Alexandre Dumas: Il Conte di Montecristo, di Elena Realino

Nel 1844 Alexandre Dumas inizia la pubblicazione a puntate del Conte di Montecristo, destinato a diventare il romanzo per eccellenza sul tema della vendetta. La penna dell’autore traccia magistralmente l’evoluzione di questo sentimento, che diventa sempre più dominante nella vita del protagonista. La sua esistenza, già segnata irrimediabilmente dagli eventi che hanno scatenato il desiderio di rivalsa, viene plasmata da una vendetta nata dall’invidia altrui.

L’invidia si rivela ben più pericolosa della gelosia: mentre quest’ultima si limita al desiderio di possedere ciò che altri hanno, l’invidia spinge all’azione, mirando a privare gli altri di quanto possiedono. È proprio questo il motore che spinge Danglars e Fernand, con la complicità di Caderousse, ad agire contro il giovane marinaio Edmond Dantès. Fernand brama Mercédès, la promessa sposa di Dantès; Danglars ambisce alla posizione di capitano del Pharaon destinata al giovane. Per questo motivo, fanno recapitare a Villefort, sostituto procuratore del re, una lettera anonima che accusa falsamente Dantès di essere un agente bonapartista. Villefort, temendo per la propria carriera, pur consapevole dell’innocenza del giovane, lo fa incarcerare in isolamento nel Castello d’If come pericoloso criminale. Così, ciascuno dei tre – Fernand, Danglars e Villefort – riesce a rimuovere l’ostacolo alle proprie ambizioni. Nel romanzo, fatta eccezione per pochi personaggi, tutti sono mossi dalla brama di potere, posizione sociale e ricchezza. Persino amicizie e matrimoni vengono orchestrati per puro interesse economico, probabile riflesso della società che Dumas aveva osservato nei suoi viaggi nell’Europa ottocentesca, particolarmente a Parigi. Come scrive l’autore a proposito di Danglars: «Era un calcolatore, nato con la penna all’orecchio e un calamaio al posto del cuore: per lui esistevano solo addizioni e sottrazioni, e le cifre potevano essere molto più preziose degli uomini, quando queste andavano ad accrescere ciò che gli uomini minacciavano di diminuire»

Ben diverso è Edmond Dantès, marinaio di appena 19 anni ma già saggio e responsabile. Nella sua imminente promozione a capitano del Pharaon, guadagnata grazie alla stima dell’armatore Morrel, vede l’opportunità di costruire una famiglia con Mercédès e garantire una vita migliore al suo anziano padre.

Nelle prime pagine del romanzo, Dantès ci appare come un giovane affabile e cortese, privo di malizia e incapace persino di concepire il male negli altri. Questa ingenuità lo porta a non comprendere le ragioni della sua incarcerazione, non sospettando di nessuno, tanto che nei primi tempi di prigionia rischia di impazzire nel tentativo di dare un senso alla sua condizione. L’incontro con l’abate Faria, altro prigioniero di grande esperienza e profondo conoscitore dell’animo umano, si rivelerà fondamentale. Faria diventa per lui amico, padre e mentore eccezionale, fornendogli quella raffinata formazione culturale e linguistica che lo caratterizzerà negli anni a venire. È Faria ad aiutare Dantès a ricostruire gli eventi, guidandolo con la sua saggezza: «A meno che un cattivo pensiero nasca dall’errore, la natura umana ha orrore del crimine. Però la civiltà ci ha dato dei bisogni, dei vizi, dei falsi appetiti che a volte ci portano a soffocare i nostri buoni istinti, conducendoci al male. Da qui discende la massima: se vuoi scoprire il colpevole, comincia cercando di capire a chi poteva tornare utile il crimine».

Quando Dantès, supportato da Faria, scopre finalmente la verità, subisce una profonda trasformazione interiore che lo stesso abate percepisce con rammarico: «Ora rimpiango di averti aiutato nelle tue ricerche, e di averti detto tutte quelle cose […] Perché ti ho insinuato nel cuore un sentimento che prima non c’era: la vendetta». Questo desiderio di rivalsa, maturato durante gli anni di prigionia, spoglia Dantès della sua innocenza e purezza giovanili, sostituendole con un’unica, ossessiva missione.

