Stefan Zweig, un gentleman viennese, di Lavinia Capogna

Il 28 giugno 1914 a Sarajevo uno studente diciannovenne, Gavrilo Princip, nazionalista serbo, sparò due colpi di pistola contro l’Arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia. 

Entrambi morirono. Lui era l’erede al trono.

Un mese dopo, inaspettatamente, scoppiò la prima guerra mondiale.

Nel patriottismo enfatico delle nazioni in guerra, tra le fanfare e articoli assai retorici si levarono voci contro quella follia: tra di loro quella dello scrittore austriaco Stefan Zweig. 

Progressista, pacifista convinto fino al 1939, Zweig era già uno scrittore noto anche se la sua fama crescerà negli anni successivi fino a diventare l’autore di lingua tedesca più letto e tradotto insieme a Thomas Mann.

Assai riservato, di modi gentili, distinto Zweig era nato nel 1881. Suo padre era un ricchissimo industriale tessile dedito però ad una vita sobria e amante del pianoforte.

Sua madre discendeva da una famiglia di banchieri ed era nata ad Ancona.

Erano ebrei ma fortemente contrari al sionismo. E Zweig fu un europeista e un fautore dell’unione europea. 

Alcuni suoi libri saranno bruciati nel rogo nazista di Berlino nel 1933.

Fin da adolescente manifestò una passione per la letteratura e il teatro.

Non voleva essere l’erede della ditta paterna che lascerà al fratello, si laureò in filosofia e trascorse la giovinezza viaggiando, scrivendo moltissimo, soggiornando in rinomate località, frequentando bohémien, non avendo mai una fidanzata ma passeggere amanti, sartine, operaie, aspiranti artiste finché nel 1912 non ricevette una lettera da una sconosciuta: una sua ammiratrice letteraria che l’aveva intravisto un paio di volte a Vienna, capitale del multietnico e cosmopolita impero austro ungarico, dove vi era una vivace vita culturale, caffè con orchestrine e verdissimi parchi.

La lettera colpì Zweig che scoprì infine che lei si chiamava Friderike Maria von Winternitz. Era una giovane donna intelligente, scrittrice, infelicemente sposata con un funzionario statale aristocratico. Proveniva da una colta famiglia ebrea ma era diventata cattolica e aveva due figlie piccole. 

Adorava la letteratura francese e aveva studiato pedagogia e psicologia 

Tra di loro nacque un’amicizia e poi una relazione sentimentale ma si poterono sposare solo nel 1920, dopo il divorzio di lei.

Nel 1922 lui aveva scritto un racconto che aveva avuto un gran successo, intitolato “Lettera da una sconosciuta (Brief einer Unbekannten)”.

Era una storia che coglieva l’atmosfera dell’epoca: quella di una ragazza povera che si innamora di un uomo che ha dodici anni più di lei. Tutto li separa: lei è un’adolescente sognatrice e timida che indossa un abito di sua madre rattoppato, lui uno scrittore venticinquenne affascinante, garbato e bon vivant.

Ma la forza del racconto risiede non solo nello stile assai scorrevole e coinvolgente o nella descrizione di una ossessione amorosa ma bensì nel tema del “non essere visti”. Nonostante le tre notti d’amore che trascorreranno insieme quando lei sarà adulta, lui non la “vede”: non le chiede neppure il nome, non sa nulla di lei e non gli interessa saperlo.

E probabilmente fu questa la ragione del grande successo del racconto oltre alla trama scandalosa, egli aveva colto una sofferenza diffusa: quante (e quanti) si sono sentiti “non visti” da qualcuno a cui tenevano? 

Nel racconto “Ventiquattro ore nella vita di una donna” (1927) egli narrava invece di un gruppo di turisti cosmopoliti che si annoiano sulla costa francese finché non giunge inaspettamente un bellissimo ragazzo. Gentile, affabile in due giorni egli sconvolge il cuore di una signora borghese, sposata con uno sbiadito capitalista e fuggono insieme.

Su di lei ricade lo stigma sociale.

Solo un distinto giovanotto – l’io narrante – la giustifica.

Ciò attrae l’attenzione di un’anziana donna inglese, garbata e riservata che lo sceglie come “presenza”, in privato, per raccontargli una storia accaduta trent’anni prima.

Ella non ha bisogno di un interlocutore ma soltanto di qualcuno che la ascolti.

Il racconto della donna inglese non è solo una vicenda accaduta in un lontano giorno di pioggia, uno sconquasso del cuore, un senso di colpa mai lenito ma la storia di quanto un segreto possa corrodere l’anima e di quanto potere possa acquistare “il non detto”.

E questa ritrosia a farsi conoscere sarà anche un tratto caratteristico dello scrittore. Si vede anche nel suo sguardo, immortalato dai fotografi, qualcosa di trattenuto. 

Stefan Zweig aveva periodi di scoraggiamento e di “umor nero” in cui era sostenuto emotivamente da Friderike e si gettava a capofitto nel lavoro. 

Conobbe ed ebbe anche una corrispondenza epistolare con Sigmund Freud che abitava a Vienna e qualcuno ha fatto l’ipotesi che Zweig fosse stato un suo paziente, anche se non ci sono documenti storici per affermarlo.

Spesso al centro dei suoi racconti vi è un episodio sessuale che causa sentimenti ed emozioni contrastanti, rompe un equilibrio fittizio, costringe a guardare in faccia la verità, fa esplodere un conflitto tra il Super Io e l’Es. 

Zweig non ha nulla di morboso, scrive con grande abilità e maestria, senza mai scadere di tono. Descrive stati d’animo, piccoli dettagli, coinvolge il lettore nella vicenda che narra.

Sovvertimento dei sensi” (Verwirrung der Gefühle) è un racconto lungo del 1927 e il più bello scritto sull’omosessualità maschile. In realtà il titolo originale significa “Confusione dei sentimenti” ed è molto più appropriato.

Un giovane ingenuo e scapestrato, Roland, viene mandato a studiare in una cittadina del centro della Germania. Qui rimane ammaliato dalla capacità di trasmettere il sapere di un maturo professore appassionato di Shakespeare. 

Roland lo mitizza: Zweig segue con grande sensibilità gli stati d’animo mutevoli del ragazzo e del professore. 

Il professore ha una moglie per certi versi irritante, sarcastica.

Roland percepisce che dietro ai comportamenti dell’uomo si cela un segreto. Anche qui torna il tema di un segreto che solo un elemento inaspettato e decisivo (spesso di natura amorosa) può far emergere.

La cosa che colpisce è che Zweig si avvicina al tema dell’omosessualità con una comprensione e naturalezza diversa dagli accenni precedenti di André Gide, Proust, Musil e Thomas Mann che erano pervasi da un opprimente senso di colpa. 

Bruciante segreto” (Brennendes Geheimnis) è invece un racconto di una sessantina di pagine ambientato nel 1911 in una località alpina della Svizzera. Un bambino dodicenne, Edgar, sensibile e di fragile costituzione salva la madre dalla corte serrata di uno sgradevole barone. Il racconto è anche un atto di accusa verso il modo in cui erano trattati i bambini: la grande severità, l’ipocrisia degli adulti, le loro menzogne, i loro silenzi.

La scena in cui il bambino fugge e prende il treno ritrovandosi in una carrozza di terza classe anziché di prima, circondato da muratori italiani esausti e povera gente, acquisendo coscienza che esistono altri mondi oltre al suo è una delle pagine più belle scritte da Zweig.

Egli fu uno dei molti intellettuali che si opposero al nazismo. Klaus Mann gli propose di collaborare ad una rivista letteraria antifascista da lui fondata ad Amsterdam: Die Sammlung” (La Raccolta) finanziata dalla scrittrice svizzera Annemarie Schwarzenbach.

Zweig accettò ma poi venne sconsigliato da varie parti. Per la rivista scrissero Benedetto Croce, Bertolt Brecht, Ernest Hemingway e altri.

Zweig sperava nella pace oltre ogni ragionevolezza. Klaus Mann era più lungimirante di lui come dimostrano i suoi bellissimi articoli politici. 

Rimasero sempre amici e Mann lo citò nel saggio del 1939 “Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil” (Fuga verso la vita. La cultura tedesca in esilio).

Anche Joseph Roth era amico di Zweig e lo aveva avvertito fin dal 1933 in una lettera: “Tutto porta ad una nuova guerra. Io non do più un soldo per la nostra vita. Si è riusciti a far governare la barbarie. Non si illuda”.

Zweig sembrava il più “fortunato” tra gli autori di quella che sarà chiamata “letteratura dell’esilio” (Exilliterature).

Gli artisti tedeschi e austriaci erano guardati ovunque con diffidenza, sospetto, non riuscivano a far pubblicare i loro libri che erano proibiti nel Terzo Reich, vivevano in povertà. Jacob Wassermann, Ernst Toller, il filosofo Walter Benjamin si suicidarono. E, nel dopoguerra, anche Klaus Mann.

Stefan Zweig era amico anche di Hermann Hesse, autore del famoso “Siddharta”, che dal 1919 aveva scelto di vivere in Svizzera, più interessato alla spiritualità indiana e alla psicoanalisi.

Aveva conosciuto anche il poeta Rainer Maria Rilke, Franz Werfel, Albert Einstein, Gustav Mahler, Maksim Gorkij, lo scultore Rodin, il poeta Paul Valéry e quando era dodicenne Johannes Brahms lo aveva simpaticamente salutato dandogli un colpetto su una spalla.

