Gertrude Stein: “Picasso”, (Adelphi, trad. Vivianne Di Maio), di Maria Rosaria Paolella

“Nell’Ottocento i pittori scoprirono il bisogno di avere sempre un modello da guardare;

nel Novecento scoprirono che l’unica cosa da non fare era guardare un modello.”

Gertrude Stein

Nel corso di una ricerca, mi sono imbattuta in un interessante volumetto, pubblicato per la prima volta nel 1938 e proposto, in Italia, da Adelphi nel 1973.

In poche pagine e con una scrittura rapida, ma incisiva, la scrittrice statunitense Gertrude Stein offre un vivacissimo ritratto del pittore spagnolo Pablo Picasso e ne delinea l’evoluzione artistica e umana dalle prime fasi della sua nuova vita parigina fino al 1937, l’anno del celebre dipinto “Guernica”. E lo fa da una speciale prospettiva: quella di chi ha conosciuto e frequentato l’artista, fin dal suo arrivo nella capitale francese, e di chi ha condiviso con lui un’intensa e parallela ricerca stilistica. 

Nel 1903 Gertrude Stein si trasferisce a Parigi, assieme al fratello Leo; dà vita a un celebre salotto, frequentato da artisti e letterati, e si dedica a un’intensa attività di collezionista e mecenate. I due fratelli acquistano opere di Cézanne, di Renoir ma anche quelle di artisti non ancora famosi. Tra gli altri c’è Pablo Picasso, da poco arrivato nella capitale francese. La scrittrice d’avanguardia ne diventa presto amica e sostenitrice; il suo primo acquisto è la Fanciulla con cesto di fiori.

Con rapide pennellate e da diverse angolazioni, la Stein dà conto di tutte le fasi della produzione di Picasso, facendoci seguire i cambiamenti che avvengono nell’animo e che si riflettono nelle opere del geniale pittore. Una profonda e continua lotta interiore alla ricerca del proprio linguaggio si accompagna, secondo la scrittrice, a un particolare meccanismo di assorbimento e di “svuotamento”

È la sua profonda sensibilità che lo porta ad accogliere sempre nuove suggestioni da cui, però, Picasso aspira progressivamente a liberarsi, a “vuotarsi” per tornare all’espressione del proprio sguardo sulla realtà. 

Così, in occasione di una prima, breve permanenza a Parigi, il giovane artista è attratto dalla pittura di Toulouse-Lautrec, dal cui influsso si libera molto presto dando inizio al cosiddetto “periodo blu”. 

Dal 1904, quando si trasferisce definitivamente nella capitale francese, viene travolto dal fascino e dalla “gaiezza” dell’ambiente parigino dove i suoi amici sono “scrittori più che pittori […] Max Jacob, Guillaume Apollinaire, André Salmon, Jean Cocteau, i surrealisti”. È qui che prende vita il “periodo rosa o degli arlecchini”, periodo di immensa attività che termina con il  ritratto della Stein. La letterata americana posa per lui nel corso di un intero anno ma alla fine Picasso, come in altre occasioni, sente il bisogno di dipingere senza modello. Non soddisfatto dal risultato, cancella il viso della scrittrice per ridipingerlo poi, a memoria, al rientro da un nuovo viaggio in Spagna. Rompendo con le convenzioni artistiche del tempo, riesce a cogliere l’essenza della personalità dell’amica, che dichiara di vedersi perfettamente ritratta nel quadro. “Picasso era l’unico, nella pittura, a vedere il Novecento con i suoi occhi, a vedere la sua realtà.”

Vuotatosi” ancora una volta dell’influsso francese, il pittore si accosta alla scultura africana, grazie a Matisse, e da questa esperienza nascono gli studi che lo porteranno a creare Les Demoiselles d’Avignon

È di questi anni il rapporto con Derain e Braque.

Dopo un breve viaggio in Spagna, nel 1909, il pittore torna a Montmartre con i primi paesaggi cubisti. Ma, essendo interessato principalmente alla figura umana, decide di utilizzare la nuova visione per rappresentare le persone. Ha inizio “l’era felice del Cubismo”. Con il nuovo decennio, arrivano il successo e la fama. 

