Intervista a Deborah D’Addetta per “Maleuforia” (Perrone, 2024), di Gabriele Torchetti

Lo straordinario esordio narrativo di Deborah D’Addetta è un fulmine a ciel sereno nel panorama letterario italiano. Maleuforia (Giulio Perrone Editore) è un romanzo di formazione, poetico e commovente, ipnotico, irriverente, sopra le righe, ambientato in una Napoli crepuscolare sospesa tra ombre e passioni proibite. 

Ciao Deborah e benvenuta a Il Randagio. Maleuforia è un ossimoro curioso, ma è anche una parola che non esiste nella lingua italiana, da dove è venuta fuori? E cosa racconta alle lettrici e ai lettori?

    Ciao Gabriele e grazie per questo invito. Maleuforia è un neologismo coniato dal mio compagno in tempi non sospetti, quando ancora non ci conoscevamo. Nel corso di questi anni insieme ho colto il significato che lui gli dava e ci ho aggiunto un po’ della mia comprensione delle cose. Quando ho iniziato a scrivere il romanzo gli ho tassativamente proibito di pronunciare la parola per paura che perdesse efficacia. Ai lettori parla di uno stato d’animo vero e proprio, a cui ciascuno assegna una sua propria definizione. Se vogliamo semplificare, è il corrispettivo italiano dell’appucundria partenopea o della saudade lusitana. 

    Raffaele/Lèmon è un personaggio che entra nel cuore, durante la lettura assistiamo al suo percorso umano e identitario. Com’è nato?  Ha qualcosa in comune con te?

    Lèmon è un personaggio nato perché da sempre mi interesso al mondo dei femminielli napoletani e negli anni ho collezionato una serie di romanzi, racconti, saggi che trattano il tema del cross-dressing, del transgenderismo, della transizione, dell’identità e orientamento di genere. Mi affascina molto il conflitto interiore di queste persone, il percorso umano, le motivazioni alla base. Lèmon nasce perché dovevo dare un corpo alla maleuforia, che si piegasse ma non si spezzasse. Il suo conflitto intrinseco – quella sé in forma di femmina che sente dentro – è esattamente il punto di partenza della sua maleuforia.

    È un romanzo corale, un’umanità multiforme, colorata e atipica, chi sono gli altri protagonisti? 

    Ci sono cinque voci ben distinte nel romanzo, ognuna con le sue peculiarità, il suo tono, le sue cose da raccontare, tutte in prima persona: Lèmon, di cui abbiamo parlato, Linda e Cleo, le sue due migliori amiche, femminielli come lei, Maria, la santa puttana che introduce Lèmon nel bordello di Donna Sofia, e infine il Cavaliere, nel suo ruolo di pigmalione. Tutte le voci sono state pensate per creare un puzzle, uno sguardo collaterale che arricchisce di punti di vista la visione di Lèmon.

    Il tuo libro è implicitamente anche un’appassionata dichiarazione d’amore a Napoli. Una città perennemente in bilico tra i suoi contrasti, sacro e profano, miseria e nobiltà, poesia e monnezza: qual è il suo ruolo nella tua opera?

    Sarebbe stato molto facile rendere Napoli la protagonista del romanzo, ma io volevo assolutamente evitarlo. Non perché io non ami Napoli, al contrario: proprio perché ne sono innamorata da tanti anni non volevo cadere nell’errore di raccontarla in modo banale, piatto, oppure – peggio – rappresentarla come un insieme di cliché. Per questo motivo, la città, seppur massicciamente presente nel romanzo, viene relegata quasi in modo esclusivo in spazi chiusi: la casa d’infanzia di Lèmon, il bordello di Donna Sofia, la villa di Posillipo del cavaliere, il vascio di Linda e Cleo, lo strip club di Mergellina. Inoltre, più che reiterare una dicotomia ormai esausta che viene spesso usata per descrivere la città, quella di luogo in bilico tra sacro e profano, io insisto nel dire che Napoli oscilla tra osceno e benedetto. Il suo ruolo quindi, all’interno del romanzo, è quello di fondale teatrale: nel romanzo non pronuncio mai la parola “Napoli”, ma le persone capiscono perfettamente dove ci troviamo.

    I femminielli nella cultura partenopea sono quasi figure mitologiche e ancestrali, già raccontate magistralmente anche da Giuseppe Patroni Griffi e Annibale Ruccello. Eppure sei riuscita a decodificare il tema e a renderlo attuale senza cadere mai nell’anacronismo. Ci spieghi come hai fatto?

    Non so se effettivamente io sia riuscita in questa impresa, ma la guida imprescindibile di Patroni Griffi con il suo Scende giù per Toledo, di Annibale Ruccello con Le cinque rose di Jennifer, nonché Pedro Lemebel con Ho paura torero, hanno dettato un canone da seguire. Non potevo fare a meno di leggere le avventure erotiche di Rosalinda Sprint né andare a vedere a teatro Ruccello. Il modo di rendere attuale il tema è stato attraverso la trasformazione fisica di Lèmon: lei non si accontenta di rimanere un femminiello, ma intraprende un percorso che oserei dire “contemporaneo” di vera e propria metamorfosi. 

    Questo libro è frutto di un lungo lavoro antropologico di ricerca. Quali sono state le tue bussole per orientarti in questo mondo inesplorato?