Nel tempo Zweig si dedicò a scrivere, oltre che racconti, romanzi, commedie e poesie, anche numerose biografie storiche accurate e piacevoli su Stendhal, Balzac, Montaigne, Kleist, Hölderlin, Dostoevskij ma anche Maria Antonietta, Casanova e altri.

Collezionava centinaia di manoscritti, libri pregiati, spartiti autentici di Mozart, Beethoven, Schubert.

Aveva acquistato una grande villa vicino a Salzburg in Austria ma a metà anni ’30 il matrimonio con Friderike andò in frantumi. Non si sanno le ragioni ma nel 1938 otterranno il divorzio pur rimanendo sempre amici.

Nel 1946 Friderike pubblicò un libro autobiografico intitolato “Sposata con Stefan Zweig”.

Nel 1940 egli aveva sposato Lotte Altmann, nata nel 1908 a Kattowitz (oggi Katowice in Polonia) ma allora facente parte dell’Impero tedesco. 

Lotte era una ragazza di famiglia borghese che viveva a Londra, ex segretaria dello scrittore. Sembrava una ragazza fragile ma al tempo stesso instancabile, ammalata di asma. A Friderike parve che aveva qualcosa delle donne di Dostoevskij e i lettori sanno quanto imprevedibili esse siano.

Con lei Zweig visse a Londra, viaggiò negli Stati Uniti ed infine si rifugiarono a Pétropolis, una città nel sud del Brasile a più di 800 metri di altezza.

La sua situazione economica, avendo lasciato l’Europa, era cambiata in peggio.

Zweig ascoltava alla radio, sempre più oppresso, le vittorie tedesche: ora molti temevano, a ragione, la fine dell’Europa.

La prima sconfitta tedesca sarebbe arrivata solo nell’estate del 1943 a Stalingrado (oggi Volvograd) in Unione Sovietica.

La “Novella degli scacchi (Schachnovelle)”, ultima opera dello scrittore nel 1941, narra di un partita, decisa casualmente su una nave da crociera, tra il campione del mondo di scacchi, un ex contadino presuntuoso e limitato, e un distinto viennese. Egli era stato prigioniero dei nazisti, in isolamento totale. Aveva rubato un libro dalla tasca del cappotto di un militare, era un manuale sul gioco degli scacchi. Lo aveva imparato a memoria e poi aveva organizzato, per sopravvivere alla disperazione, partite a scacchi mentali “contro sé stesso” in cui cioè giocava sia per i bianchi sia per i neri. Un metodo “schizofrenico”, scriveva Zweig.

Il 22 febbraio 1942 egli scrisse una gentile, affettuosa lettera a Friderike dove faceva comprendere che non sarebbe vissuto a lungo.

Il 23 la domestica trovò lo scrittore e Lotte deceduti, distesi sul letto. Lui indossava una camicia, dei pantaloni e una cravatta, lei una veste da camera.

Lei lo abbracciava. 

Come accertato dal medico, Zweig era deceduto prima di lei. Lui non aveva ucciso la moglie. Avevano ingerito insieme un farmaco, che, ad alte dosi, era assai tossico.

Si pensò anche ad un doppio omicidio compiuto da sicari di Berlino ma lui aveva lasciato una lettera di congedo.

In un’altra chiedeva che i loro vestiti fossero dati ai poveri e che la cameriera fosse pagata per altri due mesi. 

Le macabre fotografie dei loro corpi fecero il giro del mondo.

Lui aveva 60 anni, lei solo 34.

Non mancavano precedenti simili: dal poeta e drammaturgo di talento ma assai labile emotivamente Heinrich von Kleist (sul quale Zweig aveva scritto una biografia) che in un freddissimo giorno d’inverno del 1811 si era suicidato insieme alla delicata ed ammalata Henriette Vogel innamorata di lui al famoso “dramma di Mayerling” del 1889 nel quale si era suicidato il bel arciduca Rodolfo D’Asburgo – Lorena, erede al trono austriaco e tossicomane insieme alla baronessina Maria von Vetsera.

Due giorni dopo Thomas Mann da Santa Monica in California scrisse ad un’amica che temeva che dietro al suicidio Zweig ci fosse uno scandalo sessuale e che lui “era vulnerabile da questo punto di vista” (nota 1).

Non è noto a cosa Thomas Mann potesse alludere.

Eppure la frase di Thomas Mann acquista un senso leggendo “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo” il testo autobiografico ma anche sociologico che Zweig aveva composto nel 1940 e che venne pubblicato postumo.

Nonostante i dolori vi emerge un umanista non vinto, il suo stile è scorrevole, sobrio, le sue idee, sensate e razionali, non collimano con un doppio suicidio tanto disperato.

Sembra davvero che un elemento nuovo e disturbante, oltre al resto, potesse aver turbato i due coniugi tanto da condurli all’autodistruzione. 

Angoscia esistenziale, una forte depressione, le dittature, l’esilio, lo spaesamento, la seconda guerra mondiale, problemi privati, folie à deux – tutto è stato preso in considerazione per spiegare questo doppio suicidio che resta un mistero.

Ma al di là di ogni cosa, la tragica fine di Zweig e Lotte non può non suscitare compassione. 

…….

Nota 1) Lettera di Thomas Mann a Agnes E.Meyer (1942) in “Thomas Mann, Agnes E.Meyer: Briefwechsel 1937 – 1955”.

Klaus Mann raccontò di aver incontrato Zweig a New York pochi mesi prima del suicidio: aveva un aspetto insolitamente trasandato, lo sguardo distratto, la barba non rasata. 

Lo aveva avvicinato e lo scrittore: “aveva sussultato come un sonnambulo che sente chiamare il proprio nome. Un secondo dopo si era ricomposto ed era di nuovo in grado di sorridere, chiacchierare e scherzare, affabile e vivace come sempre: l’uomo di lettere urbano ed elegante, un po’ troppo mellifluo, un po’ troppo accattivante, che parlava con l’accento nasale dei viennesi (…)”.

Bibliografia:

Zweig I capolavori (ed.Garzanti)

Varie novelle in edizioni Adelphi

Varie biografie storiche scritte da Zweig edizioni Castelvecchi

Sono stati pubblicati recentemente vari epistolari di Zweig.

Oliver Matuschek Three Lives. A biography of Stefan Zweig (London).

Klaus Mann e Erika Mann Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil (ed.tedesca) 

Nota:

Su Zweig e l’Italia si può consultare liberamente sul web un testo interessante: “Zweig italiano, Italia zweighiana. Studi e prospettive recenti” di Diana Battisti (Università degli Studi di Firenze).

Su di lui sono stati realizzati due film: “Lost Zweig” regia di Sylvio Back (Brasile 2002) e

“Vor der Morgenröte” (Prima dell’alba), conosciuto anche come “Farewell to Europe”, diretto da Maria Schrader.

Nel 1948 il regista austriaco Max Ophüls realizzò un film a Hollywood dal racconto “Lettera da una sconosciuta” interpretato da Joan Fontaine e Louis Jourdain. 

Anche su altre novelle di Zweig sono stati realizzati dei film.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Enrico Gamba per “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima” (Bompiani, 2026), di Lavinia Capogna

Enrico Gamba, la mindfulness è un percorso

Se apriamo un manuale di storia della psicologia incontriamo nelle prime pagine colui che viene considerato il primo psicologo, Wilhelm Maximilian Wundt, un signore con la barba, gli occhiali e un’aria intelligente che nel 1879 aprì il primo laboratorio di psicologia sperimentale a Leipzig in Germania ma in realtà il desiderio di conoscere se stessi e di superare disagi e problematiche (o malattie) ha una storia millennaria.

Già nelle poesie degli antichi greci o nella filosofia di Socrate si trovano queste aspirazioni.

“Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi” notava Sant’Agostino nel 400 d.C.

Anche Amleto di Shakespeare è un personaggio assai complesso e così Don Chisciotte di Cervantes (e nelle sue novelle lo stesso Cervantes inventò un dottore che aveva paura di essere di vetro e perciò non voleva essere sfiorato). Si potrebbe poi passare, facendo un brevissimo excursus, dalle raffinatissime psicologie dei personaggi di Lev Tolstoj o quelle di Dostoevskij, che hanno interessato anche Freud, fino a Italo Svevo.

La psicologia è una scienza con le sue teorie, i suoi esperimenti, i test, le diverse scuole, i suoi campi di indagini specifici, la sua parte umanistica e quella collegata allo studio del cervello che ha aperto nuove frontiere.

Oltre ai libri di studio, ai testi strettamente tecnici esistono saggi che possono essere letti anche dai non addetti ai lavori.

Tra questi ci sono volumi molto importanti: pensiamo alle opere di Erich Fromm, al prezioso saggio biografico di Viktor Frankl, all’intelligenza emotiva di Daniel Goleman, alle persone altamente sensibili di Elaine Aron, a quelli migliori dedicati alle donne – solo per citarne alcuni.

Nella sua storia, ancora relativamente recente ma densa di avvenimenti la psicologia ha dovuto affrontare anche critiche. Ci sono ancora persone che pensano che solo “i matti” dovrebbero fare una psicoterapia. Non è così.