L’Europa, però, vive anni complessi, di lì a poco scompare la “gaiezza “ che aveva contraddistinto il periodo precedente. Nel 1914 “tutto [è] guerra”: gli amici partono, o perché richiamati o perché volontari, e Picasso si accosta a Erik Satie e a Jean Cocteau. Risultato di tali frequentazioni è l’approdo al teatro: ”il cubismo stava per essere messo in scena”. Per lavorare ai costumi e alle scene di Parade, nel 1917, Picasso si dirige verso Sud. Benché non ami viaggiare, questa volta è contento di visitare l’Italia. 

Nuova terra, nuova seduzione: prende il via un nuovo periodo rosa che ha inizio col ritratto della moglie e termina con il ritratto del figlio in costume di arlecchino. In Francia Picasso dipinge altri quadri e disegna  nuovi Arlecchini, in una fase realista, a cui fa seguito una di soggetti classici e di donne con drappeggi. La pittura naturalista lascia il passo a quella delle “grandi donne”. 

Si susseguono nuove sperimentazioni: lo stile calligrafico, poi un ritorno al colore intenso finché, nel 1935, l’artista non smette di dipingere e di disegnare per ben due anni. 

Liberarsi dall’influsso francese o da quello italiano, una volta accolte le rispettive suggestioni, è relativamente facile per l’artista, molto  più difficile è affrancarsi da quello russo, nato in precedenza e rafforzato dalla  collaborazione con i Ballets Russes di Sergej Diaghilev. La lotta interiore si presenta più dura a causa di un forte contatto tra la sensibilità spagnola e quella russa. Ma poi tutto ha termine. 

Ben diverso è, per tutta la vita, il rapporto con la Spagna: la  vera sensibilità di Picasso è tutta spagnola e così è la sua visione. Della Spagna non potrà mai “liberarsi perché la Spagna è lui, è lui stesso”.

Dopo il 1935 il pittore arriva a smettere di adoperare il linguaggio che gli è proprio, quello del disegno e della pittura, e a dedicarsi ad altre forme espressive, tra cui anche la poesia. È un lungo periodo di riposo.

Ma quando la guerra travolge la Spagna, Picasso si risveglia, sente che la sua terra è viva, che lui stesso è vivo; è allora che  ricomincia “a parlare come ha parlato tutta la vita, parlando con disegno e colori…”. E nel 1937 partecipa alla grande Esposizione internazionale di Parigi, avendo a disposizione un’intera parete del padiglione spagnolo.

 L’artista torna a dipingere e lo fa con una raggiunta consapevolezza, con un uso perfetto dei colori e con una visione tutta personale, libera da qualsiasi influsso: “Picasso, è certo, ha trovato ora il suo colore, il suo vero colore, nel 1937”.

L’agile libretto è corredato di venti illustrazioni in bianco e nero che riproducono opere, menzionate nel libro, e realizzate dall’artista spagnolo tra il 1895 e il 1937. 

L’intenso rapporto di amicizia e di collaborazione tra Gertrude Stein e Pablo Picasso, a lungo indagato da critici e studiosi, è stato recentemente ripreso in un’interessante mostra allestita, tra il 13 settembre 2023 e il 28 gennaio 2024, dal Musée du Luxembourg di Parigi. L’esposizione, intitolata Gertrude Stein et Pablo Picasso – L’invention du langage, si è incentrata sull’influsso che i due artisti hanno avuto sui loro contemporanei e sulle prime avanguardie americane della seconda metà del Novecento. Per chi fosse interessato, le curatrici della mostra  Cécile Debray, Presidente del Musée National Picasso – Paris e Assia Quesnel, specialista di storia dell’arte moderna e contemporanea, hanno pubblicato, per Gallimard, un Carnet d’Expo, disponibile in lingua francese.   

Maria Rosaria Paolella

Maria Rosaria Paolella, napoletana, di formazione classica, ha molte passioni tra cui la letteratura, la danza, il teatro e la storia della sua città. È stata docente di ruolo nei Licei e negli Istituti di istruzione secondaria e poi cultore della materia e docente a contratto presso la cattedra di Letteratura per l’infanzia dell’Unisob. 

È autrice di articoli e recensioni su temi di letteratura latina e di letteratura giovanile, nonché di diversi libri per ragazzi, editi dalle case editrici Loescher, Marco Derva, Emme Erre. 