    Oltre alla ricerca di tipo accademico – quindi romanzi, saggi, testi che trattavano il tema della transizione di genere e della cultura dei femminielli, delle case chiuse, dei quartieri a luci rosse di Napoli e Genova – ho pensato che la cosa migliore da fare per cercare di capire un mondo a cui non appartengo fosse calarmici. Ho parlato con donne trans, con prostitute, le ho intervistate, mi sono fatta raccontare la loro storia, le ho fotografate. Ho tentato di immedesimarmi nei loro percorsi di vita. Lèmon, Cleo e Linda sono il risultato di queste conversazioni.

    Il sesso è molto presente tra le tue pagine, a volte è gioioso e spudorato altre squallido e veniale. Che importanza ha l’eros nella tua scrittura? Secondo te come mai non riusciamo ancora a parlarne liberamente?

    Mi è stato detto che ogni cosa che scrivo, dal romanzo ai racconti agli articoli ai pezzi saggistici (e mi trovo d’accordo), è attraversata da una corrente erotica facile da catturare. Il genere erotico, che sia nella letteratura, nel cinema, nell’arte, nella fotografia, mi interessa da quando sono adolescente e mi era proibito di indugiarvi. Trovo sia molto superficiale e ingiusto relegarlo a genere di serie B e questo per una questione molto semplice: scrivere erotico non è facile. Si cade nel grottesco, nel comico, nel surreale. Eppure abbiamo esempi di letteratura erotica di livelli eccelsi: pensiamo a Lolita di Nabokov, ad Apollinaire, lo stesso Lemebel, a De Sade, a Anaïs Nin, Angela Carter, nonché (quelli che personalmente preferisco) autori giapponesi che del genere erotico hanno fatto arte, come Kawabata, Mishima, Tanizaki. Di erotismo parliamo, ma male e con i termini sbagliati: l’erotismo si confonde con la pornografia e una mera questione di sesso. Non è così. Il problema è che, nel nostro Paese (e non solo), tutti fanno tutto ma si nasconde la polvere sotto il tappeto. È un’ipocrisia bella e buona: la solita facciata pulita del “si fa ma non si dice” e poi, nel privato, com’è giusto che sia, si consumano le migliori perversioni. Si dovrebbe essere più sinceri.

    Maleuforia ha una struttura circolare, finisce come inizia. Perché?

    L’incipit del romanzo, che ho riscritto circa trenta volte, si aggancia all’ultimo capitolo, o forse sarebbe meglio dire il contrario: l’ultimo capitolo riprende la stessa identica ambientazione per chiarire i connotati fumosi del principio. Non è chiaro a tutti quello che succede non appena il romanzo inizia. La chiusa serve, intanto, a sigillare un cerchio e questo perché amo particolarmente i romanzi circolari, e secondo, perché risolve degli irrisolti. È come una cerniera: i due lembi – l’incipit e la conclusione – fisicamente imprigionano la storia di Lèmon nei loro denti.

    So che scrivi racconti, puoi consigliarci tre racconti imprescindibili?

    Sì, amo molto i racconti e le raccolte di racconti. Posso consigliare di più, tre raccolte i cui testi brevi sono tutti capolavori: La foresta in fiore di Yukio Mishima, cinque racconti giovanili dell’autore giapponese che trattano temi come le divinità, l’introspezione profonda, le tradizioni; Puttane assassine di Roberto Bolaño, credo non abbia bisogno di presentazioni; e infine, I pericoli di fumare a letto di Mariana Enriquez, una delle mie autrici contemporanee preferite, dodici storie brevi che intrecciano perturbante, weird, realismo magico e oscura eleganza. 

    Deborah D’Addetta, è nata in Puglia nel 1986, vive a Napoli. Fa parte del collettivo Spaghetti Writers, per cui scrive racconti ed è redattrice, recensisce libri per Critica Letteraria ed è contributor di varie testate, tra cui Italy Segreta, Mar dei Sargassi, City News – Napoli Today. Molti suoi racconti e scritti di natura saggistica sono stati pubblicati su riviste letterarie. Vince il premio letterario “L’Avvelenata” con “Blam” 2021. Maleuforia è il suo romanzo d’esordio, pubblicato nel maggio 2024 da Giulio Perrone Editore.

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

    Milan Kundera: “Lo scherzo” (Adelphi, trad. A.Barbato), di Valeria Jacobacci

    Lo scherzo” è il primo romanzo di Milan Kundera, finito di scrivere nel 1965, fu pubblicato nel 1967, quando l’autore era ancora membro del partito comunista cecoslovacco. Ma: “La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell’aria, come qualcosa che domani non ci sarà più.” 

         

    Nel 1968 la Primavera di Praga cambia completamente le prospettive, Kundera accoglie con speranza il movimento, rappresenta finalmente la sua personale visione del socialismo. Sarà la causa della sua seconda espulsione dal partito, che lo costringe a lasciare l’incarico di docente all’Università per emigrare poi in Francia. I rapporti con la Cecoslovacchia sono interrotti, scrive in francese, per molti anni non permette che i suoi romanzi siano tradotti in lingua ceca. “L’insostenibile leggerezza dell’essere” è stato pubblicato in Cecoslovacchia solo nel 2006.

        “Lo scherzo” ha sicuramente una forte impronta autobiografica, sempre più interessante, man mano che il tempo passa, illuminando gli eventi successivi, forse consequenziali dei fatti storici narrati e delle relative vicende umane.

          Il nome del protagonista è Ludvick, lo stesso del padre e del cugino di Kundera.