Enrico Gamba è uno psicologo psicoterapeuta che ha un luminoso e confortevole studio a Milano, un’ampia esperienza ed è autore, finora, di due libri: “ONE 365 – Un insegnamento al giorno per un’esistenza eccezionale” e – appena pubblicato da Bompiani – “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima“, un libro ricco di spunti di riflessione, stimolante, sincero. Racconta, in uno stile scorrevole, mai ingarbugliato anzi chiarissimo la società attuale da un punto di vista psicologico con incursioni anche nella sociologia, la filosofia, i testi sacri Indiani, l’epigenetica, le costellazioni familiari, il vissuto di alcuni pazienti e soprattutto la mindfulness di cui Gamba è un grande praticante ed esperto.

Egli delinea una società che ha conosciuto enormi cambiamenti in poco tempo, che ha raggiunto possibilità prima impensate, ma in cui i progressi scientifici e tecnologici non sono andati di pari passo con quelli emotivi e spirituali.

Una società in cui è possibile comunicare in un minuto con qualcuno che vive nell’isola più sperduta del Pacifico ma nella quale la maggior parte delle persone si sentono estremamente sole, ansiose, svuotate.

Come ci dicono le statistiche i malesseri psicologici (da lievi a gravi) sono purtroppo aumentati in modo esponenziale. 

Il libro di Gamba non promette facili ed illusorie soluzioni ma propone un percorso. La mindfulness è infatti un percorso, una “strada” e la strada si fa andando, come scriveva il poeta Antonio Machado. 

Vuoi raccontarci come la meditazione usata da millenni dai monaci tibetani e dagli yogi indiani sia diventata la mindfulness, un valido e riconosciuto strumento della psicologia?

Se guardiamo alla storia, la meditazione nasce come pratica esperienziale, non come tecnica. Per millenni i monaci tibetani e gli yogi indiani l’hanno utilizzata come via di conoscenza di sé, di addestramento della mente e di trasformazione interiore. Non era qualcosa da “ottenere”, ma uno stato da coltivare: la capacità di stare presenti a ciò che accade, dentro e fuori.

Il passaggio verso la mindfulness avviene quando questo sapere antico incontra lo sguardo della scienza occidentale. A partire dagli anni ’70, soprattutto grazie al lavoro di Jon Kabat-Zinn, si è compreso che il cuore di quelle pratiche poteva essere estratto dal contesto religioso e proposto in modo laico, accessibile e rigoroso. Non si è trattato di snaturare la meditazione, ma di tradurla in un linguaggio comprensibile alla psicologia e alla medicina.

La mindfulness nasce proprio qui: dall’incontro tra tradizione contemplativa e metodo scientifico. È la stessa attenzione consapevole coltivata dagli yogi e dai monaci, ma osservata, studiata e validata attraverso la ricerca. Oggi sappiamo, grazie alle neuroscienze, che questa pratica modifica il funzionamento del cervello, del sistema nervoso e della regolazione emotiva. Non è più solo una “filosofia di vita”, ma uno strumento clinico efficace per stress, ansia, depressione, dolore cronico e molto altro.

In fondo, ciò che è cambiato non è la sostanza, ma il contesto. La mindfulness è la meditazione che ha imparato a parlare il linguaggio della psicologia moderna, senza perdere la sua anima. È un ponte tra Oriente e Occidente, tra esperienza interiore e conoscenza scientifica, che ci ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: imparare a stare presenti può trasformare profondamente il modo in cui viviamo, soffriamo e ci prendiamo cura di noi stessi.

Nel tuo libro hai raccontato alcune cose di te assai private: incertezze giovanili, un viaggio in India, incontri singolari, sincronie junghiane, sogni. Credo che questo possa aiutare a vedere un terapeuta non solo come “un distaccato medico della mente” ma anche come un essere umano. Che ne pensi?

Sì, ed è esattamente il motivo per cui ho scelto di raccontare anche la mia storia.

Non perché sia “speciale”, ma perché è vera. È la mia. E perché ciò che mi è accaduto – le incertezze, i passaggi difficili, quel viaggio in India, gli incontri singolari, i sogni, le sincronie che Jung avrebbe chiamato “messaggeri dell’inconscio” – mi ha trasformato. Mi ha portato, passo dopo passo, a comprendere ciò che oggi sento importante trasmettere a chi attraversa momenti simili a quelli che ho attraversato io.

Credo che vedere un terapeuta solo come un “medico della mente” distaccato e neutrale sia un’immagine incompleta, e a volte persino dannosa. La cura non passa solo dalla competenza, ma anche dalla presenza. E la presenza è umana: fatta di ferite integrate, di consapevolezza conquistata, di vulnerabilità che non chiede di essere esibita, ma che può diventare un ponte.

Nel lavoro terapeutico possiamo offrire conoscenze, strumenti, intuizioni. Ma spesso ciò che davvero “sposta” qualcosa nell’altro è l’esempio: la testimonianza silenziosa che si può attraversare la notte e uscirne con uno sguardo più vero. Raccontare alcuni frammenti della mia vita nel libro è stato un modo per dire: non sei strano, non sei rotto, non sei solo. E soprattutto: si può trasformare il dolore in senso.

E poi c’è un’altra cosa. Le sincronie, i sogni, certi incontri… non li ho messi per creare fascino narrativo, ma perché fanno parte della realtà psichica di molte persone. Tante volte i pazienti vivono esperienze interiori profonde e non le raccontano per paura di essere giudicati o patologizzati. Dare loro dignità, con rispetto e misura, significa anche aprire uno spazio sicuro: uno spazio in cui l’essere umano può essere intero, non solo “corretto”.

Quindi sì: se il lettore, grazie a questo, riesce a vedere il terapeuta come un essere umano, allora il libro sta già facendo una parte del suo lavoro. Perché la relazione, prima di tutto, è un incontro tra due umanità. E da lì può iniziare davvero il cambiamento.

Secondo te, esistono ancora pregiudizi verso le psicoterapie nonostante la loro efficacia, se ben eseguite, sia stata ampiamente provata?

Sempre meno, nella mia percezione. E questo è un segnale molto bello: la psicoterapia sta diventando sempre più associata non solo alla “cura” di un disagio, ma a una scelta di maturità, di responsabilità verso se stessi, a un desiderio genuino di crescere e conoscersi.

Detto questo, i pregiudizi non sono spariti del tutto: spesso hanno solo cambiato forma. Per alcune persone andare in terapia è ancora sinonimo di “avere qualcosa che non va”, quasi fosse un marchio. Per altre è vista come un lusso, o come un parlare infinito senza risultati. E poi c’è un’idea molto radicata, soprattutto nella nostra cultura, che “bisogna farcela da soli”, stringere i denti, andare avanti. Come se chiedere aiuto fosse una debolezza, invece che un atto di lucidità.

Qui secondo me è fondamentale un passaggio: la psicologia non nasce soltanto per “curare la mente” come se la società producesse automaticamente persone serene e integrate. La psicologia serve anche — e direi soprattutto — a migliorare la qualità della vita. A riconoscere i modelli appresi, familiari e sociali, che spesso ci portiamo dentro senza averli mai davvero elaborati. A trasformare automatismi, paure, copioni relazionali che creano sofferenza anche quando, fuori, sembra “andare tutto bene”.

Quindi sì: la psicoterapia è certamente uno strumento clinico per la patologia, quando c’è. Ma è anche uno strumento di prevenzione, di crescita, di educazione emotiva. E questo ha un impatto non solo individuale: più persone imparano a conoscersi, a regolare le emozioni, a comunicare meglio, meno violenza invisibile produciamo nelle relazioni, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro. In questo senso la psicoterapia è anche un investimento sociale.

E forse è proprio questo che sta cambiando: la consapevolezza che stare meglio non è un colpo di fortuna. È una competenza. E, quando la terapia è ben condotta, può diventare uno dei percorsi più concreti e scientificamente fondati per svilupparla.

Ho letto il libro di Tucker e alcuni di Brian Weiss, di cui hai seguito un master, da te citati e trovo interessante questa apertura da parte di uno scienziato verso la spiritualità, elemento che è presente anche nel fisico Federico Faggin e altri. Pur rispettando le credenze di tutti, un accentuato materialismo scientifico non potrebbe ridurre le possibilità di apprendere e di ampliare le conoscenze?

Come ho scritto nel libro, la scienza per essere davvero scienza non deve mai trasformarsi in un dogma. Perché nel momento in cui diventa un sistema chiuso di credenze – anche se si chiama “materialismo” – smette di essere ricerca e diventa ideologia.

La grande avventura della conoscenza umana è sempre stata legata agli strumenti di osservazione che l’essere umano ha saputo sviluppare. Per secoli non abbiamo “visto” i batteri, non perché non esistessero, ma perché mancava il microscopio. Non potevamo misurare certe onde, non perché fossero fantasie, ma perché mancavano strumenti e modelli. In questo senso, è ragionevole pensare che possano esistere fenomeni che oggi trascendono l’esperienza comune e che non riusciamo ancora a descrivere con criteri oggettivi semplicemente perché non abbiamo ancora mezzi adeguati per osservarli e studiarli.

È qui che la psicologia diventa, inevitabilmente, una “scienza di confine”. Da un lato tende – giustamente – alla rigorosità: replicabilità, metodo, verificabilità. Dall’altro, però, lavora con la materia più complessa che esista: l’esperienza soggettiva, la coscienza, il significato, il vissuto. E nel vissuto delle persone, soprattutto in ambito clinico, accadono talvolta esperienze interiori che non rientrano in una mappa concettuale già consolidata: sogni trasformativi, sincronie, percezioni sottili, stati di coscienza non ordinari. Possiamo liquidarli come “niente”, oppure possiamo fare ciò che la scienza, nella sua forma migliore, ha sempre fatto: osservare, raccogliere, documentare, sospendere il giudizio e continuare a indagare.