Il male subìto spesso indurisce l’animo, rendendolo insensibile alla sofferenza altrui. Ne è esempio emblematico l’impassibilità con cui il Conte di Montecristo assiste a un’esecuzione, incoraggiando i giovani e pallidi Albert e Franz a non distogliere lo sguardo. Quando uno dei condannati riceve la grazia all’ultimo momento, l’altro, fino ad allora calmo e rassegnato, esplode in un moto di rabbia. Il commento del Conte rivela tutto il suo disincanto e la sua misantropia: «Portate due pecore al macello, e fate capire a una delle due che l’altra non morirà. Quella si metterà a belare di gioia! Ma l’uomo – l’uomo creato a immagine di Dio, l’uomo che segue come legge suprema l’amore verso il prossimo, l’uomo che ha voce per esprimere il proprio pensiero – cosa dice quando scopre che il suo compagno è salvo? Una bestemmia. Onore all’uomo, capolavoro della natura, re del creato!»

Il fascino del Conte di Montecristo seduce non solo i personaggi del romanzo ma anche il lettore, che impara a conoscerlo non attraverso monologhi interiori o introspezioni, ma mediante i suoi numerosi e avvincenti dialoghi e attraverso la sapiente narrazione di Dumas: «[…] tutti gli sguardi si posavano su di lui. Era quella pelle traslucida, i ricci neri, il volto calmo e puro, lo sguardo profondo e malinconico, la bocca disegnata con una finezza straordinaria, che assumeva tanto facilmente una piega di disprezzo profondo. Forse c’erano uomini più belli, ma non ce n’erano di più significativi, in un certo senso».

Il piano di vendetta del Conte si compie inesorabilmente, portando alla rovina le famiglie di Villefort, Danglars e Fernand, coinvolgendo anche i loro figli innocenti. Questo solleva una questione morale: è giusto che i figli paghino per le colpe dei padri? E ancora: può considerarsi giustizia la vendetta di un uomo ormai ricco e potente? Se così fosse, significherebbe ammettere che il benessere materiale possa compensare le ferite dell’anima – ma sappiamo che non è così. Ciò che è stato sottratto a Dantès non potrà mai essergli restituito, e il suo animo porta ancora le cicatrici indelebili di quell’antica sofferenza.

I tre cospiratori, ormai dimentichi del male inflitto, si trovano improvvisamente di fronte a una resa dei conti che il Conte considera guidata dalla Provvidenza. È questa convinzione che lo motiva e lo giustifica: si sente investito di una missione divina per punire i colpevoli e premiare i giusti. Sebbene questa posizione possa apparire presuntuosa, in diversi passaggi del romanzo il Conte mostra di riconoscere i segni della Provvidenza che, al momento opportuno, ripaga il male commesso o consola chi ha sofferto. Ne è esempio la sua generosità verso la famiglia Morrel, dove l’onestà dell’armatore viene premiata con la salvezza. In presenza dei Morrel, il Conte ritrova momenti di serenità e spesso cerca la loro compagnia come antidoto all’aria ‘immonda’ che respira con coloro che deve frequentare per attuare la sua vendetta. Questo dettaglio è significativo perché dimostra che, nonostante il cambiamento interiore, Dantès non ha perso completamente la sua integrità morale.

La conferma definitiva giunge nell’epilogo del romanzo, dove emerge che Dantès ha considerato il tesoro ereditato da Faria solo come strumento per la sua vendetta. Una volta compiuta la sua missione, la figura del Conte di Montecristo perde la sua ragion d’essere: le ricchezze nascoste sull’isola diventano irrilevanti per la felicità di Edmond Dantès, che ora cerca la pace dell’anima, della coscienza e il perdono di quel Dio in cui non ha mai smesso di credere. Solo ricevendo conferma di poter essere nuovamente oggetto d’amore, potrà godere senza rimorsi della ritrovata libertà. Particolarmente significativo è il modo in cui il Conte premia i Morrel: sia con il padre che con il figlio Maximilien, il dono giunge solo un attimo prima della catastrofe imminente. Non interviene prima, ma attende che il dolore raggiunga il limite del sopportabile; solo allora, inaspettatamente, la disperazione si trasforma in gioia estatica. Come dice Dantès stesso: «Solo chi ha conosciuto la miseria più estrema merita di conoscere il suo contrario. Bisogna aver voluto morire, Maximilien, per sapere quanto sia bello vivere».” 