         Il padre era direttore dell’Accademia musicale di Brno, pianista famoso, il cugino, più grande di età, era un artista poliedrico, scrittore, pittore, studioso del dadaismo. 

           E’ evidente come questa formazione di stampo occidentale e liberale mal si adattasse a un qualunque regime, benché la passione per il partito fosse in lui sincera e appassionata.

           E’ infatti questa la nota dolente. Il disinganno politico è il leit motiv di tutta l’opera, si svolge con ritmo musicale come la sinfonia che l’autore avrebbe composto se non avesse optato per la letteratura. Così la polifonia dei personaggi si sviluppa per contrapposizioni e controcanti, riproponendo la stessa storia da punti di vista diversi. 

        Oltre al protagonista, Ludvick, i personaggi sono: Helena, giornalista, comunista sincera, moglie dell’uomo che condanna Ludvick a lasciare il  partito e gli studi, sottoponendolo alla leva e poi al carcere, rubandogli la giovinezza, la speranza e l’amore;  c’è poi Jaroslav, amico di gioventù, testimone della passione per la musica popolare, anima e propaganda del partito, ispirazione  di musicisti come il russo Šostakovič, che combinava la tradizione russa con le correnti occidentali del Novecento, censurato e riabilitato solo dopo la morte di Stalin; Kostka, uno dei narratori, è il medico che gli deve un favore e gli presta l’appartamento, dove Ludvick incontra Helena, la possiede senza esserne attratto fisicamente e al solo scopo di vendicarsi del marito, Pavel. E poi le donne, oltre Helena, una categoria a parte, creature astruse, inconoscibili, incomprensibili. 

         Un giorno Ludvick torna nella sua città, la trova brutta, con la piccola piazza che sembra il cortile della caserma dove è stato rinchiuso da ragazzo, sulla piazza affaccia la camera d’albergo che ha prenotato, si presenta squallida e inadatta all’incontro con Helena. Così gli viene in mente il dottor Kostka, che risolve il problema prestandogli casa sua ma lo porta anche, del tutto inconsapevolmente, a rivedere l’amore della sua vita: Lucie Sebetkova.

    Ludvick ha bisogno di un barbiere, forse per rendersi piacevole e in ordine per la giornalista che deve incontrare il giorno dopo, e, nel negozio dove il dottore lo accompagna, prende posto sulla poltrona girevole abbandonandosi alle cure di una donna senza guardare il suo aspetto. 

       E’ una pagina da non perdere. L’amorevole cura di mani estranee diventa carezza conosciuta e dimenticata, conservata in un angolo dell’essere, fin quando lo sguardo corre allo specchio dove si rivela un viso ma è impossibile incrociare occhi che guardano altrove. 

        Quando il lettore vorrebbe saperne di più la parola passa ad Helena, che nel capitolo successivo racconta l’appuntamento del giorno dopo con l’uomo che potrebbe, se lo volesse, portarla via dal marito e dalla figlia.

        E’ patetica. “Che la tristezza non sia unita al mio nome” pensa Helena citando Fucik, lo scrittore cecoslovacco assassinato dal regime nazista, eroe e difensore del comunismo. Questa passione politica la connota, in questa si riconosce ed è l’unica cosa alla quale resta fedele. Infatti tradisce regolarmente il marito, non lo ama più da tempo, forse perché a sua volta ha una relazione con una ragazza, molto  più giovane di lei. 

        Quando si sono sposati erano compagni di partito. Era stato il partito a imporre a Pavel di sposarla: niente di privato fra i compagni, tutto in comune, perfino l’amore. 

        Di recente Helena non ha esitato a denunciare i costumi scorretti di una compagna che ha una storia con un uomo sposato. Il partito li obbliga a lasciarsi, la ragazza perde il lavoro, Helena non ha rimorsi. Domani andrà da Ludvick.  

        Il tragico (e comico) errore di Helena è di fraintendere del tutto le intenzioni di Ludvick, che ai suoi occhi appare leggero, innamorato, divertente, sincero. 

    Ludvick  è  tutt’altro, si dimostra cinico, spietato, avvelenato, ma la sua attitudine a fraintendere le donne è del tutto giustificabile.  

    Com’è brutta la Morava!” esclama affacciandosi sullo squallido paesaggio del lungofiume.

      “ Tutto aveva avuto origine – ricorda –  dalla mia infausta tendenza agli scherzi idioti e dall’infausta incapacità di Marketa di capire gli scherzi. Marketa apparteneva a quel tipo di donna che prende tutto sul serio.” 

    La cartolina con lo scherzo recitava:  “L’ottimismo è l’oppio dei popoli. Lo spirito sano puzza d’imbecillità. Viva Trockij! Ludvick” 

    Marketa è bella e stupida, anche l’ideologia lo è. Stupido e ottuso è lo spirito del partito, nazista o comunista che sia. 

        La ragazza prende tutto alla lettera, e tuttavia non avrebbe fatto caso alle frasi di Ludvick, canzonatorie del suo ingenuo entusiasmo, che scambia un ritiro imposto per un premio. Tutti gli amici dell’università la prendono in giro ma nessuna testimonianza si leverà in difesa di Ludvick quando la cartolina viene intercettata e lo fa passare per dissidente e trockista. Niente potrà convincere i suoi giudici che si trattava di uno scherzo. 

         Ludvick si convince poco per volta della propria colpevolezza, tanto forte è il condizionamento ideologico. E’ proprio questo il dramma.