Ed è qui che la tua domanda è centrata: un materialismo scientifico accentuato, quando diventa l’unica lente ammessa, rischia di ridurre le possibilità di apprendere. Non perché “la spiritualità” debba essere accettata come verità, ma perché l’apertura mentale è un prerequisito del metodo scientifico stesso. La scienza cresce quando sa dire: “Non lo so ancora” senza trasformare quell’ignoranza in negazione.

A me piace una posizione molto semplice: rispetto totale per le credenze di tutti, e al tempo stesso un atteggiamento esplorativo. Non credulità, non rifiuto. Curiosità rigorosa. È quello che vedo in alcuni studiosi che citi: non stanno dicendo “è tutto dimostrato”, ma stanno dicendo “forse il reale è più vasto di ciò che oggi sappiamo misurare”.

E forse la sintesi più sana è questa: tenere insieme due qualità che raramente convivono — umiltà e coraggio. Umiltà nel non pretendere certezze dove non ci sono. Coraggio nel non chiudere la porta a ciò che ancora non sappiamo spiegare. Perché, se è vero che la scienza deve essere rigorosa, è altrettanto vero che deve restare viva. E ciò che resta vivo, per definizione, continua a fare domande.

Vorresti dare un consiglio a chi oggi si sente smarrito, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze?

Direi questo.

Se è vero che la scienza non ha ancora risposte definitive sul senso dell’essere umano, della mente e della coscienza, è altrettanto vero che ciascuno di noi ha un’opportunità enorme: imparare a rivolgere lo sguardo verso di sé.

E oggi questo è forse l’atto più rivoluzionario che un ragazzo o una ragazza possano compiere.

A chi si sente smarrito direi innanzitutto: non c’è nulla di sbagliato in te. Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere altrove, di performare, di confrontarci, di adattarci. È naturale sentirsi persi quando nessuno ci ha mai insegnato come funzioniamo dentro.

Il mio consiglio è imparare ad ascoltarsi. Imparare a prendere coscienza di ciò che accade dentro di noi: riconoscere le emozioni, dare loro un nome, comprendere i pensieri invece di esserne travolti, distinguere ciò che ci nutre da ciò che ci intossica. Queste non sono abilità “accessorie”, sono competenze fondamentali per vivere.

Pratiche come la mindfulness servono esattamente a questo: a sviluppare una presenza interiore stabile, una sorta di radicamento profondo. Quando manca questo radicamento è facile sentirsi sballottati, confusi, in balìa di tutto. Quando invece iniziamo a conoscerci, a sentirci, a stare con ciò che c’è, lentamente qualcosa si organizza dentro.

Per questo diffondo la consapevolezza da tanti anni: non come moda, non come tecnica miracolosa, ma come allenamento umano di base. È naturale sentirsi in difficoltà se non sappiamo come funzioniamo. È naturale perdersi quando non abbiamo radici interiori sufficienti a sostenerci.

E allora il messaggio è questo: il percorso su di sé non è qualcosa da fare solo “quando si sta male”. È un cammino che ciascuno di noi, prima o poi, è chiamato a fare non per correggersi, ma per vivere bene. Per abitare la propria vita con più lucidità, verità e gentilezza verso se stessi. E questo, soprattutto oggi, è un dono immenso.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Antonio Machado, professore di francese e grande poeta, di Lavinia Capogna

Nel 1903 venne stampata a Madrid una raccolta di poesie intitolata “Soledades” (Solitudini). L’edizione era curata, il titolo e il nome dell’autore erano scritti in eleganti caratteri rossi.

Il titolo era dichiaratamente preso da un’opera del famoso poeta Barocco Luis de Góngora. 

Non vendette granché ma ebbe una recensione favorevole del poeta Jiménez. 

Era un’opera pregevolissima con la quale in pochi tratti, espressi con una grande forza quasi pittorica, l’autore esprimeva, in modo sobrio ma sottile, tinto di malinconia il rimpianto della vita che passa, una sorprendente precoce nostalgia. Ma anche un immobilismo, una monotonia, si direbbe, di quella penisola iberica ancora addormentata (egli come il padre e il nonno era un sostenitore della filosofia e della scienza, allora avversate), una malinconia che si stemperava in paesaggi agresti di grande bellezza. 

L’autore era un ragazzo timido e, come disse una sua conoscente, di modi gentili e squisiti: Antonio Machado.

Egli viveva allora quasi poveramente, abitava in una stanza che aveva solo un tavolino, il letto e uno specchio con una bacinella per farsi la barba. I suoi abiti erano spesso trasandati e la sua unica passione oltre alla poesia erano le sigarette. Però il più celebre poeta di lingua spagnola del tempo, il nicaraguense Rubén Darío, dimostrando lungimiranza, apprezzava i suoi versi. 

Antonio Machado era nato in una famiglia colta e di idee progressiste e repubblicane nel 1875 a Siviglia. 

Suo nonno era un medico che dopo il decesso di una ragazza che non era riuscito a salvare aveva abbandonato la professione. Interessato a scienza e politica era diventato professore universitario e saggista. Anche sua nonna, una donna simpatica e amante della conversazione, che suonava la chitarra, era una persona avanti sui tempi. Suo padre un avvocato, ricercatore appassionato delle tradizioni andaluse. Non sappiamo molto su sua madre, Ana Ruiz, ma ebbe un profondo legame con Antonio. Ebbe altri sei figli, tra cui Manuel, anch’egli poeta, e José, pittore. 

A fine Ottocento la famiglia si era trasferita a Madrid ma la morte del nonno e poi quella del padre a poca distanza la condussero ad un tracollo economico. Venne anche brutalmente colpita dal decesso di una sorella di soli 14 anni. 

Egli frequentò una scuola che era allora la più avanzata pedagogicamente e che stimolava la riflessione e il confronto. 

Insieme al fratello Manuel conduceva una vita bohémien, frequentava caffé, apprezzava il vino ma non divenne mai un alcolista. Conosceva aspiranti poeti, seguaci di Paul Verlaine, scriveva per qualche rivista letteraria. Fece due viaggi a Parigi (in cui incontrò anche Oscar Wilde) insieme allo scrittore anarchico Pio Baroja e al fratello Manuel. 

Divenne il poeta più giovane di quella che venne chiamata la “Generazione del ’98”.

Nel 1907 sostenne un esame per diventare professore di francese e come si usava allora poté scegliere fra alcune cittadine dove insegnare. Scelse Soria in Castiglia, che tanta parte avrebbe avuto sulla sua storia personale e sulla sua poetica. 

Secondo i suoi studenti Machado fu un ottimo professore, ben disposto, non bocciò mai nessuno, tentava di risvegliare un interesse per la cultura francese leggendo brani di libri e poesie oltre che insegnare la grammatica.

Egli abitava in casa di un ex sergente che per arrotondare il lunario affittava camere: era un uomo violento e irascibile. Aveva una moglie e una figlia che erano spaventate da lui.

La figlia, Leonor, era una ragazzina molto carina, bruna, con un colorito pallido, uno sguardo arguto ed innocente.

Il poeta si innamorò di lei e lei di lui. Era un opposto del temibile padre. 

Sembra che il garzone di un panettiere le avesse fatto la corte ma lei aveva scelto il timido professore. 

Secondo la legge spagnola del tempo quando Leonor compì 15 anni si poterono sposare. Era il 1909, lui aveva 34 anni. 

Questa grande differenza di età oggi può lasciare interdetti ma non era rara in una società ancora ottocentesca.

Essi continuarono a vivere nel paese ma poi lui fece richiesta di trasferimento a Parigi per poter seguire dei corsi culturali e anche le lezioni del filosofo Henri Bergson, che ammirava. 

Era anche un’opportunità di fuggire dal claustrofobico paese e di vivere in una grande capitale europea. 

Nel frattempo Machado aveva scritto altre due raccolte di poesia: una che sarebbe stata pubblicata qualche anno dopo e nel 1912 “Campos de Castilla (Campi di Castiglia) che inizia con i famosi versi:

“La mia infanzia è fatta di ricordi di un cortile a Siviglia e di un frutteto luminoso dove matura il limone; 

la mia giovinezza, vent’anni nella terra di Castiglia”.

Quest’ultima ebbe un grande successo, ne vennero stampate almeno due edizioni in poco tempo. 

In questa seconda opera nella quale Machado aveva ormai raggiunto la piena maturità espressiva, descriveva con accenti che susciteranno non pochi malumori a Soria i paesaggi selvaggi non solo nella natura ma anche negli animi del piccolo paese, il vagare nella natura, e, in qualche parola quasi sfuggita alla penna, con il suo consueto riserbo, l’incontro con l’amore. 

Purtroppo nel 1911 a Parigi la vita del poeta e della moglie aveva avuto un tragico cambiamento. Il 14 luglio, festa nazionale che celebrava la presa della Bastiglia del 1789 e che veniva festeggiata a Parigi con grandi balli popolari nelle piazze, Leonor aveva avuto un severo attacco di tubercolosi. Il marito aveva cercato vanamente in quella Parigi lieta, tanto in stridente contrasto con la sua sventura, un dottore. 

Il giorno dopo era riuscito a far ricoverare Leonor. La diagnosi era stata di una tubercolosi molto avanzata. 

