“Jeunesse d’amour”, di Roberto di Alicudi

‘ Jeunesse d’ amour ‘ nasce come chiusura di un cerchio. Devo, con la mente, ritornare molto indietro nel tempo, ad un me stesso bambino, per individuare il momento in cui la parola ‘ Isola’ divenne perno intorno a cui cominciò a girare la mia vita. Fu l’idea stessa di un luogo staccato dal mondo ad attrarmi, l’isola mi sembrò fin da subito non solo un luogo geografico denso di fascino ma anche un obiettivo di vita. Il perché di questo desiderio di fuga credo fosse dovuto sia ad un’infanzia assai infelice ma soprattutto alla romantica bellezza di Capri. Ci sono persone che restano folgorate davanti ad un Caravaggio e, da lì in poi, fanno dell’ Arte il loro campo di ricerca, altre che scoprono di amare le macchine con i motori potenti e diventano piloti o collezionisti di Ferrari, a me è successo di sentire una corrispondenza d’ animo con l’isola azzurra, con gli scogli circondati dal mare, con le navi in porto, le scalinate segrete, il rumore del proprio respiro mentre si arriva al mare.

Ecco quindi Capri e Alicudi, due luoghi che sembrano lontani ma che, invece, nascondono la stessa anima ombrosa, gemelli dizigoti uniti dall’ essere montagne marine, alternanza di abissi e pause di respiro.

È sull’isola azzurra che ho appreso il valore del silenzio, precisamente lungo via Tragara: ” leggi cosa c’è scritto qui: il silenzio e la pulizia sono indici di civiltà, rispettiamoli “, mi invitava a notare mia madre ogni qual volta diventavo troppo rumoroso. E funzionava. Da quelle passeggiate lungo una delle vie più affascinanti del mondo compresi che la bellezza merita rispetto ed il rispetto è spesso legato all’ ascolto e al silenzio. 

Da quel momento, il silenzio è diventato un valore centrale della mia esistenza ed è forse la caratteristica principale dell’isola che ho poi scelto come casa d’ elezione: Alicudi.  Questo è il percorso segnato da un filo azzurro di mare: Capri, Isole del tirreno, Alicudi. Un lungo peregrinare durato anni per cercare dove l’idea dell’ esilio potesse avere una moderna applicazione. E fu sempre da Capri che partì questo percorso, più precisamente dalle pagine di un libro che fu colpo di fulmine , ‘ L’ esule di Capri ‘ di Roger Peyrefitte. Fu la compianta Ausilia Veneruso a farmelo scoprire e fu sempre lei a presentarmi il sarcastico autore, con il quale intrecciai una delirante romantica corrispondenza. Il libro su Fersen aveva pagine complesse e una storia che mi affascinava non tanto per i suoi risvolti scandalosi ma soprattutto per la scelta: Fersen infatti sceglie, individua un angolo di mondo dove inventare una vita e quell’ angolo di mondo non poteva non essere un’isola e quell’ isola fu necessariamente Capri. 

Incontrai, alcuni anni dopo, Ausilia: ” finalmente! Sei tornato a Capri!” mi disse sorridendo

” Cara Ausilia, solo di passaggio. Ora la mia isola è Alicudi. Ti piacerebbe, ha la stessa anima drammatica ed anarchica di Capri “

” Deve essere bellissima, tu le isole le capisci da quando eri ragazzino. Però ricordati, questa (Capri) resta l’isola più isola di tutte.” E, come al solito, aveva ragione.

Ed ora questa mostra si propone come gioco di specchi, due isole a confronto, Donna Capra e Donna Ericusa, mineralogicamente diverse eppure unite da uno stesso sguardo enigmatico sul mondo. Entrambe sono luoghi estremi, verticali, montagne dove il mare è spesso uno sfondo sul quale si muovono sirene e poeti, pirati e amanti della solitudine. 

Mi sembra che la mia strada debba ripartire da queste rocce bianche, da questa realtà che guardo con occhi che la trasfigurano. Non vedo nulla di quello che mi circonda, colgo solo i particolari che riconosco, le tracce che non sono svanite.

Ma, del resto, a chi piace la realtà? A me no.

Roberto di Alicudi

Roberto di Alicudi

Jeunesse d’Amour

dipinti su vetro

a cura di Valentina Rippa

opening sabato 8 giugno alle 18.00

Villa Lysis |Fumeria d’oppio| Capri

in occasione dell’apertura della mostra è prevista la performance site specific della 

 Compagnia Virgilio Sieni 

Sabato 8 giugno 2024 inaugura a Capri nelle stanze della fumeria d’oppio di Villa Lysis la mostra personale dell’artista Roberto di Alicudi, a cura di Valentina Rippa. La vernice sarà accompagnata da una performance di danza site specific ideata dalla Compagnia Virgilio Sieni.

Un corpus di circa cinquanta opere divise in due nuclei tematici mettono in risalto la coerenza espressiva dell’artista, il suo interesse per il genius loci, inteso come anima dei luoghi, il mito, e l’amore incondizionato per le due isole: Capri e la Sicilia.  

Sebbene la mostra sia fortemente ispirata dalle suggestioni legate a Villa Lysis e alla vita del Barone e poeta Jacques d’ Adelsward Fersen, che scelse Capri per il suo esilio volontario da Parigi nel 1903, parte della mostra è altresì dedicata alle isole Eolie patria d’adozione per Roberto di Alicudi.

Tassello dopo tassello, prende forma un mosaico colorato in cui si intrecciano da un lato leggende e personaggi a metà tra il sacro e il profano strettamente legati alla tradizione eoliana e dall’altro gli aneddoti frivoli della mondanità caprese e i paesaggi iconici. Ritroviamo la marchesa Casati Stampa con il fidato leopardo e un pavone blu, il sadico De Sade, la temeraria principessa Pignatelli nel severo costume rosso cupo e altri viveurs dell’epoca. Matermania, i Faraglioni, la piazzetta con l’orologio, il bar Tiberio, Casa Malaparte, la grotta azzurra, Punta Tragara ed altri luoghi universalmente famosi che non potevano sfuggire alla virtuosità dell’artista.