Tra le sue ultime pubblicazioni, per le Edizioni Apeiron, figurano Una storia: un balletto – L’Uccello di fuoco (2019), primo volume di una collana incentrata su letteratura e danza nel Balletto narrativo del Novecento e Itinerari leggendari partenopei (2023), un libro-guida che, attraverso la narrazione di antiche leggende, conduce il lettore nei luoghi più suggestivi della città. Nello stesso anno ha inoltre collaborato alla realizzazione del volume I fari dell’anima.

“Ricette Letterarie”: il Kimchi da “La vegetariana” di Han Kang, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

In omaggio al recente premio Nobel per la Letteratura, la nostra Anne ci propone la ricetta del Kimchi, un piatto tradizionale coreano più volte citato per la sua valenza simbolica ne “La vegetariana” di Han Kang

IL KIMCHI

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

✨ Ricette Letterarie: il Kimchi di Han Kang ✨

Vuoi provare a farlo in casa? Eccovi la preparazione.

MOOL KIMCHI (Kimchi all’acqua)

Il Kimchi è una preparazione tradizionale coreana a base di verdure in salamoia, fermentate per un certo periodo alla temperatura ambiente (il tempo di fermentazione dipende dal tipo di kimchi – leggi più avanti). A seconda dei gusti e dell’uso che se ne vuole, si aggiungono alle verdure i peperoncini freschi, che ne regolano il grado di piccantezza.

Il kimchi all’acqua (Mool Kimchi) è generalmente a base di ravanello ma si può preparare anche con il cetriolo e le carote. È una sorta di giardiniera dal sapore agrodolce e rinfrescante, da servire a fine pasto per pulire la bocca e aiutare la digestione.

Ingredienti per 2 vasetti da 500g

  • 400 g di ravanelli (o ravanello coreano), mondati e tagliati in cubetto di circa 1 cm di lato 
  • 3 cucchiai di sale grosso
  • 50 g di zucchero bianco semolato
  • 5 cipollotti freschi interi 
  • 3 peperoncini freschi (rosso, arancione e verde) tagliati a metà e privati dei semi
  • 1 mela Fuji o una pera coreana, pelata e tagliata a fette di ½ cm
  • Una bella radice di zenzero fresco pelata e tagliata a fettine sottili
  • 5 spicchi d’aglio pelati e tagliati a metà

Procedura

1. Mondare e tagliare in pezzi i ravanelli e riporli in una grande ciotola. Aggiungere un cucchiaio di sale grosso e mescolare. Lasciare riposare per 30 minuti coperti finché i ravanelli non diventano morbidi e flessibili.

2. Sciacquare i ravanelli sotto l’acqua corrente per rimuovere il sale e versarli in un vaso capiente (da almeno due litri). Aggiungere il resto del sale, lo zucchero, i cipollotti, la mela, lo zenzero, l’ aglio e infine i peperoncini tagliati a metà. Con 3 peperoncini la preparazione risulta piuttosto piccante.

3. Aggiungere acqua fredda fino a coprire completamente il tutto. Chiudere il vaso con la pellicola trasparente ed agitarlo per amalgamare bene gli ortaggi.

4. Lasciare fermentare la preparazione alla temperatura ambiente per almeno 3 giorni. Il vaso dovrebbe essere coperto con un canovaccio o essere riposto al riparo dalla luce del sole. Se si copre il vaso con la pellicola trasparente si vedrà un rigonfiamento che indica che il processo di fermentazione è iniziato. Assaggiare eventualmente un pezzetto di ravanello per verificare il grado di acidità. In caso si troppo lieve, lasciare il barattolo a fermentare a temperatura ambiente per altri 2 giorni.

6. Una volta che i pezzi di ravanello hanno fermentato e inacidito sufficientemente, la preparazione è pronta. Versare quindi il kimchi in barattoli da conserva ben puliti e conservarli un frigorifero. Servire il kimchi freddo con la salamoia.