Era allora una malattia pressoché inguaribile perché ancora non erano stati scoperti gli antibiotici. 

Nel 1912 i medici avevano consigliato a Machado e Leonor di tornare in Spagna e lui, che non aveva più denaro, aveva chiesto un prestito al poeta Rubén Darío che lo aveva immediatamente aiutato. 

Con grande dedizione Machado si prese cura della moglie. C’è chi lo ricordava con i suoi abiti trasandati e spettinato mentre la portava amorevolmente fuori casa su una sedia a rotelle. 

Ma a Soria la condizione di Leonor era peggiorata:

“Una notte d’estate — il balcone e la porta di casa mia erano aperti — la morte entrò nella mia casa. 

Si avvicinò al suo letto — senza nemmeno guardarmi — e con le sue dita sottili ruppe qualcosa di molto delicato. Silenziosa e senza guardarmi, la morte mi passò di nuovo davanti (…)”. 

Incomincia così una delle liriche più drammatiche di Machado in cui descriveva la morte di Leonor che aveva solo 18 anni. 

La madre di lui, Ana Ruiz, era arrivata per aiutarli ma pochi giorni dopo il funerale entrambi lasciarono Soria. 

Seguirono anni molto difficili per il poeta. 

Egli scrisse ad un amico che aveva pensato di spararsi ma che lo aveva trattenuto il successo che aveva avuto il suo secondo libro di poesie, “Campos de Castilla”. Egli scriveva: “E non per vanità, Dio lo sa bene! Ma perché pensavo che se in me c’era una forza utile, non avevo il diritto di annientarla”. 

Nelle poesie del 1913 echeggiano dolorosi accenti relativi a Leonor, domande a Dio a cui egli credeva (ma ben diversamente dai bigotti e dai reazionari) ma anche costernazione e smarrimento. 

Egli viveva insieme a sua madre continuando a fare, in un’altra cittadina, il professore. A 43 anni si laureò in filosofia con ottimi voti. Si appassionò allo studio del latino e del Greco ed ebbe l’idea di studiare anche l’italiano. 

Viaggiò in varie città spagnole. 

Negli anni Venti scrisse alcune commedie insieme al fratello Manuel e dedicò numerose liriche ad altri poeti. 

Scrisse anche un testo di riflessioni filosofiche e di vario genere in prosa. 

Pubblicò altre poesie assai diverse nello stile dalle prime, più brevi, alcune con accenti ironici, altre meditative. 

“Viandante, sono le tue impronte 

il cammino, e niente più, 

viandante, non c’è cammino, 

il cammino si fa andando.

Andando si fa il cammino,

e nel rivolger lo sguardo

ecco il sentiero che mai 

si tornerà a rifare.

Viandante, non c’è cammino, 

soltanto scie sul mare.”

Queste è una delle opere più celebri di Machado nella traduzione di Antonio Prete (*). 

Nel 1928 quando aveva 53 anni conobbe una donna di 39 anni. 

Sono dedicate a lei le poesie in cui la chiama con un nome fittizio, Guiomar. Tuttavia anche questo fu un amore non semplice: Leonor lo aveva sposato ma Guiomar o meglio colei che si celava sotto questo nome era invece già sposata. 

Era poeta lei stessa e amante del teatro. Lei e il marito erano assai benestanti e avevano tre figli. Il marito era un uomo infedele che l’aveva delusa. Proprio in quei giorni aveva conosciuto Machado. 

Li dividevano le opinioni politiche: Machado era di sinistra e partecipava attivamente alla vita sociale e culturale del paese, Guiomar invece aveva idee conservatrici ed era cattolica molto osservante. 

Machado si innamorò perdutamente di lei. 

Lei gli propose un’amicizia intellettuale con qualche sfumatura romantica: avrebbero potuto vedersi a scadenza regolare in un giardino pubblico accanto ad una vecchia fontana o in un caffè alla periferia di Madrid ma solo amichevolmente. 

Lui accettò. 

Nel 1981 venne pubblicato il testo autobiografico “Sí, soy Guiomar: memorias de mi vida” (Sì, sono Guiomar: memorie della mia vita) scritto dalla poeta e commediografa Pilar de Valderrama.

Detto per inciso, non ho potuto leggere il testo originale perché le poche copie ancora oggi disponibili hanno un costo astronomico però esso include 36 lettere autentiche delle 240 che Antonio Machado le aveva scritto come prova della veridicità delle sue affermazioni. Pilar de Valderrana era deceduta a 90 anni nel 1978 lasciando tutte le lettere alla Biblioteca nazionale di Madrid e le sue Memorie da pubblicare postume. 

Certamente lei non aveva nessun obbligo di corrispondere il sentimento del poeta però continuando a frequentarlo sia di persona sia per lettera non poteva far altro che alimentarlo.

Alimentandolo non poteva far altro che arrecare sofferenza e frustrazione a Machado: potevano condividere solo pochissimo tempo insieme, erano quasi sempre separati, lui non faceva parte della vita quotidiana di lei, c’era tra di loro una notevole confidenza emotiva ma senza alcuna intimità. 

Da sempre interessato ai sogni e alla psicoanalisi lui le descrisse un sogno che aveva fatto nel quale si erano sposati in una chiesa e lui si era sentito molto felice. 

Probabilmente “Guiomar” si sentì invece gratificata da questo amore sincero e idealizzato, che durò vari anni, da parte di un grande poeta. 

Nel 1936 i franchisti uccisero Federico García Lorca che Antonio Machado aveva conosciuto e di cui ammirava le opere. Egli scrisse una delle sue ultime poesie contro questo efferrato crimine. 

A fine gennaio del 1939, a 63 anni, quando era ormai evidente che Franco stava vincendo la sanguinosa guerra civile avendo come alleati Hitler e Mussolini, Machado, già provato nella salute da alcuni anni, andò in esilio insieme a sua madre, Ana Ruiz. 

Con grande sofferenza riuscirono a raggiungere il confine francese ma vennero abbandonati dai camionisti e lasciati senza soldi. 

Erano insieme a tanti altri esuli: uomini, donne, bambini sotto una pioggia torrenziale. 

Giunsero a Collioure, un villaggio francese sul mare abitato da pescatori. 

Trovarono un albergo a buon prezzo ma in pochi giorni la salute della madre si deteriorò. Machado tentò di assisterla ma anche le sue condizioni divennero drammatiche. 

La proprietaria dell’albergo, che simpatizzava con i repubblicani spagnoli, chiamò un medico che non poté far nulla. 

Il 22 febbraio 1939 Machado morì. 

Tre giorni dopo (era il giorno del suo 85esimo compleanno) anche la madre. 

Furono sepolti insieme. 

Pochi mesi dopo sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale. 

Inizialmente fu scritto sulla lapide solo “Antonio Machado, morto in esilio”, poi venne aggiunta una sua poesia:

“E quando verrà il giorno del mio ultimo viaggio, 

e salperà la nave che non tornerà mai più, 

mi vedrete a bordo leggero di bagaglio,

e quasi nudo, come i figli del mare”. 

….. 

*) Caminante, son tus huellas

el camino, y nada mas;

caminante, no hay camino,

se hace camino al andar.

Al andar se hace camino, 

y al volver la vista atrás

se ve la senda que nunca

se ha de volver a pisar.

Caminante, no hay camino, 

sino estelas en la mar.

Bibliografia:

Antonio Machado Poesie (Garzanti 2022)

Poesie “Soledados” e “Campos de Castilla” (Newton Compton 2012)

Pietro Tripodo traduce Antonio Machado, Introduzione di Roberta Alviti, con segni e incisione di Enrico Pulsoni, Roma, Edizioni Il Bulino, 2018.

Poesías Completas (in spagnolo – l’Aleph 2020)

Ian Gibson Ligero de equipaje. La vida de Antonio Machado (biografia).

Nel 1969 il cantante Joan Manuel Serrat ha musicato 12 poesie di Machado incidendo il famoso Album “Dedicato a Antonio Machado”. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

25 gennaio 1882: nasce Virginia Woolf, di Lavinia Capogna

Nel 1915 una giovane scrittrice inglese esordiva nel mondo letterario con un romanzo “La crociera” (The Voyage Out). Aveva 33 anni e si chiamava Virginia Stephen. Sul libro appariva il suo nome da sposata, Virginia Woolf.

“La crociera” era un buon romanzo ma nessuno avrebbe potuto immaginare che Virginia (come la chiameremo da qui in poi) avrebbe, pochi anni dopo, rivoluzionato la letteratura inglese e mondiale.

Era piuttosto bella, con occhi tra il verde e il castano, capelli castani, alta (1,75), slanciata, pallida, esile, con uno sguardo gentile e perspicace.

Suo padre Sir Leslie Stephen era un noto studioso che da solo aveva redatto centinaia di voci della prestigiosa enciclopedia Oxford Dictionary of National Biography nonché saggi biografici e opere filosofiche. Si era sposato con la figlia del celebre scrittore Thackeray, l’autore di “La fiera delle vanità”, e avevano avuto una figlia disabile, Laura. 

La prima moglie morì giovane e tempo dopo Sir Leslie fece una proposta di matrimonio a Julia Prinsep Jackson. 

Anche lei era vedova, aveva perduto il marito da giovane e si era chiusa in un grande dolore. Aveva già tre figli. 