 “Roberto di Alicudi – riportando le parole della curatrice – predilige una simbologia allusiva ed ironica, rifacendosi ad uno stile pittorico buffonesco, reinterpretato nel gesto e nel pensiero, con una grazia antica. In ogni sua opera si riconosce la cura, nel dettaglio, nella devozione per il Silenzio, a cui è dedicata un’intera parete delle sale espositive di Villa Lysis, nell’attenzione amorevole alla natura e alle sue creature. La sua è una rilettura originale e poetica del retaggio culturale di un luogo e dei suoi abitanti che restituisce un insieme di opere dall’estetica vivace e dall’anima nostalgica. Nostalgica come la tecnica minuziosa su vetro con cui realizza tutte le opere ispirandosi all’arte dei Pincisanti radicata nei borghi remoti e nelle piccole isole della Sicilia.”

I dipinti sono di piccole dimensioni, caratterizzati da un particolare uso della luce e del colore ad olio che viene steso su vetri originali d’epoca; anche le cornici utilizzate sono frutto di una attenta ricerca da brocante, pertanto una è diversa dall’altra.

Roberto di Alicudi – Contessa di Alicudi 

Felicemente napoletano, Roberto Longo in arte ‘ Contessa di Alicudi Schifanoja ‘ (@roberto_di_alicudi su IG) ha scelto Alicudi come casa e il Mediterraneo come inesauribile fonte d’ispirazione . Dopo la laurea in Storia dell’arte e il debutto come pittore alla Biennale d’arte di Filicudi nel 2017, ha esposto a Parigi presso la galleria 3M2 di Palais Royale, seguito poi dalla galleria Amanei di Salina fino alle ultime esposizioni a Palazzo Riso di Palermo e a Lecce in qualità di unico artista invitato dalla Fondazione Sylva nell’ ambito della manifestazione ‘ Artigianatod’Eccellenza ‘. Nel 2022 ha inaugurato una sua personale alla galleria Amanei di Salina con il titolo di ‘ Camurrìa‘ seguita dalla collaborazione con l’azienda dolciaria de Stefano. Nell’ Aprile 2023 ha organizzato a Palermo la sua mostra personale di dipinti su vetro intitolata ‘ Hotel Patria ‘, con un intervento coreutico della Compagnia Virgilio Sieni sul tema del Silenzio. Ha poi realizzato alcune opere utilizzate per manifesti cinematografici ( “La terra dentro” di Cosimo Terlizzi presentato al festival del cinema di Torino nel 2019 ) e per copertine di libri ( l’ultimo libro di Catena Fiorello ‘Amuri’ edito da Giunti editore, prossima uscita Stefania Aphel Barzini, ‘ L’ isola che mi amava ‘ ed Ponte delle Grazie ) e dischi ( ‘ La Comitiva ‘di Erlend Oye & la Comitiva ). Altra collaborazione importante è quella in via di commercializzazione con Massimo Alba, per la realizzazione di una serie di foulard.

Nel corso del tempo ha affinato ulteriormente la conoscenza della pittura su vetro, una tecnica pittorica estremamente complessa e poco diffusa ( già Flaubert nel suo Dizionario dei luoghi comuni definiva questa pittura “ scomparsa”) e alcune sue opere sono entrate in prestigiose collezioni private italiane ed estere.

“Fu re da doppie lodi” – la vita di Eduardo raccontata dalle sue poesie, di Gianni Caputo

Da Venerdì 3 Maggio a Domenica 5 Maggio al Teatro Cortese di Napoli “FU RE DA DOPPIE LODI”, la vita di Eduardo raccontata dalle sue poesie.

In scena Gianni Caputo attore formatosi al Laboratorio Quadriennale del Teatro Elicantropo di Carlo Cerciello, con alle spalle una più che trentennale esperienza di palcoscenico sotto la guida di registi quali lo stesso Cerciello, Walter Manfrè, Giuseppe Sollazzo, Mario Brancaccio, Guglielmo Guidi, Aniello Mallardo, Michele Del Grosso e molti altri e che da alcuni anni ha indirizzato il suo percorso artistico e di ricerca attoriale anche alla riscoperta ed alla valorizzazione dei tesori della poesia Napoletana del ‘900 .

Lo stesso Gianni Caputo è anche l’autore della drammaturgia originale.

Raccontare l’EDUARDO “uomo”, lasciando per una volta da parte quel Teatro e quelle tavole di palcoscenico cui l’immenso attore e drammaturgo ha dedicato l’intera sua vita.

Raccontare i suoi amori, i suoi dolori, i figli, la famiglia, il suo rigore morale, i suoi dubbi, le sue incrollabili certezze e farlo grazie alle sue meravigliose POESIE, che lui ha scritto incessantemente, dai primi anni della sua gioventù fino alla fine della sua vita e che ci parlano di lui molto più di quanto non facciano le sue commedie.

E’ questo lo scopo ambizioso di questo appassionato progetto.

Giacchè la grandezza dell’Eduardo attore e drammaturgo, ha di fatto oscurato quella dell’Eduardo Poeta, che invece FU RE DA DOPPIE LODI, visto che gli spetta un posto di diritto anche nell’Olimpo della Poesia – oltrechè beninteso, in quello del Teatro.

Le musiche arrangiate ed eseguite da Giuseppe Musto ed alcune tra le più belle immagini di Eduardo faranno da suggestiva cornice al percorso che faremo nella sua storia.

Eduardo non ha mai letto le sue poesie, ma le ha sempre recitate “rigorosamente” a memoria.

Ecco perché questo spettacolo non sarà nella maniera più assoluta un reading, ma un viaggio appassionato ed appassionante nelle emozioni che EDUARDO ha voluto condividere con noi lasciandoci in dono le sue POESIE.