        Marketa ha un’indole buona (oltre che stupida), presa dal rimorso per aver abbandonato Ludvick al suo destino di traditore, gli propone di tornare con lui, in realtà per redimerlo, secondo il cliché di moda.

       Finalmente il giovane millantatore, che si fa scudo dell’umorismo per darsi il coraggio di accostare una ragazza, di avere un’esperienza sessuale che finora non ha avuto, potrebbe raggiungere il suo scopo. Ma non è così che intende soddisfare il suo desiderio. È stato innamorato, non è sentirsi perdonato di una colpa che non ha commesso il modo per realizzare un sogno.

      E’ la perdita dell’innocenza. Si tratta davvero di innocenza? Non è forse una maschera quella che indossava quando, cercando di conquistare Marketa, si fingeva spregiudicato, esperto, sicuro di sé?

       Da questo momento il dubbio è la diretta e vera conseguenza dello scherzo. 

        E’ propria di Kundera l’analisi dello stato di coscienza, la ricerca della verità interiore. Anche il più puro dei sentimenti, come la fedeltà al partito o l’innamoramento, possono  avere un’ambiguità di fondo. Ne deriva un tetro pessimismo, una depressione che Ludvick interpreta come malinconia, dalla quale si allontana quasi suo malgrado, seguendo i compagni della caserma nelle rare libere uscite  a caccia di prostitute. 

       Niente può cambiare la parte buona che ha dentro, nessuna donna merita disprezzo, non è il soddisfacimento dell’istinto che può placare la malinconia, lo sa Ludvick, e in fondo lo sanno anche i suoi compagni. Le ragazze disposte a darsi dietro compenso non sono vere prostitute, vanno nei locali per incontrare i soldati delle caserme vicine, sembrano voler consolare, svolgere un compito, fanno parte di un sistema. 

        Ludvick è perso: fuori dal partito e dagli studi non è niente, sembra un frate francescano che abbia smarrito la fede e, nonostante tutto, resti un mistico. Gli tocca subire la punizione da parte di un tribunale che somiglia a quello dell’Inquisizione: il tribunale di un partito che più di tutto teme appunto la perdita del credo da parte di quanti ne fanno parte. 

        Nelle numerose interviste concesse, Kundera torna spesso sull’idea dei totalitarismi che trattano gli esseri umani come bambini, deresponsabilizzandoli, chiedendo loro di non pensare, non decidere, di abbandonarsi a una volontà superiore. 

        Nel 2008 è stato trovato un documento negli archivi della polizia di Praga che farebbe pensare a una delazione ad opera di Kundera contro un ragazzo accusato di spionaggio. Sarà proprio questo giovane, condannato a ventidue anni di reclusione, ad aver ispirato il personaggio di Ludvick?  

       La biografia dello scrittore contiene abbastanza elementi da far pensare che l’esperienza del rifiuto e l’abbandono della patria gli siano stati sufficienti a elaborare la sua visione del mondo. Se fosse anche presente il rimorso? Sì. Il rimorso fa parte di tutto questo, se non nello specifico caso (che non è possibile chiarire) nella comune responsabilità  di aver partecipato a un piano che, piuttosto che salvifico, si è rivelato distruttivo.

        Le donne hanno un ruolo fondamentale in questo sistema di pensiero, nessuno più di loro è capace di non pensare, di abbandonarsi all’emozione, al sentimento e alla passione, capace anche di cambiare e di perdonare. Se c’è qualcosa che Ludvick non sa fare è perdonare. In lui l’assenza di giustizia provoca desiderio di vendetta, a lungo meditata e portata a compimento con risultati sorprendenti. 

        Non così per Lucie, della quale gli sfugge completamente il senso della personalità e, fino all’ultimo, il mistero della storia. 

    Perseguitata e derisa per aver subito uno stupro, la ragazza viene riabilitata troppo tardi e troppo tardi Ludvick capirà i motivi della sua ritrosia.

      “E fu allora che vidi per la prima volta Lucie – racconta –  perché non le passai accanto senza fermarmi?

       Lucie sarà capace di amarlo incondizionatamente, senza pretendere niente e tuttavia senza darsi mai, almeno non fisicamente.

        Sarà lo scioglimento di questo mistero a lenire infine l’animo esacerbato di Ludvick? 

       Le persone contro le quali sferra la sua vendetta ne usciranno indenni. Al contrario, sembrerà proprio questo l’inizio di una vita guarita da ogni veleno, in qualche misura, sanata.

    La patria tornerà a essere bella, forse non dovrà vergognarsi di averla amata, tanto tempo fa.

    Valeria Jacobacci

    Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

    Didier Eribon: “Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo” (L’orma, Roma 2024), di Francesco Ferrari

    Il capitale si dice in molti modi. Non consiste soltanto di soldi – risparmiati, immobilizzati, o investiti. Non è fatto, quindi, solo di case, negozi e mura, immobili per definizione. Tutto questo è “capitale economico”, che può essere contato, e che conta moltissimo. Capitale è anche l’apprendimento, scolastico e pratico; la propria esperienza di sé e del mondo, che matura in chiarificazioni dell’esistenza, riflessioni e strategie per risolvere problemi. Questa seconda forma di capitale diventa “capitale culturale”, dove “cultura” non è un inerte deposito di nozioni, ma conoscenza che si ricava attivamente dalla vita vissuta (e con cui, non meno attivamente, le si va incontro). Capitale è infine non solo che cosa si conosce, ma chi si conosce: persone che diventano contatti, contatti che diventano reti. Questa terza forma di capitale, non meno indispensabile, costituisce il “capitale sociale”.