Era famosa per la sua bellezza e discendeva da un Chevalier L’Etang che a fine Settecento era stato amico di Maria Antonietta. 

Sua zia era stata una pioniera della fotografia, Julia Margaret Cameron.

Ebbero quattro figli di cui la terza fu Virginia. Julia si ritrovò così, tra suoi e gli altri, con otto figli da accudire. Si dedicava a numerose opere di bene, si prese anche cura di numerosi parenti ammalati ma soprattutto del marito, un uomo inquieto, con un viso interessante con una lunga barba, egocentrico ed eccessivamente preoccupato della situazione economica nonostante fosse agiato e che prese la discutibile decisione di far studiare fuori casa solo i figli maschi e diventare precettore delle figlie femmine. Il padre si innervosiva se lei e Vanessa non capivano subito gli esercizi di matematica e di greco. 

Virginia era vicina emotivamente alla sorella maggiore Vanessa, un legame che si sarebbe mantenuto per tutta la vita. Purtroppo entrambe furono vittime di molestie sessuali da parte dei due fratellastri di Virginia, in particolare George. 

Nel 1895, quando Virginia aveva 13 anni, sua madre morì a soli 49 anni. Fu l’evento più tragico della sua vita e l’inizio di un notevole disagio psicologico che l’avrebbe, tra alti e bassi, accompagnata tutta la vita (e a cui sarebbe disonesto dare un nome come invece molti hanno fatto). 

Durante l’adolescenza Virginia si innamorò del tutto platonicamente di due giovani donne, Madge Symonds e poi Violet Dickinson. Come avrebbe raccontato Quentin Bell, nipote della scrittrice, nella bella biografia che le avrebbe dedicato, quando Madge si recava a trovare la famiglia lei pensava: “Madge è qui” e sentiva il cuore battere a mille. Non esistono forse amori più forti di quelli dell’adolescenza. 

Nel 1904, dopo il decesso del padre, Virginia fece un primo tentativo di suicidio. 

A 30 anni, nel 1912, accettò la proposta di matrimonio che le aveva fatto un anno prima il trentaduenne Leonard Woolf. 

L’anno seguente tentò nuovamente il suicidio e fu a un passo dalla morte. 

Leonard Woolf rimane una figura controversa nonostante abbia scritto ben sei libri autobiografici e un romanzo ambientato in Sri Lanka (allora Ceylon). 

Magro, con occhi blu scuri, capelli neri era nato a Londra nel 1880 in una famiglia ebrea (ma era ateo) e aveva studiato all’università di Cambridge.

Conobbe Virginia casualmente quando lei si era recata un giorno a Cambridge. 

Rimase colpito dalla sua aria gentile e dal suo aspetto. Poi, nel 1904, era partito per Ceylon come funzionario dell’impero britannico, il più esteso del mondo. Sarebbe tornato solo nel 1911.

Nel frattempo lei aveva ricevuto alcune proposte di matrimonio che aveva rifiutato, eccetto una: quella dello scrittore gay Lytton Strachey. 

Il giorno dopo lui, assai imbarazzato, aveva ritirato la proposta.

Leonard Woolf, tornato a Londra, si era innamorato di Virginia. Avevano interessi in comune: entrambi facevano parte del gruppo letterario di Bloomsbury (dal nome di un quartiere di Londra) che ebbe un grande peso nella nascita della corrente letteraria del Modernismo. Erano giovani artisti che si riunivano a casa di Virginia e Vanessa sfidando i tabù della società britannica parlando di tutto a ruota libera e di cui faceva parte anche il futuro grande economista John Maynard Keynes. 

Entrambi avrebbero poi aderito ad una nota organizzazione socialista britannica, la Fabian Society svolgendo attività sociale, in certi periodi, per la working class. 

Leonard Woolf ebbe anche un’intensa attività di giornalista e politica anche se avrebbe voluto essere uno scrittore famoso. 

Sempre nel 1912 lui aveva scritto di sé a Virginia (esagerando?) che era “egoista, geloso, crudele, lussurioso, bugiardo e probabilmente anche peggio. Mi ero ripetuto più volte che non avrei mai sposato nessuno” e invece fece di tutto per sposarla. 

Aveva un tremito alle mani che lo tormentò per tutta la vita, nelle foto appare spesso cupo o distratto.

Lei voleva bene a Leonard e desiderava avere dei figli e sposarsi. 

Fu molto sincera con lui prima di accettare la proposta di matrimonio.

Nel 1912 gli scrisse: “Come ti ho detto un po’ brutalmente l’altro giorno, non provo attrazione fisica per te. Ci sono momenti, come quando mi hai baciata l’altro giorno, in cui non provo nulla, sono come una pietra eppure la tua premura nei miei confronti mi travolge. È così reale e così strana”. 

Si sposarono e sembra che rimase un matrimonio bianco ma molto importante a livello affettivo ed intellettuale.

Lui era il primo a leggere i romanzi della moglie quando erano ancora manoscritti. 

Fondarono insieme la piccola ma coraggiosa casa editrice Hogarth Press che pubblicò autori come il poeta Eliot, Forster, Katherine Mansfield, le opere di Sigmund Freud (che avrebbero poi incontrato nel 1939).

Tutti i libri di Virginia, eccetto i primi due, vennero pubblicati dalla loro casa editrice il che la liberò dalla tirannide degli editori. Vanessa disegnava delle bellissime copertine e i libri ebbero successo, furono presto tradotti in altre lingue. 

Nel 1937 si recò a trovarla a Londra una giovane donna belga che voleva tradurre “Le onde” in francese. Virginia le dette carta bianca. Era Marguerite Yourcenar.

Tornando a Leonard, egli si prese grande cura della moglie quando lei ebbe dei momenti molto difficili psicologicamente. Consultò vari medici, l’assisteva personalmente, assunse delle infermiere. Teneva un quaderno in cui scriveva in tamil e singalese (le lingue di Ceylon) come procedeva lo stato psichico e fisico di lei. 

Lei rimpianse sempre di non aver potuto avere figli e adorava i nipoti, figli di Vanessa. 

Molti dicono che Virginia non sarebbe potuta sopravvivere senza Leonard e senza la scrittura. 

Quentin Bell, nipote di Virginia, scrisse che sposare Leonard era stata la migliore decisione che lei avesse mai preso. 

Tuttavia nel 1998 venne pubblicato un saggio scritto da Irene Coates, una commediografa inglese nata nel 1925, che sosteneva che Virginia fosse stata invece manipolata, controllata, dominata dal marito per decenni e che infine si era sentita di troppo nella vita di lui. 

Il libro ha suscitato grandi polemiche in Inghilterra e ha avuto estimatori e detrattori. 

Pochi mesi dopo il suicidio di Virginia nel 1941 lui, 61 anni, per quanto disperato, si innamorò di un’altra donna, Trekkie Ritchie Parsons, pittrice, 39 anni (che aveva già conosciuto prima) con la quale ebbe una relazione che durò fino alla sua morte nel 1969 a 88 anni. 

Tra il 1922 e il 1931, cioè dai 40 ai 49 anni, fu il decennio più creativo di Virginia nel quale pubblicò romanzi come “La stanza di Jacob” (Jacob’s Room – 1922), “Mrs Dalloway” (1925), “Gita al faro” (To the Lighthouse – 1927), “Orlando” (Orlando: A Biography – 1928) e “Le Onde” (The Waves – 1931). 

“La stanza di Jacob” fu il primo romanzo in cui abbandonò uno stile classico per un altro in cui erano essenziali gli stati d’animo, le sensazioni, i pensieri, i dettagli più che la trama e le azioni.

Questo stile o modo, che Virginia stessa saggiamente non definì mai un “metodo”, in quanto era scaturito spontaneamente da lei dopo una lunga, estenuante ricerca, venne così denominato dallo psicologo e critico letterario William James, fratello del celebre scrittore anglo americano Henry James, che lo chiamò “stream of consciousness” (flusso di coscienza).

Anche Marcel Proust, “recluso” a causa dell’allora ingestibile asma nel suo appartamento parigino, aveva scoperto qualcosa di affine seppure diverso nel suo capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto”, edito tra l’inizio del Novecento e gli anni Venti, ed altrettanto il dublinese James Joyce in “Ulisse” (1922) dove non vi era una trama e una connessione logica tra le frasi. 

Kafka aveva invece descritto l’assurdità esistenziale. 

Detto per inciso, Virginia adorava l’opera di Proust ma non accettò l’Ulisse per la Hogarth Press in quanto non le era piaciuto. 

In “Le Onde” portò lo “stream of consciousness” alle estreme conseguenze: vi sono solo i pensieri dei personaggi. 

In “Mrs Dalloway” c’era invece il contrappunto, assai forte emotivamente, tra due personaggi completamente diversi che si muovono in una serena giornata di giugno londinese senza mai incontrarsi: la serena Clarissa Dalloway e il profondamente inquieto Septimius Warren Smith, traumatizzato dalla prima guerra mondiale. 

In “Gita al faro” ella rievocava invece la sua infanzia e i genitori in un’atmosfera evanescente. E anche se Virginia non aveva studiato musica il libro assomiglia ad un brano musicale: ogni personaggio contribuisce con il suo timbro particolare, i suoi stati d’animo, i suoi pensieri ad una sinfonia d’insieme: il tirannico signor Ramsey, la sacrificata e bellissima signora Ramsey, la maldestra pittrice Lilly e gli altri. 