Jesmyn Ward: “Salvare le ossa” (NN Editore – trad. Monica Pareschi) – Piccoli Faulkner crescono, di Gigi Agnano

Jesmyn Ward è nata a DeLisle in Mississippi nel 1977. Nella sua biografia si dice che con “Salvare le ossa” le è stato attribuito il National Book Award per la narrativa nel 2011 a soli 34 anni. Incuriosito vado su Wikipedia e trovo che è l’unica donna che dal 1950 l’abbia vinto per due volte, per la precisione il secondo nel 2017 con “Canta, spirito, canta”. Prestigiosi riconoscimenti che non mi sorprendono perché ho appena finito di leggere proprio un bel libro, con l’aura mitologica del “grande romanzo americano”. Le suggestioni infatti sono tante e portano a Faulkner, a Steinbeck, a Jack London, tanto per dire i primi nomi di cui si avverte un’eco.

Innanzitutto, per un dato geografico: Faulkner, classe 1897, veniva anche lui dal Mississippi, da New Albany, cinquecento chilometri più a nord di DeLisle, che invece è sul mare a uno sputo da New Orleans. In particolare, la Ward ha vissuto la sua infanzia in una comunità povera e prevalentemente nera dedita all’agricoltura.

Il romanzo di Faulkner che forse più ricorda “Salvare le ossa” è “Mentre morivo” del 1930, definito da Harold Bloom come “il romanzo più originale del XX secolo”, scritto all’età di 32 anni e pubblicato nel 1930 (sarà un caso, ma coincide anche il dato anagrafico…) 

Entrambi si svolgono in luoghi immaginari del Mississippi: As I lay dying nella “contea Yoknapatawpha” (la stessa de “L’urlo e il furore”); Salvage the bones nel “cuore nero” di un’inesistente cittadina dal nome di “Bois Sauvage”. 

In “Mentre morivo”, già dal titolo, si fa riferimento all’Odissea, alla discesa agli inferi di Ulisse, dove Agamennone, ucciso dalla moglie Clitemnestra, racconta le circostanze della propria morte. In “Salvare le ossa”, Esch, la protagonista, divora la “Mitologia” di Edith Hamilton, vibrando ammirata per la passione sconfinata di Medea. Esch di fatto riconosce di essere Medea nella sua parte fragile quando dice pensando a Manny, il ragazzo di cui – non corrisposta – è invaghita:

“Secondo me Medea ha provato la stessa cosa per Giasone quando l’ha conosciuto e si è innamorata di lui; forse l’ha visto e ha sentito un fuoco divorante attraversarle il petto, un fuoco che le faceva ribollire il sangue prima di evaporare, caldissimo, da ogni centimetro di pelle.”

Ma di Medea la Ward parla sin dalla prima pagina, nella bellissima dedica iniziale:

Questo libro è per Medea, che va incontro a Giasone tremante nel vento, per chi dopo la pioggia pesca a mani nude i girini nei fossi, per chi gioca a nascondino nelle stanze di vapore tra lenzuola stese ad asciugare, e per chi corre mano nella mano con suo fratello, ogni passo il balzo di un uccello che si alza in volo.”

Nel romanzo di Faulkner, in una terra che è allo stesso tempo arsa e piovosa, c’è il racconto di un diluvio, di una terribile inondazione, di un fiume che straripa portandosi via i ponti e le case e che rende epico il viaggio della famiglia Bundren. Il romanzo della Ward ha come evento centrale l’uragano Katrina del 2005, forse il più noto e grave abbattutosi sugli Stati Uniti, le cui devastazioni l’Autrice ha vissuto personalmente con i suoi familiari (anche l’uragano simboleggia Medea, che nel mito era tempestosa e devastante).

Non sarà sfuggito che pure “Furore”, il capolavoro di Steinbeck del ‘39, ricco di allegorie bibliche, si concluda sotto una pioggia torrenziale. E come si fa a non pensare a Jack London, in particolare a Zanna bianca, nelle scene del parto della pitbull e soprattutto in quelle tremende dei combattimenti fra i cani?

Dicevamo della protagonista, di Esch, che è anche la narratrice del libro. Ha quindici anni ed è incinta. Vive con i suoi tre fratelli ed il padre alcolizzato in una specie di discarica tra rifiuti, galline e carcasse di camion. Esch parla poco, nasconde la sua gravidanza, legge la mitologia greca immedesimandosi con le sue eroine e fa sesso con tutti gli amici dei fratelli perché è più facile lasciarsi toccare che chiedere di smetterla. Dice: “L’unica cosa che mi è sembrata facile fin dall’inizio, come nuotare nell’acqua, è stato il sesso. Avevo dodici anni. La prima volta l’ho fatto sdraiata sul sedile davanti nel camion di papà, quello col cassone ribaltabile. E’ successo con Marquise, che aveva solo un anno più di me.”

Sono bambini e adolescenti liberi ma abbandonati, con un padre ai margini, poveri e affamati, la cui madre è morta partorendo Junior, il più piccolo della famiglia, che trascorre le giornate scavando nella terra in mezzo alla polvere. I due fratelli più grandi sono Randall, il maggiore, che gioca a basket e spera di prendere una borsa di studi per meriti sportivi e il sedicenne Skeetah, il personaggio centrale del libro, la cui vita ruota intorno a China, la sua pitbull, che partorisce una fragile cucciolata nelle prime pagine del libro (se Esch era la parte vulnerabile di Medea, China ne è la parte brutale e leale).

Prime pagine da cui già emerge una fisicità che sarà presente in tutto il libro: la nausea di Esch, la pelle luminosa dell’amato Manny che l’ha messa incinta e la rifiuta, il vomito del padre incattivito dall’alcol, l’odore di cane bagnato dei ragazzi, il muco rosa di China nello sforzo del parto o gli occhi rossi di Randall che “sembrano schizzargli fuori dalle orbite”, la parvovirosi dei cuccioli, i capelli sciolti di Esch che la fanno sembrare “di un’altra epoca”. 