    Al sociologo francese Pierre Bourdieu dobbiamo l’articolazione di questo “triangolo del capitale”, con cui la diade marxiana struttura (economica) – sovrastruttura (cultura, “spirito”, storicità delle forme di vita) riceve feconda linfa empirica senza per questo essere sconfessata. Tutt’altro. Il capitale economico rimane sempre e comunque la base, la struttura marxianamente intesa, su cui poggia l’intero triangolo. Il modello di Bourdieu ci offre però una risorsa formidabile per comprendere la sofferenza sociale di molti esseri umani, perlomeno del cosiddetto Nord globale. La loro esistenza può essere letta come il desiderio di rendere il triangolo il più equilatero possibile, di portare ovvero in armonia i tre lati del capitale. È questo, se vogliamo, il caso di un allievo particolarmente brillante di Bourdieu (e di Michel Foucault) come Didier Eribon.

    Tanto in Ritorno a Reims quanto nel più recente Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo (trad. Annalisa Romani), Eribon dà voce al dolore che si sprigiona dall’essere nato e quindi stato socializzato in condizioni di ristretto capitale economico e di non meno esiguo capitale culturale (intendendo qui il termine nel senso più “scolastico” del medesimo) in seno alla classe operaia della provincia francese, e dal suo sentirsi altro, estraneo, diverso, rispetto a tale ambiente – il che condurrà Eribon medesimo a diventare, a discapito di ogni determinismo socio-economico, professore universitario di sociologia, e, con ciò, un vero e proprio “transfuga di classe”.

    Vi è infatti una fuga, una migrazione, tanto concreta quanto interiore, che avviene tra il venire al mondo in un preciso milieu sociale, e l’anelare e spingersi verso ambienti che distano anni luce da esso. Si genera una tensione peculiare, in cui l’individuo si trova a lottare, non senza un certo eroismo tragico, contro pressioni sociali d’ogni sorta. Il succitato determinismo socio-economico sorveglia e schiaccia ogni eccezione che abbia l’ardore di sfidarlo. Quella di Eribon diventa allora una storia di successo a fronte, per usare un altro termine di Bourdieu, della “riproduzione” intergenerazionale (padre ricco-figlio ricco, padre povero-figlio povero), con cui tutto, nel campo sociale, pare dire: “Stai al tuo posto!”

    La peculiarità di Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo sta nel dare voce a “storie che non fanno la Storia” (per dirla con un altro stimolante testo, appena uscito, di Carlo Greppi). Nel raccontare la vicenda biografica di una donna, la madre del sociologo, esponente del proletariato industriale novecentesco, che mai avrebbe affidato il proprio vissuto a un resoconto scritto, Eribon compie un gesto di altissimo valore ermeneutico e civile. Egli incarna il compito dell’intellettuale nel senso gramsciano del termine, come colui che dà voce ai senza voce, e, raccogliendo le loro testimonianze, cerca di comprendere gli anelli che non tengono delle nostre strutture sociali, depositando, proprio in tale sforzo interpretativo, il seme per far nascere il nuovo, ovvero, per un mondo più giusto.

    Senza infingimenti, con una sensibilità millimetrica per il singolo gesto, Eribon apre per noi stanze di vita quotidiana che rimangono solitamente serrate, in quanto privatissime o irrilevanti. Ci consegna i commenti razzisti borbottati da una donna ottuagenaria della campagna francese (sua madre) davanti alla televisione, allorché vi vede delle persone nere, e quelli sessisti di un uomo cinquantenne (suo fratello), che si rifiuta categoricamente di sortire i vestiti dall’armadio della madre defunta, in quanto compito da lui reputato incongruo al suo status di maschio. Ma il libro di Eribon offre anche, al tempo stesso, una capillare denuncia delle condizioni inumane delle case di riposo, e pone il dito in una piaga di cui le nostre società non vogliono farsi carico, neanche mentale: il processo d’invecchiamento, e, per dirla con Norbert Elias, “la solitudine del morente”.

    Al tempo stesso, il libro si segnala come un tentativo, accorato ma mai patetico, di riconciliazione. Laddove Ritorno a Reims poteva essere letto come un processo di riconciliazione con sé stesso, con cui un intellettuale omosessuale parigino compie un viaggio a ritroso che lo condurrà a fare i conti con la provincia operaia da cui il suo itinerario di vita e pensiero avrebbe preso le mosse, sottraendosi alla “riproduzione” socio-economica, Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo mantiene palpitante la tensione riconciliatoria del precedente volume, e la amplia, rivolgendola a quell’altro-da-sé sui generis che è colei che ci ha ospitati per nove mesi e dunque gettati nel mondo. Nei confronti della madre, Eribon vuole, in qualità di autentico uomo della conoscenza, innanzitutto capire. Capire: non sentenziare né assolvere. Capire anzitutto quali sono le condizioni di possibilità e i limiti della massima di Sartre “noi siamo quello che facciamo – di quello che ci è stato fatto”, che in casi fortunati (come il suo) si volge in agency, ma innanzitutto e perlopiù si traduce invece in forme di (per dirla invece con Adorno) “vita offesa”, in cui non si diventa affatto quel che si è, e il proprio romanzo di formazione si torce in un triste racconto di de-formazione.