Elena Realino

Elena Realino, è nata a Castrovillari, in provincia di Cosenza. Studia le pagine della letteratura con passione e spirito critico. Impegnata nel sociale, laureata in Lingue e Culture Moderne all’Unical. Crede che lo studio delle letterature straniere possa essere la chiave di accesso alla società poliedrica in cui viviamo e possa accorciare le distanze rispetto a realtà e mondi altrimenti ignoti o poco conosciuti.

                                                                                                                              

 

Andrea Bajani: “L’anniversario” (Feltrinelli), di Valeria Jacobacci

 La  famiglia è una prigione? Un carcere di massima sicurezza? E’ così che la immaginiamo nel racconto di Andrea Bajani, che affida alla lama affilata del “romanzo” la salvezza che è liberazione ma anche strappo e vergogna, paura e senso di colpa. Da questo cocktail velenoso è difficile salvarsi, anche se si frappongono migliaia di chilometri e si cancellano accuratamente le tracce che conducono all’autonomia finalmente raggiunta. Il fuggitivo però resta un transfuga, un traditore e un disertore della guerra sempre in agguato fra un armistizio e l’altro. Il nido senza il quale nessun essere vivente può sopravvivere è anche trappola e tagliola. L’anniversario da festeggiare è il giorno in cui si imboccano le scale di casa e non si fa più ritorno.

Vengono in mente le parole di una canzone del primo Novecento, dove la giornata dell’addio è una magnifica giornata: “Oggi che bellissima giornata, che giornata di felicità, la mia bella donna mi ha lasciato…” il disco un po’ gracchiante attesta un indiscutibile sollievo. Succede quando un rapporto malato ha finalmente fine e il legame miracolosamente si scioglie. Nel caso della famiglia la situazione è diversa, il groviglio è inestricabile, più di un nodo di Gordio, e come tale ha bisogno di una spada e di un eroe per essere tagliato, più che di un semplice paio di forbici.

Perché? Perché si tratta davvero di un gesto eroico, del quale non tutti sono capaci, e anche quelli che ci riescono hanno bisogno di molto tempo per arrivarci. Lasciare la famiglia è facile quando il rapporto con essa è sano, allora non si tratta di abbandono, è un semplice e naturale allontanamento, senza traumi, solo la schiavitù rende complicata e pericolosa l’evasione.

Bajani parla di un rapporto familiare malato, sicuramente non raro, alla base del quale c’è la completa sottomissione della madre al padre. L’anomalia della situazione grava sui figli, un maschio, il protagonista, e una femmina, sua sorella. I due reagiscono in forma diversa agli scoppi d’ira del tiranno, consistenti in volo di oggetti, mobili rotti e botte sul corpo della madre, raramente su quello del figlio. Lui, il figlio, non ha la forza per ribellarsi, inizialmente perché è solo un bambino, poi perché, per l’appunto, non è un eroe, durante la crescita i numerosi episodi gli hanno provocato una nevrosi, con disturbi psicofisici che vanno dalle crisi di panico ai crampi violenti nel profondo delle viscere. La sorella si chiude, non trova complicità in lui, che suscita così il suo disprezzo, aspetta tranquilla di crescere per sposarsi e mettersi in salvo, se davvero si metterà in salvo.

L’incomunicabilità è il danno maggiore rappresentato dalla via di fuga scelta dalla madre, che è quella di rifugiarsi in un altro pianeta, dove non le arriva il dolore dell’umiliazione e non la spaventa la violenza, semplicemente lei non c’è, anzi, non “è”.   E’ questa la psicanalisi operata dal figlio, che osserva la madre con stupore crescente. Ad ogni crisi di violenza domestica segue un periodo neutro, durante il quale nessuno dice o fa niente, in attesa che tutto torni normale, di solito è il figlio a rompere il ghiaccio, raccontando un episodio qualunque o azzardando una battuta di spirito, allora il tiranno si degna di rispondere e la famiglia può tornare a respirare. La madre si prodiga in attenzioni e riguardi, come se dovesse farsi perdonare una colpa e non fosse invece il contrario.