E questa fisicità spesso si trasforma in violenza. Nelle lotte tra i ragazzi nel bosco di querce, nella violenza del padre, nel sesso consumato nella sporcizia di una toilette o nello scheletro di un’auto, nella descrizione terribile e nauseante, ma di assoluto splendore estetico, del combattimento tra i cani… Tutto sembra voler ricordare – anche nella frenesia del ritmo – i miti greci tanto cari alla protagonista.

E, come nelle tragedie greche, il sangue sgorga e pulsa in tutto il romanzo, in un festival di metafore e di analogie. Il sangue “ha odore di terra calda e bagnata dopo un acquazzone estivo”, cade sulla sabbia in una raffica di goccioline luccicanti, si allarga sulla pelle come una medusa … C’è sangue sulle mascelle dei pitbull dopo l’accoppiamento per cui “sembrava che invece di amarsi si fossero azzuffati”. Il sangue disegna: disegna una curva tra le dita fino ai gomiti, disegna sul petto una fascia da miss, disegna una striscia sulla fronte come una bandana, sulla coscia come una giarrettiera cremisi. Il sangue può somigliare a una sciarpa o a una collana o a un nastro. Il sangue si fiuta e si desidera. Esch ricorda la scia di sangue per terra dal letto di casa al furgone lasciata dalla madre l’ultima volta che l’ha vista.

Eppure, a Bois Sauvage non manca la bellezza, che è soprattutto quella che si esprime nel legame fortissimo tra i quattro fratelli che rubano, si sacrificano, litigano per proteggersi a vicenda; o nel senso di protezione e di cura che Esch ha per il fratellino o Skeetah per i suoi pit bull. La Ward sa descrivere l’orrore e la tenerezza in ogni situazione e in ciascun personaggio. Personaggi che mostrano l’intera gamma di emozioni umane, contraddittori e per questo autentici, li riconosciamo e li vediamo vivere pienamente tra le pagine del romanzo. 

La storia di “Salvare le ossa” copre i dieci giorni della vita di questa famiglia prima dell’uragano Katrina, il giorno del diluvio e quello subito dopo. Alla povertà estrema, agli sforzi per sopravvivere, alla violenza, agli abusi sessuali, si aggiunge l’arrivo catastrofico della tempesta. Personalmente, prima di questo libro, mi è capitato di leggere un solo romanzo che abbia parlato di Katrina: “Zeitoun” di Dave Eggers, una sorta di saggio narrativo teso più a soffermarsi sui disastri causati dall’uomo, la miopia e l’inettitudine della politica, le incompetenze nell’organizzazione dello stato di crisi, l’abbandono della povera gente. In “Salvare le ossa” non c’è nulla di tutto questo. Il romanzo è una sorta di conto alla rovescia nell’ombra minacciosa della catastrofe, in cui è il padre dei bambini, Claude, che si preoccupa, nei rari momenti di sobrietà, di predisporre un qualche riparo in vista dell’arrivo dell’uragano, il cui passaggio, con venti a 150 miglia all’ora e la conseguente inondazione, farà sì che i nostri protagonisti dovranno lottare per mettere in salvo la pelle, perdendo comunque tutto il poco che hanno. 

Il giorno dopo il disastro gli scampati cercheranno di rendersi conto, spaesati, dell’apocalisse che il ciclone ha lasciato nella sua scia. Con gli edifici scomparsi, senza cibo, elettricità, acqua corrente, ecc… l’unica cosa che resta da fare è provare a sopravvivere.

Se si esclude qualche eccesso nelle descrizioni e nelle similitudini, e un’ingenuità nel far coesistere nella stessa ragazzina un linguaggio che passa dal volgare ai riferimenti alla mitologia classica, credo si possa tranquillamente dire che ”Salvare le ossa” è un romanzo che non ti capita di leggere tutti i giorni e che la sua autrice è un talento indiscutibile.

Ben lontano dall’estetica minimalista tanto in voga negli ultimi decenni, la Ward scrive, con un linguaggio altamente lirico, un romanzo di un realismo solo apparentemente tradizionale, ma fresco e moderno, emozionante e credibile.

Come quei cantautori che con pochi accordi compongono grandi canzoni, la Ward è capace di emozionare il lettore, di dargli tensione e magia, sangue e bellezza. E alla fine del libro scopri che quella storia non ti molla e pensi: che altro dovremmo chiedere all’arte e alla letteratura?

“Salvare le ossa” è il primo volume della Trilogia di Bois Sauvage, il secondo è “Canta, spirito, canta”, il terzo “La linea del sangue”, tutti pubblicati in Italia da NN Editore.

Gigi Agnano

La deriva letteraria di Milan Kundera e Bohumil Hrabal, di Antonio Corvino

Perché Milan Kundera se ne andò da Praga? E perché Bohumil Hrabal invece restò? Quale fu il discrimine, l’elemento scatenante? E qual è il rapporto di Praga e dei Praghesi con Kundera e con Hrabal oggi? Indifferenza? Amore? Rancore? Rabbia? E la letteratura, la poesia di Kundera e di Hrabal dove nascevano e dove si alimentavano?
Ho girato in lungo ed in largo Praga nel mio ultimo soggiorno. Sono andato in cerca dei luoghi di Kundera e dei luoghi di Hrabal.
Cercavo la magia, questa volta la magia della poesia, della letteratura e con essa anche qualche risposta a tutti quei quesiti.
E vi era ancora, latente dentro di me, un altro quesito che finalmente lasciai salire in superficie: perché tutto questo mio interesse per le storie contrapposte dei due scrittori? Non potevo fermarmi alla loro poetica? Al confronto dei loro paradigmi letterari e poetici? O meglio ancora non potevo accontentarmi di leggere le loro opere e gustarle fino in fondo come si fa quando ti trovi davanti ad un’opera d’arte? Goderla per il suo contenuto estetico, emozionale e amen?