    Ci troviamo allora dinnanzi a due socio-biografie, in cui il testo della vita della singola persona diventa il pre-testo per comprendere un’epoca storica e i suoi dispositivi socio-economici e cultural-spirituali. L’individuale diventa il luogo di rivelazione del generale, a partire dal particolarissimo di minimi gesti quotidiani. La grande Storia universale, dicevamo prima, s’incarna di volta in volta in singole storie particolari, che non fanno la Storia. Eppure, si capisce probabilmente di più il secondo Ventesimo e il primo Ventunesimo secolo leggendo Didier Eribon che attraverso molte analisi quantitative in terza persona. La circostanza odierna, per cui “i ceti subalterni votano contro i loro interessi”, per riprendere una sentenza che viene lanciata, come vero e proprio gemito sofferente, da un altro anziano morente, interpretato da Silvio Orlando in Un altro ferragosto di Paolo Virzì, affligge sicuramente molti lettori del Randagio, e resta sovente, non meno dolorosamente, senza risposta. Dalle pagine di Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo non traiamo risposte universali e necessarie, ma scopriamo cosa porta una esponente in carne ed ossa delle classi sociali più svantaggiate a dare il proprio consenso politico a movimenti che invocano un autoritarismo di matrice fascista, alternandolo a quello assegnato a partiti più (apparentemente) rispettabili. E scopriamo come l’attuazione di policies neoliberiste e la conseguente erosione dei diritti del lavoro fondamentali attuata dai secondi (risoluta è la critica di Eribon al Presidente Macron in tal senso) costituisca la condizione fatale di possibilità dei primi.

    La riflessione di Eribon innescata dalla vicenda sociobiografica di sua madre diventa allora estremamente eloquente, ancor più se la si collega ad alcuni termini chiave di un certo pensiero liberale, veri e propri miti del tardo Ventesimo secolo, che l’autore in vero non tematizza esplicitamente, ma che ci aiuta, con i suoi scritti, a mettere nella giusta prospettiva. Pensiamo a vocaboli-mantra come “autorealizzazione”, “meritocrazia”, “resilienza”. Questi termini, dall’apparenza emancipatrice, sono in realtà assai sovente nient’altro che lusinghe sottilmente mendaci. il primo suona: “Da grande potrai fare tutto ciò che vuoi!” – ma non tiene conto degli ostacoli sistemici lungo il cammino, su tutti la succitata riproduzione. Il secondo esorta: “Se uno è bravo alla fine ce la fa!” – ma in realtà appiattisce l’essere al fare, ovvero alla riuscita professionale, per cui accetta tacitamente che un essere umano è il mestiere che fa, il che è fonte di quella lancinante sofferenza descritta in Ritorno a Reims. Il terzo insiste: “Se vuoi, puoi” – ma in realtà è un ulteriore dispositivo di controllo, con cui si chiede al lavoratore, già abbastanza precarizzato e sfruttato, financo di sorridere, come un provetto ballerino, mentre cerca di fare l’impossibile affinché “tutto rimanga come esattamente è”, oppure, senza scomodare il buon vecchio Gattopardo, per rimanere a galla.

    Francesco Ferrari 

    Francesco Ferrari è ricercatore e docente presso l’Università Friedrich Schiller di Jena; è coordinatore dello Jena Center for Reconciliation Studies; è autore di tre monografie dedicate al pensiero di Martin Buber e di vari saggi su e traduzioni di autori della filosofia e della cultura ebraica del XX secolo (tra cui Arendt, Buber, Derrida, Landauer, Scholem, Zweig); svolge attività di ricerca sul concetto di riconciliazione dopo Auschwitz, ed è editore dell’epistolario di Martin Buber nel progetto Buber-Korrespondenzen Digital.

    https://www.jcrs.uni-jena.de/about/team/dr-francesco-ferrari
    https://francescoferrari.academia.edu/

    “Stella Maris”: il testamento spirituale di Cormac McCarthy, di Cristiana Buccarelli

    Stella Marisl’ultimo romanzo di Cormac McCarthypubblicato in Italia nel dicembre 2022 da Einaudi subito dopo Il passeggero nell’ottobre del 2022 (entrambe le opere sono tradotte da Maurizia Balmelli), è l’ultimo lascito spirituale di un grande scrittore dalla forza espressiva straordinaria.  

    Si tratta di un romanzo realizzato interamente in forma dialogica, in cui la protagonista è Alicia Western, una matematica geniale di appena vent’anni, dottoranda presso l’Università di Chicago e consapevole di essere affetta da una forma di schizofrenia paranoide con tendenze suicide e allucinazioni visive e uditive, già da tempo diagnosticata. 

    Siamo nel 1972 e il dialogo tra Alicia e il dottor Robert Cohen, lo psichiatra che la prende in cura, si svolge in più giorni e sempre all’interno di una stanza della struttura psichiatrica Stella Maris nel Wisconsin, dove la ragazza è arrivata di sua volontà qualche giorno prima in autobus e senza alcun bagaglio, portando con sé una busta piena di centinaia di dollari, parte dell’eredità lasciatale dalla nonna. 

    Alicia racconta tranquillamente al dottore della schiera di personaggi allucinatori che l’accompagnano dall’adolescenza, tra i quali spicca quello che lei definisce il Talidomide Kid, un essere pennuto con cui ha dialogato nella sua mente per moltissimo tempo. 

    ‘’ A lei quanto reali sembrano? Cos’hanno? Qualcosa di onirico?