Servire il Kimchi all’acqua con una insalata di ceci e patate, preparata con 2 grandi patate sbucciate e lessate assieme ad 1 patata dolce (batata) sbucciata e tagliata in pezzi. Mescolare con 75 g di ceci cotti e passati con una forchetta insaporiti con un cucchiaino di curcuma in polvere. Condire con sale, pepe e olio extravergine di oliva quanto basta.

Intervista a Valentina Calderone e Marica Fantauzzi per “Il carcere è un mondo di carta” (illustrazioni Ginevra Vacalepre, Momo edizioni), di Rita Mele

…ma in carcere esiste la felicità?

È la domanda che una bambina di otto anni ha rivolto a Valentina Calderone e Marica Fantauzzi, autrici di Il carcere è un mondo di carta.  Questo volume, illustrato da Ginevra Vacalebre e arricchito dai contributi di Luigi Manconi (leggi la postfazione di Manconi) e Giusi Palomba, affronta domande che spesso anche noi adulti ci poniamo sulla vita in carcere.

Noi de Il Randagio, che ci lasciamo guidare nel nostro percorso dai dubbi e dalle curiosità, abbiamo scoperto che “Il carcere è un mondo di carta”, non solo offre risposte adatte a tutti, “grandi e piccini”, ma, attraverso parole e immagini, ci fornisce una chiave anche per superare eventuali pregiudizi. Il libro suggerisce che l’alternativa al carcere può essere costruita insieme, trasformando la giustizia e promuovendo il cambiamento sociale.

Se il carcere, come recita il titolo del vostro libro, è un mondo di carta, chi sono i carcerati?

Valentina: I carcerati o – come preferiamo dire – le persone detenute sono uomini, donne, minori, che, nella maggior parte dei casi, rispondono a categorie sociali ben definite. L’immaginario collettivo pensa spesso che il carcere raccolga persone che hanno commesso atti di grandissima pericolosità sociale; quella che invece è l’evidenza, andando “dentro”, conoscendo le persone, parlando con loro, è che le persone che vivono in carcere sono, nella maggior parte dei casi, stranieri, persone con problemi di salute mentale o di dipendenze. Sono persone che la nostra società non vuole vedere “fuori”, di cui non sa prendersi cura, per le quali pensa che la soluzione sia rinchiuderle dentro un posto, un po’ per toglierle dal nostro sguardo, un po’ perché non sa bene cosa farne. Non sa bene come affrontare tutta la complessità sociale, che nelle nostre città, nel nostro Paese e nel mondo esiste. Il carcere diventa una soluzione non efficace a problemi molto più complessi e che non riguardano esclusivamente l’idea del male che abbiamo noi.

Cosa pensate si debba conoscere delle donne, degli uomini e dei minori che si ritrovano a vivere per mesi, anni o il resto della loro vita in quel “mondo di carta”?

Marika: credo che la prima cosa da conoscere sia la storia, la vita prima, durante e dopo l’ingresso in un istituto penitenziario. Le biografie personali hanno un peso decisivo per capire le traiettorie che porteranno all’istituzione carceraria. Conoscere queste vite innanzitutto permette di averne per certi versi meno paura, perché avvicinando queste persone si capisce che in molti casi quello che è successo a loro potrebbe effettivamente capitare a persone a noi vicine o a noi stessi. Allo stesso tempo, si mette in discussione una convinzione assoluta per la quale noi società civile, opinione pubblica associamo il carcere alla giustizia, laddove invece molto spesso, conoscendo quelle storie di detenuti si capisce che questa associazione tra giustizia e carcere è piena di falle e inciampa su se stessa più e più volte. La conoscenza delle storie aiuta quantomeno a sviluppare una visione critica del carcere.

A questo punto vorrei chiedervi come siete riuscite a mettere insieme la leggerezza della carta con la pesantezza della reclusione? 

