere sui parenti di lei però non la andò mai a trovare e nel 1907 iniziò un’altra lunga relazione con un’aristocratica rimanendo sempre con Rose. 

Per Camille incominciò un calvario indescrivibile che sarebbe durato per trent’anni fino alla sua morte nel 1943. Infatti lei non uscì più dai due Istituti in cui venne ricoverata. In mezzo ci furono decenni di cambiamenti sociali e di costumi e ben due guerre mondiali. 

Nell’Istituto c’erano persone con ogni tipo di problema psichiatrico ma anche persone soltanto “asociali”, fuori dalle regole o anche sani fatti scomparire da inaffidabili parenti e compiacenti medici. Camille si distinse per il suo comportamento gentile, tranquillo anche se interiormente disperato.

La famiglia, la scienza, la società borghese si trovarono concordi: Camille, geniale scultrice, doveva scomparire. 

E non c’era luogo migliore dell’Istituto dove la vita era scandita da inutili attività, dalle urla dei pazienti agitati, dai racconti sconnessi di altri. 

Nel tempo, un paio di medici più coscienziosi proporranno di farla tornare in famiglia, proposta che verrà rifiutata. 

Nel 1917 lei scrisse al dottore che aveva redatto il documento del 1913 chiedendogli gentilmente aiuto. Egli non le rispose. 

Paul, nel frattempo, aveva fatto una grande carriera, era diventato un poeta, un commediografo e un diplomatico di successo (in futuro avrà anche delle lauree honoris causa dalle università di Princeton, Cambridge e altre e nel 1951 la Légion d’honneur). 

Viaggiava oltreoceano, era sposato, padre di famiglia, molto benestante, assai apprezzato per le sue idee religiose anche se, lo dico da credente, il suo comportamento verso Camille non ebbe nulla di cristiano. 

In trent’anni andò a trovare la sorella tra le sette e le dodici volte (secondo le biografie). Aveva obliato la frase “ero malato e mi visitaste” del Vangelo secondo Matteo. 

Si noti che non sto criticando il lavoro letterario di Paul Claudel ma il suo comportamento verso Camille così come emerge dai documenti storici. 

La madre invece non andò mai a trovarla ma le inviava dolci e cioccolata…

Paul non andò neppure quando i medici lo avvertirono che lei era peggiorata a causa delle grandi privazioni alimentari, dovute alla guerra, e a problemi circolatori. Era il 1943 e lei aveva 78 anni. 

E fu assente ai funerali. Camille ebbe una povera tomba e poi una fossa comune. 

Furono presenti solo le infermiere, a lei molto affezionate. 

Il suo malessere psicologico si sarebbe potuto gestire nel 1913 proponendole di abitare con un’amica o un’infermiera e di vedere stabilmente un medico esperto di malattie mentali a Parigi. La psicoanalisi nel 1913 – data del suo ricovero – era già una disciplina avanzata. Il suo centro era a Vienna e a Zurigo ma Parigi non era certo un luogo sperduto.

Avrebbe potuto essere libera, stare meglio o guarire, incontrare un altro uomo, più sincero di Rodin, guadagnare, vedere il suo talento riconosciuto ma la sua vita le era stata rubata. 

Non c’è perdono per quello che è stato fatto a Camille Claudel. 

…… 

Nota 1) “Camille Claudel”, film, regia di Bruno Nuytten (1988)

“Camille Claudel 1915”, film, regia di Bruno Dumont (2013). 

Nota 2) Su Raiplay si trova un bel documentario francese, doppiato in italiano, intitolato “Camille Claudel, scolpire per vivere” diretto da Sandra Paugan (2024).

In teatro, oltre che il testo della Maraini, hanno scritto su Camille Claudel: Vera Giagoni, Chiara Pasetti e Francesca Martinelli. 

Io avevo già dedicato a Camille Claudel un articolo sul web più di vent’anni fa, intitolato “Camille Claudel, una donna straordinaria”, andato perduto.

Lavinia Capogna

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”. E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”. Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Mara Mattavelli, di Lavinia Capogna

Mara Mattavelli, poetessa, il talento di cogliere il kairos

Mara Mattavelli, poetessa, ha già pubblicato due raccolte di poesie, “Parole in fiore” e “Le farfalle di Nabokov” che si distinguono per i loro notevoli accenti sensibili e toccanti: impressioni, stati d’animo, eventi che l’autrice esprime in versi liberi in una felice armonia tra musicalità e significato. Immagini che rimangono. Nella sua opera mai una parola di troppo, una nota stonata, una lezione di morale, una celebrazione di sé stessa o una cupa disperazione. Emerge invece con forza una lucidità che sa cogliere il momento perfetto, il kairos dei Greci, nella quotidianità.

Le poesie di Mara non si perdono nel cammino ma diventano un seme che matura e germoglia per lettrici e lettori, hanno un loro stile inconfondibile che le distingue nel mare magnum della poesia contemporanea e che per questo invito a scoprire.  

D) Vuoi raccontarci Mara come e quando è nata la tua ispirazione alla poesia?