    Non credo. Le figure oniriche mancano di coerenza. Ne intravedi dei pezzi e il resto ce lo metti tu. Un po’ come con il punto cieco. Mancano di continuità. Si tramutano in altri esseri. Senza contare che il paesaggio in cui si muovono è un paesaggio onirico’’  

    La storia della famiglia di Alicia è abbastanza complessa: si tratta di una famiglia ebrea di origini rumene emigrata da molto tempo in America; in particolare il padre di Alicia aveva avuto un rapporto professionale con Oppenheimer e aveva fatto parte degli scienziati del progetto Manatthan che aveva portato alla realizzazione della bomba di Hiroshima e in Stella Maris tutta la questione, già considerata ne Il Passeggero, viene espressa in una forma più intima e umana. Alicia è vissuta da bambina con la madre e la nonna e il fratello Bobby, protagonista de Il Passeggero, al quale appare legata da un sentimento d’amore indissolubile e incestuoso.

    ‘’Sapevo che lui mi amava. Era solo spaventato. Sapevo da un pezzo che saremmo arrivati a quel punto (…) In macchina l’ho baciato. Ci siamo baciati due volte, per la precisione. La prima volta piano piano. Lui mi ha accarezzato la mano come se fosse una cosa del tutto innocente e si è girato per mettere in moto ma io gli ho messo la mano sulla guancia e gli ho girato la testa verso di me e ci siamo baciati di nuovo e stavolta non c’era nessuna innocenza e gli ha tolto il respiro. E l’ha tolto anche a me. Ho posato la faccia sulla sua spalla e lui ha detto non possiamo. Lo sai che non possiamo’’      

    Ma mentre Alicia racconta questo al dottor Cohen, suo fratello è in coma irreversibile e non si incontreranno mai più. Tuttavia è importante ricordare che in America i due romanzi uscirono contemporaneamente e Bobby e Alicia possono considerarsi, secondo parte della critica, come due facce della stessa medaglia.

    È infatti particolare come nel primo romanzo, Il Passeggero, ci sia solo Bobby in quanto Alicia è già morta suicida, per cui c’è un riferimento a quest’ultima solo attraverso dei brani in corsivo riguardanti i ricordi del passato, mentre in Stella Maris, Alicia, già all’inizio del suo lungo dialogo con il dottor Cohen afferma che suo fratello è in coma da tempo.

    È come se i due personaggi protagonisti dei due romanzi siano in realtà due aspetti di una medesima personalità; lui la parte più razionale e lei quella più intima e indagatrice sull’esistenza nella sua totalità.    

    McCarthy infatti, soprattutto attraverso il personaggio di questa giovane donna dall’intelligenza straordinaria, affronta il tema del rapporto tra la realtà e la sua possibile rappresentazione, richiamando Kant e altri filosofi sul problema della conoscibilità oggettiva della realtà.

    ’La natura spirituale della realtà è da sempre la principale preoccupazione del genere umano ed è ben lungi dallo smettere di esserlo. L’idea che tutto sia soltanto materia a quanto pare non ci sta bene’’

    Quanto il fisico può essere complesso senza il metafisico? Attraverso Alicia l’autore propone delle riflessioni esistenziali e filosofiche sulle più grandi tematiche dell’uomo in ogni tempo. Inoltre la stessa struttura del libro in forma di dialogo ricorda i Dialoghi di Platone, il quale viene citato insieme a Kant con queste parole:

    ’Non sfuggirò mai a Platone. O a Kant’’

    I temi fondamentali della natura del linguaggio, della matematica, della fisica quantistica e dell’inconscio vengono espressi con grande acume, lucidità e originalità dalla protagonista, la quale afferma ad esempio che la matematica sia un prodotto dell’inconscio e che di conseguenza anche la matematica sia un linguaggio che cerca di tradurre e fissare ciò che si nasconde dietro la realtà, ma che fa anche parte della natura stessa. 

    E infine, a proposito del linguaggio in sé dichiara:

    ‘’…bisogna capire cosa è stato l’avvento del linguaggio. Per un bel po’ di milioni di anni il cervello se l’era cavata piuttosto bene senza (…) Ha cooptato quelle aree del cervello che erano meno attive. Maggiormente suscettibili ad essere assoggettate. Un’invasione parassitaria. (…..) Le uniche regole evolutive che il linguaggio osserva sono quelle necessarie alla sua stessa costruzione. Un processo avvenuto in poco più di un batter d’occhio.

    Invece riguardo al concetto di universo, Alicia afferma:

    ’Una delle cose di cui ho preso coscienza è che l’universo è evoluto per miliardi e miliardi di anni nell’oscurità e nel silenzio assoluti e che il modo in cui lo immaginiamo non corrisponde a quello che è. In principio c’è sempre stato il nulla. Le novae che esplodevano in silenzio. Nell’oscurità assoluta. Le stelle, le comete fugaci. Nel migliore dei casi tutto di un’esistenza ipotetica. Fuochi neri. Come i fuochi dell’inferno. Silenzio. Nulla. Notte. Soli neri a guidare i pianeti in un universo dove il concetto di spazio era privo di senso per mancanza di una fine. Per mancanza di una nozione cui contrapporlo. E di nuovo la questione della natura di quella realtà che non aveva testimoni. Tutto questo finché la prima creatura vivente dotata di vista ha acconsentito a che l’universo si imprimesse sul suo apparato sensorio primitivo e tremulo e poi a corredarlo con colore e movimento e memoria. Ha fatto di me una solipsista dalla sera alla mattina e in qualche misura lo sono ancora’’

    Si può dunque dire che con Stella Maris e il suo linguaggio sobrio ed esistenziale, pregno di immagini e di tracce simboliche, Cormac McCarthy riesca a esprimere il suo nichilismo e ci lasci, attraverso una sua personalissima e profonda interpretazione dell’esistenza, un prezioso testamento spirituale.      