Non si può non ammirare il fatto che mentre combatteva con una seria malattia Virginia riuscì a scrivere queste grandi opere letterarie  

Ella apprezzava ed era “gelosa” al tempo stesso soltanto del talento di Katherine Mansfield con la quale nacque un rapporto d’amicizia (2).

In quel tempo Virginia incominciò anche a guadagnare molto con i suoi libri. 

Prima aveva vissuto grazie ad una piccola eredità del padre ma ora poteva spendere liberamente anche se continuò a vivere in modo molto sobrio.

Nel 1922, a 40 anni, Virginia conobbe una scrittrice di successo, Vita Sackville – West. 

Vita, 30 anni, proveniva da una delle più aristocratiche famiglie inglesi (una sua discendente, anche se non diretta, sarebbe stata Lady Diana). La sua famiglia possedeva la tenuta di Knole, quasi 400 stanze, che Vita non poté ereditare in quanto la successione era solo per via maschile. 

Vita scriveva romanzi con titoli come “Seduttori in Ecuador”, “La signora scostumata”, “La Grande Mademoiselle”, romanzi assai gradevoli ma più che altro rappresentativi di un mondo. Amava viaggiare in Oriente, i cani – come ogni buon inglese che si rispetti – e coltivò e creò splendidi incroci di rose nel giardino del suo castello di Sissinghurst nel Kent. 

Era sposata con un noto diplomatico conservatore (che non avrebbe mai lasciato) e avevano due figli. 

Apparentemente sembravano due persone lontane. Virginia era riservata nel modo di vivere, Vita brillante e mondana. 

Nel 1925 la loro amicizia si trasformò in un amore di cui ci sono rimaste le lettere. 

Virginia seppe guardare oltre le apparenze della lady aristocratica e Vita colse la delicatezza di Virginia. 

Leonardo Woolf sostenne discretamente Virginia e altrettanto fece Vanessa. 

Sia Leonard sia Vita sapevano che non avrebbe mai lasciato Leonard. 

Quando l’amore finì nel 1929 (sembra a causa delle infedeltà di Vita) l’amicizia continuò. Per Vita, Virginia scrisse “Orlando”, la storia di un malinconico poeta inglese del 1500 che vive ancora nel 1700 in Persia, che da uomo diventa donna e che ha splendide parti come la descrizione del grande gelo di Londra. 

Le donò anche il manoscritto. 

Sulla forza vitale dell’amore compose poi un altro bel romanzo meno conosciuto, “Flush”, dove descrisse, dalla deliziosa prospettiva del fedele cocker spaniel Flush, il grande amore tra i poeti Elizabeth Barrett e Robert Browning. 

Nel 1928 Virginia tenne due conferenze di rilievo per studentesse all’università di Cambridge. Da qui nacque un saggio intitolato “Una stanza tutta per sé”. È un testo fondamentale nella storia delle donne e del femminismo perché individua alcuni elementi della loro oppressione e come superarli: l’indipendenza economica e un proprio spazio privato. Vent’anni dopo anche Simone de Beauvoir nel suo saggio “Il secondo sesso” avrebbe individuato nell’indipendenza economica il nucleo della liberazione femminile. 

“Una stanza tutta per sé” è molto bello oltre che per l’analisi sociale per come è scritto. 

Gli anni ’30 furono più difficili per Virginia. Alcuni suoi amici morirono e anche un nipote, Julian, figlio di Vanessa, che era andato volontario nella guerra di Spagna contro i franchisti. Fu lei a dare grande supporto emotivo alla sorella. 

Nel 1940/41 la guerra fu molto violenta in Inghilterra: Londra venne bombardata tutte le notti per due mesi e l’Inghilterra per otto. 

Anche l’ultima casa di Virginia, chiamata Monk’s House nell’East Sussex a circa un paio d’ore a sud di Londra (un cottage semplice e dagli interni bellissimi, oggi museo) venne bombardata ma non colpita. 

Fu un inverno freddissimo. 

Il cibo era assai scarso e la probabilità di un’invasione tedesca molto alta anche se poi, fortunatamente, non si verificò. 

Anche se i Woolf non lo sapevano erano nella lista (che è rimasta) degli inglesi famosi da arrestare ed eliminare da parte delle SS tedesche. 

Nel marzo del 1941 Virginia ebbe un forte crollo emotivo. Vide un medico ma il 28 marzo lasciò la sua casa di campagna dopo aver scritto una lettera per il marito e una per Vanessa. Sono lettere struggenti.

I giornali pubblicarono la notizia della sua scomparsa. 

Leonard rimase sconvolto e fu tra i sospettati dalla polizia. 

Tre mesi dopo dei ragazzi videro il suo corpo in un piccolo fiume chiamato Ouse. 

Grazie alle lettere si determinò che era stato un suicidio. Aveva 59 anni. 

Molti scrissero che Virginia Woolf era una donna affascinante con una bellissima voce, per niente presuntuosa ma che anzi tendeva a sottovalutarsi, qualcuno l’ha definita egocentrica come il padre, altri timida e spiritosa. 

Lei è sempre stata criticata dai reazionari per le sue idee politiche e la storia con Vita – una storia cristallina, alla luce del sole e per questo irritante per gli omofobi ma al tempo stesso è sempre stata molto amata dagli appassionati della buona letteratura e dalle donne perché lei aveva preso la parola per loro: “For most of history, anonymous was a woman”. 

……… 

Nota 1) Lavinia Capogna “Virginia Woolf e la forza rivoluzionaria dell’amore” in “Pagine Sparse – studi letterari” (2024)

Nota 2) Lavinia Capogna “Katherine Mansfield. Una neozelandese a Londra”, articolo su Il Randagio. 

Bibliografia:

Tutte le opere di Virginia Woolf

Quentin Bell Virginia Woolf (Garzanti 1996) e nella versione originale inglese (1972 e poi 2017). 

Hermione Hill Virginia Woolf. Biografia

Phyllis Rose Virginia Woolf. Biografia

Angelica Garnett Deceived with kindness

Quentin Bell Bloomsbury (1968)

Jane Dunn Virginia Woolf and Vanessa Bell. A Very Close Conspiracy. 

Leonard Woolf La mia vita con Virginia

Love Letters: Leonard Woolf and Trekkie Ritchie Parsons 

Irene Coates Who’s Afraid of Leonard Woolf? A Case for the Sanity of Virginia Woolf (1998)

Adorata creatura. Le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf

Virginia Woolf – Vita Sackville-West

Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d’amore e desiderio. 

Alcuni romanzi di Vita Sackville – West

Nigel Nicolson Portrait Of A Marriage: Vita Sackville-West and Harold Nicolson

Nadia Fusini Posseggo la mia anima

Nadia Fusini Un anno con Virginia Woolf

Sara De Simone Nessuna come lei: Katherine Mansfield e Virginia Woolf: storia di un’amicizia. 

Nota: da qualche tempo circola spesso sui social una poesia attribuita a Virginia Woolf che non è sua. 

Vanessa Redgrave ha magistralmente interpretato in un film Mrs Dalloway e Nicole Kidman Virginia Woolf nel film “The Hours”. 

Patti Smith le ha dedicato una lettura pubblica. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Antonella Orefice per “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editrice) , di Lavinia Capogna

Eleonora de Fonseca Pimentel, un ritratto veritierorecensione e intervista di Lavinia Capogna

“Abbiamo dichiarato che su questa terra il più umile tra gli uomini è uguale al più illustre. La libertà che noi abbiamo conquistato, l’abbiamo data a chi era schiavo e la lasciamo al mondo in eredità affinché moltiplichi e alimenti le speranze che abbiamo generato” disse Georges Jacques Danton nel 1794 a Parigi nel suo discorso pronunciato nel severo Tribunale che, nella lotta furibonda tra le fazioni, lo aveva condannato a morte. 

La rivoluzione francese fu l’evento storico durato dieci anni (1789/1799) che cambiò la storia d’Europa e portò il mondo occidentale nella modernità. 

Era stata preceduta da un’altra rivoluzione e una guerra avvenuta nel lontano continente americano. 

Sulla Dichiarazione di Indipendenza del 1776, redatta da quegli inglesi americani che si erano ribellati alla monarchia di Londra, aveva avuto una notevole influenza, grazie ad un contatto epistolare con Benjamin Franklin, un giovane ed intelligente filosofo e legislatore partenopeo Gaetano Filangieri (nato a San Sebastiano al Vesuvio nel 1752), autore de “La Scienza della Legislazione”, un testo fondamentale del 1700. 

Nello stesso anno era nata a Roma Eleonora De Fonseca Pimentel. Entrambi avrebbero avuto un grande peso nella terza rivoluzione del secolo che sarebbe scoppiata a Napoli nel 1799 e che, si può dire con ragionevolezza, se non fosse durata solo cinque mesi avrebbe cambiato la storia del sud e dell’Italia intera. 

Filangieri la influenzò solo con il suo pensiero perché purtroppo era deceduto prima, appena trentacinquenne nel 1788 e Pimentel con la redazione dei 35 numeri de “Il Monitore Napoletano”, preziosa rivista in cui commentò gli eventi della rivoluzione con accorate e vibranti parole. 

Di Eleonora (come la chiameremo da qui in poi) si sono occupati nel tempo Benedetto Croce, vari cronisti, Maria Antonietta Macciocchi, partigiana, scrittrice, giornalista, cineasti e Enzo Striano, autore de “Il resto di niente”, un bel romanzo ma in cui la sua figura è più una creazione letteraria che un ritratto storico. 