I nonni hanno uno spazio in questa famiglia. Quelli materni restano ancorati a uno sterile perbenismo che impedisce loro di correre in difesa della propria figlia, assistono inermi e abulici alla sua rovina. Gli altri nonni non sono sposati, anzi, la nonna ha avuto figli da uomini diversi, il figlio bullo soffre di complessi d’inferiorità perché i fratelli di primo letto appartengono a una classe sociale più ricca. Ecco svelato il mistero: il senso d’impotenza e il rancore si scaricano sulla donna inerme che ha accettato di essere sua moglie.

Con simili genitori e nonni che può fare il nostro protagonista? Solo fuggire. Ed è quello che farà superando il più forte sentimento di colpa che è quello di lasciare la madre nelle mani del suo aguzzino. Ma la vittima non rischia niente perché è già morta molti anni prima. E nemmeno se n’è accorta. Che succede in terza generazione? Quello che succede a molti giovani laureati senza beni di fortuna e famiglie forti alle spalle: il figlio cerca e trova lavoro un po’ ovunque all’estero. Dopo il distacco per frequentare l’università questo è per lui un ottimo pretesto per mettere quanti più chilometri possibili fra sé e i suoi disgraziati parenti. Tuttavia le radici si tagliano dopo molto tempo e solo quando la maturazione psicologica e sentimentale è raggiunta, dopo una lunga psicoanalisi, una profonda sofferenza e un faticoso riguadagnare la riva dopo il più rovinoso dei naufragi.

Ma la vera protagonista resta la donna: perché non ha mai reagito?  Eppure lei non ha paura, profondamente anestetizzata, non è in grado di salvare né se stessa né i propri figli. Oppure pensa di farlo proprio in questo modo? E il padre? Può avere una qualche scusante? La sua è un’assurda richiesta d’amore. E’ così che il figlio decodifica il comportamento del debole, del fallito, dell’incapace. Forse non sa che le colpe vengono da più parti, per questo la sua risulta una denuncia: della società e dei suoi vizi, dei falsi valori e degli atavici pregiudizi.
 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Ryszard Kapuściński: ‘’Shah-in-shah’’ (Feltrinelli), di Claudio Musso

Kapuściński, giornalista e reporter, acuto osservatore di terre e dei suoi abitanti, è a Teheran nei giorni in cui la storia millenaria dell’Iran persiano vive, per l’ennesima volta, una svolta determinante. L’intero paese sta infatti passando dalla morsa dell’ultimo Scià a quella del più celebre ayatollah; da un sovrano, in fondo, ad un altro, da un vacanziere patentato e armato di polizia segreta ad un transfuga all’estero pronto a ridare potere alla versione sciita dell’Islam; da un censore delle parole, se queste non esaltano la sua altezza, ad un indesiderato che fa sentire la propria voce di incitamento alla rivolta attraverso audiocassette che passano di mano in mano.

Lo scrittore è solo in un albergo disabitato di cui è l’unico cliente mentre fuori si avverte il senso di un tempo sospeso dove il silenzio, quasi irreale, è interrotto dall’odore parlante della polvere da sparo e dai coltelli che, arrotati, producono una melodia sinistra da ambo le parti della barricata: la rivoluzione iraniana è alle porte o forse è già nella testa delle persone, si attende solo la miccia. Kapuściński osserva immagini, rilegge appunti e interviste fatte a vari iraniani incontrati sul suo cammino, riannoda le proprie impressioni di questo viaggio nella vertigine e correda i suoi resoconti con puntuali riflessioni sulla esperienza della dittatura e le sue rifrazioni e conseguenze, anche psicologiche, e sulla rivoluzione di assedio, non di assalto, che il popolo opererà di lì a poco. Il tutto confluisce in Shah-in-shah uscito nel 1982, una delle opere forse più sentite dall’autore e dai lettori, e ripetutamente pubblicato da Feltrinelli nella traduzione dal polacco di Vera Verdiani.

Khomeini arriva per ultimo nelle pagine di questo libro ed è l’ultimo a salire sul palco della narrazione. Prima c’è Reza Pahlevi, lo Scià degli Scià, alfiere di una ‘Nuova Civiltà’ intrisa di Occidente, la cui parabola è il vero oggetto del testo punteggiato da una prosa vivace e amante delle istantanee. Un’occasione per dragare la storia dell’Iran e per capire in parte quella di oggi. Scrive del sovrano:

«È profondamente convinto della sua missione e sa dove vuole arrivare (per dirla con la sua innata brutalità, vuole mettere al lavoro la folla ignorante e costruire un forte stato moderno davanti al quale – dice – tutti se la facciano addosso dalla paura). Ha la mano di ferro prussiana e la sbrigativa efficienza dell’aguzzino. Il vecchio Iran apatico e sonnolento (per ordine dello scià da questo momento in poi la Persia si chiamerà Iran) trema fin nelle fondamenta».