Il murales di Hrabal


Il fatto é che Praga dissemina la sua magia ovunque: nell’aria che respiri, nelle guglie delle sue chiese, nelle Sinagoghe, nei vicoli di Staré Mesto, la vecchia città, quella raccolta tra il Ponte Carlo e la piazza dell’Orologio, in Mala Strana, la piccola città con il Castello e la Cattedrale, il vicolo degli alchimisti, nel muro dipinto dell’isola di Campa (Lennon Wall) e nella vena creativa dei suoi poeti e scrittori. Mi son fatto l’idea che questi ultimi traggano da quella magia la loro forza, la loro immaginazione.

Perché alla fine il mistero che ti avvolge a Praga e che respiri a pieni polmoni è la magia della dimensione primordiale dell’Umanità, i suoi valori ancestrali. Niente altro. Certo ogni poeta, ogni scrittore possiede una cifra letteraria, creativa, immaginifica che lo differenzia da tutti gli altri ma qui a Praga ciascuno alimenta quella cifra direttamente nella magia che rende unica questa città. E se te ne allontani quella magia la perdi e diventi qualcun altro.

É quello che successe a Milan Kundera allorché se ne andò o fuggì da Praga.
Cessò di essere un poeta ed uno scrittore legato alla magia, alla dimensione primordiale ed ancestrale di questa terra. Cessò di essere un poeta e scrittore praghese. Semplicemente.

Bohumil Hrabal si rifiutò di andarsene o di fuggire e restò immerso sino alla fine in quella magia. Perché tu puoi essere diverso da chiunque altro ma la magia in cui ti muovi é la stessa per tutti.

Tereze, la protagonista de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” a cui Milan Kundera affidò i sentimenti per la sua ormai ex città, la sente ancora, prepotentemente, la magia di Praga. Ella si sarebbe voltata una , due, dieci, cento volte a guardare Praga mentre si allontanava salendo lungo i viottoli della collina di Pettrin. La città le si mostrava, la chiamava, la inondava di tristezza e di nostalgia, avrebbe voluto trattenerla, ma sapeva che lei non si sarebbe fermata nonostante la guardasse e la invocasse come la più bella di tutte le città del mondo. Quel Romanzo scritto nel 1984 a nove anni dalla partenza o fuga da Praga è ancora intriso di bellezza primordiale, di emozioni e sentimenti che scavano nei valori ancestrali più profondi. Gli stessi che aleggiano, seppur violati, traditi e oscurati dal regime che nega persino, anzi prima di tutto, la libertà individuale, ne “Lo scherzo” il primo romanzo praghese di Kundera del 1967 per nulla apprezzato dall’onnipresente regime.
Poi via via la scrittura di Kundera si stacca dalla dimensione primordiale che dà vita alla magia della più bella città del mondo e diventa altra cosa. Diventa pensiero raffinato, diventa ricerca intima e razionale del proprio essere e divenire sino a sfociare nel pensiero disincantato seppure pervaso di quella stessa tristezza e malinconia di Tereze sulla collina di Pettrin.

Molte scelte, potendo disporre del sapere necessario o magari delle conoscenze, sensibilità acquisite strada facendo, forse non le avremmo fatte, comunque sarebbero state diverse, sembra confessare Kundera nel suo ultimo scritto francese “La festa dell’insignificanza”.

Ma è qui che si erge, in tutta la sua forza, la scelta di Bohumil Hrabal.
Perché Hrabal non fuggì, non scappò e preferì tenersi stretta la magia della sua terra, una magia che a sua volta si alimentava della volontà della gente letteralmente decisa a vivere nonostante tutto.
Certo Il panorama urbano che poteva osservare Bohumil era diverso rispetto a quello in cui era immerso Milan.
Il quartiere Liben in cui abitava Hrabal era un quartiere popolare dove giravano operai e contadini, uomini e donne alle prese con una quotidianità dura. Le case erano povere case, le piazze erano spiazzi invasi da erbacce, le trattorie erano poca cosa e a pranzo la gente andava in una specie di grande mensa allestita dal regime da cui si portava via qualcosa da mangiare frettolosamente. Il quartiere era in piano e nessuna guglia disegnava l’orizzonte e nemmeno il Castello vi compariva. Solo case basse e le ciminiere di qualche birrificio, i depositi dei rifiuti da mandare al macero compresi i libri non graditi al regime. E ovunque, in ogni istante, la necessità di strappare la vita lavorando in una fabbrica o un’altra, su un cantiere o un altro, cercando di coltivare alla meglio un pezzo di terra, qualche patata, qualche ciliegio o pero o melo. Praga non passava di meglio a Bohumil Hrabal quanto a condizioni di benessere materiale, ma gli consentiva di vivere in una dimensione comunitaria piena e totale fatta di solidarietà e compassione, di amicizia e sentimenti dove l’amore, quando scoppiava, era amore vero e durava una vita intera come il suo amore per la moglie Pipsi. E non è che Bohumil non se ne rendesse conto. Certo la fatica al termine della giornata lo sfiancava, come tutti. Certo trovava nelle birrerie il conforto a giornate piene di fatica. Ma egli si muoveva consapevole della sua condizione e di quella di tutta la gente che viveva lì. E sapeva che in quella gente vi era la fonte della sua poesia e della sua magica creatività ironica e sarcastica, malinconica e pugnace.
E scelse di non andarsene.
Perché egli sapeva di potersi e doversi specchiare in quella gente così come quella gente si specchiava in lui. Era un intellettuale Hrabal, aveva fatto l’università, la facoltà di giurisprudenza.
Non era nato da una famiglia borghese o aristocratica né tanto meno la sua famiglia si era riciclata nei quadri della nomenclatura del partito comunista.
Era nato per caso, frutto dei tentativi di una madre che provava a raddrizzare la vita che andava per conto suo, ossia male.
E aveva fatto un sacco di lavori, e tutti manuali, per raddrizzare anche la sua vita, ma sempre guardandola dritto negli occhi che poi erano gli occhi di quanti gli vivevano intorno e che dovevano andare avanti nel bene e nel male, lavorando, in un contesto difficile come poteva essere difficile il dopo guerra che aveva segnato la fine dell’impero austroungarico in quella che allora era la Cecoslovacchia e che egli brillantemente descrisse con sarcasmo ed ironia impareggiabili nel romanzo “Ho Servito il Re d’Inghilterra” da lui ambientato nello straordinario, elegante nelle sue fioriture liberty, ed esclusivo Hotel de Pariz, sempre a ridosso di Staré Mesto e dove chiunque può, come ho fatto io con la mia amica praghese Eva, estimatrice ella pure di Hrabal, andare, ancora
oggi, a fare colazione o prendere un aperitivo o pranzare a prezzi assolutamente normali.