R) La poesia è sempre stata un genere letterario che mi ha interessato, sin dai tempi della scuola superiore prima e poi all’Università dove ho potuto approfondire i testi dei più importanti poeti inglesi e francesi della storia. Sono stata attratta più dalla poesia rispetto alla prosa per la sua capacità di mettere il lettore in contatto diretto con il profondo dell’autore. Leggere poesia è per me un atto di pura empatia.

È nell’immediatezza del verso e in ciò che riesce a “svegliare” che ho trovato un legame speciale con il testo poetico. Ho sempre letto molta poesia ma la scrittura è venuta a me solo più tardi, in un momento particolare della mia vita in cui nacque l’urgenza di esprimermi per alleggerire il peso della quotidianità e sfuggire dall’appiattimento umano e culturale che mi circondava.

La mia chiamata alla poesia è stata dunque tardiva ma illuminante, sia per il mio percorso di essere umano in primis sia, successivamente, per quello di scrittrice. Ho iniziato a scrivere in versi liberi per poi passare a componimenti metrici con i quali le immagini hanno acquisito più forza grazie all’utilizzo degli accenti e del ritmo.

Sono ispirata dalla natura e dalle situazioni che vivo nel quotidiano. Le due dimensioni spesso si interfacciano dando luogo a poesie intimiste ma anche di invito a scardinare l’ordine costituito, una sorta di ribellione alle ingiustizie mediata dalla potenza delle parole a cui mi affido in ogni slancio di ispirazione.

D) Quali sono i poeti, del passato o del presente, che più ti accompagnano nel tuo percorso?

R) Sono moltissimi i poeti che amo leggere e tutti diversi tra loro per collocazione storica, per temi e stile poetico.

Amo i poeti romantici inglesi, Wordsworth in particolare, per la sua capacità di elevare la contemplazione della natura a una dimensione tale da risvegliare l’immaginazione del lettore rendendolo partecipe delle emozioni descritte. Pensando ai nostri grandi poeti posso ricordare Montale e Penna, per giungere ai più contemporanei Dario Bellezza, Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga e Elio Pecora. Trovo poi grande vicinanza nel sentire nei versi di Antonia Pozzi, autrice di poesie così moderne e dirette anche oggi. La considero una delle più grandi poetesse italiane per i temi universali che propone e per la semplicità del linguaggio che la colloca fuori dal tempo e dallo spazio.

D) In un mondo dominato dalla tecnologia e con feroci guerre in corso, quale può essere il ruolo della poesia? Può la poesia recare conforto?

R) Per quanto riguarda l’imporsi dell’intelligenza artificiale credo che la poesia possa considerarsi al sicuro. L’intervento della tecnologia, a mio parere, non potrà mai sostituirsi a un genere letterario espressione dell’unicità di chi scrive. Il ruolo della poesia sta nel conservare la singolarità del suo messaggio che è poi espressione delle diversità dei suoi autori. 

In un momento così tragico di guerre e conflitti penso che si abbia ancora più bisogno di poesia come atto di resistenza e tentativo di salvezza. La poesia accende un faro sulle nefandezze della guerra e diventa denuncia ma ancora prima riflessione profonda sul senso della vita. La parola vive nella poesia e crea radici alle quali aggrapparsi per non essere risucchiati dalle brutture nemiche dell’umanità. Personalmente ho scritto dei versi in questi giorni così bui per dimostrare il mio sdegno a tanta insensatezza umana, per schierarmi dalla parte della non indifferenza che è morte ed ignavia.

D) Stai lavorando a dei nuovi progetti?

R) In questi mesi sto presentando il mio ultimo lavoro “Le farfalle di Nabokov” e continuo a scrivere accogliendo l’invito di chi vuole sapere di più delle mie poesie. A tal proposito vanno i miei ringraziamenti all’intervistatrice Lavinia Capogna, poeta e regista dotata di grande sensibilità e preparazione unica. 

Ti ringrazio molto. Buon lavoro! 

Lavinia Capogna*

Due poesie inedite di Mara Mattavelli:

I

Cresci dentro la vita e ti guardi

sempre fuori dal vetro che brilla,

manca il viso che presti ma torna

sempre quando ti fermi a pulire

le tue smorfie di cera sul piatto. 

Non ti torna l’abbozzo per strada,

sfugge al mondo l’impervio tuo stare.

II

Non chiedo il permesso

per adombrare

il sole alto da dietro

le tende aperte,

mi duole poco 

la luce sotto 

il coperchio.

Si fa più forte

nel segreto,

chi non ci crede

lascia agli altri

solo un abbaglio.

Mara Mattavelli: nata a Orzinuovi (BS) nel 1975, ha pubblicato la prima raccolta di poesie “Parole in fiore” nel 2022, a cura dell’editore bresciano Marco Serra Tarantola. Nella primavera del 2024 una piccola raccolta poetica, “Le farfalle di Nabokov”, è stata pubblicata sulla rivista svizzera Fluire, edizioni Alla Chiara Fonte, di Mauro Valsangiacomo, da cui è nata nel 2025 la seconda silloge, con lo stesso titolo, edita da Gattogrigio Editore. Alcune sue poesie sono state inserite nell’Antologia “Poeti del quotidiano prossimo all’infinito”, a cura di Franco Piol, edizioni Croce e nell’Antologia “Nuovi poeti degli anni ’20” a cura di Andrea Donna.

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

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Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.