Valentina: Vale la pena di dire due parole sul titolo, che per noi ha un doppio significato. Il significato più immediato è che la vita delle persone detenute passa attraverso dei fogli di carta, che vengono chiamati in gergo, le “domandine” (qui ci sarebbe da aprire una parentesi sul linguaggio penitenziario e su come anche il linguaggio contribuisca a rendere queste persone non uomini, non donne, non minori). Ogni necessità in carcere va autorizzata e ogni richiesta, ogni esigenza viaggia attraverso un foglio di carta. E le carte fanno dei giri tortuosi, devono essere firmate, devono arrivare alla persona giusta, poi tornare indietro con una risposta e possono volerci settimane o mesi. A volte le carte si perdono… La soluzione dei problemi dei detenuti dipende da quella carta. L’altro aspetto però è che la carta è molto fragile, la si può deformare, si può rompere, si può appallottolare oppure – come nella copertina di  Ginevra Vacalebre – si può fare un aeroplanino e lo si può lanciare. Ed è un po’quello che volevamo trasmettere, l’idea che l’istituzione carcere non è un’Istituzione data per sempre, che le istituzioni si possono modificare – forse prima di tutto nelle nostre teste – provando a fare un percorso per renderci conto che probabilmente non abbiamo così tanto bisogno del carcere come è oggi e come lo pensiamo. È un’istituzione come tante altre e come tutte le cose umane si possono cambiare, si può anche pensare che eventualmente possano sparire. Invitiamo a riflettere che questa pesantezza data dall’architettura carceraria, questi muri molto grandi, questi cancelli, queste chiavi, la pesantezza del ferro e del cemento, in realtà nascondano la fragilità di quell’Istituzione. E su questa fragilità si può costruire un percorso che ci porti a idee alternative.

E intanto i diritti di queste persone che fine fanno?

Marika: i diritti di queste persone, a proposito di carta, in realtà sono quelli previsti dalla Carta costituzionale, sanciti dall’articolo 27, per cui una pena non può essere lesiva della dignità dell’essere umano. A cascata ne segue tutta un’altra serie di diritti che fa capo alla persona detenuta, tra cui il diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione. Ma l’istituzione carceraria attuale è evidente che non riesca a tener fede all’articolo 27 e quindi scricchiola tutto l’impianto di diritti immaginato dai padri e dalle madri costituenti.

Qual è il percorso che avete seguito per arrivare a capire che quel mondo di carta possa essere sostituito? 

Valentina: pensiamo all’efficacia delle misure che vengono messe in campo rispetto all’individuazione di un problema. Il carcere è un posto che separa dalla società chi ha commesso un reato, e quindi una delle domande da porsi è: come è possibile insegnare, reinserire, rieducare al reingresso se separiamo nettamente le persone dalla società? Ci sono strumenti, misure alternative al carcere che provano ad avere uno sguardo diverso e a includere l’autore del reato all’interno di una situazione comunitaria, che possono essere per esempio i lavori di pubblica utilità. Ci sono poi i “tentativi” introdotti dalla riforma Cartabia che riguardano per esempio la giustizia riparativa e che provano a costruire un dialogo tra chi ha commesso il reato e chi lo subisce. Avere una prospettiva abolizionista significa provare a capire in che modo interrompere un ciclo di violenza. Noi crediamo che sia molto importante far sapere quanto le carceri siano endemicamente, costituzionalmente violente: non è costruendo il carcere migliore del mondo che questa violenza riusciamo ad eliminarla. Occorre provare ad astrarci un po’ dalla contrapposizione tra perdono e vendetta, che sono sentimenti umani, emozioni. Ma le emozioni non dovrebbero essere prese come spunto per governare questi fenomeni, per costruire politiche. Credo invece che dovremmo provare a ragionare in termini di riparazione, in termini di giustizia trasformativa, che è un concetto a noi molto caro. Dovremmo riconsiderare il reato come a qualcosa che avviene all’interno di una comunità, che la ferisce e di cui però la comunità stessa si deve prendere la responsabilità. E siamo molto grate a Giusy Palomba, che ha scritto un bellissimo libro su questo e che abbia deciso di scrivere anche la nostra prefazione.

Quindi, se capisco bene, guardate a un sistema della giustizia che si possa risanare proprio attraverso la riconciliazione tra vittime e colpevoli. 