L’Hotel de Paris a Praga

Poi era seguita l’occupazione nazista e la guerra e l’avvento del regime sovietico che per un ventennio, dal 1948 al 1968 avrebbe stretto in una morsa di silenzio il Paese intero concedendo privilegi a pochi e miseria intrisa di violenza a tutti gli altri. E lui decise di rimanere dove gli altri erano costretti a stare. Anche dopo la drammatica fine della primavera praghese del 1968 che riportò nuovamente il paese sotto il calcagno della dittatura sovietica.

Avrebbe potuto andar via. Certo che avrebbe potuto.
Hrabal era uno scrittore noto in patria ed all’estero.
Dal suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati” era stato tratto un film con sceneggiatura da lui firmata che aveva vinto l’oscar come miglior film straniero, appena qualche anno prima, nel 1966.
In seguito capi di stato esteri, con il poeta e drammaturgo praghese Václav Havel, presidente della Cecoslovacchia finalmente libera, e Bill Clinton presidente degli Stati Uniti in visita a Praga lo vollero incontrare e si recarono addirittura a trovarlo nella birreria da lui frequentata, da “U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro).

“U Zlatého tygra” (La Tigre d’oro)

Egli era il riflesso dell’anima praghese, l’interprete della sua magia. Colui che salvava il sapere dei libri mandati al macero dal regime e che perpetuava la dimensione primordiale ed i valori ancestrali dell’umanità violati dalla dittatura comunista praghese teleguidata dal Cremlino. Colui che salvava la magia di Praga e la custodiva per i tempi a venire.

A Praga tutti amano Hrabal.
Lo sentono come l’espressione del loro stesso essere.
Sono andato in giro, con la mia amica praghese Eva, per il suo quartiere, il quartiere periferico n. 8.
Della sua casa al n. 24 della via Liben é stata salvata la facciata insieme a quella di altre casette vicine, tutte trasformate in un murale di oltre duecento metri a lui dedicato, prima di far posto alla metropolitana.
Bohumil vi appare insieme ai suoi gatti, alla sua macchina da scrivere, con il suo viso da adolescente caparbio ed anche un po’ ingenuo, con il viso che gli ride mentre gli occhi scrutano tutto ciò che esiste intorno a lui.
Brani dei suoi romanzi sono riportati nelle intercapedini dei muri.
Tutto intorno non c’è più nulla, solo una enorme ed anonima piazza, ma lo spirito di Bohumil vi aleggia integro. E lo si incontra nel Teatro Pod Palmovkou e nelle trattorie del quartiere che spesso prendono il suo nome.
Nel vecchio mulino sulle sponde del vicino canale che confluisce nella Moldava,
trasformato di recente in centro culturale, ho visitato una mostra a lui dedicata. Un gruppo di artisti ungheresi l’ha organizzata per lui, a Praga, nel suo quartiere a due passi dalla sua vecchia casa.
Lo stesso amore non lo trovi per altri scrittori. Almeno a me non è capitato di intercettarlo.
Il centenario della nascita di Kafka è passato invano a Praga.
La casa natale di Kafka in Staré Mesto fu demolita per far posto ad un nuovo palazzo.
All’angolo di esso un piccolo busto ricorda il grande scrittore mentre una scultura sotto forma di spirale attorcigliata su stessa ne ricorda l’opera sulla vicina piazza. Scriveva in tedesco Kafka e questo lo ha escluso dalla magia praghese. Celebrato nel mondo qui é pressoché ignorato.

È la stessa sorte toccata a Mikan Kundera.
Anch’egli, una volta partito, smise di scrivere in ceco e prese a scrivere in francese. Oggi viene addirittura considerato uno scrittore francese.
Della magia praghese é rimasta la nostalgia ed il rimpianto forse nascosti dentro alla sua ultima opera “La festa dell’Insignificanza”.
Kundera partì da Praga nel 1975. Sette anni dopo la fine della primavera praghese stroncata violentemente dai carri armati sovietici.
Milan era un privilegiato, viveva nella Nuova Città, quella attaccata a Staré Mesto ed a Mala Strana con l’isola di Campa a due passi e la collina di Pettrin a far da sfondo. Il teatro dell’opera e la facoltà di lettere e cinema da lui frequentata in gioventù erano da quelle parti, lungo la Moldava. Anche l’elegante caffè Slavia era sulla stessa strada. Mi ci sono recato, con Marisa, la mia amica italiana trapiantata a Praga, grande estimatrice di Kundera. È grande il caffè Slavia. L’arredamento retrò ti rimanda piacevolmente indietro nel tempo. Il personale è gentile, i prodotti di qualità. Qui ci venivano gli intellettuali,
durante il regime comunista. Era una specie di zona franca, sempre che qualcuno non raccontasse alla polizia politica cosa si diceva lì dentro.
Alle pareti le foto di scrittori, musicisti, poeti, intellettuali.
È antico il caffè Slavia ed elegante. Di fronte il teatro dell’opera frequentato dalla famiglia Kundera.
Ci andava anche Kafka in quel caffè e pure Bohumil, ogni tanto, che ci incontrava i suoi colleghi compreso Milan.
Il regime comunista era stato lieve per la famiglia Kundera. Il padre era direttore del Conservatorio musicale e, si sa, l’appartenenza alla nomenclatura riservava privilegi tra i soviet ma imponeva anche obbedienza e totale allineamento.
Come Bohumil ed altri intellettuali, sarebbe potuto restare e vivere la vita di quanti erano rimasti. Certo il prezzo che il regime gli avrebbe imposto sarebbe stato caro. Magari avrebbe comportato anche l’impegno alla delazione per denunciare gli intellettuali ribelli.
Scelse di andarsene a Parigi.
E probabilmente il suo capolavoro “L’insostenibile leggerezza dell’essere” fu l’ultimo riflesso della magia di Praga che, allungatasi sino a lui attraverso la tristezza di Terese, è forse sopravvissuta in fondo al suo animo per scomparire allorquando egli tagliò definitivamente il cordone ombelicale rinunciando alla stessa sua lingua.
Sono stato al caffè Slavia per respirare l’atmosfera raffinata ed elegante cui era abituato Kundera e sono salito sulla collina di Pettrin in cerca di qualche segnale che evocasse il suo spirito senza tuttavia trovarlo.