Gli iraniani provano odio verso questa monarchia che è accreditata presso le principali cancellerie mondiali grazie al suo oro nero, è felice di vederla sparire o anche morire perché considerano lo Scià un estraneo che prende ordini dalle potenze straniere. Una testa coronata che parla un farsi tutto suo e che ha una visione del futuro in cui non si accorge del presente. Egli sta chiuso nel suo palazzo incantato e non conosce il fuori, abitato da indigenza e collasso, immerge sé stesso e i suoi protetti nel lusso più sfrenato, invade l’Iran di strumenti bellici più disparati per mostrarsi al mondo corazzato e ai tavoli che contano, fa arrivare cacciatorpedinieri in un Iran dove mancano i porti, organizza spedizioni di materiale ma mancano le strade, prova ad investire nell’industria ma mancano operai specializzati che decide di importare dall’estero. Però ha una risorsa preziosa:

«Il petrolio scatena emozioni e passioni straordinarie, perché è innanzitutto una grande tentazione. La tentazione di acquistare con poca fatica fortune colossali, forza, successo e potere. E’ un liquido sporco e maleodorante che sgorga zampillante verso l’alto e poi ricade sotto forma di una frusciante pioggia di soldi.»

L’oro nero crea l’illusione di un’esistenza completamente diversa, di una vita facile senza fatica, è una materia che contagia la mente, annebbia la vista, corrompe i cuori, rafforza il senso di potere, produce grossi profitti ma dà lavoro a poca gente, crea molti problemi sociali perché non dà vita né ad un proletariato numeroso né ad una borghesia altrettanto numerosa. Pertanto lo Scià può disporne a piacimento, ergersi a guardiano di qualcosa dal quale dipende se domani andremo in automobile oppure no. È una favola e, come ogni favola, per quanto duratura, è una menzogna perché infonde un tale senso di onnipotenza da fare credere di dribblare la sentenza del tempo.

Nella sua messa in scena il sovrano si avvale di una potente polizia segreta, la Savak, che controlla movimenti sospetti e parole che non devono mai illudere al disagio. In questo modo su un intero campo semantico si rischia di poggiare un piede per poi saltare in aria tanto da fare diventare la gente sempre più paranoica, la franchezza un sotterfugio e il coraggio una forma di collaborazione. Se anche la dittatura cade, come la fine di un brutto sogno, le irte conseguenze psicologiche sopravvivono per decenni in comportamenti inconsapevoli e nella diffidenza iraniana che ancora oggi pervade l’animo di molti, mentre l’albero del pensiero autonomo e critico fatica a rinascere.

Kapuściński riflette sul fatto che dai nascondigli, dagli anfratti e dalle fessure di queste terre sterili dove vive il popolo iraniano, privato anche dell’humus vitale dei giovani mandati all’estero, non sempre escono i migliori semmai i più forti e questi ultimi non sono creatori e promotori di nuovi valori ma sono coloro che sono riusciti a sopravvivere grazie alla maggiore capacità di resistere. E qui ci imbattiamo nello sciismo, la corrente minoritaria dell’Islam e la più accanitamente ortodossa, da sempre osteggiata e perseguitata nel mondo musulmano, il quale sembra offrire le risposte ad un’intera nazione. Più la dittatura si fa infatti repressiva, più le moschee, unico luogo che lo Scià non può toccare, si riempiono di gente, di voci libere di pensare e di dirsi. Coloro che ivi riparano non sono tutti mossi da un fervore religioso ma hanno bisogno di tirare il fiato per sentirsi di nuovo essere umani. Due mondi in naufragio trovano così lo stesso porto comune sicuro e, mentre i primi sentano allentare la presa, i secondi, il potente clero sciita, comincia il suo indottrinamento.