Valentina: nel libro che ha la forma di un abbecedario la “V” si sdoppia in “vittime” e “vendetta”. Quando si parla di questi temi il rischio è sempre quello di sentirsi dire “sì, però a voi non ve ne frega niente della vittima”. Io penso che la vittima – sarebbe meglio dire “il sopravvissuto” o il sopravvivente -, chi sopravvive al reato abbia tutto il diritto di sentirsi ferito, di non avere alcuna intenzione di avere un contatto o un confronto, di provare rabbia per tutta la vita. Questa componente è assolutamente delicata e del tutto personale. La possibilità di incontro deve essere totalmente libera. Però io penso anche che ci meritiamo come collettività di poter accedere a degli strumenti che ci aiutino a gestire e a elaborare la rabbia, il dolore, la frustrazione, che peraltro non fanno bene a nessuno. E allora provare collettivamente, a livello sociale, a trovare degli strumenti di elaborazione collettiva, di trasformazione può portare un benessere a tutte le componenti della società. 

Il vostro libro ha la forma di un abecedario e fa pensare che si rivolga soprattutto ai più giovani.  A chi si rivolge esattamente?

Marika: il libro è rivolto a tutte le fasce di età, ma con una attenzione particolare a quelli che abbiamo definito preadolescenti e adolescenti. Noi parliamo di questi temi in occasioni molto “adulte”, in ambienti lavorativi, accademici, universitari e via discorrendo, comunque tra adulti. Detto questo, ci siamo chieste se attraverso un dialogo con chi ancora è immune o comunque non completamente assorbito dalla retorica carcerocentrica; se tramite questo dialogo con delle giovani generazioni sarebbe stato possibile addirittura adottare, immaginare delle parole diverse, dei linguaggi diversi e quindi un immaginario diverso. Quindi abbiamo pensato che potesse avere senso raccontare loro quello che è dal nostro punto di vista l’ambiente carcerario, adottando una sorta di abecedario che è descrittivo delle condizioni e degli spazi detentivi. Però allo stesso tempo volevamo dire loro che la parola utopia esiste e che ci può essere qualcosa di alternativo allo status quo, che bisogna attivare tutte le energie per affrontare in maniera prioritaria il tema delle disuguaglianze. 

Valentina e Marika vi ringrazio anche a nome dei lettori del Randagio per averci parlato di una tematica complicata, di grande interesse e che induce a riflettere.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Luigi Manconi: “Condividere ciò che è oscuro” – postfazione a “Il carcere è un mondo di carta” di Valentina Calderone e Marica Fantauzzi (Momo Edizioni)

Condividere ciò che è oscuro**

“Potrebbe sembrare un’idea eccentrica e, per certi versi, malaugurata quella di parlare di carcere a preadolescenti e adolescenti. Da una parte perché la prigione è uno dei luoghi più orribili delle nostre evolute società e, dunque, presentarla ai minori rischia di avere un effetto depressivo e di confermare una concezione minacciosa e intimidatoria della giustizia. Mentre sarebbe bello poterla immaginare, la giustizia, come uno strumento di affermazione della libertà e del diritto. Il pericolo è, insomma, che il solo parlare di carcere e carcerati rafforzi un’idea oscurantista e vendicativa della pena. Dall’altra parte, è vero che tra ragazzi e prigione non c’è quella siderale distanza che si può ipotizzare. Non mi riferisco solo al fatto che nel nostro sistema penitenziario da decenni si trovino reclusi alcune decine di bambini dai 0 ai 3 anni e che questi innocenti assoluti sembrano destinati irrevocabilmente a restare reclusi in una cella con le proprie madri. Non si limita a questo la presenza dell’infanzia e dell’adolescenza nelle nostre carceri, escludendo quanti siano detenuti negli istituti minorili. 

Complessivamente, si può stimare intorno ai 120-130 mila i minori che, nel corso di un anno, entrano in contatto con l’ambiente carcerario: sono i figli e i nipoti dei detenuti che, con una certa regolarità, visitano il proprio parente. Il che pone immediatamente dei problemi di notevole significato: come vengono accolti questi minori all’ingresso dell’istituto? Quale rapporto si instaura in quel tempo così ristretto e coatto destinato al colloquio? Quale immagine del genitore ne riporteranno? Problemi giganteschi che, a quanto so, nessuno ha mai pensato di affrontare. Fin qui si è parlato di quei minori che hanno un qualche rapporto diretto con il carcere, ma la stragrande maggioranza, evidentemente, non ne ha alcuno. Questo libro si rivolge a loro e ai volontari, ai maestri, ai docenti, ai mediatori culturali, ai giornalisti, agli assistenti sociali, agli psicologi, alle sorelle e ai fratelli maggiori e ai genitori. Vuole offrire parole e concetti adeguati al livello di età e conoscenza dei giovani lettori; ed è pensato per una lettura che non sia fatta in solitudine, bensì in circostanze che consentano scambi di opinioni e giudizi e apprezzamento o dissenso, comunque condivisione.