Caffè Slavia

E mentre nel quartiere Liben ancora oggi tutti amano Hrabal così non è nella Nuova Città.

Quando lessi “L’insostenibile leggerezza dell’essere” mi innamorai di quel romanzo.
La fuga dello scrittore dalla dittatura comunista mi sembrò un’epopea degna di Odisseo.
La lotta di un uomo in nome e per conto dell’umanità intera.
Mi sbagliavo, quella era solo frutto di rievocazione, eco lontana di un mondo scomparso.
Era Hrabal e tutti gli intellettuali come lui rimasti nell’inferno comunista di una Praga tramortita ma non doma, che avevano assunto su di sé la fatica di vivere e custodire la magia.
E tuttavia l’eco di quella magia sopravvisse nella letteratura di Kundera, almeno mi illudo, sino a manifestarsi nella resipiscenza nostalgica de “La festa dell’insignificanza”.
Chissà, in essa, la riflessione dello scrittore forse fa il paio con la nostalgia di Terese che sulla collina di Pettrin proprio non riusciva a staccare gli occhi dalla più bella città del mondo.

Antonio Corvino*

* L’articolo è stato scritto dall’autore nel corso del recente soggiorno praghese ospite dell’Istituto Italiano di Cultura dove ha presentato il suo “Cammini a Sud”.

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni. 

Intervista a Doreen Cunningham per “Il canto del mare – I miei viaggi in compagnia delle balene” (Einaudi, trad. Duccio Sacchi), di Cristina Marra

 “siete creature uniche, straordinarie,

sentinelle del mare, ingegneri dell’ecosistema,

araldi del cambiamento climatico che si ripercuoterà su tutti noi”.

Il canto del mare è il primo libro di Doreen Cunningham, giornalista e reporter gallese. Finalista all’Eccles Centre & Hay Festival Writers’s Award e vincitore del Giles St Aubyn Award della Royal Society of Literature, il libro è un nature writing ma anche un memoir, un diario di viaggio compiuto insieme al figlio Max, di soli due anni, lungo la rotta della migrazione delle balene grigie dal Messico all’Artico.   

Ciao Doreen e complimenti per “Il canto del mare”. Quando hai deciso di scrivere del tuo rapporto con le balene?

Non avevo intenzione di scrivere un libro, ma ho deciso di farlo dopo aver realizzato che la storia della mia vita aveva connessioni con la storia del clima: la scienza, la politica, la negazione del riscaldamento globale finanziata dall’industria dei combustibili fossili, quello che sta accadendo nell’Artico e l’importanza della giustizia climatica e come la violenza coloniale sia il cuore oscuro della crisi climatica.

Il mio rapporto con le balene è iniziato quando ero bambina  e il viaggio che io e mio figlio abbiamo fatto dal Messico all’Artico è stata la spina dorsale perfetta per il libro.

Volevo fare qualcosa, qualsiasi cosa. Una volta che ho realizzato che scrivere tutto avrebbe potuto aiutare le persone a comprendere cosa è successo, come ci hanno mentito e quali sono le risposte, ho capito che dovevo farlo.

Il libro può essere considerato “educativo”?

Spero che tutti possano trovare qualcosa per sé nel libro, ma odio davvero ricevere lezioni e inoltre non mi piace leggere libri con troppi dati. Volevo scrivere un libro per condividere le mie esperienze, attraverso il quale le persone potessero incontrare le balene e sperimentare com’è vivere con una famiglia indigena nell’Artico. Non volevo convincere i lettori a pensarla in un determinato modo, ma li ho semplicemente invitati a venire in viaggio con me, ho mostrato loro quello che io ho visto e gli ho permesso di incontrare le persone che io ho incontrato e di ascoltare quello che mi hanno detto.

Ho iniziato come scienziata/ingegnere e adoro il modo in cui il mondo naturale può essere descritto dalla matematica. Sono una nerd delle balene e anche una nerd della fluidodinamica computazionale (CFD). Quindi condivido la gioia che provo nello studio di queste materie, ma il mio scopo non è insegnarle!

Condivido anche la gioia che ho provato nell’essere mamma, così come l’enorme difficoltà che ho riscontrato nel modo in cui il mondo tratta le madri. Condivido l’amore e il dolore che ho sperimentato nella mia vita, nelle relazioni e nel constatare le sofferenze del pianeta a causa del cambiamento climatico.

Voglio soprattutto che le persone quando leggono il libro si sentano accompagnate. Quindi sì, le persone possono leggere ciò che ho avuto la fortuna di sperimentare e imparare, ma ciò che voglio davvero che i lettori portino con sé è l’amore che mi è stato dato e il senso della comunità di cui ho fatto parte, perché mi hanno dato forza e noi abbiamo bisogno di comunità e di forza per affrontare le sfide future.

Quanto sono simili le madri balene e le madri umane?

Siamo tutti mammiferi, partoriamo e allattiamo i piccoli allo stesso modo e condividiamo gli stessi istinti di sopravvivenza. In realtà eravamo lo stesso animale ad un certo punto della storia e, se la guardi in questo modo, puoi vedere che siamo sorelle. 

Abbiamo moltissimo da imparare dalle balene, la loro comunità è fantastica e hanno delle leader donne incredibilmente forti.