Esistono popolazioni alle quali da secoli tutto va male, tutto si sbriciola tra le mani, che hanno sempre il vento contrario, che non fanno in tempo a intravedere un barlume di speranza senza che questo subito si spenga: popoli che si direbbero marchiati da un fato avverso.”

Quando cade una dittatura? Quando le persone smettono di avere paura. Perché quest’ultima fa delle persone il sostegno di un sistema che odiano, lo Scià può contare su di loro, sui loro timori e ad un cenno dall’alto rispondono, in una strana simbiosi, con un fremito di spavento. E quando cade il monarca iraniano? Quando esce un articolo di giornale con una parola di troppo che riunisce persone che non indietreggiano più di fronte ai manganelli. La rivoluzione, che rovescia l’oppressione e la miseria, coglie tutti di sorpresa, persino coloro che l’hanno sempre desiderata. Perché essa è un dramma che l’uomo tende come tale ad evitare ma è sempre un ultimo tentativo per un popolo che ha capito che non c’è altra via di uscita. Ora è tempo per Khomeini di tornare in patria e, mentre vengono abbattute le statue dello Scià, il demiurgo si mette subito all’opera:

«Il talento dello sciita si manifesta nella lotta, non nel lavoro. Contestatori nati, sempre scontenti e all’opposizione, dotati di un forte senso della dignità e dell’onore, appena scoccò l’ora di dare battaglia si sentirono di nuovo nel loro elemento»

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

“Ricette Letterarie”: la torta rosa di Virginia Woolf, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone, in occasione anche di San Valentino, una gustosa torta rosa ispirata a un passo de La Signora Dalloway di Virginia Woolf. Il romanzo, pubblicato nel 1925, si svolge in un solo giorno a Londra, seguendo la protagonista Clarissa Dalloway mentre prepara una festa serale. L’opera è rivoluzionaria per la sua tecnica narrativa del flusso di coscienza, che permette di esplorare i pensieri dei personaggi. Attraverso questa tecnica, Woolf intreccia presente e ricordi, creando una rete di riflessioni sulla vita, il tempo e le scelte personali. Il romanzo affronta temi come la depressione, l’isolamento sociale e il ruolo della donna nella società del primo dopoguerra. La storia si sviluppa su due binari paralleli: da un lato seguiamo Clarissa, donna dell’alta società londinese, dall’altro Septimus Warren Smith, un veterano traumatizzato dalla guerra. Questi due personaggi, pur non incontrandosi mai direttamente, sono collegati da una sottile rete di collegamenti tematici e simbolici. L’innovazione stilistica di Woolf si manifesta anche nella rappresentazione del tempo: non più lineare ma psicologico, dove presente e passato si fondono continuamente nei pensieri dei personaggi.​​​​​​​​​​​​​​​​

*** LA TORTA ROSA DI VIRGINIA WOOLF ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

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Ricette Letterarie: la torta rosa da “La signora Dalloway” di Virginia Woolf 

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Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA DELLA PINK VELVET TRUFFLE CAKE

La torta si compone di una base (Red Velvet) e di una crema al Mascarpone (Pink Truffle). Puoi preparare la base il giorno prima.

INGREDIENTI per la base Red Velvet:

Dosi per una tortiera a cerniera da 20cm di diametro rivestita con un disco di carta forno sul fondo

Polveri:

  •  110g farina per dolci + 40g amido di mais (maizena)
  •  15g cacao in polvere
  •  4g lievito in polvere

Liquidi:

  • 100g yogurt magro bianco non zuccherato e 20g latte intero fresco mescolati insieme (latticello).
  • 60 g burro chiarificato (o ghee)
  • 160 g zucchero bianco fine
  • 1 uovo taglia L
  • 1g sale fino da cucina
  • 2g colorante rosso liquido (non in gel)
  • 6g estratto di vaniglia

PROCEDURA per la base Red Velvet:

  1. Preriscalda il forno a 180°C e prepara una teglia a cerniera da 20 cm ungendo la base con burro, poi rivesti la base con un cerchio di carta da forno. Metti da parte.
  2. In una grande ciotola setaccia la farina con il cacao in polvere e il lievito.
  3. In un’altra una ciotola capiente sbatti il burro con lo zucchero, poi aggiungi l’uovo, il sale, la vaniglia, il colorante alimentare rosso e il latticello aggiungendolo poco per volta. Utilizza la frusta.
  4. Infine aggiungi le polveri setacciate e amalgamale con una spatola di silicone, fino ottenere una pastella omogenea.
  5. Versa la pastella nella tortiera e cuoci in forno caldo 180°C per 25 minuti.
  6. Quando la torta è fredda rimuovila dalla tortiera e taglia la cupola. Riduci i briciole la cupola e conservale in un sacchetto da freezer, serviranno per la decorazione finale.