    Cristiana Buccarelli  

    Cristiana Buccarelli è dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni) con cui ha vinto per la narrativa la XVI edizione del Premio Nazionale e Internazionale Club della poesia 2024 della città di Cosenza. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) con il quale è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Conduce da svariati anni laboratori e stage di scrittura narrativa. 

    Diego e Margherita intervistano il Signor Lombrico, di Cinzia Milite

    Ciao bambini e bambine!

    Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

    “Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

    Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

    Vi raccontiamo l’intervista al Signor Lombrico!

    Margherita: “Oh, finalmente ha smesso di piovere, Diego! Ora possiamo uscire a giocare.”

    Diego: “Sì, guarda, il sole sta spuntando tra le nuvole e si vede anche l’arcobaleno.”

    Margherita: “Diego, guarda là! C’è un lombrico.”

    Diego: “E non è il solo! Dopo la pioggia ne escono sempre tanti dal terreno…”

    Margherita: “È vero, e fanno sempre quei mucchietti di terra. Chissà perché.”

    Diego: “Beh, possiamo scoprirlo! Usiamo il Versoconver e chiediamoglielo, ti va?”

    Margherita: “Ottima idea! Buongiorno, Signor Lombrico, possiamo farle qualche domanda?”

    Signor Lombrico: “Ciao, bambini! Certo, chiedete pure. Cosa volete sapere?”

    Diego: “Volevamo capire perché fate quelle montagnole di terra.”

    Signor Lombrico: “Ah, non sono semplici mucchietti! Si chiamano “turricoli” e sono un impasto ricco di humus. Contengono fino a 5 volte più azoto, 7 volte più fosforo e 11 volte più potassio della terra circostante. In pratica, sono un ottimo concime per le piante, creato dalle sostanze organiche di cui ci nutriamo mescolate alla terra.”

    Margherita: “Wow, è davvero interessante!”

    Signor Lombrico: “Ma non è tutto. Noi lombrichi siamo anche grandi costruttori di gallerie. Grazie a queste, aeriamo il terreno, miglioriamo l’assorbimento dell’acqua e aiutiamo le radici delle piante a crescere meglio. Nelle coltivazioni degli alberi da frutto, siamo preziosi alleati, perché mangiamo il fogliame caduto e così eliminiamo anche parassiti e organismi dannosi, come le spore che causano malattie o gli insetti che rovinano le foglie.”

    Diego: “Grazie davvero per tutto quello che fate! A noi la frutta piace tantissimo!”

    Signor Lombrico: “Prego, è il nostro lavoro! Ma ora, scusate, devo andare a nascondermi.”

    Margherita: “Perché?”

    Signor Lombrico: “Perché noi lombrichi siamo un bocconcino per molti animali! Ci danno la caccia uccelli, talpe, martore, ricci, toporagni, rane, rospi, salamandre, millepiedi, formiche, scarabei, volpi e tassi. Meglio non farsi vedere troppo in giro.”

    Diego: “Meno male che almeno gli esseri umani non vi danno la caccia!”

    Signor Lombrico: “Magari fosse così semplice! Purtroppo, l’uomo rappresenta una grossa minaccia per noi. L’uso eccessivo di fertilizzanti e pesticidi, così come un’aratura eccessiva, riducono il nostro numero drasticamente. E le pesanti macchine agricole schiacciano il terreno, rendendo difficile la nostra vita da scavatori.”

    Margherita: “Ci dispiace davvero tanto…”

    Signor Lombrico: “Non fa niente, bambini. Però, prima di andare, avrei una richiesta: potete consigliarmi un bel libro da leggere? Io e i miei amici lombrichi siamo sempre curiosi!”

    Diego: “Certo! Le consigliamo ‘Emergenza Lombrichi’, scritto da Laura Novello e pubblicato da La Spiga Edizioni. È una storia magica che parla di rispetto e cura dell’ambiente. Racconta come un equilibrio naturale venga spesso rovinato dall’uomo e invita i giovani lettori a riflettere sull’importanza di proteggere la natura.”

    Margherita: “ Ecco la trama… nel tranquillo paese di Potentilla Archimede, detta Lilla, si scatena una crisi: i lombrichi sono spariti! Ma chi è responsabile di questo mistero? Forse Ibisco Guerra, l’oscuro mago che usa i lombrichi per i suoi esperimenti di immortalità? Lilla, un’apprendista fata, e il suo amico Pier iniziano un’indagine che li porterà a scoprire una verità inaspettata. I lombrichi, stufi della loro condizione, hanno chiesto a un eccentrico scienziato di trasformarli in qualcosa di diverso. Grazie all’intuito e alla determinazione di Lilla e Pier, la natura ritrova il suo equilibrio e il villaggio torna alla normalità. Un racconto appassionante che, attraverso un’avventura coinvolgente, insegna ai più piccoli il valore dell’ecosistema e l’importanza di preservarlo.”

    Signor Lombrico: “Sembra un racconto molto interessante! Grazie, lo leggerò senz’altro. Ora, devo proprio andare. Addio, bambini, e ricordatevi di rispettare la natura!”

    Diego e Margherita: “Arrivederci, Signor Lombrico! E grazie per tutto quello che ci ha insegnato!”

    Cinzia Milite