Quando ho una giornata dura penso spesso alle balene, che si muovono respiro dopo respiro attraverso l’oceano. E una specifica balena che è stata avvistata al largo delle coste dello Stato di Washington è stata per me come una fonte di ispirazione. È una femmina grigia, chiamata Earhart dai ricercatori. Earhart è la “pilota” di un gruppo che ha scoperto una nuova fonte di cibo, che però mette a rischio la vita delle balene stesse. 

Il biologo marino John Calambokidis ha avvistato Earhart per la prima volta a Puget Sound nel 1990 e da allora ha visto altre balene seguirla. Si fermano qui durante la migrazione per trascorrere mesi succhiando sabbia per filtrare dei “gamberetti fantasma” in una zona poco profonda vicina alla costa. Le balene potrebbero facilmente arenarsi durante una marea se valutano male la direzione o i tempi. Vicino alla riva c’è anche il pericolo di impigliarsi nelle reti o di essere colpiti dalle barche. Ma l’area funziona come una sorta di banca alimentare di emergenza quando le altre fonti scarseggiano.

Le balene grigie sono guru nella gestione dell’ignoto. Sono sopravvissute alle ere glaciali grazie a una dieta flessibile e sembrano gestire bene lo stress, forse grazie ai vantaggi genetici, tra cui il mantenimento e la riparazione del DNA e le risposte immunitarie. La speranza è che tutto ciò possa aiutarle a sopravvivere in un oceano che si riscalda e cambia. 

Nel 2019 è iniziata la moria di massa delle balene grigie. Centinaia sono morte, la maggior parte delle quali per denutrizione. E, negli ultimi due anni, un numero crescente di balene denutrite si è unito al gruppo di Earhart.

Quando mi sento giù di morale o mi preoccupo per il futuro, trovo ispirazione e forza pensando a Earhart. Mi chiedo come abbia trovato per la prima volta i “gamberetti fantasma”. Un giorno, per caso, ha perso la strada? Se vogliamo essere pionieri nel trovare nuove strade, forse, come lei, dobbiamo correre dei rischi.

Perché hai deciso di portare tuo figlio con te in questo viaggio con le balene? 

Ero senza casa, vivevo in un ostello per madri single nell’isola di Jersey dove sono cresciuta dopo una brutta separazione e una causa in tribunale con il padre di mio figlio. Avevo un lavoro meraviglioso e di alto profilo come giornalista della BBC, ma quando sono diventata madre single non potevo permettermi di andare a lavorare perché il mio stipendio non copriva la custodia dei bambini, quindi ero completamente al verde. Vivevo così da un anno e stavo cercando di fare un lavoro di editing mentre mio figlio dormiva. Ero esausta e non riuscivo a vedere una via d’uscita e di miglioramento. Una sera di pausa dal lavoro mi è capitato di imbattermi in un articolo sulle balene grigie. Le madri e i piccoli migrano dalle lagune del Messico fino alla cima del mondo, l’Oceano Artico. La loro resistenza è incredibile e ne sono rimasto affascinata. Avevo anche altri motivi per voler tornare nell’Artico: da giovane giornalista avevo viaggiato lì per fare ricerche sui cambiamenti climatici e mi ero innamorato di un cacciatore di balene indigeno. Praticamente ho deciso di scappare. Ho ottenuto un prestito bancario fingendo di essere ancora impiegata, ho organizzato visti, prenotato voli e non mi sono guardata indietro.

Cosa significa per te il mondo artico?

L’Artico è un luogo di incredibile bellezza e con una incredibile comunità. Gli indigeni Iñupiaq hanno una cultura e una società sofisticate e una vita spirituale, tutte costruite sul legame con la balena della Groenlandia. Il loro rapporto con la balena e con la terra in generale è impressionante. L’Artico è anche il luogo di terribili violenze coloniali. Vivere con la famiglia Kaleak è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita e sarò sempre grata per la loro generosità, l’amore e l’accettazione nei miei confronti e per ciò che mi hanno insegnato. 

Per cosa in particolare sei grata alle balene?

Gli sono grata per il fatto di esserci. Tutto quello che dobbiamo fare è ricordare che condividiamo questo pianeta con esseri giganti e intelligenti che comunicano cantando tra loro attraverso i bacini oceanici. Questo è tutto ciò di cui ho bisogno per dare un senso alla vita. La nostra Terra è incredibile e ogni secondo che trascorriamo su di essa è un privilegio.

Dopo il viaggio, come è cambiato il rapporto con tuo figlio?

Il viaggio ci ha dato la possibilità di stare insieme e ignorare il resto del mondo. Max ha sperimentato una mamma felice, non una mamma esausta, senza sostegno e sempre preoccupata per i soldi. Questo è stato molto importante per il nostro legame e ha dato un nuovo inizio molto forte al nostro rapporto. Alle balene non importava che non avessi una casa, un lavoro o un partner. La madre e il cucciolo di balena grigia stavano facendo tutto da soli, e anche noi! Mi hanno insegnato che il mio lavoro più importante era semplicemente amare mio figlio.

Raccontami il momento più emozionante.

Non posso dirtelo perché rovinerebbe il finale del libro! Ma ce ne sono così tanti! Un momento accaduto all’inizio è stato quando eravamo nelle lagune di parto in Baja California. Mio figlio ha cantato e un cucciolo di balena si è avvicinato alla barca e ha alzato la testa. Max è riuscito ad accarezzarlo. La guida disse che mio figlio stava diventando un “whale-caller”, cioè con la capacità di chiamare le balene. Questo ha un doppio significato per me, perché molti anni prima ero sul ghiaccio marino nell’Artico e, mentre stavo cantando, arrivarono le balene e anche allora mi chiamarono “whale caller”. Ora io non lo so se è vero, ma per me è sufficiente che il nostro canto abbia oltrepassato la barriera delle specie, che le balene ci abbiano ascoltato e che quel canto le abbia avvicinate. 

Cristina Marra