L’intento di questo libro è quello di consentire a questi bambini e a questi ragazzi di “familiarizzare” col carcere. Può sembrare una prospettiva del tutto superflua e, per certi versi, temibile. Perché potrebbe portare alla costruzione di un immaginario capace di aggiungere angoscia ad angoscia. Ma ciò che conta è accrescere la consapevolezza che il carcere non è qualcosa di estraneo alla vita dei cittadini, un angolo oscuro della società da cui prendere le distanze. Una discarica sociale da tenere ai margini e oltre i margini delle comunità. Al contrario: il carcere è una parte integrante della collettività e, si può dire, di noi stessi. Il luogo dove vengono segregati i cattivi per impedire loro di fare ulteriore male e per tranquillizzare la nostra buona coscienza inducendoci a pensare che il fatto di non vederli più – perché chiusi dietro quelle mura – possa rendere più ordinata e sicura la nostra vita sociale. Di conseguenza, rompere il tabù e abbattere le mura è la prima operazione da fare. 

Personalmente ho avuto modo di osservare quanto l’incontro di un detenuto o di un gruppo di detenuti con gli studenti di una scuola abbia portato a straordinari risultati di conoscenza. Una conoscenza, anche, per così dire “sociologica”: apprendere quali siano gli ambienti e i percorsi di vita che portano al reato può essere un’importantissima occasione di crescita intellettuale e morale per giovani e giovanissimi. Sapere che la pena, lungi dal maturare, può contribuire alla regressione di coloro che la subiscono è un motivo prezioso di riflessione. Imparare che il male espresso dal reato non è qualcosa di estraneo e di inimmaginabile e nemmeno di inevitabile e fatale può contribuire, come poche altre esperienze, allo sviluppo della personalità. Il libro di Valentina Calderone e di Marica Fantauzzi ha un pregio particolare: si impegna a dire la verità, senza censure e senza alcuna cosmesi. La rappresentazione del carcere che propongono non viene in alcun modo abbellita o addolcita: è una macchina che produce all’infinito crimine e malattia, sofferenza e morte. Ed è questa la ragione per la quale si dovrebbe lavorare per la sua progressiva estinzione. E far sì che il carcere, inteso come cella chiusa, non sia più necessario e diventi superfluo, sostituito – se non in casi di straordinaria gravità – da altre forme di sanzione e di pena.  Anche di questo si deve poter parlare ai ragazzi e questo libro lo fa, nella speranza che i nostri figli e i nostri nipoti siano abbastanza maturi e liberi dai pregiudizi da poter immaginare e realizzare un sistema delle pene che, a differenza di quello attuale, non mortifichi e umili la dignità della persona.”

**per gentile concessione di Luigi Manconi

 

Murata Sayaka: “Parti e omicidi” (trad. Gianluca Coci – E/O), di Antonella Scagliola

PARTI E OMICIDI DI MURATA SAYAKA: DISTOPIA O PRELUDIO DEL FUTURO?

Parti e omicidi” è una raccolta di quattro racconti dell’autrice giapponese Murata Sayaka. Ho cercato Sayaka su google per dare un volto alla voce che mi accingevo ad ascoltare: ho visto una donna composta, elegante e sorridente, immagine che stride decisamente con le idee e il mondo folle e grottesco di cui racconta.  

Parti e omicidi” è il racconto che dà il titolo alla raccolta ed occupa una buona metà libro. In un futuro non ben precisato, in Giappone si è risolto il problema del calo demografico attraverso l’introduzione del “Sistema Parti e Omicidi” che consente a tutti, uomini e donne, la possibilità di diventare gestanti. Chi sceglie di diventare gestante si dedica esclusivamente al concepimento di dieci nuove vite, ottenendo, come premio per tanti travagli, la possibilità di uccidere una persona a propria scelta, senza avere alcuna ripercussione dal punto di vista legale. 