Antonella Orefice, storica napoletana, autrice di varie opere, esperta del Settecento partenopeo (nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli), ha pubblicato nel 2019 un saggio intitolato: “Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799” (Salerno Editore) anch’esso vincitore di alcuni premi letterari. 

È un testo importante perché finalmente riesce, attraverso una meticolosa e rigorosa ricerca storica, a restituirci Eleonora al di là del mito e delle licenze poetiche di alcuni predecessori. 

Ne esce un ritratto commovente, intenso ma mai retorico. Eleonora fu una persona poliedrica. Nata in una nobile famiglia portoghese nell’elegante via di Ripetta come abbiamo detto a Roma (dove una targa la ricorda) si era poi trasferita a Napoli, che divenne di fatto la sua città. C’è anche una targa a Napoli nella Piazza Mercato, all’ingresso della Chiesa del Carmine Maggiore, dove venne impiccata il 20 agosto 1799 a 47 anni.

Antonella Orefice ricostruisce con passione la storia e l’atmosfera della capitale del Regno delle Due Sicilie dandoci un quadro assai vivido e dettagliato di una città pittoresca piena di contrasti. Napoli era allora la città più importante e popolata d’Europa dopo Parigi. 

Era meta di viaggiatori illustri come Johann Wolfgang Goethe fuggito sotto falso nome da Weimar, appassionati d’arte, poeti, avventurieri. C’erano stridenti differenze sociali: dalla ultra lussuosa corte del re Ferdinando, chiamato “il re lazzarone” e della sua dispotica moglie, Maria Carolina (che aveva la stessa età di Eleonora) al potentissimo clero, dalla nascente “borghesia” fino al sottoproletariato, il popolo dei vicoli e dei bassi. 

La descrizione e la storia di Napoli risulta essenziale nel libro per comprendere le dinamiche della rivoluzione. 

C’era infatti a Napoli un gruppo di intellettuali Illuministi che vennero chiamati poi giacobini dalla reazione che si riunivano attorno a Domenico Cirillo, Mario Pagano, Vincenzo Cuoco ed altri, avvocati, studiosi, letterati, appassionati di scienza, alcuni religiosi e giovani di idee libertarie che provenivano da tutto il meridione. 

Orefice ricostruisce queste personalità facendo il ritratto di una gioventù emancipata e, a mio avviso, di maggior spessore morale dei capi rivoluzionari francesi. 

La madre di Eleonora aveva fatto impartire alla figlia un’educazione avanzata rispetto a quella delle altre ragazze della sua classe sociale che aveva sviluppato il suo talento naturale per la letteratura. La sua era una famiglia relativamente benestante: Eleonora poté studiare con dei precettori il latino, il francese e l’inglese (cosa assai rara allora). Divenne una poetessa ammirata, ebbe anche una corrispondenza epistolare con l’anziano Voltaire che le avrebbe dedicato un sonetto e con Metastasio, il grande autore di libretti d’opera e riformatore letterario. 

Venne quindi ammessa nella prestigiosa Arcadia, la nota accademia di artisti e poeti che usavano bizzarri pseudonimi e che era aperta anche alle donne; e, nello stesso periodo, fu accolta a corte e stimata dalla regina austriaca che la nominò sua bibliotecaria. 

Tuttavia la sua vita cambiò drasticamente quando venne a mancare la madre e venne combinato un matrimonio con un militare. Un pessimo marito, violento, prepotente, mendace. Eleonora perdette anche un figlio di pochi mesi, a cui avrebbe dedicato toccanti poesie, a causa del vaiolo che nel secolo aveva procurato gravissime epidemie. 

Orefice ci accompagna nel ritratto veritiero di questa donna che divenne una delle figure di spicco della rivoluzione e anche la prima giornalista italiana. Eleonora credeva nell’uguaglianza, nella libertà, nella giustizia sociale. Manterrà una fede cristiana interiore e non di apparenza. 

La Rivoluzione Napoletana del 1799 è considerata l’unico esempio di rivoluzione pre-socialista riuscita nel secolo in Italia. 

La cosa affascinante è che un gruppo relativamente piccolo di rivoluzionari riuscì a tener testa ad una potentissima monarchia. 

Sostenuta abbastanza ma non troppo dai francesi, riuscì ad approvare alcune riforme ma venne spietatamente repressa da un’armata di briganti e contadini capitanata da un potente vescovo, dall’ammiraglio Nelson, partner della bellissima Emma Lyon che aveva fatto innamorare non solo lui ma, sembra, anche la regina. La tragica repressione non riguarderà solo Napoli ma anche molti paesi del sud e del centro che avevano aderito ai moti. Orefice ci racconta le efferatezze di questa armata che ebbe la spudoratezza di chiamarsi della Santa Fede al servizio dei reali fuggiti in Sicilia e che distrusse il sogno umanitario di una generazione. Non riuscì però a distruggere i loro ideali. 

Il libro ha il grande pregio di essere scritto in modo scorrevole, avvincente, e quindi non è solo un’opera per gli addetti ai lavori ma risulta assai gradevole e comprensibile anche per quei lettori meno ferrati in storia. Fa anche parte di quella ricerca incominciata negli anni ’70 che riguarda le donne per troppo tempo assenti o escluse dai manuali. 

Chiediamo a Antonella Orefice di raccontarci qualcosa di questo lavoro:

Che cosa ti ha spinta a scrivere su Eleonora?  

Eleonora è entrata nella mia vita da quando ne scoprii il nome per la prima volta in un libro del liceo e da allora non l’ho più dimenticata. Sono quelle cose che appartengono ai misteri della vita e di cui col tempo ne divengono parte. Una volta acquisiti gli strumenti dello storico ho iniziato a fare ricerche su di lei, prima quelle bibliografiche poi quelle archivistiche. Col tempo mi è divenuta cara come un’antica persona di famiglia che mi veniva in soccorso soprattutto nei momenti difficili. Il suo esempio di donna mi ha dato la forza di superare tante avversità. Cercarla e scrivere per lei è divenuta una missione da compiere.

Quando Eleonora chiese la separazione dal marito portando però la sua vita privata in tribunale fece un’azione che, mi sembra, ha qualcosa da insegnare anche alle donne di oggi. Che cosa ne pensi? 

Fu un atto di forte coraggio, il prezzo della libertà. Allora il divorzio per una donna appariva un’azione vergognosa, ma lei riuscì a superare quei malevoli giudizi e le conseguenze con una fermezza di spirito che le era propria. È un atto di coraggio che tutte le donne sopraffatte dagli uomini dovrebbero emulare per rompere le catene e non finire vittime di uomini violenti. La forza non è una prerogativa maschile. Il mondo è pieno di uomini narcisisti che trascinano le donne in legami tossici. Cercano di sminuirle, indebolirle, disarmarle, e che di fronte all’abbandono reagiscono con violenza, fino ad ucciderle. Il più delle volte è l’autonomia economica che manca alle donne per riscattarsi, ma non è solo questo. Il continuo logorio fisico e mentale attecchisce nella mente e nell’anima delle vittime caratterialmente più deboli e recuperare l’autostima non è facile. Ma non è impossibile. La forza va cercata innanzitutto in se stesse e soprattutto al di fuori di certi contesti che non lasciano vedere vie d’uscita. Eleonora lo fece allora e cercò di offrire la sua riconquistata libertà a tutto un popolo. Ma allora i tempi non erano ancora pronti. Ora si. Ora si deve.

Anche se ci sono pochi elementi storici cosa pensi del rapporto umano tra Eleonora e la regina Maria Carolina che sembrano due personaggi opposti? 

Credo non ci sia mai stato un rapporto umano tra loro. Eleonora fu la sua bibliotecaria, sperò di vedere attuate delle riforme sociali, sperò tanto, ma invano perché la sua idea di libertà e democrazia richiedeva dei presupposti completamente diversi. Un monarca crede di essere un dio in terra e mai potrebbe accettare una sovranità popolare.

Nel 2011 hai fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui sei direttrice. Quali sono gli intenti della rivista? 

La finalità è essenzialmente quella di diffondere cultura, l’unica arma capace di rendere le persone libere.

Antonella Orefice, storica, nata a Napoli. Laureatasi in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, si occupa di ricerche storiche relative al 1700 e 1800 napoletano. Tali studi hanno ricevuto il premio per la ricerca storica con la pubblicazione del lavoro da parte dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, conferito per le opere “La Penna e la Spada” del 2009 ed “Il Pantheon dei Martiri del 1799” del 2012. Nel 2011 ha fondato il Nuovo Monitore Napoletano, di cui è direttrice. Per i suoi studi nel 2016 ha ottenuto la medaglia e l’attestato di benemerenza del Comune di Napoli. Ha pubblicato molti studi ed articoli importanti che non possiamo citare tutti per ragioni di spazio ma tra i quali segnaliamo: Eleonora Pimentel Fonseca. L’eroina della Repubblica Napoletana del 1799, Roma, Salerno Editrice, 2019; Le Austriache. Maria Antonietta e Maria Carolina, sorelle regine tra Napoli e Parigi, Roma, Salerno Editrice, 2022; Tra le mani del boia. Tre secoli di pena capitale a Napoli dai Vicerè ai Savoia (1536-1862), Napoli, Editoriale Scientifica, 2023; Le regole dell’Accademia degli Oziosi e il Fondo Libri proibiti dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», CXLIII, 2025. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.