A questo punto puoi mettere la tortiera con la base Red Velvet in un luogo fresco coperta con pellicola trasparente per evitare che si secchi e completarla il giorno dopo, oppure procedere con la preparazione della crema.

INGREDIENTI per la crema Pink Truffle:

  • 240g panna fresca 
  • 300g cioccolato bianco
  • 250g formaggio Mascarpone 
  • 6g gocce colorante rosso liquido 
  • Briciole di torta red velvet

PROCEDURA per la crema Pink Truffle:

  1. Porta la panna a quasi bollore in un pentolino (quasi per evitare che formi la pellicola), poi versala sopra il cioccolato bianco ridotto in pezzi. Mescola con la spatola di silicone (o una frusta in silicone) per ottenere una crema liscia (ganache). Aggiungi il colorante rosso e lascia raffreddare a temperatura ambiente. 
  2. In una ciotola capiente lavora con la spatola il Mascarpone. Poi aggiungi un poco di ganache al cioccolato bianco e mescola per creare una pastella. Poi aggiungi il resto della ganache e mescola bene il composto. Infine prendi le fruste elettriche e monta il tutto per un minuto per rassodarlo. 
  3. Versa il composto nella tortiera sulla base Red Velvet e metti la torta a raffreddare in congelatore per almeno 4 ore.

SERVIZIO

Rimuovi dolcemente la torta dalla tortiera facendo attenzione alla carta forno. Decora la torta con le briciole di red velvet della cupola oppure con lamponi essiccati o petali di rosa. Adagia la torta su un piatto da portata e conserva in frigorifero fino al servizio.

Sylvia Plath – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

L’ 11 febbraio del 1963 si spegneva una delle voci più intense della poesia del Novecento: Sylvia Plath. La sua penna ha trasformato il dolore personale in versi di straordinaria bellezza, esplorando temi come l’identità femminile, la depressione e il rapporto complesso con la figura paterna. La sua opera, culminata nella raccolta “Ariel“, rappresenta un testamento poetico di splendore estetico e originalità rari.

Il Randagio vuole ricordare Sylvia Plath non solo per la sua fine tragica, ma soprattutto per la sua opera che continua ad emozionarci.

Maestro Missile traduce la lezione di TED Ed su Sylvia Plath.

Buona visione!


Sylvia Plath rappresenta una delle voci più intense e rivoluzionarie della letteratura del XX secolo. Nata a Boston nel 1932, fin dall’infanzia dimostrò un talento eccezionale per la scrittura, pubblicando le sue prime poesie quando era ancora studentessa. La sua vita fu un intreccio di brillanti successi e profonde ombre: si laureò con il massimo dei voti allo Smith College, vinse prestigiose borse di studio e si affermò nel mondo letterario, ma dovette anche combattere contro ricorrenti episodi di depressione. Il suo trasferimento in Inghilterra segnò una svolta decisiva: a Cambridge incontrò il poeta Ted Hughes, che sposò nel 1956. Il loro matrimonio, inizialmente una partnership artistica e sentimentale straordinaria, si concluse drammaticamente nel 1962. In quegli anni Plath scrisse le sue opere più significative: il romanzo autobiografico “La Campana di Vetro” e le poesie che sarebbero state raccolte in “Ariel”, pubblicate dopo la sua morte avvenuta a Londra nel 1963. La sua poesia, caratterizzata da immagini potenti e spesso inquietanti, da un controllo formale magistrale e da una sincerità disarmante, esplora temi come l’identità femminile, il rapporto con la figura paterna, la depressione, la morte e la rinascita. La sua eredità letteraria continua a influenzare profondamente la cultura contemporanea, e le sue opere vengono ancora oggi studiate, tradotte e amate in tutto il mondo. Nel 1982 è stata la prima poeta a ricevere postumo il Premio Pulitzer per la raccolta completa delle sue poesie.

Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.