Tutto è perfettamente regolamentato: il morente riceve un telegramma d’avviso trenta giorni prima della sua morte, a cui non può sottrarsi, e il giorno dell’esecuzione viene anestetizzato e lasciato alla mercé del suo assassino. 

I gestanti sembrano quasi dei martiri, ma serve a ben poco elogiarli facendo leva sul loro desiderio di dare alla luce dieci bambini solamente per incrementare le nascite del paese, la verità è un’altra: ogni gestante decide di diventare tale perché vuole uccidere, non perché desideri procreare. 

L’idea di fondo del racconto, infatti, è che ogni essere umano ha impulsi omicidi, ma la maggior parte si ferma per paura delle ripercussioni legali, dunque Sayaka pensa bene di raccontare di una società in cui si possa aggirare l’ostacolo attraverso il sacrificio dei tanti travagli. 

Quanto possono essere scabrosi e crudeli gli esseri umani quando gli vengono date delle libertà, prima di allora, impensabili? 

In Triade viene affrontato il tema del poliamore: le nuove generazioni preferiscono sempre più il rapporto di “troppia” a discapito del classico rapporto di coppia che appartiene quasi esclusivamente alle generazioni passate e, dunque, viene visto come un modo antiquato di vivere l’amore, da sfigati. 

Leggere di una storia a tre è normale, il poliamore è ormai sdoganato, ma il modo in cui vivono la relazione e il sesso le troppie di Sayaka è molto distante da ciò che siamo abituati a immaginare. 

Al centro del racconto c’è il pregiudizio su come gli altri vivono l’amore, il giudicare chi ha un modo di amare diverso dal proprio, focus che rende il racconto quanto mai attuale. 

Un matrimonio pulito racconta di una coppia sposata che decide di non avere rapporti sessuali. Il problema sorge quando i due decidono di avere un bambino, desiderio che, però, non supererà la repulsione che entrambi provano all’idea dell’atto sessuale con l’altro. Fortuna vuole che esista una clinica che aiuta coppie come la loro ad esaudire il desiderio di avere un figlio con metodi abbastanza… bislacchi. 

Sayaka smantella il concetto di matrimonio che abbiamo, senza facili moralismi, mettendoci costantemente il dubbio se la coppia di cui si racconta sia realmente una coppia, sul tipo di famiglia che vogliono costruire e su tante altre convenzioni sociali che diamo per assodate, sbagliando. 

Ultimi momenti di vita è l’ultimo racconto che chiude la raccolta riprendendo il tema della morte ampiamente trattato nel primo racconto. Veniamo catapultati in un futuro dove la morte è stata sconfitta e la moderna tecnologia permette di resuscitare chiunque. Il risultato è che, non potendo più morire, la gente perde d’interesse nei confronti della propria vita e desidera sempre più frequentemente morire ricorrendo al suicidio, ampiamente sdoganato e regolato burocraticamente. Sono appena quattro pagine, ma personalmente è stato il racconto che ho apprezzato maggiormente dopo Parti e omicidi, mi ha lasciato un senso di angoscia che mi ha smosso, un vero pugno nello stomaco. E a lettura ultimata non puoi fare altro che chiederti: qual è il valore della vita umana? 

Finito il libro, abbastanza turbata, anche un po’ disgustata, mi sono chiesta: la società descritta da Sayaka è così lontana dalla nostra? Viviamo in un mondo in cui il poliamore non è più uno scandalo, esistono moltissimi matrimoni bianchi, il suicidio non fa quasi più notizia e la gente uccide per il semplice gusto di sapere cosa si prova. 

Quel che è certo è che Sayaka non vuole darci risposte, anzi, ma farci mettere in discussione le nostre stesse convinzioni su argomenti che diamo per scontati e su cui con abbiamo ripensamenti, ci mette una pulce nell’orecchio: se accadessero realmente certe cose, noi come ci comporteremmo? Conviene rifletterci su. 

Antonella Scagliola

Antonella Scagliola: Studentessa, fa una cosa che solitamente gli studenti di lettere non fanno: legge davvero i libri! Appassionata di film, musica e letteratura, con una particolare propensione e passione per gli artisti americani. Il suo ideale di serata è: copertina, tisanina e libro.